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13 luglio 2026

"Le ceneri di Angela" di Frank McCourt: miserie d'Irlanda

Di solito diffido delle recensioni entusiastiche, perché in più di un'occasione sono rimasto deluso dopo aver letto un libro caldamente consigliato. Questa volta i miei pregiudizi sono stati smentiti, perché Le ceneri di Angela è esattamente come viene descritto da centinaia di lettori sulla rete: un romanzo bellissimo e indimenticabile che fa sorridere e commuovere. Si tratta di un'opera autobiografica, il racconto della prima stagione di vita dello scrittore, fino al compimento dei diciannove anni.
Frank McCourt nacque negli Stati Uniti da una famiglia di emigrati irlandesi cattolici; tuttavia, quando era ancora un bambino, i genitori decisero sciaguratamente di tornare nella madrepatria, nella speranza che nel paese natale avrebbero potuto superare un grave lutto. Mai speranza fu più mal riposta. In questo romanzo McCourt rievoca gli anni trascorsi in Irlanda, nella cittadina di Limerick, in una condizione di forte indigenza che rasentava la miseria più nera. Come scrive nel celebre incipit, la sua non è stata "un'infanzia infelice qualunque", ma un'infanzia infelice irlandese e cattolica, il che è peggio ancora. Il romanzo è scritto secondo il punto di vista di un bambino, Frank per l'appunto, che racconta con occhio ingenuo ma non privo di acume le tragiche vicende della propria famiglia. Il padre era uno scansafatiche ubriacone che non riusciva mai a tenersi un lavoro e sperperava al pub i pochi soldi che guadagnava; ciononostante, era un padre affettuoso e in qualche misura presente nella vita dei figli. Frank non usa mai parole dure nei suoi confronti, come se la distanza tra il tempo degli avvenimenti e il tempo della narrazione avesse appianato i contrasti e mitigato i giudizi. Angela è la madre di Frank, una donna che tra lutti e desolazione cerca in tutti i modi di proteggere gli amati figli; il suo sguardo muto e attonito davanti alle ceneri del focolare è l'immagine che dà il titolo al libro. Infine ci sono i fratelli del protagonista: Malachy, Michael e Alphonsus, a cui il libro è dedicato.
L'infanzia di Frank è caratterizzata da innumerevoli eventi dolorosi: la morte di due fratelli gemelli e una sorella, la miseria più nera, la convivenza con topi e pidocchi, la fame implacabile, le angherie di vicini e insegnanti, il freddo, la malattia e l'abbandono. Eppure, le pagine sono attraversate da una commovente tenerezza; il libro stesso, si potrebbe dire, è una stupenda dichiarazione d'affetto verso i suoi familiari. Rimangono impresse in particolare le parti che descrivono il rapporto con i fratelli: un legame profondo e sincero, cementato proprio dalle comuni sofferenze.
Non mancano strali contro l'Irlanda, madre e matrigna. L'Irlanda degli anni Trenta e Quaranta è descritta come un paese ormai libero dal giogo inglese, ma caratterizzato da ampie sacche di miseria, dove numerosi nuclei familiari sopravvivono grazie agli esigui sussidi statali, mentre la tubercolosi miete ancora tante vittime. McCourt descrive una nazione che si fa vanto dell'indipendenza conquistata di recente e tuttavia non riesce a fermare un flusso migratorio verso l'Inghilterra e gli Stati Uniti che assume l'aspetto di un'emorragia. Il cattolicesimo intransigente è un altro bersaglio delle frecciate di McCourt, sebbene egli adotti un atteggiamento ambivalente, che è un po' la cifra dello spirito irlandese. Da un lato, vengono descritti gli aspetti più castranti di una fede assolutizzante, dall'altro, il cattolicesimo è riconosciuto come parte essenziale dell'identità di un popolo, porto sicuro in cui rifugiarsi nei momenti di sconforto.
C'è da interrogarsi su quali siano state le ragioni di un successo inaspettato che nel 1996 portò alla ribalta questo semisconosciuto insegnante, vincitore del Premio Pulitzer con un memoir autobiografico che ha il taglio dei grandi romanzi di formazione del Novecento. A mio avviso, la principale ragione del successo è nel tono tragicomico della narrazione. McCourt ha la rara capacità di raccontare persino le tragedie con un tocco leggero e mai lacrimevole, usando il filtro dell'ironia tipico dell'adulto, unitamente allo sguardo disincantato del bambino. E ciò non toglie drammaticità alla narrazione, anzi la esalta. Si pensi a una delle scene più forti, quando il padre di Frank va a comprare una piccola bara bianca per uno dei suoi bambini morti e, prima di ritornare a casa, si ferma al pub, usando la cassa come tavolino per appoggiare il boccale di birra. Una scena di un estremo squallore e sacrilegio che tuttavia McCourt descrive attraverso gli occhi del sé bambino, attenuando così il senso di profanazione.
Un paio d'anni dopo, l'autore pubblicò la seconda parte di questa storia, 'Tis, tradotto in italiano come Che paese, l'America. Penso che chiunque abbia letto e apprezzato Le ceneri di Angela vorrà procurarsi anche il seguito, cosa che io farò sicuramente.

26 aprile 2026

"L'amara scienza" di Luigi Compagnone: l'arte della sopravvivenza

Questo romanzo del 1965, da alcuni considerato il capolavoro di Luigi Compagnone (1915-1998), è l'equivalente letterario di una pellicola neorealista, sebbene sia ambientato in pieno boom economico e dunque in un periodo successivo. Si può tuttavia ugualmente parlare di neorealismo, perché è il racconto crudo e senza orpelli, quasi scientifico, della miseria materiale e umana di quanti erano esclusi dal sogno del benessere.
Augusto Alinei, capitano di lungo corso in pensione, è anziano e malato: sono finiti i tempi in cui gettava sul tavolo della cucina i mazzetti di banconote da mille lire ("la tovaglia più bella del mondo"). È moroso e rischia lo sfratto dall'appartamento che abita da tanti anni, presso Via dei Tribunali. Assieme a lui vivono i tre figli: il maggiore Isidro, mentalmente minorato a causa della meningite, l'intellettuale Egidio, un idealista incapace di azioni concrete, e l'ultimogenita Lucia, la più avveduta e saggia. Su questi tre giovani poggiano le ultime speranze di Don Augusto: i figli devono trovare entro ventiquattro ore una somma di denaro sufficiente a coprire le pigioni insolute, altrimenti sarà sfratto. L'amara scienza è il dettagliato racconto delle peregrinazioni, tra il tragico e il grottesco, dei tre germani attraverso le strade e i vicoli di Napoli, alla ricerca del denaro.
La vicenda si dipana in un'unica, lunga giornata, dalle prime luci dell'alba fino a notte fonda. Il resoconto si sposta dall'uno all'altro dei quattro protagonisti, grazie all'espediente del narratore terzo e onnisciente. In questo senso, si può parlare quasi di una costruzione cinematografica, come se ci fosse un regista che sposta la macchina da presa per raccontare vicende che si svolgono in simultanea, ma in quattro luoghi diversi della città: nell'angusto appartamento in zona Tribunali, ove languisce il capofamiglia, nonché nelle strade di Napoli, ove si muovono con diseguale impegno i tre figli. Anche il registro varia: si passa dalle elucubrazioni sociali e intellettuali di Egidio, al linguaggio popolaresco di Isidro, fino a giungere ai toni carichi di pathos di Lucia e del suo ex fidanzato Pasquale.
Il romanzo tocca tanti temi profondi, sia umani che sociali. In primis, il dramma della miseria e dell'ineguale distribuzione della ricchezza, nonché quello dell'emergenza abitativa. In secondo luogo, è una crudele disamina dell'ipocrisia e del tradimento che spesso inquinano i rapporti umani. Tuttavia, in questo quadro desolante emergono i valori della famiglia e del sapersi arrangiare; è questa "l'amara scienza" che occorre imparare per sopravvivere.
«Forse perché anch'egli si batte per il pezzo di pane, e per un tetto di casa; non per vivere, si batte, ma per sopravvivere; non per un ideale eroico, ma per la conservazione della vita come scopo a se stante. È questa la sua amara scienza.»
Compagnone, con questo libro, diede l'immagine di una Napoli in rapida evoluzione, una città in trasformazione che voleva scrollarsi di dosso le macerie del secondo conflitto mondiale per entrare nel "salotto buono" della nuova società italiana del boom. Una "Napoli megalopoli" che si affacciava alla luminosa finestra dell'avvenire, senza tuttavia dimenticare la propria storia e identità. Non a caso, i protagonisti del romanzo si muovono sia nei vicoli del centro storico che nelle strade tracciate o rimodellate dopo la guerra, ove incombono i nuovissimi grattacieli del Rione Carità. Lo scrittore partenopeo ha voluto evidenziare le intime contraddizioni di questo processo di modernizzazione: la sua Napoli è al tempo stesso sazia e affamata, razionale e superstiziosa, borghese e popolare, cinica e generosa, madre e matrigna. Emblema di questo contrasto tra l'antico e il moderno sono le processioni che affollano le vie, cortei che invocano San Gennaro affinché conceda il tanto atteso miracolo del suo sangue. I tre giovani Alinei si imbattono innumerevoli volte in questi cortei, oscillando tra lo scetticismo di Egidio e la popolaresca fiducia di Isidro nella benevolenza del Santo.
Oggi Napoli, come tutte le città del mondo, è cambiata a causa dell'uniformazione imposta dalla globalizzazione. Tuttavia, più di altri luoghi, è riuscita a mantenersi fedele alla propria identità profonda. Forse proprio per questo motivo, L'amara scienza è un romanzo che, pur essendo perfettamente calato nell'epoca in cui fu scritto, è tutt'oggi interessante, perché sa cogliere il nucleo sempiterno e immutabile del popolo napoletano.
Prima edizione Vallecchi del 1965

10 aprile 2026

"Meglio la vita ad allevare porci": una poesia di Franco Costabile

Tanti anni fa, quando avevo più curiosità e tempo libero, mi capitava spesso di sfogliare una storia della letteratura italiana del Novecento della casa editrice Lucarini, tre volumi che citavano anche autori meno noti, accanto alle figure più importanti. Uno spazio, piccolo come sempre accade, era dedicato ad alcuni poeti meridionali, oggi vieppiù dimenticati. E non sto ovviamente parlando dei "grandi", come Gatto, Sinisgalli e Scotellaro, ma di poeti valentissimi, eppure poco conosciuti, che hanno lasciato una traccia flebile ma significativa nella nostra letteratura. Tra questi, mi colpì specialmente la tragica vicenda umana di Franco Costabile, calabrese di Sambiase, nato nel 1924 e morto suicida a Roma nel 1965. Nella Capitale strinse alcuni importanti legami d'amicizia, come quelli con Raffaello Brignetti e Giuseppe Ungaretti; quest'ultimo, in occasione della morte dello sfortunato poeta calabrese, scrisse alcuni versi poi trascritti sulla tomba. In particolare, Costabile era amico del pittore Enotrio Pugliese, noto semplicemente come Enotrio.
Avevo quasi dimenticato questa vicenda e persino il nome del poeta, fino a quando, un paio di mesi fa, ho acquistato un'opera di Enotrio Pugliese, una tempera su carta che raffigura un treno merci fermo in prossimità di un casello. L'ho acquistata perché mi piaceva il soggetto e solo dopo mi sono informato in merito all'autore. Quando ho letto che Costabile donò i suoi ultimi versi proprio al pittore Enotrio, ho finalmente rammentato il poeta calabrese. Riannodando i fili del passato, ho cercato sulla rete qualche poesia di Costabile. Una in particolare mi ha colpito, la stessa che mi aveva impressionato tanti anni fa e che avevo dimenticato, o che forse giaceva in qualche andito polveroso della memoria. Si intitola Calabria infame, ma basta sostituire la parola "Calabria" con "Meridione" per avere un testo dal valore universale.
«Un giorno
anche tu lascerai
queste case,
dirai addio,
Calabria infame.»
Il poeta si rivolge a un interlocutore immaginario con una facile profezia: un giorno anche tu andrai via e lascerai questa terra infame che porta addosso il peso di una cattiva reputazione. È un destino ineluttabile quello del meridionale, così almeno sostiene Costabile, il destino dell'emigrante. Nessuna famiglia può dirsi indenne da questa iattura, tutti hanno un figlio, un nipote, un fratello o un caro amico che è partito alla ricerca di fortuna. Il poeta scrive nell'immediatezza del secondo dopoguerra, quando le campagne del Mezzogiorno andarono incontro a un ulteriore, rapido spopolamento. Eppure, non c'è pietà in questi primi versi e neppure nostalgico rimpianto; c'è anzi risentimento nei confronti di una terra aspra e ingrata che non ha saputo conquistarsi una fama positiva (per l'appunto, "infame"). Nemmeno emerge carezzevole affettuosità nei confronti del paese natio o delle case, ridotte a luoghi di partenza, come un'anonima stazione ferroviaria.
«Solo
ma leale,
servizievole,
ti cercherai
un'amicizia,
vorrai sentirti
un po' civile,
uguale a ogni altro uomo.»
In questo secondo gruppo di versi assistiamo all'arrivo dell'emigrante nella terra promessa, facilmente identificabile con l'industrioso Nord. Qui l'emigrante sperimenta per la prima volta la solitudine, così diversa dalle chiassose compagnie dei luoghi d'origine. Castigato ogni istinto e repressa ogni antica abitudine, egli tenta invano di ingraziarsi quelli che non sono suoi simili, ma i nuovi padroni. Leale e servizievole, reprimendo ogni moto di ribellione e sussulto di dignità, l'emigrante proverà a integrarsi nella nuova realtà, tentando di farsi amiche quelle persone così diverse da lui.
Il punto più drammatico della poesia è nei versi seguenti, in quel «vorrai sentirti / un po' civile, / uguale a ogni altro uomo». La vittima fa propri i pregiudizi del carnefice, anziché indignarsi si convince che, in fin dei conti, la preclusione verso i meridionali sia comprensibile, se non addirittura giustificata. Egli allora prova a negare le proprie origini, a nascondere la propria provenienza pur di sentirsi uguale agli altri, agli uomini "civili".
«Ma quante volte
sentirai risuonarti
bassitalia,
quante volte
vorrai tu restare solo
e ripeterti
meglio la vita
ad allevare porci.»
Il picco di tragicità viene toccato nei versi finali. L'emigrante, nonostante tutti i goffi tentativi di apparire diverso e migliore, viene smascherato. Quelli che aveva preso a modello, gli uomini civili, non gli perdonano la sua provenienza geografica, stampata sulla pelle come un marchio d'infamia, come uno stigma d'inferiorità e di sospetto. Per loro sarà sempre un "terrone", un "meridionale", "uno della bassa". E allora egli rifuggirà la compagnia degli uomini a cui aveva cercato di assomigliare; rimasto solo, questa volta per scelta, ricorderà con nostalgia la terra d'origine, dove persino allevando maiali sarebbe stato più libero e felice. Si pentirà di aver preso quel treno, lo stesso treno, così mi piace immaginare, tante volte immortalato nei paesaggi di Enotrio Pugliese.

28 febbraio 2026

"Vipera in pugno" di Hervé Bazin: contro ogni pedagogia

In passato era usanza di alcune ricche famiglie francesi quella di abitare in falsi manieri di gusto medievaleggiante. Questi finti castelli erano il simbolo di una nobiltà decaduta o, più spesso, di una ricchezza conquistata grazie al commercio e agli affari. In una di queste dimore, la Belle Angerie, vivono i protagonisti dell'incendiario romanzo di Hervé Bazin (1911-1996), che alla sua uscita nel 1948 destò grande scalpore, ma al tempo stesso raccolse i favori del pubblico e della critica.
Vipera in pugno è un romanzo di formazione al contrario, il racconto di un'educazione contrapposta ai canoni della pedagogia moderna. A impartire questa educazione autoritaria e rigidamente reazionaria è Paule Pluvignec, la tiranna della Belle Angerie, moglie del padrone di casa, il pavido e accidioso Jacques Rezeau. Vittime predestinate sono i tre figli della coppia: Ferdinand, detto il Moscio, Jean, detto Teppa, e Marcel, soprannominato Scricciolo. Paule impone dentro casa un vero e proprio regime totalitario che le vale i soprannomi di Bastarda e Pazza. Gli ingredienti di questa educazione farebbero inorridire ogni pedagogista: sveglia alle cinque, rigorosa programmazione degli orari e delle attività, studio sotto la sferza di un rigido precettore, messa quotidiana e preghiere più volte al dì, pubblica confessione dei peccati ogni sera, punizioni corporali, umiliazioni fisiche e morali, assoluta mortificazione di ogni piacere della gola e della carne. In parole povere, un'educazione fatta di soli obblighi e divieti, che nega qualsiasi capacità di autodeterminazione del bambino. Sebbene la vicenda sia ambientata negli anni del primo dopoguerra, la Belle Angerie sembra ferma a un'epoca antecedente all'Età dei Lumi.
Con questo romanzo, in parte autobiografico, Bazin ha denunciato gli esiti più estremi di un cattolicesimo intransigente che si fa radicalismo moraleggiante. Il cattolicesimo "pre Concilio Vaticano II" non è tuttavia l'unico bersaglio dei suoi strali. Vipera in pugno è prima di tutto un impietoso e ironico atto d'accusa contro un'aristocrazia morente (quella dei Rezeau) che per sopravvivere doveva scendere a patti con l'odiata classe dei borghesi arricchiti (rappresentata dai Pluvignec).
«Il mondo è in subbuglio, non si fida più devotamente della Croix, sbeffeggia l'Indice, vuole giustizia, non bigotteria; diritti e non elemosina; si affolla su treni suburbani che lentamente spopolano queste campagne servili, sbaglia l'ortografia dei nomi dei grandi, pensa male perché non pensa come voi, eppure è vivo, e noi siamo moribondi.»
Bazin ha scritto un vero e proprio elogio della ribellione adolescenziale, paragonabile per intensità a Il giovane Holden. Jean, protagonista e io narrante, è l'unico dei tre fratelli che si ribella apertamente al regime imposto dalla madre, ingaggiando con lei una vera e propria battaglia che sconfina nel reato e finanche nel tentato omicidio. In ciò sta lo scandalo che questo romanzo destò, nell'aver presentato una figura di madre crudele e ingiusta, lontana dall'immaginario tradizionale, un mostro perverso che trasforma Jean, il figlio più odiato e tuttavia a lei più simile, in un adolescente amorale e cinico che si affaccia al mondo brandendo metaforicamente una vipera in pugno, pronta a mordere chiunque osi ostacolare i suoi piani. Paule, nell'ossessione punitiva che sconfina nella patologia psichiatrica, ha nutrito un aspide in seno. Ed è lo stesso Jean a rendersene conto nelle pagine finali del romanzo.
«Ogni fede mi sembra un inganno, ogni autorità una disgrazia, ogni sentimento un calcolo. Dubiterò, allontanerò, rinnegherò le amicizie più sincere, la buona disposizione, gli affetti che mi verranno offerti. L'uomo vive solo. Amare è una debolezza, odiare significa imporsi. Io vivo, dunque attacco, distruggo.»
Di figure di genitori autoritari è piena la letteratura; mi viene in mente Padre padrone. Eppure, nel romanzo di Ledda lo scontro generazionale è tra due visioni del mondo, ciascuna dotata di una propria verità e dignità: il mondo arcaico e pastorale del padre che si contrappone agli ideali progressisti del figlio. Per quanto discutibile, l'educazione che il pastore impone al figlio è, almeno nelle intenzioni, orientata al suo benessere e a garantirgli un posto sicuro nel mondo, protetto dalle braccia immutabili della tradizione. Ne La vipera in pugno, invece, manca proprio l'idea del bene: è un'educazione crudele e ingiusta che sfida le leggi umane e divine, nonché i principi della logica. Per questo motivo ho parlato di un romanzo di formazione al contrario.
Il libro di Bazin è stato ristampato nel 2025 da Feltrinelli in un'elegante veste grafica nella nuova collana "I grammatici", destinata a «pubblicare opere che, nel vasto ambito della letteratura, siano capaci di illuminare un aspetto fondamentale ancora nascosto del nostro presente oppure, all'opposto, l'origine lontana di ciò che è sotto gli occhi di tutti». La recente e meritoria ristampa diventa così un'occasione per riscoprire un'opera mai davvero dimenticata, che tuttavia da troppo tempo mancava sugli scaffali delle librerie italiane.

14 febbraio 2026

Un tassista, un fotoreporter, una verità da rivelare

Ci sono eventi, anche della storia recente, che sarebbero ignoti ai più se un film o uno sceneggiato non li avessero ricordati. Ciò è tanto più vero quando si tratta di vicende che riguardano paesi lontani. Se sono venuto a conoscenza del "massacro di Gwuangju", lo devo proprio a un film, A taxi driver (2017), diretto da Jang Hoon. A dirla tutta, fino a qualche giorno fa nemmeno sapevo che la Corea del Sud avesse attraversato una lunga fase di autoritarismo e instabilità politica e che la conquista della democrazia fosse un fatto relativamente recente. Durante la dittatura di Chun Doo-hwan il Paese conobbe uno straordinario sviluppo economico, simile a quello del Giappone di qualche anno prima, ma al tempo stesso una forte compressione dei diritti civili e politici, con l'applicazione della legge marziale, lo scioglimento delle organizzazioni studentesche e il controllo della stampa. In questo clima d'emergenza, nel maggio del 1980 scoppiò una rivolta contro il governo nella città di Gwangju, repressa nel sangue dall'esercito. Il numero dei morti è tuttora imprecisato, ma c'è chi parla di migliaia di vittime, soprattutto giovani studenti e lavoratori che manifestavano per il ripristino dei diritti civili.
A taxi driver, da non confondere con il più celebre e quasi omonimo lungometraggio con De Niro, ha vinto diversi premi e ha destato grande scalpore e commozione in Corea. Kim, il protagonista, è un tassista di Seul, vedovo, con una figlia a carico e sempre in bolletta. A bordo della sua automobile con oltre 600.000 chilometri, gira tutto il giorno per la capitale pur di racimolare qualche won in più. Un giorno, mentre sta pranzando in un punto di ristoro per tassisti, viene a conoscenza che un collega si è messo d'accordo per accompagnare un cittadino tedesco nella lontana città di Gwangju, per la bella cifra di centomila won. Kim non può lasciarsi sfuggire un'occasione del genere e così si reca al luogo dell'appuntamento prima del collega, soffiandogli il cliente. Ignora però che il tedesco non è un comune uomo d'affari, ma un giornalista spedito a Gwangju per filmare gli scontri e consegnare al mondo una testimonianza di quanto stava accadendo nella città ormai isolata.
A taxi driver racconta la genesi di una coscienza politica e la graduale maturazione di un pensiero critico. All'inizio del film Kim è un uomo tutto sommato banale e indifferente alle vicende politiche coreane: interessato più che altro a portare a casa la pagnotta, non vede di buon occhio gli studenti che manifestano, bloccando il traffico di Seul e intralciando i suoi modesti affari. Quando però l'orrore del regime si appalesa con il massacro di Gwangju, il tassista comprende di non poter più chiudere gli occhi e di doversi necessariamente schierare dalla parte dei difensori delle libertà civili, anche a costo di mettere a rischio la propria vita. Questa acquisizione di consapevolezza è particolarmente toccante, perché Kim, da padre vedovo qual è, avrebbe ben potuto anteporre i propri interessi personali alle sorti della sua nazione. Il viaggio assieme al reporter tedesco, iniziato con un piccolo inganno e tanti fraintendimenti, finisce invece per diventare la più grande prova di coraggio che il tassista è chiamato ad affrontare. Un viaggio che cambierà per sempre la vita di Kim e il suo sguardo sul mondo.
Jang Hoon ha girato una pellicola che parte come una commedia brillante e si conclude con toni cupi e drammatici. Si passa dalle risate delle prime scene alla sparatoria nelle strade e al sangue del massacro. Tuttavia, il passaggio non è brusco, c'è un'evoluzione graduale che va di pari passo con la presa di coscienza del protagonista. In questo senso, a parte qualche ingenuità (la poco credibile scena dell'inseguimento), il film scorre lungo i binari del realismo. Peraltro, giova precisarlo, si tratta di un adattamento di una storia vera, quella di Jürgen Hinzpeter, l'unico giornalista che documentò gli eventi di Gwangju, rendendoli noti al mondo.
In conclusione, è un bel film di impegno civile che restituisce a noi occidentali il crudo racconto di una tragedia poco nota al di fuori della Corea. Bravissimi gli attori, su tutti Song Kang-ho che ha prestato il suo volto espressivo alla memorabile figura del tassista Kim. Un plauso va anche agli attori che interpretano i personaggi minori, perché sono riusciti a trasmettere allo spettatore l'immagine di un popolo fiero e altruista che ha saputo ritrovare il meglio di sé all'interno di una tragedia collettiva.
La locandina italiana

31 gennaio 2026

"Splendor", il cinema come dichiarazione d'amore

È bene partire subito con una precisazione: Splendor (1989) non è il miglior film di Ettore Scola, né il migliore con protagonisti Marcello Mastroianni e Massimo Troisi, in quanto il coevo Che ora è, a mio avviso, gli è superiore. Splendor è una pellicola riuscita a metà che probabilmente soffre il confronto con Nuovo Cinema Paradiso, grande successo di critica e pubblico dell'anno precedente, con un soggetto simile.
Jordan, interpretato da Mastroianni, è il titolare dello storico cinema Splendor di Arpino, in provincia di Frosinone. Il legame tra Jordan e la settima arte è indissolubile e risale alla sua infanzia, in pieno ventennio fascista, quando assieme al padre girava per i paesi del Meridione a bordo di uno scassato furgoncino per proporre spettacoli di cinema itinerante, con proiezioni approssimative su un telo bianco perennemente scosso dal vento. Lo Splendor, fondato dal padre di Jordan, ha attraversato indenne un bel pezzo di storia d'Italia. I fasti del dopoguerra e degli anni del boom economico sono però irripetibili e così, soprattutto a causa della concorrenza della televisione e di altre forme di intrattenimento, alla fine degli anni Ottanta è sull'orlo della chiusura, con l'immobile già venduto a un imprenditore del posto. Costretto ad abbandonare il luogo che ha amato più di ogni altro, Jordan durante il triste trasloco rievoca nella memoria i principali eventi degli ultimi quarant'anni, confermando ancora una volta come il suo destino e quello della sala siano inestricabilmente legati. Ed è così che facciamo la conoscenza degli altri due protagonisti del film: il proiezionista Luigi (Massimo Troisi) e la maschera Chantal (Marina Vlady).
Il lungometraggio di Scola presenta evidenti punti di forza, ma con altrettanta evidenza sconta alcune debolezze. Iniziando da queste ultime, non si può non menzionare l'uso disinvolto, se non eccessivo, della tecnica del flashback. Il ritmo della narrazione viene continuamente interrotto per mostrare eventi del passato, a volte vere e proprie digressioni che dilatano il racconto e non sempre aggiungono elementi decisivi o imprescindibili. In secondo luogo, vi è un ampio utilizzo di spezzoni tratti da altri film (Metropolis, L'albero degli zoccoli, Amarcord, per citarne alcuni) che vengono proiettati allo Splendor. Anche questa scelta rallenta il ritmo della narrazione, sebbene rappresenti un sentito omaggio di Scola ai capolavori che l'hanno segnato. Delude poi il finale: un lieto fine banale e poco coerente rispetto a quanto accaduto fino a quel momento. Queste note critiche non devono tuttavia far passare in secondo piano i punti di forza. In primis, va rimarcata l'ottima interpretazione di Mastroianni e Troisi. Il primo con grande mestiere dà spessore al personaggio di Jordan, sebbene non sia la più celebre delle sue interpretazioni. Il secondo veste i panni del proiezionista con tenerezza e malinconia profonda. Ci sono poi almeno due scene memorabili: la partita a carte con i notabili del paese e Troisi che tenta di procacciare dei clienti con risultati esilaranti.
Splendor è una sentita e sincera dichiarazione d'amore verso il cinema, sia come forma d'arte che come scelta di vita. Eppure, a parte l'incongruo finale, il clima della pellicola è tutt'altro che festoso. Scola ha infatti utilizzato il genere della commedia per lanciare un atto d'accusa contro gli eccessi della modernità. Nel 1989 il "nemico" era la televisione, ma l'impoverimento culturale era solo agli inizi e, visti col senno di poi, quegli anni oggi ci appaiono come l'età dell'oro. A dare il colpo di grazia ai cinema (e aggiungo, alle edicole, ai negozi di dischi e alle librerie) ci hanno infatti pensato internet, i social network e le piattaforme di streaming. Per questo motivo una pellicola come Splendor, pur con i suoi difetti, è in grado di lanciare un messaggio ancora attuale, anzi più attuale oggi che non nel 1989.
La locandina del film di Ettore Scola

25 ottobre 2025

Le ombre del sogno irlandese

Il vento che accarezza l'erba, Palma d'oro nel 2006 al 59.mo Festival di Cannes, è forse il film più crudo di Ken Loach. Il regista inglese, da sempre incline a un cinema militante e impegnato, con questo lungometraggio ha toccato picchi di drammaticità e finanche di violenza ineguagliati nella sua vasta produzione.
La vicenda è ambientata in Irlanda, durante la guerra d'indipendenza (1919-1921) e la successiva guerra civile. Narra le travagliate vicende che portarono alla nascita dello Stato libero d'Irlanda a seguito del Trattato anglo-irlandese. Questo Stato, progenitore dell'attuale Repubblica d'Irlanda, nacque come dominion dell'Impero britannico, dotato di una certa autonomia ma di fatto dipendente da Londra. Gli esiti del tanto agognato accordo non accontentarono l'ala oltranzista degli indipendentisti, che consideravano il trattato un inaccettabile compromesso rispetto all'auspicata piena indipendenza. Scoppiò così una guerra civile. Bastano queste poche nozioni di storia per comprendere un film che comunque presenta scene didascaliche che, lungi dall'essere pedanti, aiutano a comprendere la vicenda.
In un'amena contea irlandese vivono i fratelli O'Donovan, ossia il giovane medico Damien (interpretato da Cillian Murphy) e Teddy (Pàdraic Delaney), il maggiore. Teddy è un dirigente dell'I.R.A., mentre Damien ha deciso di lasciare la travagliata madrepatria per lavorare in un ospedale di Londra. Tuttavia anch'egli decide infine di rimanere, entrando a sua volta nell'I.R.A., dopo aver assistito all'uccisione di un amico d'infanzia da parte dei soldati inglesi, nonché al violento pestaggio di un ferroviere repubblicano che si era rifiutato per protesta di trasportare sul proprio convoglio le truppe di sua maestà.
Il conflitto è il tema al centro del film, a diversi livelli. Al primo c'è quello tra inglesi e irlandesi, poi quello interno alla stessa causa irlandese e infine il conflitto tra i due fratelli. Il dramma della vicenda pubblica si riverbera su una "questione privata", per dirla alla Fenoglio. Teddy accetta il trattato di compromesso e depone le armi, nella speranza che con il tempo e la diplomazia l'Irlanda possa conquistare la totale indipendenza; Damien, invece, ripudia le scelte del fratello e si dà alla macchia con l'ala più intransigente dell'I.R.A. La guerra civile diventa guerra fratricida nel senso letterale del termine; Loach porta il conflitto fino alle estreme conseguenze, come dimostra il devastante finale, forse il punto debole del film per eccesso di drammaticità.
Il regista di Nuneaton non mostra dubbi. La sua regia asciutta e senza fronzoli è al servizio della sceneggiatura del fido Paul Laverty, che tira dritto con una visione militante, a tratti manichea. Il rischio dietro l'angolo è quello di una eccessiva semplificazione, dove gli inglesi stanno inequivocabilmente dalla parte del torto: violenti, usurpatori, razzisti e insensibili agli altrui diritti. Dall'altra parte della barricata ci sono invece gli irlandesi: essi lottano per una giusta causa e ogni loro azione, persino le più violente e spregiudicate, è trattata con maggiore benevolenza. Il cineasta, pur non avendo dubbi su quale fazione sostenere, appare tuttavia consapevole dei rischi di un'eccessiva semplificazione. Viene dunque inserita nella sceneggiatura l'altra faccia della medaglia della giusta causa, le ombre del sogno irlandese. Anche gli indipendentisti durante quella guerra si sono resi responsabili di omicidi, esecuzioni sommarie e vendette. Non a caso tra le scene più crude del film c'è l'esecuzione senza processo di un possidente irlandese e di un giovanissimo membro dell'I.R.A. reo di tradimento.
Il sogno irlandese narrato nel film è anche quello di una società più giusta, dove la ricchezza possa essere distribuita equamente tra tutti. Loach riveste la lotta per l'indipendenza di un popolo con i colori dello scontro di classe, come dimostra l'eloquente scena del processo al capitalista usuraio. Al di là di alcuni eccessi ideologici, che tuttavia sono il marchio di fabbrica di Loach e come tale vanno accettati, Il vento che accarezza l'erba è destinato a restare a lungo nella memoria collettiva. È un film rabbioso e potente, impreziosito da un'ottima fotografia, dove le amene brughiere dell'Irlanda antica e rurale diventano lo splendido scenario di una storia sanguinosa di ingiustizie, da ambo le parti, che a distanza di cento anni gridano ancora vendetta.
La locandina italiana

22 giugno 2025

"Una manciata di more" di Ignazio Silone: l'imperdonabile tradimento

La terra è il grande tema della letteratura meridionale del Novecento. O meglio, a voler essere più precisi, è la lotta per la terra tra braccianti e possidenti, "cafoni" e "galantuomini" per dirla con altri termini, ad aver costituito il principale ambito d'interesse di questo filone letterario. Alvaro, Jovine, Alianello, Silone, solo per ricordarne alcuni, hanno descritto nei propri romanzi un Meridione diviso tra le sirene del progresso e il richiamo della tradizione ancestrale, tra le speranze di un futuro migliore e l'amara disillusione che segue alla constatazione che nulla può veramente cambiare. La terra è il termometro di quella società apparentemente immutabile, eppure percorsa da sotterranei fremiti di rivolta: solo quando la terra sarà di chi la lavora, sostengono i meridionalisti, il Sud potrà dirsi veramente liberato dalle antiche catene. Una manciata di more (1952), per molti il più maturo tra i romanzi di Silone, si inserisce in questa corrente di impegno civile.
In una desolata contrada dell'Italia meridionale, un angolo della Marsica tanto cara all'autore, si consuma una vicenda che è lo specchio di quel che accadeva in altre centinaia di identiche località del Mezzogiorno. Qui la terra è identificata nella "selva" e i possidenti sono i membri della famiglia Tarocchi. La selva è una vasta foresta da secoli contesa tra i miseri braccianti, che ne rivendicano l'uso comune secondo antiche servitù, e i membri della potente famiglia dei Tarocchi, che con sotterfugi, imbrogli e ingiustizie la vogliono tutta per sé. Eppure anche in questa landa misera e arsiccia si alza il vento della rivoluzione, o meglio il suo suono: c'è una tromba che incita i contadini a riunirsi e a marciare per far valere i propri diritti. Nessuno sa con precisione dove si trovi, perché subito dopo l'uso viene nascosta per impedire che le autorità la sequestrino. Così è successo con le rivolte sociali di inizio secolo e poi durante il fascismo; ogni volta che il suono della tromba si è diffuso nella vallata, i ricchi proprietari terrieri, appoggiati di volta in volta dalle autorità, hanno tremato, temendo di perdere i loro privilegi.
Caduto il regime fascista e terminato anche il secondo conflitto mondiale, nulla è cambiato nelle campagne della Marsica. Un nuovo attore è tuttavia apparso sulla scena, quel Partito Comunista che ha ambizioni di governo, dopo gli anni della clandestinità e la vittoria nella guerra di Liberazione. Per quanto sia un romanzo corale, il personaggio principale può essere identificato in Rocco De Donatis, di professione ingegnere, figlio eletto di quella terra funestata dalla miseria e dalle tragedie umane e naturali (il terribile terremoto del 1915). Rocco è un dirigente comunista, eppure in lui cresce l'insofferenza nei confronti del Partito, fino a trasformarsi in aperta ostilità. Rocco è appena tornato da un viaggio in Unione Sovietica, dove ha visto il volto crudele dell'ideale politico a cui ha dedicato tutta la propria vita. Ha scritto un memoriale sulla sua esperienza nella terra dei soviet e, tornato in Italia, assume un atteggiamento critico contro le decisioni dell'alta dirigenza, prona ai diktat di Mosca. Rocco invece vuole fare di testa propria e addirittura ha una convivenza more uxorio con una ragazza ebrea di nome Stella, attirandosi ancora di più le ire dei papaveri di Partito. In breve inizia una campagna di delegittimazione nei suoi confronti, fino al palese ostracismo.
La drammatica vicenda di Rocco svela ambiguità e ipocrisie del Partito, sebbene entrambi teoricamente perseguano il medesimo obiettivo, ovvero la tutela dei diritti dei contadini. Una manciata di more è dunque un durissimo atto d'accusa contro il P.C.I. Silone sembra voler dire che la questione vera, il male profondo del Mezzogiorno, è nella mancata riforma agraria, promessa da tutte le forze di governo succedutesi dal 1861 e mai realizzata. E la cosa ancora più grave è che neppure il Partito Comunista abbia messo mano alla questione, sebbene a rigor di logica fosse quello che sosteneva le rivendicazioni dei braccianti. Ecco perché per Silone le etichette ideologiche sono inutili e finanche dannose, così come lo sono per il suo personaggio Rocco, di cui è evidente lo spunto autobiografico.
La fotografia che viene fatta del Partito Comunista è impietosa: ne esce l'immagine di un'organizzazione asfissiante, bigotta, assuefatta dagli stessi vizi borghesi che vorrebbe estirpare, una struttura che non ammette il dissenso interno e mette a tacere le voci critiche. E allora, ai contadini meridionali traditi persino da chi avrebbe dovuto difenderli, non resta che mettere mano ancora una volta alla tromba che da secoli li chiama a raccolta.
Recente edizione Oscar Mondadori

26 maggio 2025

"Niente di nuovo sul fronte occidentale" di Erich Maria Remarque: la generazione tradita

Voler parlare su queste pagine di un romanzo così celebre e celebrato ha poco senso. D'altronde, cosa mai si potrà dire di nuovo? Al tempo stesso, però, quando un libro è un classico ha sempre qualcosa da raccontare, anche a distanza di anni e di migliaia di recensioni e saggi critici.
Dell'opera principale di Remarque, vero e proprio classico moderno, è stato scritto tutto; tradotta in tante lingue e venduta in milioni di copie, non c'è bancarella dell'usato in cui non se ne trovi anche più di un esemplare. La trama è arcinota: alcuni giovani studenti tedeschi, infiammati dalla propaganda sciovinista, si arruolano volontari per combattere nella Prima guerra mondiale, inconsapevoli di ciò che li attende una volta giunti al fronte. Moriranno quasi tutti, schiantati dalle artiglierie, colpiti da proiettili vaganti, dilaniati dalle schegge, avvelenati dai gas, perfino pugnalati nei terribili assalti all'arma bianca nelle trincee nemiche. Il libro nulla nasconde degli orrori visti e delle sofferenze patite da tutti quei giovani, alcuni poco più che bambini. Un resoconto autentico, duro e tagliente come sa essere solo la verità.
Consapevole di non poter dire nulla di nuovo o di originale, voglio concentrarmi soltanto su un aspetto, quello che mi ha colpito di più. Perché se è vero che Niente di nuovo sul fronte occidentale è principalmente un grido d'accusa contro l'insensatezza della guerra e uno straordinario manifesto pacifista, c'è un altro tema che a Remarque stava particolarmente a cuore, ovvero il tradimento generazionale. Paul e gli altri sono convinti ad arruolarsi dal loro professore di liceo, il nazionalista Kantorek. Questi è un uomo tutto sommato insignificante, che tuttavia grazie a doti retoriche e al carisma esercitato sugli studenti per via del suo ruolo, li persuade ad arruolarsi volontari, di fatto spedendoli al macello. È lui il vero traditore, secondo Remarque, un uomo che ha barattato il suo ruolo di educatore con gli ideali stantii del nazionalismo e del bellicismo.
«Essi dovevano essere per noi diciottenni introduttori e guide dell'età virile, condurci al mondo del lavoro, al dovere, alla cultura e al progresso; insomma all'avvenire. […] Al concetto dell'autorità di cui erano rivestiti, si univa nelle nostre menti un'idea di maggiore prudenza, di più umano sapere. Ma il primo morto che vedemmo mandò in frantumi questa convinzione. Dovemmo riconoscere che la nostra età era più onesta della loro. […] Il primo fuoco tambureggiante ci rivelò il nostro errore, e dietro ad esso crollò la concezione del mondo che ci avevano insegnata.»
Questo è, secondo me, il tema centrale del romanzo, un significato forse più nascosto rispetto al palese messaggio pacifista (o meglio, antimilitarista tout court), eppure altrettanto se non addirittura più potente. I valori propagandati dalla classe dirigente crollano al ritmo del disvelamento delle loro menzogne, cadono nelle trincee fangose, sebbene i "professori" continuino imperterriti a propagandarli. E così i civili rimasti a casa non conoscono nulla del fronte, se non le mezze verità e le clamorose bugie raccontate dagli organi di stampa e dalla propaganda. Si opera pertanto un brusco taglio generazionale, destinato a non ricucirsi più. Gli adulti, coloro che avrebbero dovuto istruire i giovani e prepararli al futuro, li hanno invece condotti al massacro sull'onda di discorsi patriottici che si sono rivelati fallaci e menzogneri. La loro colpa è gravissima, quella di aver "contaminato i più schietti sentimenti giovanili", come argutamente riportato nell'introduzione di una vecchia edizione Oscar Mondadori. È la rottura di un patto generazionale, il tradimento della missione educativa, il traviamento dei ragazzi, portati su una strada sanguinosa che da soli mai avrebbero intrapreso. Il grido di rabbia di Remarque è dunque diretto contro quei burattinai che, ben nascosti nelle retrovie, hanno fomentato nei giovani un artificioso spirito belluino che in natura non gli apparteneva.
I soldati di Remarque sono costretti a sparare contro il proprio futuro; il loro è un destino di desolazione, anche per quanti sono all'apparenza scampati alla morte. La migliore gioventù ridotta a un bivacco di profughi lacerati nell'anima, una generazione annientata nel corpo e nello spirito, al punto che anche chi rimane non è davvero un sopravvissuto. Ragazzi a cui la porta dell'avvenire è stata definitivamente chiusa in faccia, perché anche quando torneranno a casa non troveranno che macerie.

30 aprile 2025

"L'ombra del suicidio" di Carlo Bernari: un no-global ante litteram

Carlo Bernari (Napoli, 1909 – Roma, 1992) è noto soprattutto per Tre operai, romanzo sui temi del lavoro e delle condizioni della classe operaia che pubblicò giovanissimo, nel 1934. Due anni dopo ultimò un romanzo breve che riprendeva alcune tematiche già trattate, concentrandosi stavolta su quella misera classe impiegatizia che tutto sommato non se la passava tanto meglio. L'opera, sia pur compiuta, rimase inedita fino al 1993, quando fu pubblicata in prima edizione assoluta dalla Newton Compton nella celebre collana "Tascabili Economici 100 pagine, 1000 lire", con il titolo L'ombra del suicidio e il sottotitolo Lo strano Conserti.
Conserti è il protagonista del romanzo, anzi un deus ex machina, il vero e proprio motore dell'azione e nucleo intorno al quale ruotano tutte le vicende e gli altri personaggi, ridotti quasi a comparse. Uomo misterioso e controverso – "strano", come lo definisce il sottotitolo –, di lui sappiamo poco o nulla, salvo qualche scampolo del passato. Sappiamo solo che è un meridionale trasferitosi da poco a Milano per lavorare in una compagnia di assicurazioni. Egli è tuttavia riottoso all'efficientismo meneghino, cui contrappone la propria visione di vita, lontana dalle logiche e dalle lusinghe del profitto.
«Io non sono uno che possa sopportare facilmente l'idea di farmi schiacciare dal capitalismo lombardo.»
Egli è, nelle parole e nei fatti, un anarchico individualista, animato da un indomito spirito di ribellione che, tuttavia, non poggia propriamente su rivendicazioni sociali o di classe. È un oppositore del sistema industriale e capitalistico, nemico giurato della triade "produci-consuma-crepa", per dirla con le parole di una canzone dei CCCP. Conserti è un antagonista della logica del consumismo, prima ancora che la parola entrasse nel lessico comune. E così, da nuovo arrivato nell'ufficetto periferico della grande compagnia di assicurazioni, in breve diventa il più amato, invidiato e al contempo temuto dagli inetti colleghi, grazie alla sua capacità di imporsi persino sui capi, all'apparenza senza alcuna difficoltà. Meridionali come lui, i colleghi sono invece i perfetti ingranaggi del sistema, da cui si sono fatti abbindolare.
«All'inverso s'erano lasciati schiacciare, senza lamentarsi, ma solo consolandosi allorché scoprivano che un meridionale era giunto ad un posto di comando: l'intelligenza del sud, dicevano allora, la spunta sempre; e si confortavano pensando che essi non erano completamente naufragati e potevano sempre salvarsi.»
Lo strano Conserti è per i colleghi, al contempo, esempio e condanna: esempio per ciò che loro avrebbero voluto essere, condanna per quanto avevano ripudiato, ovvero la placida e indolente vita delle campagne meridionali, legata ai cicli sempre uguali delle stagioni, ai ritmi della natura e alle tradizioni degli avi. A Milano, invece, il quotidiano è arido e frenetico, comandato dalla logica del profitto e dal credo imperativo del capitalismo. La contrapposizione nord-sud, tema che sarà ripreso in altri lavori del napoletano Bernari, è in questo romanzo appena accennata, sebbene sia funzionale a definire i contorni della storia. Negli anni Trenta forse il divario era meno accentuato rispetto a quanto sarebbe accaduto con il boom economico, eppure Bernari ha anticipato una tematica che sarebbe stata trattata ampiamente da altri scrittori meridionali (e meridionalisti), praticamente fino ai giorni nostri; mi viene in mente, da ultimo, Dante Maffia.
La ribellione di Conserti parte dalle piccole cose, come il prolungare le pause caffè, per aspirare infine a un obiettivo più alto: sabotare e sovvertire il sistema. La decisione di colpire il simbolo di quel potere, impersonato dalla ieratica figura del Direttore Generale, matura nell'animo del protagonista parallelamente all'acquisizione dell'orrida consapevolezza di essere egli stesso funzionale alla preservazione di quel sistema che aborrisce. La soluzione per liberarsi è una soltanto: prendere una pistola e ammazzarlo.
«Noi siamo i suoi agenti, come per i credenti i preti sono gli agenti di Dio sulla terra. Vivendo noi non misuriamo interamente la sua potenza. Tuttavia la difendiamo, propagandiamo il suo verbo, inconsapevolmente. Siamo la sua polizia, i suoi carabinieri. Come i poliziotti difendono il governo automaticamente, anche se il governo non dice loro: difendimi, arresta quello lì che mi dà fastidio; così noi difendiamo lui, questo padrone, senza conoscerlo, e senza che egli ci dica: difendimi! Lui è tutto.»
L'ombra del suicidio è un romanzo anomalo nel contesto della letteratura italiana del primo Novecento, sebbene al contempo non del tutto eccentrico. Si inserisce infatti nel fecondo calderone della cosiddetta "letteratura industriale", eppure colpisce per la fermezza, oserei dire quasi la violenza, di alcuni suoi passaggi, incredibile soprattutto se si pensa che fu scritto (ma non pubblicato) nel 1936, quando un attacco così frontale ai gangli del potere politico e industriale poteva costare il confino, nella migliore delle ipotesi. Di certo non è anacronistico; tuttavia, anche a volerlo spogliare di alcuni contenuti non più di stretta attualità, resta un romanzo valido e interessante che racconta l'ascesa e il naufragio morale e materiale di un aspirante rivoluzionario, un no-global ante litteram.
Prima e finora unica edizione, anno 1993

17 aprile 2025

Uno sguardo "fantastico" sulla guerra

Soldato ignoto, ultima prova dietro la macchina da presa per Marcello Aliprandi (1934-1997), può essere definito un gioiello nascosto del nostro cinema. Nel 1995 fu persino premiato al Festival Internazionale del Cinema di Salerno, eppure oggi è una pellicola quasi dimenticata. Buona la prova di un cast che annoverava ottimi interpreti, tra cui Martin Balsam, Giovanni Guidelli e un bravissimo Angelo Orlando.
La trama ci riporta agli ultimi anni della Seconda guerra mondiale. Sono i giorni confusi che seguono l'armistizio dell'otto settembre del 1943: il Regio Esercito è sbandato e l'Italia diventa improvvisamente teatro di una feroce guerra che vede contrapposti gli Alleati alle truppe nazifasciste. La vicenda si svolge in un luogo imprecisato del Meridione, sebbene sia possibile collocarlo nella provincia di Salerno, in virtù di due riferimenti geografici menzionati dai protagonisti, Pontecagnano e Capaccio. Nel bel mezzo di una battaglia si forma una nebbia così fitta che alcuni soldati degli opposti schieramenti si smarriscono e sono infine costretti a rifugiarsi in un'antica magione in stile neoclassico. Il palazzo è vuoto, eppure vi sono tracce di vita recente, come il fuoco che arde nei caminetti. Qui e lì sono inoltre ammonticchiati elmetti, divise e armi risalenti a diverse epoche storiche.
Alla spicciolata arrivano tutti: due ufficiali e un soldato inglesi, un soldato italiano, uno tedesco, un disertore americano, una crocerossina e un ambiguo corrispondente di guerra italiano. Il palazzo è come una prigione dorata, perché non è possibile uscirne a causa della fittissima nebbia, ma al tempo stesso è riscaldato e dotato di ogni comfort. Che ci sia qualcosa di anomalo è evidente a tutti, ma nessuno è davvero preparato a scoprire la verità, ovvero di essere rimasti uccisi nel corso della battaglia. Essi sono tutti morti e il palazzo è una sorta di luogo di transito dove vanno le anime dei defunti di guerra, forse prima di raggiungere l'aldilà.
Soldato ignoto non è dunque un film di guerra, almeno non nel senso classico. Si tratta infatti di un lungometraggio che potremmo tranquillamente catalogare nel genere fantastico, sia pure entro una cornice realistica. Anzi, a pensarci bene, cosa c'è di più reale e concreto di una guerra? La guerra è proprio la tragedia collettiva in cui sono più forti le esigenze del reale; per questo l'opera di Aliprandi è particolarmente originale, per aver commisto elementi fantastici a una vicenda fortemente realistica. É un'opera di denuncia che porta avanti un chiaro messaggio antimilitarista, avvalendosi tuttavia di un espediente fantastico.
Sebbene sia stato girato tutto in interni, il film scorre senza annoiare mai e senza tempi morti. I dialoghi tra i personaggi prevalgono rispetto all'azione; la stessa guerra è più evocata dai rumori che provengono dall'esterno, quali spari e boati, che realmente vissuta dai protagonisti, se non attraverso i ricordi. Nella condizione di convivenza forzata in cui si vengono a trovare, essi raccontano scampoli della propria esistenza, consci del fatto che presto dimenticheranno tutto, una volta chiamati a lasciare quel limbo che è il palazzo. E proprio nel racconto si scoprono diversi eppure uguali, perché al di là della bandiera e della divisa esistono valori universali che accomunano tutti gli uomini. Lo stesso concetto del "nemico" svanisce, al punto che persino il riottoso tedesco diventa parte del gruppo e alle regole del gruppo si adegua.
In questi tempi bui si è tornato a parlare di guerra in maniera spregiudicata, come purtroppo dimostrano non solo le tragedie dell'Ucraina e della Palestina, ma anche le voci imperiose dei potenti della Terra che incitano all'odio tra i popoli e al riarmo. Guardare un film come Soldato ignoto, a maggior ragione in quanto sconosciuto ai più, diventa allora quasi un atto politico, una forma di ribellione ideologica a chi, colpevolmente immemore degli orrori del passato, vorrebbe ancora farci credere che la guerra sia una soluzione ai problemi del mondo e non un'immane tragedia collettiva.
Una suggestiva foto di scena (tratta da www.angeloorlando.com)

12 febbraio 2025

"Il paese delle meraviglie" di Giuseppe Culicchia: la generazione segnata dall'odio

A rileggere un libro che ha segnato una fase della nostra vita si corre un rischio, ossia quello di smarrire la magia della prima lettura. Sarà capitato a tutti di non riuscire più a ritrovare tra le pagine di un libro amato i segni di quel vecchio innamoramento. Forse per questo non ho mai riletto Il giovane Holden, per la paura (sia pure infondata) di rimanerne deluso. Ho fatto un'eccezione per Il paese delle meraviglie di Culicchia, che un'amica mi prestò nel lontano 2004, fresco di stampa. All'epoca mi fulminò, fissato com'ero per il punk e certe controculture ribelli. Un romanzo che mi segnò più profondamente di quanto abbia mai creduto, al punto che, rileggendolo, sono rimasto assai sorpreso di ricordarlo meglio di quanto mi aspettassi. Pur con le dovute differenze, le buone impressioni sono rimaste. Se vent'anni fa lo elessi a libro cult, un vero e proprio manifesto, oggi lo considero un nostalgico ricordo di un'epoca spensierata che non c'è più.
Sorprendentemente, inoltre, la seconda lettura mi ha condotto a riflessioni che vent'anni fa non erano possibili. Se infatti era intuibile che ci fossero degli spunti autobiografici, mai avrei potuto immaginare che la figura di Alice, uno dei personaggi del romanzo, fosse modellata su quella di Walter, cugino dell'autore e protagonista di una tragica vicenda che Culicchia ha trovato la forza di raccontare solo di recente. Senza svelare troppo della trama, chi volesse approfondire questo spunto autobiografico, rinvenendo eventualmente le mie stesse impressioni, può leggere il recente Il tempo di vivere con te.
In parole semplici, Il paese delle meraviglie è la storia di un'amicizia, profonda e sincera come può nascere solo in adolescenza, quella tra l'io narrante Attilio (detto Attila) e Francesco Zazzi (detto Franz). Quest'ultimo è un personaggio che difficilmente può essere dimenticato: quindici anni, sguardo azzurro pazzo, jeans fulminati dalla candeggina, chiodo e t-shirt con slogan scritti a biro risalenti al ventennio fascista. Franz infatti si dichiara neofascista, eppure il suo atteggiamento da immarcescibile poser ce lo fa amare sin dalle prime pagine. Coi suoi eccessi e la sua coerenza, Franz è l'amico che tutti in adolescenza avremmo voluto avere: folle, energico, fedele ai suoi ideali (per quanto discutibili), menefreghista, sciolto dai vincoli della buona società, malinconicamente anarchico nel profondo.
Le avventure di Attila e Franz nel corso di un intero anno scolastico, assieme a un incredibile numero di comprimari, sono il cuore pulsante della vicenda. Eppure Il paese delle meraviglie è anche qualcosa di più, perché attraverso la storia dei due amici Culicchia dipinge un impietoso ritratto dell'Italia alla fine degli Anni settanta, schiacciata tra il sogno del benessere e l'incubo del terrorismo e degli opposti estremismi. Il romanzo è infatti ambientato nel 1977 e sebbene i due amici vivano in un piccolo comune della provincia piemontese, gli echi del mondo si fanno sentire forte e chiaro, con la lotta politica, il punk, i Ramones e i Sex Pistols, la droga, la lotta senza tempo tra progressisti e conservatori. Il paese del titolo è l'Italia profondamente provinciale e bigotta in cui i due protagonisti hanno la ventura di vivere; una nazione incapace di spiccare veramente il volo, dilaniata com'è dalle opposte ideologie, siano esse politiche, sociali o religiose. In questo clima si consuma l'adolescenza sofferta di Franz e Attila, il primo troppo eccentrico per poter sopravvivere nella buona società, il secondo costretto a crescere troppo presto e a mettere i sogni nel cassetto. Non a caso il libro si conclude con la frase «io odio tutti», che non ha tuttavia l'ironico significato di un certo anarchismo punk, ma va intesa proprio in senso letterale. Arduo persino parlare di un romanzo di formazione, se così stanno le cose, in quanto il punto di approdo non è la crescita, ma un doloroso e invincibile disincanto.
Il libro di Culicchia ha segnato molti della mia generazione e di quella immediatamente precedente, come ho avuto modo di appurare confrontandomi con alcuni amici. E chiunque l'abbia letto, nessuno escluso, a distanza di anni ancora ricorda il pugno nello stomaco delle pagine finali.

17 gennaio 2025

"Una scrittura femminile azzurro pallido" di Franz Werfel: una catastrofe umana

Mentre nel romanzo Nella casa della gioia Franz Werfel aveva descritto una società in crisi e un mondo in sfacelo, in questo libro egli si è fatto cronista di un disordine tutto individuale. Leonida, alto funzionario del Ministero dell'istruzione austriaco negli anni immediatamente precedenti l'Anschluss, conduce una vita altisonante come il suo nome. Proviene da una famiglia modesta e grazie a un insperato colpo di fortuna ha sposato Amelie Paradini, una delle donne più ricche del Paese. Ciò gli consente di vivere decisamente al di sopra di quanto gli permetterebbe il suo stipendio da impiegato pubblico. Un'esistenza all'apparenza priva di macchie che è messa in discussione il giorno in cui gli viene recapitata una lettera vergata con scrittura femminile azzurro pallido, da cui il titolo del romanzo. Leonida riconosce subito la mittente, prima ancora di aprire la busta: la missiva è stata scritta da una sua vecchia amante. Sono i fantasmi del passato che si fanno inaspettatamente avanti, rischiando di compromettere l'esistenza agiata del funzionario statale.
Il protagonista è un eroe negativo, in quanto presenta tutti i vizi di certi esponenti della classe dirigente: è dozzinale, fedifrago, calcolatore, cinico, schiavo del dio denaro. Egli è l'incarnazione del parvenu, un uomo tutto sommato mediocre che ha raggiunto la ricchezza e una posizione sociale invidiabile grazie a un matrimonio fortunato. Eppure anche a lui viene offerta un'opportunità di redenzione; proprio quando la sua vita sembra inesorabilmente incardinata nei binari dell'agiatezza e del conformismo, l'arrivo della missiva lo pone di fronte a un bivio. Disinteressarsene distruggendola, come già aveva fatto nel passato, oppure aprirla e rispondere all'esortazione di aiuto ivi contenuta, rischiando tutto in un lancio di dadi. Nessuno può aiutarlo a trovare una soluzione, perché certi rovelli bisogna affrontarli da soli. Tuttavia Leonida non sa cogliere l'estrema opportunità celata tra le pieghe della lettera. E così l'ultima speranza di redenzione si dissolve, lasciandolo più solo e colpevole, a ennesima conferma della sua inettitudine morale.
Franz Werfel (1890-1945) ha dimostrato con questo romanzo di essere stato uno dei più fini narratori della sua generazione, in grado come pochi di trascrivere su carta paure, ossessioni e idiosincrasie dell'uomo europeo a cavallo tra i due conflitti mondiali. Cantore poco conosciuto della finis Austriae, in realtà non aveva nulla da invidiare a grandi contemporanei come Joseph Roth o Arthur Schnitzler.
Tutto il libro ruota intorno a tre soli personaggi principali, attorniati da una manciata di comparse. Leonida è una figura che ispira antipatia sin dalle prime pagine e con l'incedere della storia la prima impressione è confermata e anzi rafforzata. La moglie Amelie è una donna insulsa, piagnucolosa, succube dei capricci del marito e incapace di slanci vitali. Poi c'è la misteriosa autrice della lettera che, nonostante appaia soltanto nelle pagine finali, lascia il segno più profondo nel ricordo del lettore, in quanto è lei il vero deus ex machina dell'azione. E infine c'è Vienna, quasi un quarto personaggio, descritta da Werfel con pochi rapidi tocchi, perché se è vero che la vicenda si svolge quasi tutta in interni, gli scorci della città che si intravedono dalle finestre bastano per costruire uno scenario di grande fascino.
Una scrittura femminile azzurro pallido è la storia di un tormento, nonché un'impietosa critica al culto tutto borghese dell'apparenza e all'ipocrisia che spesso si cela dietro i rapporti umani, soprattutto tra i membri della classe dirigente. Werfel osserva con sguardo lucido e spietato la catastrofe umana del suo protagonista, senza tuttavia assumere toni moraleggianti o paternalistici. Il narratore non giudica, lascia che sia Leonida a firmare ed eseguire la sua stessa condanna, quella di un uomo che acquisisce consapevolezza quando è ormai troppo tardi e il fuoco è morto sotto la cenere. Il libro raggiunge dunque il suo punto più alto nello struggente finale, in cui Leonida, seduto su una poltrona del teatro, cade preda di un sonno convulso e animato da fantasmi. Sono i ricordi e le opportunità del passato, tutte quelle che non ha saputo cogliere e che non torneranno più. A lui, però, uomo mediocre e incapace di un sentire poetico, non resta neppure la gozzaniana consolazione del malinconico rimpianto, il «non amo che le rose che non colsi, non amo che le cose che potevano essere e non sono state».

23 dicembre 2024

"Sogni di Bunker Hill" di John Fante: un testamento spirituale

Fa riflettere che un libro così pieno di vita sia stato scritto quasi in punto di morte. Quando John Fante dettò alla moglie Joyce il suo ultimo romanzo, era ormai cieco e privo di una gamba a causa del diabete. Fu pubblicato nel 1982 e un anno dopo il più grande degli scrittori italoamericani lasciò questo mondo.
Sogni di Bunker Hill è il capitolo conclusivo della saga di Arturo Bandini, alter ego dell'autore e suo personaggio più amato. Può essere letto anche senza conoscere gli altri romanzi con il medesimo protagonista. Io stesso ricordo poco di Chiedi alla polvere e La strada per Los Angeles, letti da adolescente, mentre ancora non ho avuto occasione di leggere Aspetta primavera, Bandini. Nato a Boulder in Colorado e figlio di immigrati italiani, Bandini è un aspirante scrittore di dubbio talento e pressoché di nessun successo, salvo qualche breve racconto pubblicato su rivista. In questa sua ultima avventura è ancora un giovane squattrinato che approda a Los Angeles e si stabilisce in un alberghetto del distretto di Bunker Hill. Il libro narra le sue peripezie alla ricerca di un lavoro, o meglio, di un posto al sole in un mondo che arride a quanti hanno il coraggio di rischiare. La sua carriera sembra decollare quando un racconto viene notato da un agente letterario; da cameriere diventa così correttore di bozze, iniziando una rapida (ma effimera) scalata sociale, ottenendo infine un invidiabile contratto come scrittore di sceneggiature.
Fante conosceva bene il mondo di Hollywood, per avervi lavorato a lungo come sceneggiatore. Il romanzo, al di là di un apparente disimpegno, è una feroce critica a quel mondo falso, spietato e fondato sul culto dell'apparenza. Già negli anni Venti l'industria cinematografica muoveva in America un giro d'affari colossale e Hollywood era la Mecca di quanti ambivano anche solo ad accarezzare il successo. Arturo è uno di questi e in poco tempo capisce che la regola è una soltanto: adeguarsi o soccombere. Accettare di firmare col proprio nome pessime sceneggiature per un pubblico di stolti, oppure vedersi sbattere porte in faccia ed essere additati come ingrati. C'è un punto del romanzo, a mio avviso il più significativo, in cui Bandini si impegna per settimane per scrivere una sceneggiatura soddisfacente; ci mette tutto se stesso e alla fine la completa e ne è orgoglioso. Quando però la sottopone al suo supervisore, viene completamente stravolta e trasformata in un filmaccio western di terzo ordine. Arturo si ribella e non vuole che il suo nome sia associato a quell'obbrobrio. Il sistema allora lo punisce: il film sbanca i botteghini e a lui non spetta un centesimo di diritti d'autore. La Hollywood descritta da Fante è un leviatano che ammazza il talento, a cui è inane opporsi nell'illusione di preservare la propria integrità. Chi ci prova viene additato come l'ennesimo illuso, un Don Chisciotte che sacrifica gli agi del successo pur di non prostituirsi al mercato.
Sogni di Bunker Hill è un romanzo struggente come una lettera d'addio che conclude una lunga storia d'amore. Leggero nello stile ma profondo nei significati, fa sorridere e riflettere, sferrando poi un colpo inaspettato nell'amarissimo finale. A ragione viene considerato il testamento spirituale di Fante, il suo libro della maturità e della consapevolezza, un inno alla bellezza della vita e al disincanto. Non a caso nel finale assistiamo al ritorno di Arturo in seno alla sua famiglia; sono poche pagine, eppure restituiscono un commosso ricordo dell'infanzia di Fante. Il ritorno alle origini di Arturo è il ritorno alle origini di John, che si sentiva vicino alla morte e forse al ricongiungimento con i suoi amati genitori; non bisogna infatti dimenticare che la religiosità semplice e contadina della madre e della nonna è un tema ricorrente nei suoi libri. Così Arturo torna nella vecchia casa in Colorado che profuma di buon cibo, di infanzia, di una terra lontana. E lì, ancora una volta, il velo dell'illusione cade e gli viene amaramente ricordato che lui sarà sempre un diverso, un italiano, un minus, un figlio di immigrati.

20 novembre 2024

"Greco cerca greca" di Friedrich Dürrenmatt: la caduta degli dei

Ho deciso di acquistare questo libro perché favorevolmente impressionato dalla lettura di altre opere dello scrittore svizzero. Romanzo giustamente considerato "minore", Greco cerca greca, a mio avviso, non ha il pathos che ritroviamo ad esempio ne Il sospetto, né la potenza narrativa de La panne, per citarne due. Ritorna la tesi del caso come arbitro e gerente dei destini umani, vero e proprio leitmotiv della produzione di Dürrenmatt, sebbene qui venga inserita una forza, quella dell'amore, non presente negli altri libri citati.
Il greco del titolo è Arnolph Archilochos, misero sottocontabile di una grande azienda meccanica. Sebbene sia di origini greche, come suggerisce il nome, egli è nato e cresciuto in Svizzera, né ha mai visto la terra paterna. È un uomo di mezza età, celibe, inibito, vessato dai colleghi e dal fratello Bibi, che non perde occasione per estorcergli denaro. Sebbene la sua sia un'esistenza grama, è tuttavia fondata su solidi principi. Arnolph infatti si è costruito un'inscalfibile piramide delle autorità, un vero e proprio ordinamento morale al cui vertice è posto il Presidente della Repubblica. A seguire, altre personalità verso cui ripone massima fiducia: il vescovo, il rettore dell'università, un pittore astrattista, l'ambasciatore americano e via discorrendo. Una sorta di intangibile pantheon personale: niente può minare la fiducia che Arnolph nutre verso questi personaggi. Quando però incontra Chloé, come lui di origini greche, il mondo ideale che si era costruito è destinato ad andare in frantumi. Man mano che procede la sua scalata nella buona società per mezzo di Chloé, gli immutabili ideali cadono uno a uno, lasciandolo orfano di quel mondo fittizio che si era costruito, un po' come accade al protagonista de Il busto di gesso, grande e purtroppo dimenticato romanzo di Gaetano Tumiati.
Come è evidente dalla sinossi, Greco cerca greca è un'opera particolare, una storia che si avvale degli stilemi della favola per lanciare poderosi attacchi contro la società borghese e i suoi idoli effimeri. Dürrenmatt accantona dunque le usate vesti del giallista e compone una vicenda fin troppo chiara nel suo lineare svolgimento, l'ascesa e la drammatica caduta di un uomo che ha sempre riposto nelle mani altrui le chiavi del proprio destino. Ed ecco che, non appena tenta di diventare egli stesso arbitro delle proprie sorti, il sistema etico e rigorosamente gerarchico che aveva costruito va in pezzi, lasciandolo solo e sgomento. Tutti i personaggi del suo pantheon, da lui immaginati come figure eteree e senza peccato, uno dopo l'altro svelano il vero volto, così distante dall'immagine che il greco si era fatto di loro.
Come già detto, torna in questo romanzo il grande tema del caso, un classico della poetica dello scrittore svizzero. La cieca casualità e il gioco delle fortune/sfortune sono il motore dell'azione, come a un certo punto è costretto a riconoscere anche il protagonista, quando, all'apice della sua repentina scalata sociale, si rende conto lucidamente di essere la pedina di un gioco cui non può opporsi, perché tutto ciò che accade sfugge al nostro controllo. Il tema del caso viene tuttavia arricchito da altri elementi, perché Greco cerca greca è in primis una feroce satira contro il convenzionalismo borghese e il culto dell'apparenza. Archilochos crede nell'incorruttibilità dei simboli del suo ordinamento morale: il vescovo, il presidente, il rettore e via dicendo. A malincuore dovrà però rendersi conto che quello dell'incorruttibilità era per l'appunto solo un parto della fantasia. Alla prova del vero, il suo sistema etico cadrà a pezzi, in uno con l'acquisizione di una nuova consapevolezza di sé e del mondo. Il potere, la religione, l'arte e la cultura si dimostrano realtà imperfette e viziate, come imperfetto e viziato è colui che le ha create, l'uomo. Ecco dunque che il caso lascia spazio al caos, perché in questo mondo imperfetto non c'è distinzione tra pubbliche virtù e vizi privati, le une e gli altri sono facce della stessa medaglia contraffatta.
Ritengo che non sia il libro più adatto per chi voglia avvicinarsi al grande scrittore svizzero. È per l'appunto un'opera minore che, pur riprendendo alcune tematiche care all'autore, difficilmente può far venire voglia di leggere altro di Dürrenmatt. Per chi invece già lo conosce e apprezza, è bene averla perché eccentrica rispetto alla sua produzione più famosa.

5 settembre 2024

Il giusto spazio a ogni cosa

Ci sono circostanze che diamo per scontate, come se rientrassero nell'ordine naturale delle cose al punto da non poter essere messe in discussione. Sono talmente radicate nella nostra quotidianità che non suscitano dubbi o riflessioni critiche: sono semplicemente accettate come giuste e indiscutibili. Tra queste c'è la convinzione che non si possa fare a meno dell'onnipresente teatrino della politica, che occupa giornalmente ampi spazi su ogni mezzo di informazione. Non c'è telegiornale, quotidiano o sito di informazione che non riporti pedissequamente le esternazioni, quasi sempre propagandistiche, di questo o quell'altro esponente di maggioranza e opposizione. E, cosa a mio avviso ancora più grave, non c'è ambito sottratto a questo litigio continuo. I politici vengono interpellati su ogni argomento, sia esso giuridico, religioso, morale, etico, tecnico, medico, economico e perfino sportivo. Minimi gli spazi lasciati liberi da questi monologhi; perfino gli eventi di cronaca nera diventano campo di battaglia dello scontro tra opposte fazioni.
Fin qui nulla di strano. D'altronde, la libertà d'opinione è un diritto sacrosanto sancito per tutti dalla Costituzione. Quel che io mi domando è se davvero al cittadino debba interessare cosa pensano il politico Tizio e Caio di un dato argomento. A me non interessa, lo dico con la massima sincerità, per almeno due buoni motivi. Il primo è che l'opinione dei politici di professione non è quasi mai libera, né ancorata all'oggettività dei fatti, ma sempre coerente con la linea del partito. In parole povere, ho il pregiudizio che sia un'opinione insincera. In secondo luogo, vorrei che venisse dato più spazio – almeno in ordine a certi argomenti che esulano dal campo politico in senso stretto – alle opinioni degli esperti. Vorrei che di riforme parlassero i giuristi, di epidemie i medici, di imposizione fiscale i tributaristi, di immigrazione i sociologi e così via. Si eviterebbero molti malintesi, nonché la diffusione di false informazioni; soprattutto si alzerebbe il livello del dibattito, a beneficio di tutti.
Sia chiaro: non voglio dire che le dichiarazione dei politici debbano essere ignorate dai mezzi di comunicazione. Ciò che metto in dubbio è l'effettiva utilità della cassa di risonanza che viene data a ognuna di queste dichiarazioni. Come se fosse obbligatorio dedicare le prime pagine alla polemica politica del momento. Per giorni si riempiono le pagine dei giornali con repliche e controrepliche delle opposte fazioni, in uno sterile battibecco destinato a lasciare minima traccia, se non nessuna, nella memoria nazionale. E poi c'è tutto il codazzo degli opposti antagonismi, le tifoserie dell'una o dell'altra corrente che inondano la rete di commenti, il più delle volte ridondanti, banali, inutili.
Fateci caso: oltre metà del tempo dei telegiornali è dedicato ad ascoltare le contrapposte versioni di maggioranza e opposizione sui vari argomenti della giornata. Fateci caso: tutti i politici interpellati hanno lo stesso tono di voce impostato, declamatorio, sicuro, quello di chi sta raccontando l'ovvia verità a beneficio di una platea inconsapevole. A chi giova realmente questo teatrino? Aiuta forse le persone a farsi un'opinione, a comprendere meglio la realtà in cui vivono? Non è invece fonte di confusione, di sterile scontro, di appiattimento delle idee, in cui non è possibile distinguere il vero dal verosimile, il possibile dal palesemente falso? Sarebbe bello se un giorno i direttori dei telegiornali e dei quotidiani decidessero di fregarsene almeno in parte di quel che hanno detto gli esponenti di partito, dando invece voce a quanti veramente hanno qualcosa di interessante da sancire, al di fuori delle logiche politiche. Questa forse è un'utopia, ma sarebbe quantomeno auspicabile che alla disputa politica venisse dato il giusto peso, anziché ergerla a fulcro del dibattito culturale del Paese. Sarebbe bello se si desse più voce a chi ha qualcosa da dire che non sia solo sterile propaganda, lasciando che a parlare siano soprattutto gli esperti, gli intellettuali, le persone che vivono fuori dalle logiche della cortigianeria. Vedrete che, ridotto il palcoscenico, anche il numero delle sciocchezze calerebbe drasticamente. Il Paese ne guadagnerebbe, in termini di onestà intellettuale, oserei persino dire di pacificazione nazionale.
Un cane e un gatto che litigano
(part. da Ultima cena di Cosimo Rosselli)

10 agosto 2024

"La campana di vetro" di Sylvia Plath: vivere in una gabbia

Ho sentito parlare di Sylvia Plath per la prima volta al liceo, merito di un'antologia di letteratura in lingua inglese che dava spazio anche alle voci più recenti e agli autori meno noti. E così, pur senza disdegnare Coleridge e Wordsworth, rimasi colpito dalla vicenda umana della poetessa statunitense, morta suicida nel 1963, a soli trentuno anni. E ancora ricordo di essermi di nuovo imbattuto in lei qualche anno dopo in un articolo su Antonia Pozzi, poetessa nostrana la cui vita mostra alcune sorprendenti similitudini con quella della Plath. È sull'onda di questi ricordi che di recente ho letto La campana di vetro, l'unico romanzo dell'americana, pubblicato un mese prima della morte.
La storia è palesemente autobiografica e la protagonista Esther Greenwood non è altri che la Plath, sebbene alcuni dettagli siano stati volutamente cambiati. All'inizio del romanzo Esther è appena giunta in un albergo che ospita solo giovani donne, tutte vincitrici di un concorso indetto da una rivista di moda. Il premio consiste appunto in un lungo soggiorno a New York, tra sfilate, incontri mondani e un tirocinio retribuito presso la redazione della rivista. È un mondo di cui la protagonista percepisce la vacuità, sebbene ne sia inspiegabilmente attratta; ella tenta di farne parte, ma al tempo stesso non riesce a prenderne le misure. Gli eventi la soverchiano, l'interazione con gli altri è ostica, al punto che finisce per essere considerata una sorta di outsider, troppo sensibile per farsi ammaliare dalle sirene dell'apparenza e al contempo non sufficientemente spregiudicata per diventare una protagonista di quel mondo. L'inquietudine la conduce così a una profonda depressione, con il successivo ricovero in una clinica psichiatrica dove subisce persino la violenza dell'elettroshock.
Il disagio psichico e l'oppressione della società sono i due grandi temi di questo romanzo. Per usare un'espressione che fu coniata proprio negli anni Sessanta dal sociologo Goffmann, potremmo parlare di "istituzioni totali". È tale la clinica in cui Esther è ricoverata, lo è l'albergo di New York e persino la sua famiglia. Esther vive in un contesto in cui tutto è già deciso per lei e non c'è possibilità di fuga, perché è come se ci fosse una sovrastruttura che si fa carico di tutti i suoi bisogni, senza però interrogarsi per davvero su quali siano i desideri della ragazza. La famiglia è la prima di queste istituzioni totali, "un campo di concentramento", secondo le parole di un celebre film di Ken Loach. La madre di Esther crede di conoscere la figlia, ma in realtà è un'illusione: il mondo interiore della ragazza è così complesso e ricco di sfumature che la madre non può coglierne che la superficie. Alla stessa maniera, anzi in modo ancora più drammatico, si colloca la clinica psichiatrica: un luogo gelido e solo all'apparenza ospitale, dove vige uno spietato regime fondato sulla logica del premio e della punizione. Si può avanzare e quindi essere trasferiti in un reparto che garantisce minori restrizioni, oppure essere degradati a un livello inferiore e venire puniti con l'elettroshock. È qui che Esther, dietro la caritatevole facciata della cura, subisce una completa destrutturazione della propria personalità.
Cos'è dunque la campana di vetro? I critici ne hanno dato diverse interpretazioni: chi ritiene sia la malattia psichica, chi la identifica con la clinica o con la famiglia come istituzione borghese. Forse non esiste una risposta univoca, forse la campana di vetro è genericamente il contesto in cui vive la protagonista, fatto di regole che non si possono trasgredire, di aspettative che non possono essere disattese, di rituali (come quelli sessuali) cui non è consentito non sottoporsi. Lo sforzo della protagonista, ma sarebbe meglio dire di Sylvia Plath, è stato quello di cercare di rompere la campana di vetro per respirare un'aria nuova, quella della libertà e di una nuova consapevolezza di sé, fuori dalle imposizioni del Sistema.
La voce di Esther ci accompagna in questo viaggio, a volte disincantata e ingenua, a volte colma di dolore e consapevolezza. La Plath ce la restituisce in tutte le sue sfumature, grazie a una scrittura introspettiva che lascia trasparire ogni emozione. Superfluo sottolineare che si tratta di un romanzo molto diverso da quello che offre la letteratura contemporanea; eppure i temi trattati, in primis l'alienazione e l'isolamento, sono quanto mai attuali.
Edizione Oscar Mondadori di qualche anno fa