7 marzo 2015

Internet e la deriva del linguaggio

     Il fatto di consentire l’immediata e capillare diffusione di pensieri, opinioni e conoscenze è certamente uno dei maggiori pregi della rete internet. Superato il naturale ostacolo delle distanze, e quello artificiale delle frontiere, le idee sono libere di circolare come mai era accaduto in passato, quando spesso erano confinate in circoli elitari, diffuse solamente in circuiti chiusi e difficilmente comunicanti. È però altrettanto evidente, e di questo vorrei parlare, che tale strumento abbia al contempo consentito a milioni di idioti di dare liberamente sfogo agli istinti più primitivi, ben celati dietro un nome di fantasia. Per capire di cosa parlo, è sufficiente aprire un qualsiasi giornale on-line, oppure un video su YouTube, e leggere i commenti dei lettori, specie per quanto concerne gli argomenti di più stretta attualità. Si potrà allora assistere disgustati ad un florilegio di offese di ogni sorta, spesso gravissime, di triviali litigi, di turpiloqui che farebbero impallidire i poveri scaricatori di porto del famoso proverbio. Ogni occasione, dal fatto di cronaca a quello di politica, dal filmato comico all’evento sportivo, diviene propizia circostanza per vomitare sulla tastiera il peggio che l’ignoranza umana possa partorire. Il tutto, con la sicurezza (anzi, grazie alla sicurezza) offerta dall’anonimato. A volte, poi, questi vandali della rete inscenano infimi e pietosi sceneggiati,  lunghissimi litigi a suon di commenti, che, inevitabilmente, chiamano in causa, con i peggiori epiteti possibili, mogli, sorelle, madri e nonne. C’è gente che minaccia gli altri di morte per delle semplici divergenze sui gusti musicali, altri che sputerebbero sulla tomba di chi ha osato difendere gli immigrati. Ed ecco allora che nasce tutto un campionario di insulti, prima sconosciuti: “buonista” (inteso in senso negativo, specie come difensore dello straniero), “bimbominkia” (giovane ebete allineato al sistema), “sinistro” , “berluschino” e così via. E se leggere questi commenti può far ridere, certamente deve anche indurci a riflettere sulla pietosa condizione di chi sfoga le frustrazioni di una vita miserabile sulla tastiera. Lasciare la propria traccia sulla rete, specialmente per chi farebbe bene a legarsi le mani (a causa anche della scarsa conoscenza della lingua), diventa così una gigantesca proiezione dell’io, tra l’eroico e l’erotico, che fa credere di contare qualcosa persino a chi, altrimenti, sarebbe destinato al mutismo ed all’oblio.
     Questo accade specialmente, è bene rilevarlo, per i siti più visitati, quali quelli di informazione generale, ove l’accesso è indiscriminato, per cui si vengono a confrontare persone di ogni età, cultura, condizione sociale, opinioni. Ed ecco che mentre nella realtà la discussione, anche tra persone molto diverse, viene di solito intavolata lungo binari di civile confronto, sulla rete tutto si rovescia, fino a trasformarsi nel vomitatoio delle peggiori nefandezze. Se poi volessimo fare un’analisi sociologica di questi tipici frequentatori della rete, potremmo, senza difficoltà, raggrupparli in tre categorie: il fanatico, l’indignato e il giustiziere. Il fanatico è all’agguato ovunque sia possibile parteggiare per qualcuno o qualcosa: nello sport, nella musica, nel cinema. Difende i propri idoli e chiede per loro rispetto, ma non esita ad infangare quelli degli altri. C’è chi, in questo settore, raggiunge stati patologici: si pensi all’amante della musica “seria”, che si sorbisce i video delle popstar di tendenza solo per insultarle. L’indignato, invece, è un appassionato di politica. Usa i polpastrelli per sollevare le masse, è l’alfiere del “tanto sono tutti uguali”, ma poi, nel segreto dell’urna, non riesce a tradire i vecchi partiti, quelli che, bene o male, gli hanno dato da mangiare. L’indignato, che non sa usare l’arma legittima, cioè il voto, dimostra invece di saper maneggiare, almeno a parola, le armi più cruente. Quella del giustiziere è, a mio avviso, la categoria più pericolosa, su cui è opportuno spendere più parole. Il giustiziere vive nei meandri delle pagine di cronaca nera, aleggia come un avvoltoio sui cadaveri, predilige sguazzare nel sangue e nel pettegolezzo. È al contempo esperto, senza aver mai aperto un libro, di psicologia, criminologia e diritto spicciolo, quello primitivo della pietra e del bastone, per intenderci. Riesce ad essere, allo stesso tempo, pubblico ministero, poliziotto e (più raramente) avvocato, tanto da poter giudicare, senza conoscere le carte, il lavoro di tutti questi professionisti. Ma soprattutto, egli è giudice. Le sue nozioni giuridiche sono ancora più ancestrali di quelle di Rotari. Il re legislatore dei Longobardi, nel suo celebre Editto, rispettava il principio di proporzionalità, quello per cui la pena deve essere il più possibile rapportata al male commesso, al punto che la pena capitale non può che costituire l’extrema ratio. I giustizieri della rete, invece, amano la forca, la accarezzano come si farebbe con un cagnolino, la invocano ad ogni occasione, al punto che sarebbero pronti essi stessi a stringere il cappio intorno alla gola del “mostro” di turno, sbattuto sulla prime pagine di tutti i giornali. E sorge quindi il legittimo dubbio che, condannando il male degli altri, vogliano in realtà esorcizzare il proprio, riconquistando una verginità perduta. Come liberarsi di questo fenomeno? Non nego che anche a me è capitato, in passato, di cadere nel gioco dell’offesa gratuita su internet. Poi, oltre alla stupidità del gesto, mi ha convinto a desistere la considerazione che tutte le parole scritte sulla rete scompaiono quasi subito, fino ad essere sommerse dal mare magnum di internet, che è in continua evoluzione e mai si ferma. Cosa rimane di tutti i fiumi di ingiurie, delle tonnellate di indignazione? Solo schizzi di sterco, come quando il benefico sciacquone lava via ogni cosa.
 [ Questo mio articolo è apparso anche sulla rivista on-line La Mandragola ]
L'anonimato offerto dalla rete incentiva condotte offensive

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