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13 giugno 2026

"La fine della strada" di Joseph O'Connor: due solitudini

Come già aveva fatto con l'esordio di Cowboys and Indians e in maniera più potente con il successivo Il rappresentante, anche in questo romanzo O'Connor ha affrontato le tematiche dell'abbandono, dell'incomunicabilità e del dolore esistenziale. E probabilmente l'ha fatto nel modo più maturo, profondo e vero; non a caso il libro, alla sua uscita nel 2000, venne salutato come il migliore tra quelli scritti fino ad allora dall'autore irlandese.
La fine della strada è l'emozionante racconto dell'incontro tra due solitudini. Ellen ha quarantasette anni, eppure le resta poco da vivere a causa di una diagnosi implacabile; è irlandese di nascita ma è stata adottata negli Stati Uniti, dove tuttora vive assieme al marito fedifrago e ai due figli problematici. Martin è invece un poliziotto in disgrazia di Dublino, un tempo tra i più brillanti della squadra speciale; la morte di un figlio e il naufragio del matrimonio l'hanno ridotto all'ombra di se stesso. È il caso a farli incontrare, lo stesso caso per cui si scoprono più simili di quanto avrebbero mai potuto credere. Entrambi, infatti, vogliono raggiungere la penisola di Inishowen, nella contea del Donegal: lì è sepolto il figlio di Martin, lì vive la madre naturale di Ellen, che la donna vorrebbe conoscere prima di morire.
Inizia così un emozionante viaggio da Dublino al Donegal, attraverso le strade gelate di un'Irlanda su cui si è abbattuta un'eccezionale ondata di freddo. Il contesto storico e temporale è ben definito: la vicenda si svolge tra il 23 dicembre 1994 e il primo gennaio 1995. In Irlanda si respira timidamente un'aria nuova, in virtù del cessate il fuoco che sembra aver sopito gli animi devastati da decenni di guerriglia e terrorismo. O'Connor ricostruisce perfettamente il clima di quei giorni travagliati, raffigurando il volto di un paese diviso tra le spensierate celebrazioni del Natale e le ferite ancora aperte dei Troubles. Ellen e Martin durante il viaggio incontrano posti di blocco della Garda, murales che incitano all'IRA o all'UVF, echi di vecchie stragi e controversie irrisolte. La questione irlandese, pur toccando entrambi i protagonisti, è tuttavia solo la cornice che racchiude una questione strettamente privata, per usare quasi alla lettera un titolo di Fenoglio.
O'Connor, sebbene non ancora quarantenne, dimostrò di essere un autore di razza e una delle voci più interessanti della letteratura europea del nuovo Millennio. Bisogna peraltro tenere conto della mole del volume, quasi cinquecento pagine che scorrono grazie alla sapiente alternanza tra lunghi dialoghi – in cui l'autore prova di essere un acuto conoscitore del parlato quotidiano – e le parti descrittive che restituiscono il sapore di un'Irlanda dolceamara. Emergono le mille contraddizioni di una terra che sa essere madre e matrigna, di un popolo al tempo stesso tollerante e intransigente, santo e bestemmiatore, ironico e tremendamente serio.
Dal punto di vista più squisitamente lirico, La fine della strada è un inno al potere salvifico dell'amore, nella sua accezione più ampia che non comprende solo il legame tra un uomo e una donna o tra genitori e figli. Emerge la consapevolezza che solo questo sentimento può dare un significato all'aridità del quotidiano. A ben vedere, tuttavia, non si tratta di un messaggio riduttivo o banalmente consolante; sia Martin che Ellen sono infatti destinati al fallimento. Nondimeno, l'esperienza vissuta insieme, pur non avendo effetti taumaturgici, restituisce il significato a due vite che oramai erano segnate. Conta soltanto l'aver amato o l'essere stati amati, anche per una sola settimana nel corso di un'intera vita; un incontro come quello tra Ellen e Martin, sia pur breve, può offrire un riscatto, suturare molte ferite, lenire la solitudine estrema che prova chiunque abbia la ventura di affacciarsi al mondo.
La fine della strada è sicuramente un ottimo romanzo, sebbene alcune ingenuità narrative impediscano di definirlo un grande libro. Mi riferisco in particolare a due eventi poco credibili che accadono verso il finale; si tratta, a mio avviso, di parti che avrebbero potuto essere anche omesse o modificate senza incidere sul senso complessivo della storia. Ad ogni buon conto, con le ultime pagine O'Connor si riscatta, tornando a quel tono drammatico e profondamente umano che è il punto di forza di questo libro.

28 febbraio 2026

"Vipera in pugno" di Hervé Bazin: contro ogni pedagogia

In passato era usanza di alcune ricche famiglie francesi quella di abitare in falsi manieri di gusto medievaleggiante. Questi finti castelli erano il simbolo di una nobiltà decaduta o, più spesso, di una ricchezza conquistata grazie al commercio e agli affari. In una di queste dimore, la Belle Angerie, vivono i protagonisti dell'incendiario romanzo di Hervé Bazin (1911-1996), che alla sua uscita nel 1948 destò grande scalpore, ma al tempo stesso raccolse i favori del pubblico e della critica.
Vipera in pugno è un romanzo di formazione al contrario, il racconto di un'educazione contrapposta ai canoni della pedagogia moderna. A impartire questa educazione autoritaria e rigidamente reazionaria è Paule Pluvignec, la tiranna della Belle Angerie, moglie del padrone di casa, il pavido e accidioso Jacques Rezeau. Vittime predestinate sono i tre figli della coppia: Ferdinand, detto il Moscio, Jean, detto Teppa, e Marcel, soprannominato Scricciolo. Paule impone dentro casa un vero e proprio regime totalitario che le vale i soprannomi di Bastarda e Pazza. Gli ingredienti di questa educazione farebbero inorridire ogni pedagogista: sveglia alle cinque, rigorosa programmazione degli orari e delle attività, studio sotto la sferza di un rigido precettore, messa quotidiana e preghiere più volte al dì, pubblica confessione dei peccati ogni sera, punizioni corporali, umiliazioni fisiche e morali, assoluta mortificazione di ogni piacere della gola e della carne. In parole povere, un'educazione fatta di soli obblighi e divieti, che nega qualsiasi capacità di autodeterminazione del bambino. Sebbene la vicenda sia ambientata negli anni del primo dopoguerra, la Belle Angerie sembra ferma a un'epoca antecedente all'Età dei Lumi.
Con questo romanzo, in parte autobiografico, Bazin ha denunciato gli esiti più estremi di un cattolicesimo intransigente che si fa radicalismo moraleggiante. Il cattolicesimo "pre Concilio Vaticano II" non è tuttavia l'unico bersaglio dei suoi strali. Vipera in pugno è prima di tutto un impietoso e ironico atto d'accusa contro un'aristocrazia morente (quella dei Rezeau) che per sopravvivere doveva scendere a patti con l'odiata classe dei borghesi arricchiti (rappresentata dai Pluvignec).
«Il mondo è in subbuglio, non si fida più devotamente della Croix, sbeffeggia l'Indice, vuole giustizia, non bigotteria; diritti e non elemosina; si affolla su treni suburbani che lentamente spopolano queste campagne servili, sbaglia l'ortografia dei nomi dei grandi, pensa male perché non pensa come voi, eppure è vivo, e noi siamo moribondi.»
Bazin ha scritto un vero e proprio elogio della ribellione adolescenziale, paragonabile per intensità a Il giovane Holden. Jean, protagonista e io narrante, è l'unico dei tre fratelli che si ribella apertamente al regime imposto dalla madre, ingaggiando con lei una vera e propria battaglia che sconfina nel reato e finanche nel tentato omicidio. In ciò sta lo scandalo che questo romanzo destò, nell'aver presentato una figura di madre crudele e ingiusta, lontana dall'immaginario tradizionale, un mostro perverso che trasforma Jean, il figlio più odiato e tuttavia a lei più simile, in un adolescente amorale e cinico che si affaccia al mondo brandendo metaforicamente una vipera in pugno, pronta a mordere chiunque osi ostacolare i suoi piani. Paule, nell'ossessione punitiva che sconfina nella patologia psichiatrica, ha nutrito un aspide in seno. Ed è lo stesso Jean a rendersene conto nelle pagine finali del romanzo.
«Ogni fede mi sembra un inganno, ogni autorità una disgrazia, ogni sentimento un calcolo. Dubiterò, allontanerò, rinnegherò le amicizie più sincere, la buona disposizione, gli affetti che mi verranno offerti. L'uomo vive solo. Amare è una debolezza, odiare significa imporsi. Io vivo, dunque attacco, distruggo.»
Di figure di genitori autoritari è piena la letteratura; mi viene in mente Padre padrone. Eppure, nel romanzo di Ledda lo scontro generazionale è tra due visioni del mondo, ciascuna dotata di una propria verità e dignità: il mondo arcaico e pastorale del padre che si contrappone agli ideali progressisti del figlio. Per quanto discutibile, l'educazione che il pastore impone al figlio è, almeno nelle intenzioni, orientata al suo benessere e a garantirgli un posto sicuro nel mondo, protetto dalle braccia immutabili della tradizione. Ne La vipera in pugno, invece, manca proprio l'idea del bene: è un'educazione crudele e ingiusta che sfida le leggi umane e divine, nonché i principi della logica. Per questo motivo ho parlato di un romanzo di formazione al contrario.
Il libro di Bazin è stato ristampato nel 2025 da Feltrinelli in un'elegante veste grafica nella nuova collana "I grammatici", destinata a «pubblicare opere che, nel vasto ambito della letteratura, siano capaci di illuminare un aspetto fondamentale ancora nascosto del nostro presente oppure, all'opposto, l'origine lontana di ciò che è sotto gli occhi di tutti». La recente e meritoria ristampa diventa così un'occasione per riscoprire un'opera mai davvero dimenticata, che tuttavia da troppo tempo mancava sugli scaffali delle librerie italiane.

25 aprile 2024

"Atti impuri" di Goffredo Parise: un'invettiva a metà

Sebbene la critica lo consideri un romanzo minore, nelle intenzioni di Parise doveva avere ben altra importanza, tanto che gli dedicò addirittura due stesure, la seconda a quasi vent'anni di distanza dalla prima. Il titolo del 1958 era infatti Amore e fervore, laddove Atti impuri ne è la riscrittura del 1973 per Einaudi. Nei propositi dell'autore doveva chiudere l'ideale trilogia iniziata con Il prete bello e proseguita con Il fidanzamento. Con l'edizione del 1973, peraltro, venne recuperato il titolo originariamente scelto e il finale fu ampiamente rimaneggiato.
A costo di esprimere un giudizio tranchant, ritengo che Atti impuri trasmetta al lettore un'impressione di incompiutezza, in primis per il finale frettoloso che lascia in sospeso molte domande. A ben vedere, però, è il libro nel complesso a essere adombrato da un velo di difetto. È come se Parise avesse voluto lanciare un j'accuse contro certa borghesia cattolica italiana, ma con le armi spuntate, perché la critica sociale è stata trasfigurata in resoconto grottesco. Ciò non è un male in sé, lo è nella misura in cui il racconto non spinge decisamente neppure nella direzione comica; aleggia, per così dire, in un limbo tra la sferzata polemica e la satira.
Come si evince dal titolo provocatorio, al centro della vicenda c'è una relazione peccaminosa, quella tra Marcello e Gianna. Il primo è segretario di un piccolo comune della provincia veneta, nonché ultimo rampollo di una famiglia di industriali, i Lazzarotto, titolari dell'omonima cereria "pontificia" che rifornisce di candele le chiese e i conventi del circondario. Marcello è stato educato a una religiosità opprimente e al tempo stesso infantile: persino l'amore coniugale gli appare peccaminoso, al punto da respingere con terrore gli approcci della moglie. Responsabili di questa educazione castrante sono gli anziani zii che lo hanno allevato dopo la morte dei genitori. L'incontro casuale in un parco con l'infermiera Gianna, però, è fatale al suo mondo di granitiche certezze: il desiderio della carne prevale sulle convinzioni di fede e sgretola il castello di sabbia delle convenzioni e della rispettabilità. Ecco il paradosso: pur rifiutando di fatto ogni relazione coniugale, Marcello si trova a viverne una extraconiugale. Sono questi gli atti impuri del titolo.
Ho esordito parlando di incompiutezza, con riferimento alla verve polemica del romanzo. Si consideri il protagonista, Marcello Lazzarotto. È come se l'aspetto macchiettistico del suo carattere svalutasse in qualche modo la critica sociale che Parise voleva lanciare. Di fronte a un giovane che si confessa per ogni piccola manchevolezza e che trascorre le sue giornate nel terrore di commettere peccati irreparabili, viene spontanea una risata di scherno, se non addirittura una smorfia di insofferenza. Il modo in cui Marcello vive la propria religiosità è così ottusamente evirante da essere esso stesso una punizione, senza che sia necessario aggiungervi una dose di polemica. Paradossalmente si finisce quasi per empatizzare con lui, o comunque per non biasimarlo per la sua fede bambinesca e ingenua. Personaggi ancora più grotteschi sono poi gli zii di Marcello: strambi, bizzarri, carnevaleschi, una sorta di famiglia Addams all'italiana.
Dove invece il bisturi di Parise incide maggiormente è nello scoperchiare la grettezza e la meschinità della provincia veneta, che poi non è altro se non un piccolo spaccato della provincia italiana. Nella cittadina in cui è ambientato il romanzo, gli abitanti sono ammantati da una rispettabilità fittizia, destinata a cadere sotto la scure delle chiacchiere non appena un sospetto aleggi su di loro. È il caso proprio di Marcello, universalmente riconosciuto come uomo pio e timorato di Dio, salvo poi venire additato come il peggiore peccatore per il solo fatto di essere visto in compagnia di Gianna Ciriaci. E a maggior ragione è il caso della Ciriaci; di lei sappiamo solo che è un'infermiera e che non vuole legarsi a un uomo, come la morale corrente imporrebbe. Ciò basta per qualificarla come prostituta agli occhi maligni dei suoi concittadini. Su questo aspetto, più che su quello del bigottismo, Parise sembra cogliere il segno e lasciare una traccia nel lettore, che altrimenti ben difficilmente ricorderebbe a lungo questo romanzo.
Edizione Einaudi 1973, la prima col nuovo titolo

9 novembre 2023

Il Cilento della millenaria devozione: il Santuario della Madonna del Granato

Sono sette i santuari mariani che costellano il territorio del Cilento, dalla marina all'entroterra. Di solito sono collocati su alture, come nel caso della chiesa della Madonna del Sacro Monte di Novi Velia, posta sulla cima del Gelbison a 1705 metri sul livello del mare. La tradizione popolare, per meri fini didascalici e senza voler contraddire l'unicità della Vergine, tramanda che le sette Madonne fossero sorelle. Per questo si parla convenzionalmente delle "sette sorelle del Cilento". Un elemento in comune a questi luoghi è che le immagini che ivi si venerano hanno le medesime caratteristiche iconografiche bizantine; comuni sono anche i riti, le tradizioni e persino i canti.
La Madonna del Granato è una di queste "sorelle". Parlare del santuario dedicatole non significa semplicemente risalire alle origini della devozione popolare, ma ricostruire una parte essenziale della storia locale, nonché vicende che hanno contribuito a definire la storia dell'intero Mezzogiorno. L'edificio si trova appollaiato su un versante del monte Calpazio, poco più in basso rispetto ai ruderi del castello di Capaccio Vecchio, teatro di una celebre congiura. Come ho scritto altrove, nel 1246 alcuni tra i principali notabili del Regno ordirono una cospirazione per uccidere l'imperatore Federico II di Svevia e suo figlio Enzo. Grazie ad alcuni fedelissimi, il sovrano scoprì il complotto e i rivoltosi furono costretti a rifugiarsi nel castello di Capaccio, ritenuto inespugnabile. La fortezza fu cinta d'assedio per tre lunghi mesi dalle truppe di Federico II, fin quando capitolò nel luglio del 1246 per mancanza di approvvigionamenti. Per punizione venne rasa al suolo e tuttora è ridotta a rudere.
Il Santuario della Madonna del Granato a Capaccio (SA)

L'attuale chiesa era un tempo la cattedrale della diocesi di Paestum, soppressa nel corso dell'Ottocento con spostamento della sede vescovile a Vallo della Lucania. La sua origine dovrebbe risalire alla fine del IX secolo d.C., quando i pestani abbandonarono la pianura per sfuggire alle incursioni dei saraceni, rifugiandosi sui primi contrafforti delle alture retrostanti. Nel corso del X secolo anche la sede vescovile fu spostata sul monte Calpazio, come testimonia il Codex diplomaticus cavensis che riferisce dell'esistenza nel 989 di una chiesa dedicata alla Vergine situata in prossimità del castello di Capaccio Vecchio. Secondo una leggenda tramandata oralmente, l'immobile fu costruito dalle medesime maestranze che operarono sul duomo di Salerno. Tracce di un incendio hanno fatto pensare alla distruzione dell'edificio originario, forse di origine basiliana. L'attuale chiesa fu innalzata in posizione più arretrata e servì da alloggio per le truppe assedianti il castello di Capaccio durante il citato episodio. Il titolo di Santa Maria del Granato compare per la prima volta nel 1630; la venerabile statua è invece attestata a partire dalla prima metà del XVIII secolo, quando l'immagine non era permanentemente esposta a causa delle precarie condizioni del luogo. Nel corso del XIX secolo venne costruita una prima casa per accogliere i pellegrini, finché nel 1851 con la soppressione della diocesi di Paestum la chiesa fu elevata a santuario.
L'interno della chiesa
Lo splendido soffitto

Il complesso in origine era costituito da un edificio a tre navate e da una torre campanaria, cui a metà Ottocento è stato aggiunto un corpo di fabbrica a tre piani destinato a canonica. L'interno della chiesa è imponente, anche per effetto del pavimento in leggera salita che amplifica la sensazione di ascensione e accresce gli spazi. Una esauriente descrizione si trova sul sito del Catalogo Generale dei Beni Culturali.
«Le tre navate terminano in un transetto triabsidato, posto ad una quota maggiore di circa 0,56 m rispetto alla parte terminale delle navate, che a loro volta hanno il pavimento in forte pendenza (1,28 m di dislivello). Le navate laterali sono coperte da una serie di voltine a crociera sorrette da colonne mentre la navata centrale conserva la copertura a capriata più volte rifatta. Sul lato destro del transetto, superato un piccolo vano, si accede ad un ambiente absidato, a pianta quadrata, coperto da una pseudocupola impostata su pennacchi generati da una crociera; si tratta di una cappella del XIII secolo, con una copertura a timpani estradossati e un'alta cupola a pan di zucchero, che ha subito notevoli trasformazioni. La torre campanaria, di imponenti proporzioni, è posta sul lato sinistro del transetto; ha un basamento a scarpa e barbacani laterali.»
In fondo alla navata di destra c'è la statua della Vergine che sorregge la melagrana, una raffigurazione di origine greca. Alla foce del Sele, a poca distanza dal santuario, è infatti presente l'Heraion, un tempio dedicato alla dea Hera Argiva; qui è stata trovata una statua in marmo raffigurante la dea seduta in trono con una melagrana in mano. Sembrerebbe che il culto di Hera sia sopravvissuto in età cristiana, trasfigurato nella Madonna del Granato. Tornando alla statua, nel 1918 l'originale medioevale fu distrutta da un incendio, per cui nel 1921 venne collocata quella che è possibile ammirare oggi. L'opera d'arte più pregevole è invece il pulpito di epoca romanica a metà della navata centrale; è sorretto da tre esili colonnine ed è decorato con dischi e lastre marmoree policrome. La bassa volta è affrescata con motivi geometrici e scene di santi.
La statua
Il pulpito romanico
Particolare degli affreschi del pulpito

Da menzionare, infine, lo splendido panorama che si ammira dalla terrazza antistante il santuario. Le fotografie non rendono l'idea; basti dire che la vista spazia su tutta la piana del Sele, con la marina da Agropoli alla Costiera amalfitana, il monte Stella e il Cilento Antico, punta Licosa e i templi di Paestum.
Le fotografie sono liberamente riproducibili, purché ne venga indicata la provenienza da questo blog.
Il panorama dalla terrazza del santuario

6 dicembre 2022

Roma da (ri)scoprire n. 7: il "piccolo Pantheon"

Come ho già scritto, a Roma ci sono innumerevoli tesori che si collocano ai margini dei consueti giri turistici. Sono chiese, monumenti, edifici e manufatti dal grande valore intrinseco, che tuttavia patiscono la concorrenza di altre e più blasonate opere d'arte. Oggi vorrei parlare brevemente di una chiesa che spesso sfugge al viaggiatore distratto o frettoloso, nonostante costituisca un unicum nel patrimonio artistico romano.
La chiesa di San Bernardo alle Terme si trova nell'omonima piazzetta, tra via Nazionale e via Venti Settembre, a due passi dal largo di Santa Susanna, dalla celebre Fontana del Mosè e dalla chiesa di Santa Maria della Vittoria. È collocata in posizione defilata e patisce la presenza delle automobili in sosta; piazza di San Bernardo è infatti adibita a parcheggio, circostanza che penalizza il luogo di culto.
I lavori per la costruzione della chiesa iniziarono nel 1598 per volere di Caterina Nobili Sforza di Santa Fiora, che fece adattare allo scopo uno dei quattro torrioni angolari delle Terme di Diocleziano. Secondo un'altra versione, l'edificio era in origine un'aula circolare compresa nel recinto esterno delle terme. Da ciò, com'è ovvio, la denominazione di San Bernardo "alle Terme". Sin dalla sua fondazione è stata amministrata dall'Ordine cistercense, i cui monaci tuttora vivono nel monastero a latere.
All'esterno si presenta col corpo cilindrico sormontato da un tamburo ottagonale decorato con stucchi. La semplice facciata è senza finestrature e segue l'andamento cilindrico, con lesene, nicchie vuote e un affresco che sormonta il portale appena sopra il timpano. La facciata ispira al tempo stesso rigore e armonia.
L'interno, a pianta circolare, è sovrastato da una vertiginosa cupola di oltre venti metri di diametro a cassettoni ottagonali che si rimpiccoliscono verso l'apertura sommitale. Scontato il riferimento a un ben più celebre monumento che è valso alla chiesa il soprannome di "piccolo Pantheon". L'interno è stato rimaneggiato nei secoli XVIII e XIX, ma «conserva integra la sua originale suggestiva spazialità di chiara ascendenza palladiana», come spiega un opuscolo che è possibile acquistare in loco con una modica offerta.
La suggestiva cupola

All'interno si viene colpiti da tre elementi: la cupola, il bianco accecante e le statue. Il colore bianco è ovunque: pareti, capitelli, modanature in stucco, statue e cupola. Le uniche note di colore sono le due pale d'altare di cui parlerò fra poco. In grandi nicchie sono collocate, secondo un ordinamento circolare, otto gigantesche statue in stucco opera di Camillo Mariani (1567-1611), alte circa tre metri. Sono raffigurati Sant'Agostino mentre legge un libro, Santa Monica in abiti da suora, Santa Maria Maddalena, San Francesco che volge lo sguardo sofferente verso un crocifisso, San Bernardo che sorregge in una mano il modellino della chiesa, Santa Caterina d'Alessandria con le ricche vesti e la corona che testimonia la sua origine nobiliare, Santa Caterina da Siena e infine San Girolamo. Quest'ultima è la più celebre delle statue: il Santo è raffigurato intento a scrivere, emaciato e assorto, circondato da rocce che alludono al suo eremitaggio nel deserto.
Come ho precisato, le uniche note di colore sono le pale dei due altari laterali, entrambe attribuite a Giovanni Odazzi (1663-1731) e risalenti agli anni 1705-10. La prima raffigura Cristo che abbraccia San Bernardo, mentre la seconda è lo Sposalizio mistico di San Roberto con la Vergine. San Roberto è uno dei fondatori dell'Ordine cistercense ed è raffigurato in ginocchio mentre riceve un anello dalla Vergine, simbolo di protezione. Le tele sono incorniciate da colonne in marmo verde venato che probabilmente provengono dalle Terme di Diocleziano. Capitelli e angeli della trabeazione sono attribuiti al Mariani.
Le due pale degli altari laterali
L'altare maggiore è di fronte all'ingresso, ricavato in una apertura circolare. Dietro si erge un imponente coro con gli stalli in noce, completato alla fine del XVII secolo. Diversi i monumenti funebri degni di nota, tra cui quelli del religioso Jean de la Barrière e dello scultore Carlo Finelli, opera di Rinaldo Rinaldi.
A destra dell'altare maggiore una porticina conduce a un'aula rettangolare, una piccola e silenziosa cappella dedicata a San Francesco, ideale luogo di raccoglimento. La scultura sull'altare, raffigurante Francesco in estasi, è opera di Jacopo Antonio Fancelli, scultore allievo del Bernini. Il soffitto della cappella è riccamente decorato a stucco con motivi floreali e vegetali.
Sono tanti dunque i motivi per visitare questo gioiello nascosto, di solito aperto per buona parte della giornata e anche di domenica.
La cappella dedicata a San Francesco
Particolare della facciata
La cupola da un'altra prospettiva

3 luglio 2022

Roma da (ri)scoprire n. 6: Sant'Alfonso all'Esquilino

Come ho già scritto in altri articoli, a Roma ci sono innumerevoli tesori che si collocano ai margini dei consueti giri turistici. Sono chiese, monumenti, edifici e manufatti di grande valore, che tuttavia patiscono la concorrenza di altre e più blasonate opere d'arte. Oggi vorrei parlare brevemente di una chiesa tra le meno note, nonostante la scenografica posizione rialzata rispetto al piano stradale.
La chiesa di Sant'Alfonso de' Liguori si trova su Via Merulana, la lunga strada alberata che collega due tra le basiliche più importanti della Capitale, San Giovanni e Santa Maria Maggiore. Considerando questi due poli di attrazione turistica e spirituale, gli altri quattro edifici religiosi che si incontrano lungo la via passano inevitabilmente in secondo piano. Si tratta delle chiese di Sant'Antonio, Sant'Anna al Laterano, Santi Marcellino e Pietro e appunto di quella dedicata a Sant'Alfonso de' Liguori (1696-1787). Poiché porto il suo nome, è a questo tempio che voglio dedicare la mia attenzione.
La scenografica facciata

La celebre Guida rossa del Touring Club Italiano la definisce «il primo esempio pubblico di gothic revival nell'architettura religiosa romana». La chiesa misura 42x14 metri, fu eretta negli anni 1855-59 su progetto dell'architetto scozzese George Wigley e successivamente modificata tra il 1898 e il 1900 da Maximilian Schmalz. La facciata è a due ordini, quello in basso in travertino e il sopraelevato in mattoni. Due sono le caratteristiche che attirano l'occhio del visitatore: l'arcata ogivale che inquadra il rosone e il delizioso protiro a tre ingressi. I timpani dei tre ingressi sono decorati: al centro campeggia un mosaico della Vergine del Perpetuo Soccorso, mentre ai lati ci sono due bassorilievi che raffigurano Sant'Alfonso e un altro Santo redentorista. Non bisogna infatti dimenticare che a destra della chiesa sorge la Casa generalizia dei Missionari Redentoristi, la congregazione fondata proprio dal Santo campano nel 1732. Sulla cuspide del timpano centrale si eleva invece una statua del Redentore in marmo di Carrara.
Particolare del protiro

L'interno presenta una grande navata centrale e due piccole navate laterali, divise da colonne rivestite di marmi policromi; su ogni lato si aprono sei cappelle intercomunicanti. I soprastanti matronei, così come tutta la decorazione in marmi policromi, stucchi e pitture (opera di Maximilian Schmalz), risalgono ai restauri di fine Ottocento. Spiccano i confessionali, opera del fine ebanista Gerardo Uriati, nonché le finestre in vetro istoriato del frate francese Marcellino Leforestier. Sull'arco che delimita la zona del presbiterio è notevole l'affresco L'incoronazione della Vergine tra gli Angeli e i Santi Redentoristi, completato nel primo Novecento da Eugenio Cisterna. Degno di nota è anche il grande mosaico che riveste l'abside, raffigurante il Redentore tra la Vergine e San Giuseppe; si tratta di un'opera recente, terminata nel 1964.
La navata centrale

Particolare di una cappella laterale

Il vero motivo per cui questa chiesa merita una visita è tuttavia un altro e misura appena 54x41 centimetri. Sono queste le dimensioni di una veneratissima icona bizantina su legno di scuola cretese, risalente al XIV secolo. É l'icona della Madonna del Perpetuo Soccorso, tra le più celebri e venerate di Roma. Secondo la leggenda, la tavola fu trafugata dall'isola di Creta da un mercante che la trasportò a Roma a bordo di una nave. Il titolo di “Perpetuo Soccorso” le fu dato per la prima volta nella chiesa di San Matteo (oggi non più esistente), dove la tavola fu custodita dal 1499 al 1798. In quell'anno la cappella fu distrutta dalle truppe francesi e l'immagine venne trasferita nella chiesa di Santa Maria in Posterula, dove rimase pressoché dimenticata per settant'anni. Quando i Redentoristi acquistarono il terreno dove un tempo sorgeva la cappella di San Matteo, decisero di riportare la Madonna del Perpetuo Soccorso nella sua primitiva “casa” romana. Fu così che venne trasferita nella chiesa di Sant'Alfonso di nuova costruzione e il 26 aprile del 1866 fu esposta al culto dei fedeli. Da allora è una delle più celebri immagini della Vergine, venerata in tutto il mondo. L'icona è custodita in una teca sopra l'altare principale, per cui è abbastanza difficoltoso ammirarla. I Redentoristi hanno tuttavia provveduto a una riproduzione che si trova nel presbiterio, al termine della navata di destra. Tra i tanti significati simbolici, è soprattutto un particolare ad attirare l'attenzione del visitatore, ossia il sandalo che cade dal piede destro del Bambinello, lasciandolo scalzo. Si tratta di un'originale soluzione pittorica a voler significare che Dio ha camminato per le strade del mondo attraverso suo Figlio Gesù, divinità incarnata nella storia umana.
L'altare, dove si trova l'icona
Riproduzione dell'icona
La sagrestia

Le fotografie sono liberamente utilizzabili, purché ne venga indicata la provenienza da questo blog.

4 maggio 2022

"Donna al piano" di Bernard MacLaverty: un manifesto sul potere salvifico della musica

Lo scrittore nordirlandese Bernard MacLaverty non ha raggiunto una grande popolarità in Italia, sebbene i suoi romanzi brillino per capacità introspettiva e profondità di analisi su argomenti spinosi. Ciò in parte è dipeso dallo scarso interesse mostrato dalla nostra opinione pubblica verso i cosiddetti Troubles, come viene chiamato in gergo il conflitto combattuto in Irlanda del Nord tra il 1969 e il 1998. I romanzi che affrontano il conflitto dell'Ulster non hanno mai avuto grande seguito in Italia, sebbene si tratti di vicende solo all'apparenza lontane. 
D'altro canto, MacLaverty sconta il fatto di non essere uno scrittore molto prolifico: quattro romanzi appena e una manciata di raccolte di racconti. Esordì con Lamb (1980), seguito da Cal (1983) e da un lungo periodo di silenzio editoriale, interrotto nel 1997 con la pubblicazione di Donna al piano, edito in Italia da Guanda. Si tratta di un romanzo profondo e finanche "difficile", una storia amara attraversata da un dolore strisciante che fuoriesce quasi dalle pagine, insinuandosi nell'animo del lettore. MacLaverty racconta l'inquietudine, il male di vivere, l'innominato dolore esistenziale. Lo fa attraverso una vicenda minima e claustrofobica che si dipana quasi integralmente nella mente della protagonista. Lei è Catherine McKenna, una compositrice originaria dell'area di Belfast, trasferitasi a Glasgow per affinare la sua preparazione musicale. Più che un trasferimento, la sua è stata una fuga dalle convenzioni sociali, dalla mentalità ristretta dell'Ulster e dalle spire di un cattolicesimo opprimente incarnato dai genitori, con cui ha infine tagliato i contatti. Il romanzo si apre con il ritorno di Catherine a casa, in occasione della morte del padre. Nella città natale nulla o quasi è cambiato: Belfast è ancora divisa in fazioni e la sua famiglia è una gabbia forse addirittura più soffocante. Quando Catherine svela alla madre di aver partorito da poco una bambina, la frattura diventa un abisso. Si apre così la seconda parte del romanzo, che ripercorre le vicende che precedono il ritorno a Belfast. 
MacLaverty fa uso di una particolare struttura narrativa: il tempo del romanzo non segue l'ordinario andamento cronologico, insegue piuttosto il flusso incoerente dei pensieri di Catherine. Ogni tanto emergono flashbacks, ricordi di quando era ancora bambina ma già sentiva i prodromi dei pensieri ossessivi e colpevoli. Passato e presente si inseguono e si alternano, il tempo si capovolge e si riavvolge senza una regola unitaria. Anche le due parti simmetriche di cui si compone il libro seguono un ritmo inverso: la prima parte narra eventi successivi alla seconda, mentre il finale si ricongiunge idealmente alle pagine iniziali. È in questo continuo gioco di rimandi che sta l'abilità del grande narratore; MacLaverty non si fa sopraffare dal meccanismo, che anzi conduce magistralmente, aggiungendo a ogni pagina nuovi pezzi che si vanno a incastrare nella complessiva tessitura del romanzo.
Ho già accennato alla grande capacità di approfondimento psicologico dell'autore. In effetti la sua penna scava nella psiche della protagonista, mettendo in luce paure, ossessioni e pensieri che Catherine fatica persino a riconoscere come propri. Donna al piano è un romanzo sulla depressione, anzi su quella forma estrema e devastante di depressione che colpisce alcune madri dopo il parto. É come un pugno nello stomaco, la stessa sensazione che si prova leggendo Cal, l'altro bel romanzo di MacLaverty. Diverse sono però le ragioni. Cal è un atroce resoconto dei Troubles, dell'odio feroce che in Irlanda del Nord ha visto contrapporsi cattolici e protestanti. In Donna al piano, invece, la vicenda politica è solo una cornice: le bombe ci sono, ma sembrano più che altro uno sbiadito ricordo del passato. Il dolore di Catherine non ha nulla a che vedere col dramma collettivo di un'intera nazione: è strettamente personale, è il pozzo nero della disperazione in cui può cadere una donna dopo aver partorito. Anche in questo romanzo c'è dunque una guerra, non meno dolorosa: è la lotta di una giovane madre contro i pensieri ossessivi e ansiosi che le avviluppano l'anima come un rampicante. È come se Catherine avesse interiorizzato le contraddizioni, i conflitti e la confusione della sua terra martoriata.
Al tempo stesso, Donna al piano è un manifesto sul potere salvifico della musica. Sono arrivato alla conclusione di questa recensione e mi sorprendo di non averne ancora parlato. La musica è per Catherine l'altra forza dirompente della sua vita, stavolta positiva e creatrice. E sarà proprio la musica a salvarla infine, insegnandole che la mente umana non è solo una forza distruttiva, ma ha in sé un potere immenso, quello di saper creare armonia e bellezza.

18 agosto 2021

"Cal" di Bernard MacLaverty: catarsi d'Irlanda

Il conflitto nordirlandese è tra le pagine della storia del Novecento entrate con maggiore intensità nella memoria collettiva, non solo britannica. Libri, film e canzoni hanno cercato di raccontare una vicenda complessa e dolorosa, mai davvero chiusa, che ha aperto ferite sanguinanti e lasciato una lunga scia di lutti. C'è un termine inglese che racchiude tutto ciò: Troubles. È una parola generica e pregna di un'ironia tipicamente britannica, traducibile come “problemi” o “disordini”; indica in gergo il conflitto combattuto in Ulster tra il 1969 e il 1998. Cattolici da una parte e protestanti dall'altra, repubblicani i primi e lealisti i secondi, i cattolici desiderosi di liberarsi dal giogo inglese e i protestanti unionisti e filo-britannici. È una semplificazione di una realtà ben più complessa, ma rende l'idea.

Bernard MacLaverty, scrittore nato a Belfast nel 1942, è autore di una delle opere più intense e struggenti sui Troubles. Il suo romanzo Cal fu pubblicato nel 1983 e il successo di pubblico e critica fu così immediato che già l'anno successivo fu oggetto di una fortunata riduzione cinematografica con Hellen Mirren. Cal McCrystal, il protagonista del libro, è un diciannovenne cattolico che vive assieme al padre Shamie a Magherafelt, una cittadina dell'Ulster a maggioranza protestante. Cal è un militante dell'IRA, anche se riottoso e poco convinto. È privo di una profonda coscienza politica, né aderisce con abnegazione all'organizzazione. Per lui la militanza, che per la verità si riduce a un paio di azioni con ruoli da comprimario, è la naturale conseguenza del suo essere cattolico in un paese dominato dalla maggioranza protestante. Sebbene agisca di malavoglia e quasi sotto violenza morale, Cal è profondamente immerso nel clima di violenza del suo Paese. Egli è al tempo stesso vittima, carnefice e inane spettatore della tragedia che si consuma quotidianamente sulle strade e nei luoghi di aggregazione dell'Irlanda del Nord. Durante una delle due azioni a cui partecipa in qualità di autista, l'IRA uccide un militante unionista, un riservista della RUC sposato con una donna di origini italiane, Marcella D'Agostino. Il caso vuole che Cal vada a lavorare nella fattoria dove vive Marcella, ignara del fatto che proprio lo schivo diciannovenne ha concorso a renderla vedova.
MacLaverty dimostra una notevole capacità di approfondimento psicologico dei suoi personaggi. Si pensi al rapporto tra Cal e Marcella, che è il tema portante dell'opera. L'operazione letteraria era tutt'altro che semplice: mettere in scena l'amicizia e la passione tra la vittima inconsapevole e il colpevole pentito, senza cadere nel manierismo e nel qualunquismo. L'Autore ha scansato con disinvoltura i rischi, tanto che la vicenda non si discosta mai dai parametri della verosimiglianza, né appare forzata nelle premesse e negli esiti, anche quando l'amicizia tra i due si trasforma in qualcosa di più profondo. Ritengo che la buona riuscita dell'opera risieda proprio nella capacità dello scrittore nordirlandese di scavare nell'animo e nella sensibilità della sua gente, mettendo poi sulla carta quanto maturato in anni di attenta osservazione e indagine psicologica.
Preferisco di gran lunga Cal al più noto e universalmente celebrato Eureka Street. Nel romanzo di McLiam Wilson, il conflitto è raccontato da chi ne è al di fuori e ne è toccato solo in parte, o comunque indirettamente. Il libro di MacLaverty invece è un pugno nello stomaco ancora più forte, perché nelle sue pagine le vicende private dei protagonisti si intrecciano in maniera inestricabile con quelle pubbliche. Il dramma non è lo sfondo davanti al quale si muovono i personaggi, ma il mare entro cui nuotano a fatica, cercando di non annegare.
E ancora, Cal è l'emblematico ritratto di una generazione e di un popolo trattato come se appartenesse a una genia negletta. MacLaverty non fa apertamente polemica sociale e politica, eppure la sua penna indugia sulla situazione di una working class depressa e immiserita, costretta a vivere di sussidi di disoccupazione, che trova nell'alcool e nel fumo le uniche valvole di sfogo. Restano impressi nella mente del lettore gli sforzi che fa il protagonista per uscire da questa situazione, trovando solo nell'amore lo strumento per un'affermazione pulita di sé, al di fuori della contrapposizione politica e religiosa. Cal è una sorta di romanzo di formazione, in cui la resipiscenza e il ravvedimento sono gli strumenti di crescita del protagonista, assieme al tanto desiderato perdono. La catarsi arriva nel drammatico finale, ma ha ancora una volta un aspetto cupo e violento.
Credo che attualmente il romanzo sia fuori catalogo. Io ho acquistato un'edizione della Universale Economica Feltrinelli del 1993, che dovrebbe essere facilmente reperibile nei mercatini dei libri di seconda mano.
Copertina dell'edizione Feltrinelli del 1993

2 gennaio 2021

"L'apprendista del sole" di Gian Piero Bona: il Divino è nel cuore di ogni uomo

Gian Piero Bona, il “poète extraordinaire” secondo la definizione di Jean Cocteau, ci ha lasciati lo scorso 27 ottobre, all'alba dei suoi novantaquattro anni. Praticamente nessuno ne ha parlato, salvo due articoli sul Corriere della Sera e La Stampa. È stato poeta, romanziere, traduttore e fine esoterista, conosciuto soprattutto per lo scandaloso esordio de Il soldato nudo (1960) e l'intenso Il silenzio delle cicale (1981), vincitore del Premio selezione Campiello. Le sue ultime fatiche sono il romanzo autobiografico L'amico ebreo (2016) e la raccolta lirica La volontà del vento (2018). Figura eccentrica e controcorrente, al di fuori delle logiche partitiche e partigiane del mondo culturale italiano, Bona meriterebbe di essere riletto e riscoperto. Ben venga allora l'iniziativa della casa editrice Lindau, che ha ristampato diverse sue opere fuori catalogo da anni.
L'apprendista del sole rappresenta un unicum nel panorama letterario tricolore, un romanzo che si distacca da tutta la produzione nostrana, un esperimento coraggioso e fuori dai canoni. La ristampa a cura della Lindau segue l'originale prima edizione Rusconi del 1989, all'epoca recensita persino da Eugène Ionesco, che disse di aver trovato nel romanzo di Bona «quel grande spirito dell'altrove verso il quale tendono tutti i veri scrittori». L'apprendista del sole è un romanzo di formazione, un viaggio iniziatico alla scoperta di sé, che ricorda Siddharta di Hesse o Il Profeta di Gibran (di cui, non a caso, Bona è stato il primo traduttore italiano). Il protagonista è Ondo, un giovane che «conteneva in sé due persone che lottavano, odiandosi, senza che l'una sull'altra avesse mai il sopravvento». Ondo proviene da una famiglia ricca, ma la ricchezza che gli ha donato la sorte non lo soddisfa; è un ragazzo dotato di una sensibilità spiccata, che tuttavia è una maledizione, perché lo rende dubbioso e sconosciuto a se stesso. Malinconico e chiuso, tormentato e inquieto, vuole trovare la Via, ovvero la strada per la perfetta e piena comprensione di sé e del mondo. 
«Eppure una via c'è, per ciascuno. Che uno la trovi non conta. Conta il sapere che c'è. Sarà la via un giorno a trovare noi.»
Così Ondo parte, lascia la casa e i familiari e si imbarca sul Fuiadeh, una nave cargo diretta in Egitto. Per lunghi anni viaggia in lungo e in largo in Oriente: vive ad Alessandria, Porto Said, Beirut, Baghdad, Istanbul. Conosce tante persone e vive molteplici esperienze, spesso antitetiche: la ricchezza e la miseria, la fatica e l'indolenza, l'amore puro e quello mercenario, la carnalità e il misticismo, il vizio sfrenato e la virtù monastica, il vuoto del cuore e la pienezza dello spirito. Il suo è un viaggio iniziatico, guidato dal sufi Mohamed, figura mistica e di grande potenza evocativa. Più volte il protagonista inciampa, più volte sembra prendere una strada sbagliata; eppure alla fine la sua ricerca è coronata dal successo, quando scopre che il Dio che cercava è in realtà in sé, perché il principio divino abita in tutti gli uomini e nelle loro passioni. Viene in mente il testo di Visioni, scritta da Juri Camisasca per Alice: «più lontano vai, sempre meno conosci». E ancora, Claudio Rocchi che cantava che «Dio è dentro, nel cuore di ogni uomo». Gli scrittori e i cantanti nostrani che si sono avvicinati alla filosofia e al misticismo dell'Asia sembrano aver capito questa costante del pensiero orientale: il divino non è altro da noi, né è più in alto, ma è in noi, è il soffio che dà vita alle membra e direzione alla nostra anima. Ecco perché alla fine del viaggio Ondo ritorna al paese natale, perché il suo ciclo si è compiuto e non avrebbe più senso spostarsi nello spazio. 
«Tu non sei solo, sei una miriade di forme in cui risplende l'unica luce, l'unica essenza che trasmigra rimanendo sempre la stessa.»
Diversi gli spunti autobiografici che rimandano all'esperienza dello scrittore: il padre industriale, l'avita dimora di famiglia, i viaggi in Oriente, la fascinazione dell'esoterismo, il tema dell'uscire da sé, la doppiezza dell'amore carnale e spirituale. Molti anche i rimandi al resto della sua produzione letteraria; esiste un legame tra Ondo e Tristano, il protagonista de Il silenzio delle cicale. Anche il secondo è l'unico superstite di un naufragio, anche lui vaga nel mondo e tra i ricordi alla ricerca di una forma costante e immutabile del proprio essere. Solo che, mentre Ondo trova infine una composizione, Tristano è l'emblema dell'uomo a metà, l'esito di un imperdonabile fallimento.
L'apprendista del sole non è una lettura agevole. È un libro pregno di simbolismi e intriso di un misticismo serio, colto e ragionato. Bona non offre idee di seconda mano, ma sa rielaborare – e finanche spiegare, sia pure attraverso metafore – pensieri profondi che attengono alle grandi domande universali. Non nascondo che è stata una lettura a tratti faticosa, perché i concetti che si dipanano nel libro sono tanti e non sempre immediati; rimane comunque un romanzo originale e imprevedibile, una piacevole deviazione rispetto alla linea retta della letteratura italiana del tardo Novecento.
La recente ristampa curata da Lindau

12 dicembre 2020

"Eureka Street" di Robert McLiam Wilson: la voce della maggioranza silenziosa

Leggendo Eureka Street (1996) mi sono reso conto di quanto fosse superficiale la mia conoscenza dei cosiddetti Troubles. È una parola generica e pregna di un'ironia tipicamente britannica, traducibile come “problemi” o “disordini”, che indica in gergo il conflitto nordirlandese che si è combattuto tra il 1969 e il 1998. Le ragioni storiche del lungo bagno di sangue che ha opposto cattolici e protestanti, repubblicani i primi e lealisti i secondi, sono complesse e non basta un romanzo per spiegarle fino in fondo. Purtuttavia, il libro di McLiam Wilson è riuscito a darmi un'idea più precisa della guerra a bassa intensità combattuta in Ulster, grazie anche a un utile glossario aggiunto dai curatori dell'edizione italiana. 
Nel caleidoscopio di personaggi che popolano le pagine di Eureka Street, Jake e Chuckie sono i principali. Il primo è cattolico e tira a campare con lavoretti occasionali, cercando un amore che dia un senso profondo alla sua esistenza. Il secondo è protestante e ha una personalissima e strampalata vena per gli affari, che lo porterà inaspettatamente al successo. Nonostante la differente confessione religiosa, sono amici da una vita e non hanno mai sentito la necessità di scontrarsi sul terreno della politica. Le loro giornate sono scandite da tappe fisse e uguali da anni: il lavoro, le serate al pub con gli amici di sempre, i goffi tentativi di conquistare le ragazze. 
Eureka Street cala il lettore nell'atmosfera infuocata di Belfast; è un viaggio nei quartieri borghesi e nei sobborghi proletari, entrambi teatro di un conflitto che non è solo religioso, ma anche economico e sociale. McLiam Wilson racconta l'anima profonda della città e nulla nasconde: i murales, le sigle sui muri, gli scontri, la strisciante miseria, la violenza fisica e verbale, le bombe. Belfast è di fatto la vera protagonista del romanzo; nelle pagine di maggiore intensità lirica, assume quasi le sembianze di un essere vivente, dotato di una propria sensibilità. E non è un caso che il romanzo sia di fatto diviso in due parti, il cui spartiacque è il crudele episodio della bomba a Fountain Street. L'attentato, descritto in tutti i suoi particolari più crudi, segna una cesura narrativa e stilistica. La prima parte si mantiene su toni leggeri e umoristici perché i Troubles sono sullo sfondo: le scritte sui muri, i posti di blocco, i bollettini alla radio che elencano i feriti del giorno. Nella seconda parte, invece, irrompe la Storia, che ha il volto violento di una terribile esplosione. Immediatamente la narrazione cambia: il romanzo assume toni plumbei, mentre una cortina di dolore e amaro stupore cala sul cuore dei personaggi. Il dolore è palpabile e colpisce come un pugno allo stomaco persino i lettori meno impressionabili. 
Eureka Street è un libro profondo, e non solo per l'impegno civile che traspare dalle sue pagine. La lezione di McLiam Wilson va oltre il dato socio-politico: lo scrittore nordirlandese vuole dirci che esiste una maggioranza silenziosa, fatta di cattolici e protestanti, che desidera solo vivere la propria vita in pace, senza impantanarsi nelle ragioni – spesso astruse – del conflitto. È una maggioranza fatta di tanti Jake e Chuckie, che non propugna idee oltranziste, che non predica la morte sui muri e non semina odio per le strade e nei pub. Questa maggioranza risponde solo alla legge universale dell'amore e della fratellanza, a cui anela. Ecco perché alla notizia del cessate il fuoco, anche le pagine del libro recuperano i toni ariosi e umoristici della prima parte, sino al sofferto ma catartico lieto fine. 
Le recensioni e i commenti della critica sono pressoché unanimi, spesso addirittura entusiastici. La mia opinione è in parte diversa: lo ritengo un buon libro, che fa sorridere e riflettere, ma non ha l'appeal di un'opera di culto. L'ho trovato un po' lontano dalla nostra esperienza, strettamente legato a una realtà locale che, per quanto nota a tutti, non può avere una valenza universale. Semplificando, si potrebbe dire che è un romanzo dalla forte impronta ideologica, che non potrà mai essere compreso fino in fondo da chi non ha vissuto sulla propria pelle la realtà di Belfast, città divisa da un odio secolare. È dunque il grande affresco di un'epoca che (si spera) non tornerà più, di sicuro interesse per quanti vogliano approfondire una delle pagine più sanguinose della storia recente europea.

30 novembre 2020

Roma da (ri)scoprire n. 2: luoghi di raccoglimento immersi nel verde

Come ho scritto nella prima puntata di questa rubrica, a Roma ci sono innumerevoli tesori che si collocano ai margini dei consueti giri turistici. Sono chiese, monumenti, edifici e manufatti dal grande valore intrinseco, che tuttavia patiscono la concorrenza di altre e più blasonate opere d'arte. Oggi vorrei consigliare un breve itinerario, poco noto ma di grande impatto emotivo. 
Via di Porta Latina e Via di Porta San Sebastiano sono due strade silenziose (quando sono chiuse al traffico veicolare) e immerse nel verde, che corrono quasi parallele e si incrociano in Piazzale Numa Pompilio, in prossimità della casa di Alberto Sordi, oggi museo. Percorrendo le due strade in un giro quasi circolare si incontrano così tanti punti di interesse – anche se meno noti di altri – che appare incredibile una tale ricchezza di attrattive in poco più di un chilometro. In questo angolo di verde, che segue l'antico tracciato della Via Appia, sembra di essere fuori città. Si incontrano tre sedi diplomatiche (ambasciate di Canada e Norvegia, residenza dell'ambasciatore del Giappone), due ville con alberi secolari (Parco degli Scipioni e Parco San Sebastiano), due siti archeologici (Sepolcro degli Scipioni e Casina del cardinal Bessarione), il Museo delle Mura e tre edifici religiosi (San Cesario in Palatio, San Giovanni in Oleo e San Giovanni a Porta Latina). Vorrei parlare proprio di queste ultime due, che costituiscono la parte più interessante della visita. 
Il lungo viale del Parco San Sebastiano

L'Oratorio di San Giovanni in Oleo si trova subito dopo il passaggio della Porta Latina, sulla sinistra. È un piccolo edificio ottagonale, che già dalle ridotte dimensioni dà l'idea del raccoglimento e della preghiera. Secondo la tradizione, sorge sulle rovine di un martyrium, edificato nel secolo V nel luogo dove il Santo sarebbe stato immerso in un recipiente di olio bollente (in oleo), uscendone miracolosamente illeso. Al tempo di Giulio II venne rinnovato su progetto di Antonio da Sangallo il Giovane, per assumere infine la forma attuale nel 1658 ad opera del Borromini, su incarico del cardinale Francesco Paolucci. Il Borromini si occupò del piccolo oratorio subito dopo aver completato il progetto di restauro del Battistero lateranense, tanto che uno dei disegni preparatori del battistero sarebbe stato utilizzato come base per la progettazione dell'oratorio. All'interno è un ciclo di affreschi con Storie di S. Giovanni Evangelista, opera di Lazzaro Baldi. Caratteristica la copertura, perché al tamburo è stato sovrapposto un attico circolare decorato con fregi e sormontato da una croce. L'oratorio è quasi sempre chiuso, ma una finestrella consente di ammirarne con sufficiente completezza l'interno. Purtroppo i muri perimetrali vengono periodicamente imbrattati da vandali. 
L'oratorio visto da Porta Latina
Proseguendo lungo Via di Porta Latina, una svolta a destra ci conduce a un ameno e silenzioso spiazzo, in cui si erge la Basilica di San Giovanni a Porta Latina, protetta da una cancellata che si apre su un grazioso giardino con un caratteristico pozzo. Risalente al V secolo, è stata più volte trasformata, fino al recente restauro degli anni 1940-1 che ne ha ripristinato le forme medievali. Sulla facciata si aprono tre finestroni, ed è preceduta da un austero portico a cinque arcate su colonne in marmo e granito con capitelli ionici. Sotto il portico ci sono frammenti romani e paleocristiani, nonché resti di affreschi medievali. Sulla sinistra si slancia il campanile romanico a bifore e trifore. L'interno è a tre navate, suddivise da antiche colonne di spoglio, l'una diversa dall'altra. La navata centrale è decorata da un ciclo di dipinti risalenti alla fine del XII secolo, con scene dei Testamenti.
È una passeggiata silenziosa e rilassante, che consiglio di intraprendere di domenica, quando i rumori della città sono attutiti e (spesso) le strade sono chiuse al traffico.
Le informazioni storico-artistiche sono tratte dalla Guida rossa del T.C.I., volume su Roma. Le fotografie sono del sottoscritto.
La facciata di San Giovanni a Porta Latina

14 ottobre 2020

San Galgano nel cuore del Cilento

L'abbazia di San Galgano, in Toscana, è universalmente nota per avere il cielo come volta, in quanto, dopo il crollo del tetto, sono rimaste in piedi soltanto le mura perimetrali. La peculiare situazione di rovina consente tuttavia di ammirare e studiare nei minimi dettagli la struttura architettonica. Un edificio simile, anche se poco noto, si trova nel comune di Sessa Cilento, a valle della frazione di San Mango, nell'area geografica denominata “Cilento antico” o “Alto Cilento”, comprendente i casali sorti alle pendici del monte Stella e attraversati dal corso del fiume Alento. Si tratta dei ruderi della Chiesa di Santa Maria degli Eremiti, che nel nome ricorda gli anacoreti che la abitarono, alla ricerca di spiritualità e silenzio lontano dal consorzio umano. Come detto, si trova fuori l'abitato di San Mango, in uno spiazzo denominato Largo degli Abati Cavensi, a memoria della secolare giurisdizione che i monaci della Badia di Cava ebbero su questo luogo suggestivo.
Un benemerito cartello antistante le rovine consente agli sparuti visitatori di conoscere la storia dell'edificio. Apprendiamo che la chiesa viene citata per la prima volta in un documento del 1329, anche se si ipotizza un'origine più antica. Dal resoconto di una visita pastorale del 1505 sappiamo che era composta da una navata centrale con l'altare maggiore e da cappelle laterali minori, dedicate ai santi. Una serie di iscrizioni murate indicano che la fabbrica originaria è stata ampliata nel tempo, fino a raggiungere dimensioni considerevoli, testimoniate dalle imponenti rovine. Per oltre quattro secoli fu parrocchia per le comunità di San Mango, Castagneta e Santa Lucia, per essere infine abbandonata nell'Ottocento perché pericolante. Dopo un lungo periodo di oblio è stata oggetto di una meritoria opera di recupero e di consolidamento, che ci consente di ammirarla com'è oggi. 
Troneggia intatto il campanile, costruito negli anni 1543-1547 e integralmente recuperato. Si caratterizza perché è separato dal corpo principale della chiesa, peculiarità che si ritrova anche nella vicina cappella cimiteriale di Santa Maria delle Valletelle. Sul perché di questa scelta anomala è possibile fare una congettura, ipotizzando che questi campanili avessero anche il ruolo di torri di avvistamento, o che siano stati riutilizzati in funzione sacra dopo aver prestato una funzione difensiva. Il resto sono ruderi, che lasciano ampio spazio all'immaginazione, ma danno un'idea sufficientemente definita di come doveva essere l'eremo. Rimangono in piedi alcuni muri perimetrali, le nicchie che ospitavano le statue, parte dell'abside, gli archi che separavano il transetto, le finestre strette come feritoie, le scale che conducevano alla cripta, i basamenti delle colonne. Il tutto è messo in sicurezza e liberamente fruibile dal pubblico, prestando comunque un minimo di attenzione a dove si mettono i piedi. 
Ovvio che il paragone con il sito di San Galgano ha un valore puramente indicativo, né deve essere preso alla lettera. L'abbazia toscana è universalmente nota e meglio conservata, con le mura perimetrali, l'abside e la facciata praticamente intatti. Tuttavia, pur con le debite cautele, il paragone non è del tutto peregrino, né azzardato: le rovine di Santa Maria degli Eremiti conservano infatti il medesimo fascino della decadenza, il segno tangibile che le opere e l'ingegno umano sono destinati a soccombere di fronte all'ineluttabile scorrere del tempo
Ringrazio Irene Nigro per le fotografie, che lascio al libero utilizzo, purché ne venga citata la provenienza da questo blog.
Una visione d'insieme del sito di Santa Maria degli Eremiti
I ruderi del fabbricato
Il campanile di Santa Maria degli Eremiti
Il campanile della vicina chiesa di Santa Maria delle Valletelle
Ruderi della navata centrale
Particolare del transetto
Il basamento di una colonna
Particolare dell'abside
L'accesso alla cripta
Ruderi del transetto