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14 settembre 2025

"Rosa Bronzo, l'ammazzabimbi di Vallo della Lucania" di Giuseppe Galzerano: la fabbricatrice di angeli

Quando la cronaca ci porta a conoscenza di efferati delitti, siamo indotti a credere che siano il frutto della modernità, di una "società malata" che ha perso i valori di un tempo. Si tratta di una falsa percezione, un pregiudizio dettato dalla scarsa conoscenza del presente e soprattutto del passato. Scartabellare i vecchi giornali ci restituisce invece vicende terrificanti e del tutto dimenticate che raramente potrebbero verificarsi ai giorni nostri. Tale attività di ricerca è stata condotta dallo storico cilentano Giuseppe Galzerano che ha riportato alla luce una storia terribile avvenuta circa centocinquanta anni fa, di cui si erano perse le tracce e la memoria.
Rosa Bronzo era una donna di Vallo della Lucania, cittadina in cui alla fine dell'Ottocento gran parte della popolazione viveva in condizioni misere, pur essendo capoluogo di circondario. La Bronzo era nota alla giustizia per una vecchia condanna per furto aggravato che le era costata un periodo in carcere. Intorno al 1877, costretta dall'indigenza, si inventò un lavoro che si rivelò remunerativo: accogliere nella propria casa i neonati indesiderati, perché nati al di fuori del matrimonio o frutto di relazioni adulterine, incaricandosi di condurli all'orfanotrofio di Salerno. La "ruota" di Vallo era stata infatti abolita nel 1875 e il viaggio fino a Salerno era un'odissea per quanti avrebbero voluto affidare i neonati alla pubblica misericordia, in assenza di ferrovie e di strade degne di questo nome. In breve la casa di Rosa divenne meta di tante madri disperate che le lasciavano i loro bimbi, il cui numero esatto non è mai stato accertato. La Bronzo, per rendere più remunerativa l'attività, decise di intraprendere il periodico viaggio verso Salerno dopo aver raccolto un numero sufficiente di bambini, anziché portarne uno alla volta. Non aveva però di che sfamarli e così alcuni neonati morirono di stenti. Altri li ammazzò la stessa Rosa, o strozzandoli con le proprie mani perché esasperata dai pianti, o avvelenandoli con potenti dosi di estratto di papavero, una sorta di sonnifero naturale. Molti sapevano, anche alcune madri, ma il senso di vergogna e l'omertà consentirono a Rosa di operare indisturbata per quasi due anni, fino alla perquisizione della sua abitazione, al ritrovamento dei poveri resti di numerosi bambini e all'arresto da parte dei Carabinieri. Il numero esatto di vittime non è stato mai accertato.
Giuseppe Galzerano, storico molto conosciuto nel Cilento e titolare dell'omonima casa editrice, imbattutosi per caso in un articolo di giornale dell'epoca, ha deciso di far venire alla luce una storia da brivido che nessuno più ricordava, nemmeno nel paese natale. Attraverso un lungo lavoro di ricerca, Galzerano ha riportato nel suo saggio tutti gli articoli di giornale che si occuparono del caso della "fabbricatrice di angeli", come la definì il neonato (all'epoca) Corriere della Sera. Nel libro sono così riportati stralci del Roma, della Gazzetta dei tribunali, della Gazzetta Piemontese, de Il Carabiniere e finanche di Le Figaro, in quanto la vicenda destò orrore anche oltralpe.
Nonostante il lavoro archivistico, l'autore spiega a malincuore come non sia riuscito a trovare l'incartamento del processo. Neppure si sa con certezza se la Bronzo fu giudicata dalla Corte di Assise di Vallo o da quella di Napoli. Il Corriere della Sera parla di una condanna a vita ai lavori forzati, ma dopo questo trafiletto la notizia scompare dalle cronache e con essa l'inquietante figura di Rosa Bronzo. Come si è difesa durante il processo? Cosa hanno sostenuto l'accusa e la difesa? Dove ha scontato la sua pena? Dove e quando è morta? Ha ottenuto la grazia o uno sconto di pena, oppure è morta durante l'esecuzione della condanna? Domande legittime che finora sono rimaste senza risposta, come evidenzia l'autore del saggio. La speranza è che prima o poi emergano nuovi documenti che possano chiarire gli esiti e il perché di una vicenda così macabra e oscura. I motivi dell'agire di Rosa potrebbero essere molteplici: una patologia psichiatrica, l'invidia per non essere mai diventata madre lei stessa, oppure semplicemente un movente economico, una squallida storia di estrema indigenza nel misero Cilento di fine Ottocento.
Personalmente non seguo la cronaca nera, anzi la evito in quanto non ho mai provato interesse per queste vicende di sangue. Il saggio è invece consigliato alla nutrita schiera di "appassionati" di biografie di serial killer. Io ho acquistato il libro principalmente perché sono interessato alla storia del Cilento e in effetti il saggio restituisce il quadro desolante di una terra a quel tempo divisa tra credenze ancestrali (il sangue, l'onore) e tendenze modernizzatrici del pensiero, destinate infine a prevalere.

9 novembre 2023

Il Cilento della millenaria devozione: il Santuario della Madonna del Granato

Sono sette i santuari mariani che costellano il territorio del Cilento, dalla marina all'entroterra. Di solito sono collocati su alture, come nel caso della chiesa della Madonna del Sacro Monte di Novi Velia, posta sulla cima del Gelbison a 1705 metri sul livello del mare. La tradizione popolare, per meri fini didascalici e senza voler contraddire l'unicità della Vergine, tramanda che le sette Madonne fossero sorelle. Per questo si parla convenzionalmente delle "sette sorelle del Cilento". Un elemento in comune a questi luoghi è che le immagini che ivi si venerano hanno le medesime caratteristiche iconografiche bizantine; comuni sono anche i riti, le tradizioni e persino i canti.
La Madonna del Granato è una di queste "sorelle". Parlare del santuario dedicatole non significa semplicemente risalire alle origini della devozione popolare, ma ricostruire una parte essenziale della storia locale, nonché vicende che hanno contribuito a definire la storia dell'intero Mezzogiorno. L'edificio si trova appollaiato su un versante del monte Calpazio, poco più in basso rispetto ai ruderi del castello di Capaccio Vecchio, teatro di una celebre congiura. Come ho scritto altrove, nel 1246 alcuni tra i principali notabili del Regno ordirono una cospirazione per uccidere l'imperatore Federico II di Svevia e suo figlio Enzo. Grazie ad alcuni fedelissimi, il sovrano scoprì il complotto e i rivoltosi furono costretti a rifugiarsi nel castello di Capaccio, ritenuto inespugnabile. La fortezza fu cinta d'assedio per tre lunghi mesi dalle truppe di Federico II, fin quando capitolò nel luglio del 1246 per mancanza di approvvigionamenti. Per punizione venne rasa al suolo e tuttora è ridotta a rudere.
Il Santuario della Madonna del Granato a Capaccio (SA)

L'attuale chiesa era un tempo la cattedrale della diocesi di Paestum, soppressa nel corso dell'Ottocento con spostamento della sede vescovile a Vallo della Lucania. La sua origine dovrebbe risalire alla fine del IX secolo d.C., quando i pestani abbandonarono la pianura per sfuggire alle incursioni dei saraceni, rifugiandosi sui primi contrafforti delle alture retrostanti. Nel corso del X secolo anche la sede vescovile fu spostata sul monte Calpazio, come testimonia il Codex diplomaticus cavensis che riferisce dell'esistenza nel 989 di una chiesa dedicata alla Vergine situata in prossimità del castello di Capaccio Vecchio. Secondo una leggenda tramandata oralmente, l'immobile fu costruito dalle medesime maestranze che operarono sul duomo di Salerno. Tracce di un incendio hanno fatto pensare alla distruzione dell'edificio originario, forse di origine basiliana. L'attuale chiesa fu innalzata in posizione più arretrata e servì da alloggio per le truppe assedianti il castello di Capaccio durante il citato episodio. Il titolo di Santa Maria del Granato compare per la prima volta nel 1630; la venerabile statua è invece attestata a partire dalla prima metà del XVIII secolo, quando l'immagine non era permanentemente esposta a causa delle precarie condizioni del luogo. Nel corso del XIX secolo venne costruita una prima casa per accogliere i pellegrini, finché nel 1851 con la soppressione della diocesi di Paestum la chiesa fu elevata a santuario.
L'interno della chiesa
Lo splendido soffitto

Il complesso in origine era costituito da un edificio a tre navate e da una torre campanaria, cui a metà Ottocento è stato aggiunto un corpo di fabbrica a tre piani destinato a canonica. L'interno della chiesa è imponente, anche per effetto del pavimento in leggera salita che amplifica la sensazione di ascensione e accresce gli spazi. Una esauriente descrizione si trova sul sito del Catalogo Generale dei Beni Culturali.
«Le tre navate terminano in un transetto triabsidato, posto ad una quota maggiore di circa 0,56 m rispetto alla parte terminale delle navate, che a loro volta hanno il pavimento in forte pendenza (1,28 m di dislivello). Le navate laterali sono coperte da una serie di voltine a crociera sorrette da colonne mentre la navata centrale conserva la copertura a capriata più volte rifatta. Sul lato destro del transetto, superato un piccolo vano, si accede ad un ambiente absidato, a pianta quadrata, coperto da una pseudocupola impostata su pennacchi generati da una crociera; si tratta di una cappella del XIII secolo, con una copertura a timpani estradossati e un'alta cupola a pan di zucchero, che ha subito notevoli trasformazioni. La torre campanaria, di imponenti proporzioni, è posta sul lato sinistro del transetto; ha un basamento a scarpa e barbacani laterali.»
In fondo alla navata di destra c'è la statua della Vergine che sorregge la melagrana, una raffigurazione di origine greca. Alla foce del Sele, a poca distanza dal santuario, è infatti presente l'Heraion, un tempio dedicato alla dea Hera Argiva; qui è stata trovata una statua in marmo raffigurante la dea seduta in trono con una melagrana in mano. Sembrerebbe che il culto di Hera sia sopravvissuto in età cristiana, trasfigurato nella Madonna del Granato. Tornando alla statua, nel 1918 l'originale medioevale fu distrutta da un incendio, per cui nel 1921 venne collocata quella che è possibile ammirare oggi. L'opera d'arte più pregevole è invece il pulpito di epoca romanica a metà della navata centrale; è sorretto da tre esili colonnine ed è decorato con dischi e lastre marmoree policrome. La bassa volta è affrescata con motivi geometrici e scene di santi.
La statua
Il pulpito romanico
Particolare degli affreschi del pulpito

Da menzionare, infine, lo splendido panorama che si ammira dalla terrazza antistante il santuario. Le fotografie non rendono l'idea; basti dire che la vista spazia su tutta la piana del Sele, con la marina da Agropoli alla Costiera amalfitana, il monte Stella e il Cilento Antico, punta Licosa e i templi di Paestum.
Le fotografie sono liberamente riproducibili, purché ne venga indicata la provenienza da questo blog.
Il panorama dalla terrazza del santuario

8 agosto 2023

Le vecchie estati

«Fui giovane e felice un'estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo: quell'estate.»
Così scriveva Gesualdo Bufalino, condensando in poche e semplici battute il senso di un'intera stagione di vita.
«Summer's gone, a summer song,
you've wasted every day, every day.
Summer's gone, can't wipe it off my hands,
write it in the sand, in the sand.»
Così cantavano i Buffalo Tom in Summer, la canzone che più di tutte racchiude il senso di quei giorni felici e malinconici dei lontani anni Novanta.
Trascorro ogni estate alla ricerca di qualcosa che ricordi le vecchie estati: immagini, profumi, volti, percezioni. Frammenti del passato, scampoli di vita vissuta, rimembranze di giornate lunghissime e spensierate mi vengono a trovare quando ripercorro a piedi, in auto o in bicicletta, le stesse vecchie strade di quindici o vent'anni fa. C'è qualche buca in più, altrove l'asfalto è stato rifatto, lunghe cicatrici segnano la posa di nuovi cavi, eppure mi sembra che tutto sia immobile. Strade da muli, deserte di gente e di macchine. Ogni tanto una curva, un albero o un ponte ridestano un ricordo di giorni lontani. Pomeriggi di sole infiniti, senza ansie o preoccupazioni, quando settembre era una minaccia lontana e le vacanze si srotolavano lente e serene.
L'estate perduta è un topos nella poesia, musica e letteratura. Gli artisti spesso rievocano le estati della prima adolescenza: una perduta età dell'oro, stagione dei giochi ma anche delle prime brucianti delusioni e sofferenze. Mi vengono in mente Agostino di Moravia, Estate al lago di Vigevani, nonché un meraviglioso romanzo per ragazzi, Quell'estate al castello della Solinas Donghi. Ci dev'essere un motivo se tanti scrittori hanno voluto rammentare i giorni delle ferie estive, un motivo che va al di là delle mere ragioni narrative. L'estate richiama con ogni evidenza l'età verde della vita, l'idea che tutto si incastri perfettamente e che nulla possa inceppare il meccanismo. Anche le nuvole e le piogge sono passeggere. Non a caso, in alcuni dialetti meridionali l'estate è chiamata genericamente "la stagione", a volerle riconoscere un primato ontologico sulle altre.
C'è un momento nella vita in cui matura l'amara consapevolezza che tutte le estati che verranno non avranno più la poesia del passato. Alla "vacanza", che dà l'idea del vuoto, succedono le "ferie", un'effimera parentesi nell'infinito scorrere dei doveri. Subentra una vaga nostalgia, saudade la definirebbero i lusofoni. Eppure, per quanto si possano tendere le mani, ciò che è andato non potrà mai essere nuovamente afferrato.
E allora, rimangono i ricordi spensierati delle estati che furono: le porte con le chiavi attaccate; i libri del Battello a vapore; i muri scrostati; le case abbandonate; gli speciali della Bonelli; i Grandi Classici Disney; i gelati Gis; i gelati Eldorado; quelli che non ci sono più; quanti sono partiti e non sono tornati; chi mi aspettava davanti alla porta; i gonfiabili a forma di coccodrillo; l'Alfa 33 col motore boxer; la Fiat 131 arancione; le automobili senza aria condizionata; la Laverda Lesmo; la Cagiva Mito; lo stereo Aiwa; le telefonate dalla cabina; la mountain bike blu; le tasche senza telefonini; cinquemila lire in tasca; gli anziani seduti sulle panchine; gli anziani seduti davanti casa; le "piazzette" la sera; la Teneré della Yamaha; gli 883; Radio Monte Gelbison; gli Oasis e gli Smashing Pumpkins; i vecchi cilentani; le vecchie nel lutto sempiterno; l'acqua che mancava per giorni; i treni coi finestrini abbassati; gli intercity con gli scompartimenti a sei; gli acquazzoni pomeridiani; i flipper; i cabinati da bar; la cedrata Tassoni; le lucertole al sole; le Olimpiadi in televisione; le passeggiate nei boschi; giocare a Forza 4; le spiagge deserte; i ricordi svaniti; tutto quello che c'è ancora, ma allora aveva un altro sapore.

18 agosto 2022

L'anello del Monte Stella: un itinerario ciclo-turistico nel Cilento antico

Il Monte Stella (o della Stella) è un rilievo del Subappennino lucano che ha rivestito un ruolo centrale nella storia locale, sebbene la sua ridotta altezza di 1.131 metri non lo collochi tra le vette più alte del Cilento, che sono il Cervati (1.899 m), il Panormo (1.742 m) e il Faiatella (1.710 m). Mentre queste cime sono di grande interesse naturalistico, "la Stella" ha soprattutto una centralità storico-antropologica. E invero, l'area che si estende alle sue pendici corrisponde ai confini originari del Cilento, il cosiddetto Cilento antico. Non a caso gli unici paesi a cui è stato aggiunto nel nome il suffisso "Cilento" sono quelli che si trovano nelle vicinanze della Stella: Sessa, San Mango, Laureana, San Mauro, Prignano, Ogliastro, Mercato, San Martino. L'importanza del monte è confermata dal ritrovamento sulla cima di megaliti sicuramente disposti da mano umana. Secondo alcuni si tratterebbe dei resti di Petilia, la leggendaria capitale della confederazione dei Lucani che sarebbe stata circondata da mura spesse e inespugnabili. Secondo altri studi, i lastroni sarebbero più recenti, ruderi di una fortezza di epoca medioevale nota come Castrum Cilenti. Sulla cima inoltre si trovano due ulteriori punti di interesse: il piccolo santuario medioevale della Madonna della Stella e una grande base radar di proprietà Enav, la cui caratteristica cupola bianca (o radome) è visibile da tutto il circondario. La cima è raggiungibile a piedi, percorrendo numerosi sentieri, oppure in automobile seguendo la stretta ma panoramica strada asfaltata di sette chilometri che parte dall'abitato di Omignano.
La zona del Monte Stella si presta al ciclo-turismo ed è tradizionalmente battuta dagli appassionati delle due ruote. Solitamente i ciclisti seguono due itinerari principali: l'ascesa alla vetta e il cosiddetto anello. È chiamato "anello del monte Stella" un percorso circolare di circa ventinove chilometri che abbraccia le pendici della montagna. Lungo il suo tracciato si incrociano ben otto centri abitati: Mercato Cilento, San Mauro Cilento, Galdo, San Giovanni di Stella, Guarrazzano, Omignano, Sessa Cilento e San Mango. Il percorso è caratterizzato dall'alternanza di ripide salite e altrettante discese, con brevissimi tratti pianeggianti di solito in corrispondenza dei centri abitati.
Mappa del circuito noto come "anello del Monte Stella"

Partendo da Mercato, al bivio in cima al paese si deve svoltare a destra in direzione Serramezzana. Questo può essere convenzionalmente considerato l'inizio del giro per chi proviene dalla vecchia strada statale 18. I primi due chilometri, interamente nel bosco, sono di salita piuttosto intensa fino ad arrivare al valico in prossimità di Punta Carpinina.
Il bivio da cui inizia il percorso
Il tratto boscoso che conduce al valico di Punta Carpinina
Segnaletica in prossimità di Punta Carpinina

Superato il valico inizia una lunga e panoramica discesa: sulla sinistra il versante del Monte Stella con il radome in evidenza, sulla destra il dolce declivio che conduce alle zone costiere. In una curva prima di arrivare all'abitato di San Mauro, sulla sinistra è facilmente riconoscibile un punto di sosta nel bosco con una provvidenziale fontana. La strada prosegue e si attraversa il grazioso comune di San Mauro Cilento, in località detta Casal Soprano. Poco dopo il municipio si arriva a un altro bivio: svoltando a destra si va verso il mare, mentre l'anello prosegue a sinistra.
La fontana prima di San Mauro
Verso San Mauro

Lasciato San Mauro, il percorso continua in falsopiano tra boschi e orti per raggiungere Galdo, frazione della celebre Pollica. Superata la piazzetta di Galdo, bisogna svoltare a sinistra al bivio per San Giovanni. Da qui inizia la parte più selvaggia e panoramica dell'anello, attraversando un lungo tratto praticamente disabitato in mezzo alla natura. Un raccordo quasi pianeggiante conduce alle due frazioni del comune di Stella Cilento, San Giovanni e Guarrazzano: due villaggi ameni e silenziosi alle pendici del monte.
Ingresso a Galdo
Il bivio dopo Galdo

Verso San Giovanni e Guarrazzano

L'ultimo tratto del percorso conduce a Omignano, dove ci si può ristorare alla Fontana dei Santi, celebre in tutto il circondario per le sue acque fresche. La strada riprende a salire e si passa per Sessa Cilento e la sua frazione San Mango, casale fondato nell'anno Mille e ricco di storia e di fresche sorgenti. Superato San Mango, si affronta l'ultimo tratto in costante e regolare salita. Si giunge così nuovamente al punto di partenza di Mercato Cilento, dopo aver pedalato per quasi trenta chilometri nel cuore del Cilento antico. Ovviamente l'anello può essere percorso anche a piedi o in moto, ma è la bicicletta il mezzo più adatto per coglierne appieno ogni sfumatura.
Sessa Cilento vista da Omignano

2 ottobre 2021

I giganti silenziosi del Monte Stella

Il Monte Stella (o della Stella) è un rilievo del Subappennino lucano che ha rivestito un ruolo centrale nella storia locale, sebbene non appartenga alla schiera dei giganti del Cilento, ossia il Cervati (1.899 m), il Panormo (1.742 m), il Faiatella (1.710 m) e il Gelbison (1.705 m). Nonostante la ridotta altezza di 1.131 metri, "la Stella" ha una centralità storico-antropologica che la rende più importante dei rilievi citati.

In primo luogo, va ricordato che l'area che si estende alle sue pendici corrisponde ai confini originari del Cilento, il cosiddetto "Cilento antico". Nei tempi passati, la regione era identificata con il territorio "al di qua del fiume Alento", dunque in prossimità del monte. Non è un caso che gli unici paesi a cui sia stato aggiunto nel nome il suffisso "Cilento" siano quelli che si trovano alle pendici o nelle vicinanze della Stella: Sessa, San Mango, Laureana, San Mauro, Prignano, Ogliastro, San Martino. Secondo alcune ricostruzioni storiche, sulla cima del monte sorgeva Petilia, mitica capitale della confederazione dei Lucani, circondata da mura megalitiche e inespugnabili di cui tuttora rimangono tracce. Secondo altri quei massi sarebbero i resti di una fortezza di epoca medioevale, nota come Castrum Cilenti; anche in questo caso ritorna il legame tra la montagna e l'area di riferimento.
Oggi la vetta è raggiungibile percorrendo a piedi numerosi sentieri, oppure seguendo una comoda strada asfaltata di sette chilometri che parte dall'abitato di Omignano. Arrivati in cima si gode un magnifico panorama che spazia dalla Piana del Sele a Capo Palinuro, nonostante la presenza di un'ingombrante base radar di proprietà Enav. Sulla vetta troneggia inoltre la chiesa della Madonna del Monte della Stella, una delle "sette sorelle" della tradizione locale, oggetto di secolare devozione.
Panorama dalla vetta
Tra i tanti punti di interesse storico-naturalistico del monte, segnalo un percorso breve, agevole e facilmente raggiungibile, che conduce a tre alberi di castagno millenari. I cosiddetti castagnoni cilentani sono dei veri e propri monumenti naturali. Sono tra i castagni più antichi d'Europa, in quanto la loro messa a dimora sarebbe avvenuta tra il V e il X secolo dopo Cristo, oltre mille anni fa. I tre giganti hanno una circonferenza alla base che va dai quindici ai ventuno metri; le parole e le fotografie danno un'idea, ma soltanto vedendoli dal vivo è possibile comprenderne davvero l'eccezionalità. La strada più agevole per raggiungerli è quella asfaltata che parte da Omignano e arriva sulla vetta; i castagnoni si trovano più o meno a metà del percorso, a circa tre chilometri dal centro abitato. L'imbocco del sentiero si trova presso un tornante ed è ben segnalato da un cartello in legno e da alcuni massi scolpiti che raffigurano la Madonna del Monte. Il sentiero è stretto ma facilmente percorribile e i tre castagnoni sono a breve distanza l'uno dall'altro, sulla sinistra. Come ho detto, le parole e le immagini non rendono l'idea di cosa significhi trovarsi di fronte a esseri viventi che hanno attraversato epoche e mutamenti storici, che erano lì ai tempi dei Longobardi e degli Angioini. Se i tronchi rugosi potessero parlare, potrebbero chiarirci tanti punti oscuri della storia cilentana, raccontarci del Castrum Cilenti, dei monaci basiliani e finanche dei briganti che cercavano rifugio nei boschi della Stella. Purtroppo questi giganti serbano gelosamente il loro silenzio e chiedono che venga rispettato, almeno per altri mille anni.
Ringrazio Irene Nigro per avermi accompagnato e per le fotografie. Le immagini sono liberamente utilizzabili, purché venga indicata la fonte.
Il tornante da cui parte il sentiero per i castagnoni
Il cippo all'imbocco del sentiero


Il primo castagno gigante


Il secondo castagnone



Particolare del tronco del terzo albero

28 agosto 2021

Percorsi cilentani: la Preta Perciata e il punto panoramico Postiglione

Il percorso “Magliano Nuovo – Postiglione” è uno dei più suggestivi itinerari naturalistici del Parco Nazionale del Cilento. Parte da Magliano Nuovo, frazione di Magliano Vetere, casale arditamente aggrappato a una cresta rocciosa, teatro nel 1863 di uno degli episodi più drammatici della storia locale, ossia lo scontro tra i legittimisti guidati dall'avvocato/brigante Giuseppe Tardio e le truppe unitarie e della Guardia nazionale. Il sentiero termina alle Gole del Calore, altro gioiello naturalistico situato nel territorio comunale di Felitto.

Il percorso è suddiviso in quattro tratti, di lunghezza e difficoltà variabili. Il primo va dal paese di Magliano al passo di Preta Perciata, il secondo arriva fino al punto panoramico detto Postiglione, il terzo giunge al ponte medievale di Magliano e l'ultimo si conclude alle Gole del Calore. Per ragioni di tempo ho potuto percorrere solo i primi due tratti, che presentano alcuni punti di sicuro interesse naturalistico: il valico della Preta Perciata e l'area panoramica del Postiglione.

In cilentano “preta perciata” significa “pietra bucata”, toponimo che potrebbe avere due differenti origini. In primis, il nome deriverebbe dal fatto che il passo è scavato nella roccia e che anticamente si trattava di un breve tunnel, fino all'epoca in cui la copertura di pietra è stata rimossa per favorire la moderna viabilità veicolare. In alternativa, il toponimo potrebbe essere un riferimento dialettale all'adiacente piccola grotta, per l'appunto una “roccia bucata”. La cavità è visitabile ed è possibile sostare su uno spiazzo con area ristoro da cui si gode una splendida vista; il valico infatti separa le valli di due importanti fiumi cilentani, il Calore Salernitano e il nobile Alento (come lo definì Cicerone).
Il passo della Preta Perciata

La grotta
L'area di ristoro adiacente al passo

Dal passo ha inizio la seconda parte del percorso, immerso in una natura rigogliosa e selvaggia. Per i primi duecento metri il sentiero è pavimentato in pietra, poi diventa sterrato. Si arriva quindi a un primo bivio. Svoltando a sinistra si va verso il punto panoramico del Postiglione, mentre a destra si entra in un bosco di castagni e si intraprende il lungo itinerario in discesa che porta al ponte medievale e infine alle Gole del Calore.
Come dicevo, ho optato per il punto panoramico, svoltando a sinistra. Subito dopo il bivio c'è un rifugio in legno, con la porta aperta, che offre ricetto agli escursionisti. Superata la costruzione, il sentiero si restringe e si entra nella macchia. Da questo punto la stradina prosegue sotto l'ombra degli alberi ad alto fusto. Il percorso è abbellito da alcune teste scolpite in pietra ed è segnalato da provvidenziali staccionate, che oltre a offrire un sostegno nei punti più impervi, servono anche a delimitare il sentiero, azzerando il rischio di smarrirsi. Dopo una discesa di mezz'ora circa, si arriva al punto panoramico Postiglione, che conclude questo tratto dell'itinerario. Per chi volesse proseguire verso il ponte medievale, l'unica soluzione è quella di risalire e tornare al bivio. L'area panoramica ha la forma di un vasto emiciclo irregolare sgombro di vegetazione; vi sono alcuni spalti in legno dove è possibile sedersi e riposare. Il panorama che si gode dalla terrazza abbraccia la valle del Calore, le montagne intorno, i crinali boscosi e i centri abitati del Cilento interno. La spettacolare visuale spazia dal cielo al fondovalle, dove scroscia il placido fiume Calore.
Ringrazio Sara Nigro per le fotografie.
Particolare del sentiero verso il punto panoramico
Il punto panoramico Postiglione
Particolare del panorama

30 maggio 2021

"Il balordo" di Piero Chiara: il dolce veleno del lasciarsi vivere

Sono tante le perle nascoste della letteratura italiana del Novecento, una moltitudine di opere che non hanno goduto della fama di altre, pur meritando di entrare a pieno titolo nel novero dei classici. Il discorso calza a pennello per Il balordo, romanzo di Piero Chiara pubblicato nel 1967. Oggi è quasi dimenticato, nonostante un'invidiabile freschezza di scrittura e la sottile ironia che l'attraversa da cima a fondo. Parlare di un capolavoro forse è troppo, ma di sicuro può essere collocato tra i grandi romanzi del Novecento per la profonda capacità d'analisi di un'epoca storica e di un Paese, l'Italia, a cavallo tra la fine del regime e i primi sussulti della rinata democrazia.
Il romanzo è ambientato negli anni del Fascismo, in una cittadina sulla sponda di un lago, facilmente identificabile con Luino. Qui vive Anselmo Bordigoni, detto Bordìga, maestro di scuola e talentuoso musicista di fama locale. Per una serie incredibile di coincidenze e fraintendimenti, il Bordigoni viene accusato di tenere condotte contrarie alla morale; sono maldicenze, ma lo porteranno prima al licenziamento e poi all'applicazione della misura di polizia del confino triennale. Le autorità di pubblica sicurezza lo destinano ad Altavilla del Cilento – l'attuale Altavilla Silentina –, dove l'oscuro maestro è riverito come un grande musicista e vive la più feconda e serena stagione della sua vita. Per un'ulteriore serie di rocambolesche circostanze e fraintendimenti, il Bordìga viene arruolato come maestro di banda dagli Alleati sbarcati a Salerno, per fare infine ritorno al suo paese natale in una nuova imprevedibile veste. 
Il romanzo si regge sulla maestosa figura di Anselmo Bordigoni, archetipo dell'uomo che si lascia vivere, senza farsi domande né tentare di piegare la sorte al suo volere. Anzi, egli si adegua a capo chino ai mille rovesci della fortuna e li accetta di buon grado, con un atteggiamento a metà strada tra l'imperturbabilità del saggio e l'incoscienza del bruto. È l'antitesi dell'homo faber, colui che costruisce il proprio destino col sudore della fronte e il duro impegno; al Bordigoni, invece, per avere successo è sufficiente essere se stesso e attendere che qualcosa di imprevedibile accada. Basti pensare che le frasi da lui pronunziate si contano sulle dita di due mani, nonostante il libro si snodi in un arco di tempo che supera i due lustri. In questo egli è un “balordo”, un personaggio un po' tocco, strampalato, eppure portatore di una personalità così decisa che alla fine sarà la gloria a bussare alla sua porta, senza che egli l'abbia rincorsa. E non è un caso che egli trovi il suo habitat naturale ad Altavilla del Cilento, in quel Meridione quieto e operoso che accoglie gli artisti, specie se forestieri, considerandoli affetti da una divina follia. E se è vero che il Bordìga è il mattatore della storia, c'è tutto un contorno di personaggi minori, un pullulare di altri “balordi” che meriterebbero un romanzo a sé: cito solo il dentista spretato Maldifassi e il sinistro barbiere Duodenale. 
Il balordo è un romanzo che rimane impresso nella mente per tante ragioni. In primis, indimenticabile è la figura del protagonista, così eccentrica rispetto ai caratteri dominanti della letteratura del secolo scorso. Il classico personaggio novecentesco è un uomo tormentato e complesso, sconosciuto persino a se stesso, che rimugina sui casi della vita macerandosi nell'incapacità di trovarle un senso autentico e definito. Il Bordigoni, invece, attraversa i principali eventi del “secolo breve” con indolenza e passiva rassegnazione, guardandosi bene dall'addentrarsi in futili e faticose autoanalisi. E questa pacatezza d'animo è la chiave del suo successo; non a caso, ovunque lui metta mano, si compie un piccolo miracolo. In secondo luogo, da cilentano, non posso che ringraziare Piero Chiara per le belle pagine dedicate al popolo del Cilento. In questo romanzo di splendidi contrasti, il confino è quasi un paradiso, al punto che il Bordìga, sostentato dallo Stato e circondato da nuovi amici, ad Altavilla è felice e spensierato. Con ciò non voglio affatto dire che Chiara abbia voluto sminuire la drammatica e dolorosa esperienza del confino; semplicemente, il romanzo va letto attraverso la lente dell'ironia, senza addentrarsi in considerazioni politiche. Ad ogni buon conto, e questo è il terzo merito, Il balordo è un feroce atto d'accusa contro certa borghesia benpensante, che nasconde dietro gli scandali degli altri la propria grettezza e pochezza intellettuale. Una classe che, gettando fango sui più deboli, etichettati come balordi, cerca di elevarsi per contrasto, come un giudice tiranno che si illude di essere al di sopra delle parti.

14 ottobre 2020

San Galgano nel cuore del Cilento

L'abbazia di San Galgano, in Toscana, è universalmente nota per avere il cielo come volta, in quanto, dopo il crollo del tetto, sono rimaste in piedi soltanto le mura perimetrali. La peculiare situazione di rovina consente tuttavia di ammirare e studiare nei minimi dettagli la struttura architettonica. Un edificio simile, anche se poco noto, si trova nel comune di Sessa Cilento, a valle della frazione di San Mango, nell'area geografica denominata “Cilento antico” o “Alto Cilento”, comprendente i casali sorti alle pendici del monte Stella e attraversati dal corso del fiume Alento. Si tratta dei ruderi della Chiesa di Santa Maria degli Eremiti, che nel nome ricorda gli anacoreti che la abitarono, alla ricerca di spiritualità e silenzio lontano dal consorzio umano. Come detto, si trova fuori l'abitato di San Mango, in uno spiazzo denominato Largo degli Abati Cavensi, a memoria della secolare giurisdizione che i monaci della Badia di Cava ebbero su questo luogo suggestivo.
Un benemerito cartello antistante le rovine consente agli sparuti visitatori di conoscere la storia dell'edificio. Apprendiamo che la chiesa viene citata per la prima volta in un documento del 1329, anche se si ipotizza un'origine più antica. Dal resoconto di una visita pastorale del 1505 sappiamo che era composta da una navata centrale con l'altare maggiore e da cappelle laterali minori, dedicate ai santi. Una serie di iscrizioni murate indicano che la fabbrica originaria è stata ampliata nel tempo, fino a raggiungere dimensioni considerevoli, testimoniate dalle imponenti rovine. Per oltre quattro secoli fu parrocchia per le comunità di San Mango, Castagneta e Santa Lucia, per essere infine abbandonata nell'Ottocento perché pericolante. Dopo un lungo periodo di oblio è stata oggetto di una meritoria opera di recupero e di consolidamento, che ci consente di ammirarla com'è oggi. 
Troneggia intatto il campanile, costruito negli anni 1543-1547 e integralmente recuperato. Si caratterizza perché è separato dal corpo principale della chiesa, peculiarità che si ritrova anche nella vicina cappella cimiteriale di Santa Maria delle Valletelle. Sul perché di questa scelta anomala è possibile fare una congettura, ipotizzando che questi campanili avessero anche il ruolo di torri di avvistamento, o che siano stati riutilizzati in funzione sacra dopo aver prestato una funzione difensiva. Il resto sono ruderi, che lasciano ampio spazio all'immaginazione, ma danno un'idea sufficientemente definita di come doveva essere l'eremo. Rimangono in piedi alcuni muri perimetrali, le nicchie che ospitavano le statue, parte dell'abside, gli archi che separavano il transetto, le finestre strette come feritoie, le scale che conducevano alla cripta, i basamenti delle colonne. Il tutto è messo in sicurezza e liberamente fruibile dal pubblico, prestando comunque un minimo di attenzione a dove si mettono i piedi. 
Ovvio che il paragone con il sito di San Galgano ha un valore puramente indicativo, né deve essere preso alla lettera. L'abbazia toscana è universalmente nota e meglio conservata, con le mura perimetrali, l'abside e la facciata praticamente intatti. Tuttavia, pur con le debite cautele, il paragone non è del tutto peregrino, né azzardato: le rovine di Santa Maria degli Eremiti conservano infatti il medesimo fascino della decadenza, il segno tangibile che le opere e l'ingegno umano sono destinati a soccombere di fronte all'ineluttabile scorrere del tempo
Ringrazio Irene Nigro per le fotografie, che lascio al libero utilizzo, purché ne venga citata la provenienza da questo blog.
Una visione d'insieme del sito di Santa Maria degli Eremiti
I ruderi del fabbricato
Il campanile di Santa Maria degli Eremiti
Il campanile della vicina chiesa di Santa Maria delle Valletelle
Ruderi della navata centrale
Particolare del transetto
Il basamento di una colonna
Particolare dell'abside
L'accesso alla cripta
Ruderi del transetto