20 giugno 2016

La tangibile potenza lirica di Tolkien

     Sebbene io non sia un grande conoscitore del fantasy, i libri che ho letto mi hanno convinto che Tolkien resta una vetta inarrivabile. La considerazione non brilla certo di originalità. Basti pensare al fatto che tutti gli autori che si cimentano con successo in questo genere vengono paragonati allo scrittore britannico, assunto a metro comparativo di giudizio. Il punto decisivo è dunque un altro: indagarne le ragioni.
     A mio avviso, la grandezza di Tolkien non sta tanto nella complessità delle trame o nella costruzione di un vero e proprio mondo parallelo, quanto piuttosto nella straordinaria capacità descrittiva ed evocativa delle pagine che ha scritto. Se le prime due qualità le ritroviamo in molte opere fantasy, è la terza a rendere l’autore inglese il maestro indiscusso del genere. Prima ancora di aver costruito un universo fantastico, Tolkien ha studiato attentamente il mondo che lo circondava, declinandolo nelle sue molteplici sfumature. Si pensi alle descrizioni di villaggi, campagne, isolati manieri, montagne, dense foreste e laghi: sono così vivide da costituire uno straordinario volano per l’immaginazione. Oppure si rileggano, ne Lo hobbit, le splendide scenografie del Bosco Atro, delle Montagne Nebbiose, delle Terre Selvagge, così ricche di particolari evocativi.
     La verità è che l’autore inglese, prima ancora di essere uno scrittore di cose fantastiche, era un erudito, uno studioso del patrimonio folcloristico e delle lingue morte, un profondo conoscitore della storia e della filologia. Tutti questi elementi sono trasfusi nelle sue opere, in cui la perfezione del meccanismo narrativo è arricchita da una tangibile potenza lirica. Le due dimensioni non possono essere scisse, perché entrambe costituiscono la prova che egli non ha generato dal nulla un universo fantastico, ma ha saputo creare perché conosceva il creato.
     Il suo maggior pregio è stato l’aver elevato a dignità letteraria un genere di puro intrattenimento. Il fantasy, dopo di lui, si è appiattito sul dato puramente narrativo, sulla costruzione di intrecci sempre più complessi ed avvincenti, dimenticando a volte la qualità e la bellezza della scrittura. Ecco perché a Tolkien non va solo il merito di essere stato un pioniere, ma soprattutto quello di aver strutturato compiutamente un genere, attraverso opere di una tale perfezione da non lasciare spazio ad epigoni. Forse esagero, ma credo che, dopo aver letto Il signore degli anelli e Lo hobbit, non abbia più senso andare avanti. Altri importanti autori si sono limitati a riproporre le stesse circostanze e gli identici archetipi, sia pure in infinite varianti, con l’aggravante di aver sacrificato tutto al dato puramente ricreativo, tralasciando quella sottile poesia che è il tratto caratterizzante dei romanzi di Tolkien. 

Una celebre fotografia dello scrittore (tratta da www.tolkien.it).

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