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2 gennaio 2021

"L'apprendista del sole" di Gian Piero Bona: il Divino è nel cuore di ogni uomo

Gian Piero Bona, il “poète extraordinaire” secondo la definizione di Jean Cocteau, ci ha lasciati lo scorso 27 ottobre, all'alba dei suoi novantaquattro anni. Praticamente nessuno ne ha parlato, salvo due articoli sul Corriere della Sera e La Stampa. È stato poeta, romanziere, traduttore e fine esoterista, conosciuto soprattutto per lo scandaloso esordio de Il soldato nudo (1960) e l'intenso Il silenzio delle cicale (1981), vincitore del Premio selezione Campiello. Le sue ultime fatiche sono il romanzo autobiografico L'amico ebreo (2016) e la raccolta lirica La volontà del vento (2018). Figura eccentrica e controcorrente, al di fuori delle logiche partitiche e partigiane del mondo culturale italiano, Bona meriterebbe di essere riletto e riscoperto. Ben venga allora l'iniziativa della casa editrice Lindau, che ha ristampato diverse sue opere fuori catalogo da anni.
L'apprendista del sole rappresenta un unicum nel panorama letterario tricolore, un romanzo che si distacca da tutta la produzione nostrana, un esperimento coraggioso e fuori dai canoni. La ristampa a cura della Lindau segue l'originale prima edizione Rusconi del 1989, all'epoca recensita persino da Eugène Ionesco, che disse di aver trovato nel romanzo di Bona «quel grande spirito dell'altrove verso il quale tendono tutti i veri scrittori». L'apprendista del sole è un romanzo di formazione, un viaggio iniziatico alla scoperta di sé, che ricorda Siddharta di Hesse o Il Profeta di Gibran (di cui, non a caso, Bona è stato il primo traduttore italiano). Il protagonista è Ondo, un giovane che «conteneva in sé due persone che lottavano, odiandosi, senza che l'una sull'altra avesse mai il sopravvento». Ondo proviene da una famiglia ricca, ma la ricchezza che gli ha donato la sorte non lo soddisfa; è un ragazzo dotato di una sensibilità spiccata, che tuttavia è una maledizione, perché lo rende dubbioso e sconosciuto a se stesso. Malinconico e chiuso, tormentato e inquieto, vuole trovare la Via, ovvero la strada per la perfetta e piena comprensione di sé e del mondo. 
«Eppure una via c'è, per ciascuno. Che uno la trovi non conta. Conta il sapere che c'è. Sarà la via un giorno a trovare noi.»
Così Ondo parte, lascia la casa e i familiari e si imbarca sul Fuiadeh, una nave cargo diretta in Egitto. Per lunghi anni viaggia in lungo e in largo in Oriente: vive ad Alessandria, Porto Said, Beirut, Baghdad, Istanbul. Conosce tante persone e vive molteplici esperienze, spesso antitetiche: la ricchezza e la miseria, la fatica e l'indolenza, l'amore puro e quello mercenario, la carnalità e il misticismo, il vizio sfrenato e la virtù monastica, il vuoto del cuore e la pienezza dello spirito. Il suo è un viaggio iniziatico, guidato dal sufi Mohamed, figura mistica e di grande potenza evocativa. Più volte il protagonista inciampa, più volte sembra prendere una strada sbagliata; eppure alla fine la sua ricerca è coronata dal successo, quando scopre che il Dio che cercava è in realtà in sé, perché il principio divino abita in tutti gli uomini e nelle loro passioni. Viene in mente il testo di Visioni, scritta da Juri Camisasca per Alice: «più lontano vai, sempre meno conosci». E ancora, Claudio Rocchi che cantava che «Dio è dentro, nel cuore di ogni uomo». Gli scrittori e i cantanti nostrani che si sono avvicinati alla filosofia e al misticismo dell'Asia sembrano aver capito questa costante del pensiero orientale: il divino non è altro da noi, né è più in alto, ma è in noi, è il soffio che dà vita alle membra e direzione alla nostra anima. Ecco perché alla fine del viaggio Ondo ritorna al paese natale, perché il suo ciclo si è compiuto e non avrebbe più senso spostarsi nello spazio. 
«Tu non sei solo, sei una miriade di forme in cui risplende l'unica luce, l'unica essenza che trasmigra rimanendo sempre la stessa.»
Diversi gli spunti autobiografici che rimandano all'esperienza dello scrittore: il padre industriale, l'avita dimora di famiglia, i viaggi in Oriente, la fascinazione dell'esoterismo, il tema dell'uscire da sé, la doppiezza dell'amore carnale e spirituale. Molti anche i rimandi al resto della sua produzione letteraria; esiste un legame tra Ondo e Tristano, il protagonista de Il silenzio delle cicale. Anche il secondo è l'unico superstite di un naufragio, anche lui vaga nel mondo e tra i ricordi alla ricerca di una forma costante e immutabile del proprio essere. Solo che, mentre Ondo trova infine una composizione, Tristano è l'emblema dell'uomo a metà, l'esito di un imperdonabile fallimento.
L'apprendista del sole non è una lettura agevole. È un libro pregno di simbolismi e intriso di un misticismo serio, colto e ragionato. Bona non offre idee di seconda mano, ma sa rielaborare – e finanche spiegare, sia pure attraverso metafore – pensieri profondi che attengono alle grandi domande universali. Non nascondo che è stata una lettura a tratti faticosa, perché i concetti che si dipanano nel libro sono tanti e non sempre immediati; rimane comunque un romanzo originale e imprevedibile, una piacevole deviazione rispetto alla linea retta della letteratura italiana del tardo Novecento.
La recente ristampa curata da Lindau

8 marzo 2019

"La sorella" di Sándor Márai: la vita può essere un veleno

Intesa come patologia fisica, oppure quale stato di prostrazione emotiva, la malattia è un vero e proprio topos della letteratura europea del Novecento. Non a caso il “malato” è protagonista di tanti celebri romanzi dello scorso secolo, da La montagna incantata a La coscienza di Zeno. Si potrebbe persino azzardare che il malessere sia il tratto distintivo dell’uomo contemporaneo, perché se è vero che la società del benessere ci ha liberati dall'ansia del pane, è al contempo indiscutibile che abbia gravato l’Occidente di un carico di nevrosi prima sconosciute. Forse per questo Márai non rivela i nomi dei personaggi; li identifica con un’iniziale, come a voler dire che nessuna vicenda ha una portata soltanto individuale, ma ognuna riguarda la natura profonda e universale dell’umanità.
Il protagonista del libro è Z., un celebre pianista e compositore ungherese che si ammala di un oscuro morbo mentre si trova a Firenze, invitato dal Governo italiano a tenere una serie di concerti. Sono i mesi convulsi che precedono lo scoppio del secondo conflitto mondiale, ed è il mondo intero a sembrare malato. In questo senso la vicenda di Z. travalica l’aspetto personale, per assurgere a simbolo di un’epoca tragica. Z. viene ricoverato in una clinica d’élite, accudito amorevolmente da due medici e quattro suore infermiere, diversissime per temperamento eppure complementari. Sono loro, più che i dottori, a contribuire alla guarigione di Z., con una dedizione che non è solo professionale, ma si avvicina alla più alta manifestazione dell’essere donna, la maternità. Il loro amore disinteressato e casto è la forza costruttiva che bilancia l’impeto distruttivo dell’amore carnale.
Un punto resta avvolto dal mistero: quale sia la malattia di cui è affetto Z. Márai non lo rivela, perché d'altronde, come afferma anche il medico che ha in cura il pianista, una parola latina vale un’altra e non risolve l’enigma. Le interpretazioni possono essere tantissime, dalla sclerosi amiotrofica alla depressione, passando per la tesi secondo cui la malattia sarebbe solo una generica metafora del male di vivere. Eppure c’è un punto del libro che, a mio avviso, ne è la chiave di volta. Sono due righe in tutto, ma contengono un’inaspettata rivelazione.
«La vita diventa un veleno se non crediamo in essa, quando non è che un mezzo per saziare la vanità, l’ambizione, l’invidia.»
Il male di Z. è dunque la vita stessa. È una risposta cruda ed estrema, che non lascia scampo, eppure è l’unica verità. La sua non è una vita qualsiasi, ma un’esistenza straordinaria votata all'abnegazione e al sacrificio. Abnegazione perché Z. rinuncia a tutto per amore della musica, da lui considerata la massima espressione dell’animo umano. Sacrificio perché è tramite la musica che conosce E., donna sposata ad un suo caro amico, che lo avvince in una passione tanto intensa quanto insoddisfatta. Musica e passione sono le due entità che prosciugano le forze di Z. giorno dopo giorno, fino a condurlo alla paralisi. La malattia nasce così dagli irrisolti conflitti, dai paradossi che soffocano un animo destinato alla grandezza. Z. è celebre e acclamato in tutto il mondo, eppure è solo. Ha talento da vendere e per questo attira su di sé invidie. Ha dedicato ogni sua energia all'arte, fino ad esserne sopraffatto. In più, ama una donna che non può ricambiare con il medesimo ardore. Questo è il male di vivere che giorno dopo giorno si addensa su di lui, come un veleno inoculato a piccole dosi, fino a diventare letale. Esiste un rimedio? Forse sì, ma ha il sapore della rinuncia.
«Non so che cosa sia la felicità. Ma se una condizione di assenza di desiderio, di totale appagamento, di coscienza della realtà informata dalla gratitudine e dall'umiltà non assomiglia alla felicità, allora non sono curioso di conoscere tale stato d’animo.»
La sorella è un libro difficile, a tratti ostico, ma non si può non definirlo grandioso. È un’opera labirintica, a più livelli, nel senso che la prima lettura non le rende completamente giustizia, perché è impossibile coglierne subito tutte le possibili sfumature. In fondo, però, tante parole non servono; basti dire che è uno dei vertici della letteratura europea del Novecento.

21 novembre 2018

"Un uomo finito" di Giovanni Papini: autobiografia di un cervello che voleva raggiungere il Tutto

Il manuale di letteratura che adottava la mia professoressa alle superiori, il famoso Guglielmino – Grosser, era assai ostico per noi studenti, ma aveva il pregio di dedicare qualche pagina anche agli autori meno noti, che attiravano la mia attenzione più degli indigesti classici. Su Giovanni Papini (1881 – 1956) pochi cenni biobibliografici e un’informazione che a distanza di anni echeggia ancora nella memoria. Secondo il manuale, Un uomo finito (1912) in origine avrebbe dovuto intitolarsi Storia di un cervello, o qualcosa di simile. E in effetti il libro più celebre di Papini è proprio il racconto delle elucubrazioni di una mente non ordinaria, guidata da inesausti sogni di grandezza e destinata a lasciare una traccia profonda nella letteratura italiana. Un’autobiografia, dunque, ma non nel senso tradizionale del termine. Papini rievoca i primi trent’anni della sua esistenza senza soffermarsi tanto sulle vicende umane, quanto piuttosto sui moti inquieti di uno spirito grande che avrebbe voluto essere grandissimo.
In questa autobiografia precoce, Papini ripercorre l’infanzia passata tra i pochi libri di casa, l’adolescenza spesa nelle sale polverose delle biblioteche, la giovinezza ossessionata da una «smania di sapere» che finisce per guastargli gli occhi e prostrargli lo spirito. Grazie alla vivace intelligenza, da imberbe discepolo diventa un maestro riconosciuto e ricercato, egualmente stimato e odiato dalle accademie e dall'élite culturale del Paese. Sono gli anni delle polemiche incessanti attraverso i giornali, delle lettere e dei pamphlet velenosi, che culmineranno nella fondazione della rivista Leonardo, vero e proprio baluardo dei giovani intellettuali incendiari e polemici.
Un uomo finito non è solo un episodio isolato ma decisivo della letteratura italiana del Novecento, ma un vero e proprio “libro di culto”, secondo una definizione oggi molto in voga. All'epoca della sua pubblicazione ebbe grande successo soprattutto presso la gioventù ribelle, delusa dall'immobilismo dell'Italia liberale e umbertina. Erano giovani dai quindici ai trentacinque anni, desiderosi di cambiare il Paese, convinti che ci fosse una nuova razza da costruire. Nei fatti, gli stessi ragazzi che sarebbero stati travolti prima dal mito della guerra “sola igiene del mondo” e poi dal miraggio della rivoluzione fascista. Nelle pagine più fulgide, Papini ci presenta ribelli scapigliati, «poeti delicatissimi, pittori misteriosi e funerei, violinisti mezzi matti», filosofi imbevuti di misticismo e altri personaggi che traboccano di vitalità intellettuale. Papini non è però soddisfatto di essere un primus inter pares; egli vuole elevarsi al pari di un messia, e sarà proprio la smodata ambizione a condurlo alla rovina, a renderlo un uomo finito anzitempo.
La straordinaria modernità del romanzo è principalmente nello stile: la scrittura è roboante, convulsa, quasi violenta. Si pensi al fulminante esordio: «io non son mai stato bambino, non ho avuto fanciullezza». Da solo è già una lettera d’intenti, uno strale capace di rivoltare l’immagine di un’Italia sonnolenta da Libro Cuore. È altresì vero che in più punti la lettura è ostica, specialmente quando Papini si dilunga in complicate dissertazioni filosofiche, morali o religiose. Resta però il fatto che l’autore toscano non pecca certo di sincerità; anzi, si mette a nudo pagina dopo pagina, senza timore di essere giudicato dai suoi simili. D’altronde, se pure ha fallito, ciò non è accaduto perché non avesse i mezzi per arrivare in alto, ma perché troppo alte erano le ambizioni.
«E se dopo avermi ascoltato crederete lo stesso, a dispetto dei miei propositi, ch’io sia davvero un uomo finito, dovrete almen confessare ch’io son finito perché volli incominciar troppe cose e che non son più nulla perché volli esser tutto.»

Copertina di un'edizione Vallecchi del 1952