20 gennaio 2014

La cultura dell'uva fragola e della pasta e fagioli

     C’è una vecchia canzone dei Napoli Centrale che si intitola A musica mia che r’è. I primi versi recitano: “A musica mia che r’è? È vino e’ fravulelle e pasta e fasule” (Cos’è la mia musica? È vino di uva fragola e pasta e fagioli). Raramente ho letto o ascoltato una così precisa descrizione della poetica di un artista. I Napoli Centrale, forti di un nutrito seguito di pubblico e degli apprezzamenti della critica, avrebbero potuto utilizzare parole diverse, più alla moda, avrebbero potuto citare il free-jazz, l’improvvisazione, Miles Davis o il suono mediterraneo e il folclore. Eppure nessuna frase sarebbe stata più incisiva di questa, nessuna citazione sarebbe stata in grado di rendere l’idea meglio del vino fragolino e della pasta e fagioli. Queste poche parole, anche se semplici, possiedono una straordinaria forza evocativa, che trascende il dato meramente letterale e richiama alla mente una dimensione umile ma dignitosa, ove custodire un geloso canto di privatezza. L’immagine usata riporta ad un ambito domestico quieto, al paese natale, alla casa dove si è nati, alle abitudini semplici che ci appartengono. Vino e pasta e fagioli finiscono così per diventare una metafora della propria cultura di appartenenza, meridionale e contadina.
     Il gusto oggi imperante nell’arte, nella letteratura, nel cinema e in televisione sembra aver dimenticato questa cultura. Volutamente la rifiuta, la considera ingombrante retaggio da accantonare. Il vino e la pasta e fagioli ci parlano di un universo dove ogni cosa ha uno spazio ben definito e dove il trascorrere lento del tempo non è un ostacolo all’incedere roboante della modernità, ma costituisce la naturale dimensione in cui collocare la vicenda umana.
     Nella nostra epoca, invece, i libri sono diventati un prodotto commerciale da consumare in fretta, meglio ancora se viene eliminato il supporto materiale che da sempre li ha contraddistinti, la carta. Le opere di successo ci parlano sempre meno di quello che siamo veramente, e sempre di più di quello che vorremmo essere: supereroi, vampiri, poliziotti dal fiuto infallibile, conquistatori di successo, manager spietati o archeologi del mistero. Per tale ragione questi libri (o film, o altro genere di opere) sono destinati ad una rapida obsolescenza, programmata e voluta da chi li ha concepiti come prodotti di consumo e nulla più. Chi usufruisce di questi prodotti crede di capire il mondo, di essere un cittadino universale, di non rinchiudersi in una cultura di appartenenza ritenuta limitata e di angusti orizzonti. Il risultato è che le culture di origine cedono sempre di più il passo all’esterofilia dominante, ad una piatta uniformazione di linguaggi e contenuti che ci impoverisce anziché arricchirci.
     Ci vorrebbe, nelle librerie, nei cinema ed in televisione, un ritorno al vino fragolino ed alla pasta e fagioli, metafora di un patrimonio di conoscenze apparentemente limitato, ma che in realtà aiuta davvero a capire chi siamo. Vale a tal proposito quello che Camus disse di Silone, quando lo definì “uno scrittore legato alla sua terra natale eppure talmente europeo”. Ecco, forse Silone ci parla del vino e della pasta e fagioli, ma dentro le sue pagine di vita semplice e contadina si nasconde l’uomo.


[ Questo mio articolo è apparso anche sulla rivista on-line La Mandragola ]

I Napoli Centrale (foto tratta da http://classikrock.blogspot.it/

1 commento:

  1. Viviamo il nostro tempo all’insegna della fretta e della tecnologia esasperata, ma non sappiamo dove stiamo andando. Senza abbandonare la cultura del presente, ma con tempi più lenti ed umani, dovremmo ritornare un po’ alla pasta e fagioli e al vino fragolino e cioè al quel lento trascorrere del tempo che, come viene scritto in questa bellissima riflessione “... non è un ostacolo all’incedere roboante della modernità, ma costituisce la naturale dimensione in cui collocare la vicenda umana ”.

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