11 novembre 2014

L'ultima festa dei Musicanova

"Eugenio dice che io sono rinnegato
perché ho rotto tutti i ponti col passato.
Guardare avanti, sì, ma ad una condizione,
che tieni sempre conto della tradizione."
 
     Questo è l’incipit di Rinnegato, una delle prime canzoni di Edoardo Bennato. L’artista napoletano, innamorato dell’America e del rock and roll, ricorda le parole del fratello Eugenio, cultore della musica popolare, che lo ammoniva a non dimenticare mai la tradizione, perché non può esistere innovazione se non si tiene conto del passato. I Musicanova, capitanati proprio da Eugenio, hanno percorso, alla fine degli Anni Settanta, la via della riscoperta della musica folcloristica, assieme ad altri gruppi interessanti, come il Canzoniere del Lazio.   
     Festa festa (Fonit Cetra, 1981) è il loro quinto lp, l’ultimo. Diventati un vero e proprio collettivo, i Musicanova raggiungono un felicissimo connubio tra musica e testi, secondo solamente all’epocale Brigante se more (1979), colonna sonora dello sceneggiato Rai “L’eredità della priora”, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Alianello.
     Per costruire le complesse trame sonore del disco, il gruppo si amplia, fino a contare otto elementi: Eugenio Bennato e Carlo D’Angiò (voci e chitarre), Maria Luce Cangiano (voce), Pippo Cerciello (violino), Mauro Di Domenico (chitarre e mandoloncello), Riccardo Romei (basso elettrico), Alfio Antico (tamburello) e John Perilli (fiati).
     Tutte le composizioni sono originali: Bennato e D’Angiò attingono dal patrimonio popolare ritmi e tematiche, che rielaborano con un gusto moderno che non scade mai nel manierismo: ecco allora, qui e lì, intrusioni di tastiere, basso e chitarra elettrica. I due, che si dividono egregiamente il lavoro di scrittura, dimostrano di aver assimilato la grande tradizione della musica contadina dell’Italia meridionale; i testi, rigorosamente in dialetto, sono limpidi quadretti di vita rurale (L’acqua e la rosa), cantilenanti preghiere (Ex voto), storie minime dai toni di favola (Canzone per Iuzzella), filastrocche dal sapore antico (Canzone della fortuna) o struggenti ninne nanne (Nannaré).
     La vena polemica e l’impegno civile sono gli altri due cardini di questo lavoro. In Vento del Sud ritorna la visione critica della vicenda risorgimentale, i cui ideali egualitari sono stati traditi da chi, per precisa volontà politica, ha trasformato il Meridione in una colonia. A la festa, che dà il titolo all’album, è invece un canto collettivo di protesta, che ricorda la lotta dei contadini contro i “galantuomini”, padroni delle terre e sfruttatori.
     Il capolavoro del disco è però Te saluto Milano, che chiude la prima facciata. È la struggente e liberatoria ballata dell’emigrante che può finalmente andare via dalla metropoli che gli ha dato da mangiare, prendendosi però in cambio i suoi anni migliori. Commovente canzone di emarginazione, riscatto e nostalgia, contiene immagini di impressionante forza evocativa.

"Te saluto Milano
Milano d’a faccia scura,
Milano c’a primma vota te fa paura,
passa o tram e nun t’o vuo’ piglià
pecchè vuo’ i’ a pede pe sta città.
[…]
Te saluto Milano
Milano d’a produzione
Milano ca si nun sierve sì nu coglione.
Ma sulo e’ chesto nun se po’ campa’,
te saluto Milano e nun ce voglio stà."   
La copertina del disco

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