16 giugno 2015

"La mia scrittura umana, autentica, vera, palpitante, germogliante, lievitante": intervista al poeta e scrittore Dante Maffia

     Dante Maffia, nato a Roseto Capo Spulico (Cs) nel 1946, è uno dei più importanti scrittori e poeti contemporanei. Non è possibile riassumere in poche righe la sua vasta produzione letteraria, che comprende opere di narrativa, poesia e saggistica; per questo, mi limito a rinviare alla pagina della biografia presente sul suo sito e su Wikipedia.
Mi ha concesso, e per questo lo ringrazio tantissimo, una lunga ed appassionata intervista, che, partendo da un’analisi del romanzo Milano non esiste, affronta altri interessanti temi, quali il meridionalismo, l’emigrazione, la civiltà letteraria, il ruolo della poesia, la globalizzazione.

Domanda. Milano non esiste è, a mio avviso, un tassello fondamentale della letteratura italiana degli ultimi cinquanta anni, il libro che ogni emigrante dovrebbe leggere e conservare come una cara reliquia, per ritrovarvi una parte di sé. Qual era il suo intento nella stesura del romanzo?
Risposta. Quando ho cominciato a scrivere Milano non esiste non avevo intenti d’altro genere che quello di raccontare una storia molto nota soprattutto a me stesso che ho visto vuotarsi il mio paese di nascita. Una storia però che fosse di tutti gli emigranti, e senza la retorica piagnona del distacco e della nostalgia. Il protagonista doveva essere un simbolo, innanzi tutto (ecco perché non ha nome), focalizzare la contraddizione del suo essere a Milano senza esserci veramente (la moglie milanese, i figli nati a Milano) fino a considerare i figli calabresi e la moglie ormai anch’ella calabrese.
No, non vorrei che il mio romanzo fosse letto e conservato come una  reliquia, ma come valore della diversità, nella certezza che niente e nessuno deve (o dovrebbe) mai farsi cancellare le radici, quali che siano, ma confrontarsi e riconoscere l’altro da sé.
Sull’emigrazione i romanzi abbondano, a cominciare da quello di Francesco Perri (per documentarsi accuratamente basta sfogliare un ricchissimo testo di Rocco Paternostro) e sarebbe stato sciocco puntare al sapore e agli effetti antropologici ed etnologici. Il mio intento era quello di guardare a far guardare dentro una realtà che non appare mai, che però spacca le famiglie, le rende estranee a se stesse. Non nascondo che era anche quello di sfidare un luogo comune. Lo faccio spesso, ultimamente per esempio, ho pubblicato un libro di versi di oltre cinquecento pagine intitolato Il poeta e la farfalla, rigorosamente poesie d’amore, cercando di distruggere icone e abitudini per rinnovarne lo spirito e la sostanza. In qualche modo l’intento, scrivendo Milano non esiste, è stato il medesimo.

D. “Però un paese ci vuole”, diceva Pavese. “Non si può vivere senza le proprie radici”, afferma l’operaio di Milano non esiste. L’origine geografica è un marchio che non si può cancellare, eppure la globalizzazione mette in crisi questa certezza. Qual è la sua opinione in merito alla crescente massificazione del pensiero, che vuole annullare ogni differenza e renderci tutti uguali?
R. Il giorno in cui dovesse accadere che gli uomini diventano tutti uguali, hanno tutti la stessa maniera di esprimersi e di muoversi, hanno tutti gli stessi gusti e le stesse abitudini, sarebbe una catastrofe irreversibile e di conseguenza la cancellazione della vita stessa. La vita, di per sé, è diversità, altrimenti è orrore impastato nello zero della ripetizione. E’ un tema a me molto caro, che ho trattato anche in una mia poesia. Le cito parte della composizione che conclude la sezione di Sbarco clandestino, un libro uscito nel 2011: “Mi domando che cosa sarà la vita / quando tutti saremo tali e quali / e tutti indosseremo la stessa divisa / e tutti mangeremo lo stesso cibo / e tutti ameremo lo stesso Dio. // … La pace non è un mare incolore / che racconta nenie per addormentare. / Oh, ecco i bambini tutti uguali / andare a scuola in fila ordinata / inchinarsi e sorridere. Un’indecenza / l’uniformità gioconda e statuaria. // La vita si ribellerà, / si nasconderà nei tubi dei cessi, / nei fondali marini / per conservare una briciola / del canto universale / che è la negazione della serie, / … Che mai si parli una lingua soltanto, / che mai gli uomini siano tutti / d’un solo colore, / che mai i cuori siano allineati / in una sola direzione”.
 
D. L’io narrante di Milano non esiste sa di essere una pedina del sistema, una rotella di un ingranaggio violento e complesso; eppure, nonostante tutto, riesce con cieca determinazione a non farsi abbagliare dal miraggio della ricchezza e del benessere, fino a trovare una via di fuga a lungo vagheggiata. Egli non vuole distruggere il sistema, ma solo eluderlo scappando. Come si colloca il suo romanzo nella tradizione del “romanzo operaio” della letteratura italiana? Può essere visto come un libro di rottura, perché sostituisce alla lotta collettiva una guerra privata?
R. Certo, non pensavo minimamente di diventare l’appendice di una cordata che comunque non ha dato risultati eccellenti, se non visti in chiave sociologica e politica. A me ha sempre interessato l’umanità che ognuno si porta dentro, l’esperienza, il vissuto che è e sarà sempre individuale. Il mio operaio si rifiuta istintivamente di diventare un numero, ha dentro gli umori e i sapori del paese, la luce e il sale di parole vive che lo accompagnano, ma non si pone neppure il problema di volere o non volere distruggere il sistema in cui è stato catapultato. Ha dentro di sé princìpi e carezze dell’infanzia che vuole riconquistare tornando, ed è talmente tanto convinto che sia nel giusto, che disinvoltamente organizza anche la vita dei figli e della moglie nella direzione del ritorno.

D. Il protagonista di Milano non esiste è un umile operaio calabrese che considera la città che lo ha sfamato come una prigione, e non vede l’ora di fuggire per sempre. Lei è un intellettuale calabrese che da molti anni vive a Roma. Com’è il suo rapporto con la Città eterna?
R. Quando nel 1967 sono arrivato a Roma per iscrivermi all’Università, c’era ancora una civiltà letteraria ben articolata e di altissimo livello. Non fu difficile fare amicizia con Alberto Moravia, Elsa Morante, Livia De Stefani, Alfonso Gatto, Leonardo Sinisgalli, Elsa De Giorgi, Giacinto Spagnoletti, Laura Di Falco, Giorgio Bassani, Dario Bellezza, Giorgio Caproni, Attilio Bertolucci, Enzo Siciliano, Franco Cordelli, Stefano D’Arrigo, Cesare Vivaldi, Renato Guttuso, Ennio Calabria, Eugen Dragutescu, Pier Paolo Pasolini, Aldo Turchiaro, Maria Luisa Spaziani, Alberto Bevilacqua, Sergio Zavoli, Aldo Palazzeschi e potrei continuare l’elenco con nomi eccellenti del mondo del cinema, del teatro, della musica, della poesia, della critica, del giornalismo e della narrativa… Avevano in comune una cosa, questi signori, non sopportavano la mediocrità e perciò o avevi qualcosa da dire  sul serio o eri abbandonato nel tuo brodo.
Dopo la laurea ho fatto il professore in Calabria ma poi ho chiesto il trasferimento. Avrei potuto sfamarmi anche al mio paese, perciò la mia non era una condizione identica a quella del mio operaio. Dopo avere scandagliato Milano per viverci, (Milano è un inferno balordo convinto di non esserlo), scelsi Roma, di cui avevo intravisto i difetti, ma che sentivo carica di umanità. Non sbagliai, fui accolto dai signori citati e da altri. Ma adesso anche Roma è diventata una specie di deserto culturale, una corsa al presenzialismo e alle cariche e perciò il mio rapporto è diventato quello che si può avere con una vecchia amante che ormai è incapace di donarsi e di capire che cosa è essenziale. Soprattutto che cosa è essenziale per un poeta che non ha mai rincorso la “carriera”. Io ho sempre desiderato che le mie pagine facciano breccia e trovino accoglienza, non io, io sono appena uno strumento, è quel che scrivo che vorrei arrivasse, anche in maniera anonima.
 
D. Chi è, a suo avviso, lo scrittore che ha saputo descrivere il Sud meglio di tutti, evidenziandone bellezze e contraddizioni?
R. Io, naturalmente… Questa è una di quelle domande a cui non è facile rispondere in sintesi, dovrei ripercorrere un lungo cammino di testi e indicare alcune pagine, dei capitoli… Se poi devo fare per forza dei nomi dico Vitaliano Brancati, R. M. de Angelis e Marotta.

D. Assistiamo negli ultimi anni ad una reviviscenza del pensiero meridionalista, al risvegliarsi della consapevolezza della nostra storia e del nostro passato. Al contempo, però, c’è chi assume atteggiamenti di “stampo leghista”, esagerando forse un po’ nell’idea di un Sud preunitario quale età dell’oro. Qual è il suo pensiero in proposito?
R. Non era età dell’oro il Sud preunitario, certamente, ma non era nemmeno ciò che diventò immediatamente dopo l’annessione. I libri di Carlo Alianello e di Salvatore Scarpino spiegano qualcosa di molto importante in proposito. Ma le polemiche ormai non servono, anche se non dobbiamo dimenticare che a Mongiana (Calabria) esisteva la più grande acciaieria d’Europa e a San Leucio (Campania) una signora seteria da fare invidia a tutte quelle inglesi. Certo, fu una beffa farsi annettere da una popolazione di un milione e settecentomila abitanti sparsi fin nella Sardegna essendo il Sud di circa tredici milioni di abitanti, e non tutti analfabeti o privi di valore, come hanno voluto farci intendere. La storia ha svenimenti e incoerenze, vertiginose sconcezze, nessuno mai ne comprenderà il corso. Io credo, comunque, che sia ora di fare sentire la propria voce e di mettersi alla pari, in ogni senso. Non potrò mai dimenticare, avevo sedici anni, se non ricordo male, un gruppo di ragazze bergamasche e friulane in vacanza al mare del mio paese, lo Jonio, culla della civiltà più straordinaria che si sia mai avuta. Facemmo amicizia e si scandalizzavano se mi scappava una frase in dialetto, chiamandomi baluba, barbaro, africano. Invece il loro dialetto, incomprensibile, era giusto, civile, necessario, poetico.

D. Mafia capitale, scandalo Expo e Mose, “Lega ladrona”: c’è ancora spazio per un pregiudizio antimeridionale in un Paese che sembra aver elevato la corruzione a regola di sistema, da Nord a Sud?
R. I pregiudizi è sempre difficile sradicarli, anche quando non hanno un fondamento. Basta che sorgano e poi si radicano e diventano vangelo. E’ una storia antica. Una volta a Milano fu debellata una banda di quattro poveri cristi meridionali guidata da un avvocato milanese, che aveva finalità politiche e voleva creare tensione. Tutti i giornali titolarono a lettere cubitali "Banda meridionale" facendo appena un cenno, se pure, della mente che organizzava furti e rapine e terrorizzava i quartieri alti della città lombarda. Il pregiudizio continuò e non accadde nulla di diverso neppure quando si insistette sulla matrice lombarda. Sono certo che continuerà anche adesso, è una questione di antropologia, di cultura il sentirsi portatori di valori e attribuire agli altri le miserie dei comportamenti. Ne sono convinti al Nord e la convinzione è un’arma micidiale che non si debella coi fatti, ma con una rivoluzione delle coscienze che tutti si guarderanno bene da mettere in atto. Neppure di tentare. Del resto credo che faccia comodo, e non è una provocazione, anche ai meridionali stessi.
 
D. Lei è un apprezzato poeta. Oggi quasi tutti scrivono “poesia” e pochissimi ne leggono; crede che questa forma di espressione possa avere ancora uno spazio nella letteratura contemporanea?
R. Il fatto che molti scrivano poesia la dice lunga su questa esigenza, probabilmente perché ormai è assegnato al poeta il ruolo dell’uomo sensibile. E poiché la sensibilità non si può misurare con nessuno strumento, ecco che si arroccano nel diritto di essere poeti. Ed è vero che chi scrive poesia non la legge, strano fenomeno che a me fa ridere, che trovo buffo, e così cretino da farmi pensare che la velleità è una malattia peggiore del cancro.
Al di là di questa osservazione ormai consacrata e riscontrabile ovunque (sette milioni circa di libri di versi vengono editi ogni anno) chi scrive poesia vera sono cinque, al massimo dieci persone che distillano vita, amori, rancori, illusioni, tensioni, ideali, storia, cultura, religione, cadute morali, esaltazioni e tanto altro per arrivare a significare, come diceva l’Alighieri, e a insegnare “ad ora ad ora come l’uom s’eterna” dopo averlo imparato. Scrivere versi è una moda, ma i più non sanno neanche che cosa sia un vero verso. Comunque una ragione, vanno sempre dicendo, ci deve essere se quando vogliamo porre in risalto la grandezza dell’Italia facciamo per prima i nomi di Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, Leopardi e Foscolo.
Sì, ci sarà sempre spazio per la forma espressiva della poesia, vera o falsa, stupida o intelligente. E’ un’esigenza dell’uomo tentare di esprimere al meglio ciò che prova. Certo, i danni fatti da alcune cordate di finti poeti sono stati feroci e sanguinanti, ma la poesia sa rimarginare le ferite e sa rinnovare il suo lievito umano e culturale puntando alla bellezza e alla luce e abbandonando alle scorie e all’immondizia il marginale. Ma dobbiamo digerire il veleno che una masnada purtroppo di finti poeti ha sparso ovunque togliendo alla poesia il mistero, il fascino e l’altezza spirituale e poiché in genere questi finti poeti sono stati o sono impiegati o funzionari della editoria che conta, siamo stati inondati da miseria e da caccole di ragni e di topi. Balestrini, Giuliani, Cucchi, Majorino, D’Elia, Insana, De Signoribus, De Angelis, per fare qualche nome, hanno autorizzato nei fatti la banalità, il semplicismo becero, l’oscurità del dettato, la bruttezza e il gioco fine a se stesso. Ma la confusione passerà presto. Come si dice? Alla squagliata della neve si vedono tutte le malefatte e anche altro…

D. Gli editori, specie i grandi gruppi editoriali, incentivano la pubblicazione di opere scritte da attori, presentatori televisivi, sportivi, presenzialisti del tubo catodico, volti più o meno noti, a danno della letteratura di qualità e degli “emergenti”, che trovano sempre meno spazio. Il fine ultimo degli editori sembra essere solo il profitto. È stato sempre così, oppure si sta assistendo ad uno scadimento letterario, che è poi lo specchio della decadenza del Paese e della società?
R. Non è stato sempre così. Prima le case editrici, fino a qualche decennio addietro, erano in qualche modo i santuari della cultura, intesa in tutte le sue irradiazioni e le sue ragioni, e lavoravano con una equipe di studiosi che badavano a scegliere le opere senza stare a preoccuparsi della eventuale vendita. Un libro veniva valutato per quel che valeva e non per altro. Poi sono cambiati i parametri, morti Bazlen, Pavese, Vittorini, Sereni, Spagnoletti, Ravegnani, Calvino non si sono avuti più lettori per scegliere le opere da pubblicare. Ed ecco l’ondata dei giornalisti, degli attori, degli sportivi, dei televisivi, che però non lasciano traccia, si sostituiscono ai giornali, ai rotocalchi e non so nemmeno esattamente se fanno profitto, visto che gli editori chiedono contributi allo stato. Sono sospettoso nell’instaurare una equazione tra ciò e la decadenza del Paese e della società, ho l’impressione che ci possa essere qualcosa di peggio, di più losco, di più scandaloso.

D. Quali sono i libri che considera fondamentali per la sua formazione culturale? Preferisce leggere opere che trattano argomenti di stretta attualità, oppure classici che approfondiscono tematiche universali, legate alla natura immutabile dell’essere umano?
R. Sono onnivoro, leggo di tutto, e con una fame di pagine che più consumo e più ne voglio. Dopo il pasto ho più fame di pria, come dice il poeta. Ma col passare degli anni ho messo in uno scaffale i cento volumi che ho riletto e che rileggerò. Per lo più classici, da Omero a Orazio, da Lucrezio ad Aristofane, da Platone a Rabelais, da Tasso a Sterne, a Gogol, a Tolstoi, ma amo molto e li ritengo fondamentali per la mia crescita o per i miei scontri, anche autori più vicini nel tempo, come Manuel Scorza, Juan Rulfo, Saramago, Hamsun, Bunin, Hilton, Broch, Celine, Steinbeck, Canetti. Quest’ultimo più di tutti, è quello che meglio ha capito il senso del vivere e del morire, e forse anche il senso del nostro passaggio sulla terra..

D. In un’intervista rilasciata nel 2013 alla rivista letteraria L’EstroVerso, lei afferma di essere “anarchico in ogni direzione, soprattutto letteraria” e di “non accettare le graduatorie imposte dall’alto, i suggerimenti dei recensori ufficiali”. Questo atteggiamento anticonformista le ha consentito di costruire un percorso di tutto rispetto, ma lontano dal pensiero unico delle certezze acquisite. Quali difficoltà ha incontrato per affermarsi nel panorama letterario?
R. Nessuna. Sarebbe bastato che mi fossi genuflesso e avessi accettato il diktat di alcuni mediocri per essere subito dentro il panorama dei presenti. Io non amo essere presente, l’ho già detto, mi piacerebbe che fossero le mie opere ad essere presenti. Agli occhi esterni il mio atteggiamento è risultato anticonformista, lo comprendo, in realtà io ho seguito soltanto e semplicemente il mio modo di essere e di vivere, la mia inclinazione alla semplicità e al saper dire pane al pane e vino al vino. Con sviste clamorose, ci mancherebbe altro! Ma non so fingere, fare l’ipocrita o tradire.  Non so essere salottiero (ci vorrebbe poco a fare le smorfie delle scimmie e a tessere lodi e salamelecchi).  
Le certezze acquisite! Io credo che chi scrive non debba mai partire da certezze, ma da possibilità, da probabilità. Neanche la morte è una certezza vista da un certo punto di vista. Dunque, mi domanda quali difficoltà ho incontrato per affermarmi nel panorama letterario. Una sola: quella di convincere a leggermi. Ecco che ritorniamo al cambiamento, ai letterati di un tempo, a quando dicevo di ”civiltà letteraria”. Palazzeschi o Moravia, la Morante o Spagnoletti, prima di prenderti a calci o di rifiutarsi a darti retta, spiavano, spulciavano, si sporgevano verso i giovani…verso le loro opere.

D. Se dovesse definire la sua produzione letteraria con un aggettivo, quale userebbe?
R. Scelga lei tra questi: umana, autentica, vera, palpitante, germogliante, lievitante. Sì, molto, molto maffiana.
 
Lo scrittore e poeta Dante Maffia
 

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