4 febbraio 2015

"L'odontotecnico" di Manlio Cancogni: una questione privata

Leggendo questo romanzo non può che venire alla mente Una questione privata di Beppe Fenoglio, uno dei più celebri racconti sulla Resistenza, dove la dimensione pubblica della lotta partigiana e quella privata dei rancori individuali vengono a coincidere, e la seconda diventa lo specchio della prima, egualmente crudele e ingiusta. Anche la vicenda narrata da Manlio Cancogni (prima edizione, 1957), che si sviluppa tra il fatidico 25 luglio del ’43 e la Liberazione, è una storia tutta umana inserita nella tragedia collettiva della guerra, di cui riproduce ritmo e violenza.
Sullo sfondo della Storia, potremmo dire, si colloca una faccenda personale, che, sia pur minima e irrilevante, ha la capacità di riprodurre i tratti peculiari di un’epoca di dure contrapposizioni politiche e opposte scelte di vita.
Ivo Folli, fascista riottoso, è un odontotecnico che di fatto svolge la professione di dentista. Privo di un idoneo titolo di studio, è costretto a stipendiare un medico vero, un prestanome cui lo studio è intestato, che ozia tutto il giorno senza fornire alcun aiuto materiale. Per liberarsi da questa onerosa schiavitù, il Folli decide di conseguire il diploma di scuola superiore, che gli consentirebbe di esercitare da solo senza bisogno di intermediari. Si oppone a questo suo progetto l’antifascista professor Querini, che persegue la bocciatura dell’odontotecnico come un atto di lotta politica.
Impedire al Folli di conseguire il diploma diviene così l’ossessione del professore, convinto che si tratti di un atto necessario, partigiano: l’Italia che rinasce va depurata dagli individui come il Folli, usando il mitra o, se necessario, la carta bollata. Intorno ai due contendenti si muovono gli altri personaggi, come il preside Guardone, il capitano Zito e gli antifascisti di Canevara.
La penna spietata di Cancogni non salva nessuno, di tutti tratteggia abilmente meschinità e grettezza, indipendentemente dalla posizione assunta nella contrapposizione tra repubblichini e partigiani. È un mondo di provincia povero di mezzi e di idee quello in cui tutti si muovono, dove persino l’atto rivoluzionario o di lotta politica è piegato alla logica dell’utile e del vantaggio individuale. Nessuno ne esce indenne, nel corpo o nello spirito, per tutti il destino ha il sapore ineluttabile della beffa. Ne viene fuori una vicenda apparentemente minima, ma in realtà di grande impatto e crudezza.
In tempi come i nostri, che prediligono la letteratura di facile consumo, ci vorrebbe un editore coraggioso che ripubblicasse questo romanzo.

[ Questa mia recensione è apparsa anche su Sololibri.net ]

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