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10 aprile 2026

"Meglio la vita ad allevare porci": una poesia di Franco Costabile

Tanti anni fa, quando avevo più curiosità e tempo libero, mi capitava spesso di sfogliare una storia della letteratura italiana del Novecento della casa editrice Lucarini, tre volumi che citavano anche autori meno noti, accanto alle figure più importanti. Uno spazio, piccolo come sempre accade, era dedicato ad alcuni poeti meridionali, oggi vieppiù dimenticati. E non sto ovviamente parlando dei "grandi", come Gatto, Sinisgalli e Scotellaro, ma di poeti valentissimi, eppure poco conosciuti, che hanno lasciato una traccia flebile ma significativa nella nostra letteratura. Tra questi, mi colpì specialmente la tragica vicenda umana di Franco Costabile, calabrese di Sambiase, nato nel 1924 e morto suicida a Roma nel 1965. Nella Capitale strinse alcuni importanti legami d'amicizia, come quelli con Raffaello Brignetti e Giuseppe Ungaretti; quest'ultimo, in occasione della morte dello sfortunato poeta calabrese, scrisse alcuni versi poi trascritti sulla tomba. In particolare, Costabile era amico del pittore Enotrio Pugliese, noto semplicemente come Enotrio.
Avevo quasi dimenticato questa vicenda e persino il nome del poeta, fino a quando, un paio di mesi fa, ho acquistato un'opera di Enotrio Pugliese, una tempera su carta che raffigura un treno merci fermo in prossimità di un casello. L'ho acquistata perché mi piaceva il soggetto e solo dopo mi sono informato in merito all'autore. Quando ho letto che Costabile donò i suoi ultimi versi proprio al pittore Enotrio, ho finalmente rammentato il poeta calabrese. Riannodando i fili del passato, ho cercato sulla rete qualche poesia di Costabile. Una in particolare mi ha colpito, la stessa che mi aveva impressionato tanti anni fa e che avevo dimenticato, o che forse giaceva in qualche andito polveroso della memoria. Si intitola Calabria infame, ma basta sostituire la parola "Calabria" con "Meridione" per avere un testo dal valore universale.
«Un giorno
anche tu lascerai
queste case,
dirai addio,
Calabria infame.»
Il poeta si rivolge a un interlocutore immaginario con una facile profezia: un giorno anche tu andrai via e lascerai questa terra infame che porta addosso il peso di una cattiva reputazione. È un destino ineluttabile quello del meridionale, così almeno sostiene Costabile, il destino dell'emigrante. Nessuna famiglia può dirsi indenne da questa iattura, tutti hanno un figlio, un nipote, un fratello o un caro amico che è partito alla ricerca di fortuna. Il poeta scrive nell'immediatezza del secondo dopoguerra, quando le campagne del Mezzogiorno andarono incontro a un ulteriore, rapido spopolamento. Eppure, non c'è pietà in questi primi versi e neppure nostalgico rimpianto; c'è anzi risentimento nei confronti di una terra aspra e ingrata che non ha saputo conquistarsi una fama positiva (per l'appunto, "infame"). Nemmeno emerge carezzevole affettuosità nei confronti del paese natio o delle case, ridotte a luoghi di partenza, come un'anonima stazione ferroviaria.
«Solo
ma leale,
servizievole,
ti cercherai
un'amicizia,
vorrai sentirti
un po' civile,
uguale a ogni altro uomo.»
In questo secondo gruppo di versi assistiamo all'arrivo dell'emigrante nella terra promessa, facilmente identificabile con l'industrioso Nord. Qui l'emigrante sperimenta per la prima volta la solitudine, così diversa dalle chiassose compagnie dei luoghi d'origine. Castigato ogni istinto e repressa ogni antica abitudine, egli tenta invano di ingraziarsi quelli che non sono suoi simili, ma i nuovi padroni. Leale e servizievole, reprimendo ogni moto di ribellione e sussulto di dignità, l'emigrante proverà a integrarsi nella nuova realtà, tentando di farsi amiche quelle persone così diverse da lui.
Il punto più drammatico della poesia è nei versi seguenti, in quel «vorrai sentirti / un po' civile, / uguale a ogni altro uomo». La vittima fa propri i pregiudizi del carnefice, anziché indignarsi si convince che, in fin dei conti, la preclusione verso i meridionali sia comprensibile, se non addirittura giustificata. Egli allora prova a negare le proprie origini, a nascondere la propria provenienza pur di sentirsi uguale agli altri, agli uomini "civili".
«Ma quante volte
sentirai risuonarti
bassitalia,
quante volte
vorrai tu restare solo
e ripeterti
meglio la vita
ad allevare porci.»
Il picco di tragicità viene toccato nei versi finali. L'emigrante, nonostante tutti i goffi tentativi di apparire diverso e migliore, viene smascherato. Quelli che aveva preso a modello, gli uomini civili, non gli perdonano la sua provenienza geografica, stampata sulla pelle come un marchio d'infamia, come uno stigma d'inferiorità e di sospetto. Per loro sarà sempre un "terrone", un "meridionale", "uno della bassa". E allora egli rifuggirà la compagnia degli uomini a cui aveva cercato di assomigliare; rimasto solo, questa volta per scelta, ricorderà con nostalgia la terra d'origine, dove persino allevando maiali sarebbe stato più libero e felice. Si pentirà di aver preso quel treno, lo stesso treno, così mi piace immaginare, tante volte immortalato nei paesaggi di Enotrio Pugliese.

31 gennaio 2025

"Fuga senza fine" di Joseph Roth: tra reduci e rovine

Ci sono opere che possono lasciare il lettore indifferente, oppure sconvolgerlo, a seconda della fase di vita che sta attraversando. Fuga senza fine è una di queste. La storia di Franz Tunda potrebbe infatti apparire come una vicenda a noi aliena, da leggere per semplice diletto e nulla più, "una storia vera" come tiene a precisare l'autore, ma al tempo stesso appartenente a un'epoca lontana. Se invece si astrae la vicenda dal contesto storico e ci si concentra sulla figura del protagonista, allora le cose cambiano. Se poi il lettore si trova in una fase della vita in cui le domande non sembrano trovare risposta, se si sente irrisolto e senza speranza di redenzione, allora nel libro potrà trovare una parte di sé e rimanerne sconvolto. Ciò perché Fuga senza fine è la cronaca di un dramma, quello di chi un giorno si scopre smarrito, di chi non ha più passato e non avrà mai un futuro, di chi si sente schiacciato dal peso di un presente che non gli appartiene.
Franz Tunda è un ex ufficiale dell'esercito austroungarico, fatto prigioniero dai russi durante la Prima guerra mondiale e fuggito dal campo di prigionia. Per anni, fino al 1919, si nasconde in una remota isba siberiana, grazie all'aiuto di un uomo che lo tratta come un fratello. La patria è lontana, l'Impero asburgico non esiste più, nulla egli sa del fratello e soprattutto della fidanzata Irene, che pure secondo il buoncostume borghese ha atteso per anni che egli ritornasse dalla prigionia. Quando Franz apprende che la guerra è finita, il mondo che conosceva è dissolto. Egli è un esule, un relitto storico, un uomo ancora giovane eppure appartenente al passato, un reduce costretto a vagare senza meta per l'Europa nella speranza di incontrare qualcosa che possa restituirgli l'identità perduta, forse proprio grazie alla vecchia fidanzata che egli non ha mai dimenticato.
Il viaggio intrapreso porta Tunda ad attraversare un'Europa in profondo cambiamento: dalla Russia rivoluzionaria passando per la Vienna depressa del post-Impero, dalla fragile Repubblica di Weimar fino ad arrivare in una Parigi decadente che ancora vive dei fasti del suo passato. C'è dunque una segreta corrispondenza tra uomini e luoghi, o sarebbe meglio dire tra uomini ed epoca storica. La crisi non è infatti solo individuale: è una crisi di valori e identità che riguarda l'intero continente. Di uomini come Tunda ce ne sono centinaia di migliaia, tra ex soldati dei contrapposti eserciti, intellettuali frustrati e borghesi impoveriti dal conflitto.
Ovviamente nulla da dire sullo stile di Roth (1894-1939), raffinato, tagliente ed essenziale come è proprio dei grandi scrittori. Alcuni passaggi tuttavia sembrano quasi frettolosi; il romanzo infatti copre poco più di centocinquanta pagine, nel corso delle quali il protagonista gira mezza Europa. Giocoforza ci sono parti, su tutte il ritorno a Vienna o il soggiorno a Baku, in cui alcuni particolari sono dati per scontati e poco approfonditi, aspetto che rende a tratti poco comprensibile l'evolversi della vicenda. Se poi non è così, ma si tratta di una mia erronea impressione, chiedo venia.
C'è chi considera Fuga senza fine uno dei più importanti romanzi del Novecento, assieme a La cripta dei cappuccini del medesimo autore. A mio modesto avviso si tratta di un'affermazione un po' pretenziosa. Certo è invece che si tratta di un libro capace come pochi di captare lo spirito di un'epoca e di un'umanità persa e sofferta. Franz Tunda, in questo senso, è uno dei più emblematici personaggi del Novecento letterario, ben più solido della storia che Roth gli ha fatto vivere.

23 dicembre 2024

"Sogni di Bunker Hill" di John Fante: un testamento spirituale

Fa riflettere che un libro così pieno di vita sia stato scritto quasi in punto di morte. Quando John Fante dettò alla moglie Joyce il suo ultimo romanzo, era ormai cieco e privo di una gamba a causa del diabete. Fu pubblicato nel 1982 e un anno dopo il più grande degli scrittori italoamericani lasciò questo mondo.
Sogni di Bunker Hill è il capitolo conclusivo della saga di Arturo Bandini, alter ego dell'autore e suo personaggio più amato. Può essere letto anche senza conoscere gli altri romanzi con il medesimo protagonista. Io stesso ricordo poco di Chiedi alla polvere e La strada per Los Angeles, letti da adolescente, mentre ancora non ho avuto occasione di leggere Aspetta primavera, Bandini. Nato a Boulder in Colorado e figlio di immigrati italiani, Bandini è un aspirante scrittore di dubbio talento e pressoché di nessun successo, salvo qualche breve racconto pubblicato su rivista. In questa sua ultima avventura è ancora un giovane squattrinato che approda a Los Angeles e si stabilisce in un alberghetto del distretto di Bunker Hill. Il libro narra le sue peripezie alla ricerca di un lavoro, o meglio, di un posto al sole in un mondo che arride a quanti hanno il coraggio di rischiare. La sua carriera sembra decollare quando un racconto viene notato da un agente letterario; da cameriere diventa così correttore di bozze, iniziando una rapida (ma effimera) scalata sociale, ottenendo infine un invidiabile contratto come scrittore di sceneggiature.
Fante conosceva bene il mondo di Hollywood, per avervi lavorato a lungo come sceneggiatore. Il romanzo, al di là di un apparente disimpegno, è una feroce critica a quel mondo falso, spietato e fondato sul culto dell'apparenza. Già negli anni Venti l'industria cinematografica muoveva in America un giro d'affari colossale e Hollywood era la Mecca di quanti ambivano anche solo ad accarezzare il successo. Arturo è uno di questi e in poco tempo capisce che la regola è una soltanto: adeguarsi o soccombere. Accettare di firmare col proprio nome pessime sceneggiature per un pubblico di stolti, oppure vedersi sbattere porte in faccia ed essere additati come ingrati. C'è un punto del romanzo, a mio avviso il più significativo, in cui Bandini si impegna per settimane per scrivere una sceneggiatura soddisfacente; ci mette tutto se stesso e alla fine la completa e ne è orgoglioso. Quando però la sottopone al suo supervisore, viene completamente stravolta e trasformata in un filmaccio western di terzo ordine. Arturo si ribella e non vuole che il suo nome sia associato a quell'obbrobrio. Il sistema allora lo punisce: il film sbanca i botteghini e a lui non spetta un centesimo di diritti d'autore. La Hollywood descritta da Fante è un leviatano che ammazza il talento, a cui è inane opporsi nell'illusione di preservare la propria integrità. Chi ci prova viene additato come l'ennesimo illuso, un Don Chisciotte che sacrifica gli agi del successo pur di non prostituirsi al mercato.
Sogni di Bunker Hill è un romanzo struggente come una lettera d'addio che conclude una lunga storia d'amore. Leggero nello stile ma profondo nei significati, fa sorridere e riflettere, sferrando poi un colpo inaspettato nell'amarissimo finale. A ragione viene considerato il testamento spirituale di Fante, il suo libro della maturità e della consapevolezza, un inno alla bellezza della vita e al disincanto. Non a caso nel finale assistiamo al ritorno di Arturo in seno alla sua famiglia; sono poche pagine, eppure restituiscono un commosso ricordo dell'infanzia di Fante. Il ritorno alle origini di Arturo è il ritorno alle origini di John, che si sentiva vicino alla morte e forse al ricongiungimento con i suoi amati genitori; non bisogna infatti dimenticare che la religiosità semplice e contadina della madre e della nonna è un tema ricorrente nei suoi libri. Così Arturo torna nella vecchia casa in Colorado che profuma di buon cibo, di infanzia, di una terra lontana. E lì, ancora una volta, il velo dell'illusione cade e gli viene amaramente ricordato che lui sarà sempre un diverso, un italiano, un minus, un figlio di immigrati.

26 ottobre 2024

"Cowboys & Indians" di Joseph O' Connor: l'impietosa giovinezza

Acerbo è forse l'aggettivo più adatto per descrivere con un'unica parola il romanzo d'esordio dell'irlandese O' Connor, edito nel 1991, quando lo scrittore aveva soltanto ventotto anni. Ciò non significa affatto che sia un cattivo romanzo; anzi, la storia è molto coinvolgente, i personaggi sono decisamente credibili e lo stile è colloquiale senza rinunciare a qualche slancio lirico. Tuttavia, pur emergendo le tracce del futuro scrittore di razza, qualche ingenuità e forzatura nella trama tradiscono l'essere un romanzo d'esordio. Il che non è necessariamente un male; anzi, è il segno di una libertà compositiva che spesso col tempo si tende a perdere, pur di inseguire i gusti del pubblico e i desiderata delle case editrici.
Eddie Virago, il protagonista, della rockstar ha solo il nome e i sogni di grandezza. Punk della prima ora con tanto di cresta da mohicano, a ventiquattro anni decide di lasciare la natia e sonnolenta Dublino per cercare fortuna a Londra. Siamo nei primi anni Ottanta, l'Irlanda del Nord è nel pieno dei Troubles e l'eco della guerriglia si fa sentire anche nella Repubblica, dove molti sono i nazionalisti e sostenitori dell'I.R.A. Eddie però ha in testa solo la musica e vede Londra come il centro di ogni cosa, il luogo dove i suoi sogni di successo potranno diventare realtà. Sul traghetto che lo porta in Inghilterra conosce Marion, una ragazza dell'Ulster con cui inizierà una tormentata e torbida relazione, consumata nelle stanze di un sordido albergo della Capitale gestito da un affabile indiano. La loro storia d'amore, sebbene non sia proprio corretto definirla tale, è il fulcro incontro a cui ruota l'intreccio.
Cowboys & Indians è un romanzo che vorrebbe inglobare in poco meno di trecento pagine tutta la potenza incendiaria della giovinezza, la sete di vita e di obiettivi – spesso irraggiungibili – che caratterizza l'età più verde. Eddie e Marion, però, mancano proprio della freschezza della gioventù. Più o meno dipendenti dall'alcool e dalle sostanze, tormentati da un demone innominato, rosi dall'instabilità emotiva, portano addosso e nell'anima i segni di profonde cicatrici che provano a nascondere proiettandosi nell'altro, da cui cercano una risposta alle proprie domande insolute. Il loro è un rapporto tossico sin dalle prime fasi e O' Connor ne è l'impietoso cronista.
I personaggi del romanzo fanno parte di una generazione perduta, al pari di quella beat che l'ha preceduta, o forse reduce da una sconfitta persino più grande. Se infatti i beat trovavano nella musica, nella droga e nell'impegno politico delle vere e proprie ragioni di vita, la generazione post-punk descritta da O' Connor patisce il riflusso delle ideologie, è decimata dall'eroina e ascolta un genere (il punk appunto) che già nel nome si autodefinisce come musica da due soldi, di scarso valore. Eddie ne è il prototipo: arrabbiato col mondo ma privo di un'ideologia di riferimento, vuole essere underground a tutti i costi ma in fondo anela al successo. Anche il rapporto con Marion vive di questa ambivalenza: maledice il giorno in cui l'ha incontrata, eppure quando lei non c'è ne sente visceralmente la mancanza. I protagonisti e tutte le figure di contorno sono personaggi non risolti, alla ricerca di qualcuno o qualcosa in cui possano identificarsi. Per O' Connor il romanzo diventa anche un'occasione per lanciare appuntiti strali contro i suoi connazionali, quegli irlandesi che desiderano fuggire dalla terra natale ma poi, una volta a Londra, non rinunciano a frequentare i medesimi pub e a consumare pinte di Guinness nell'illusione di trovarsi ancora a casa.
Il libro a qualcuno potrebbe sembrare un relitto storico, se pensiamo a come le nuove generazioni siano cambiate nell'arco di soli trent'anni. La musica ad esempio, in uno con l'avanzare del digitale, ha perso la centralità che aveva per chi è nato fino ai primissimi anni Novanta. Eddie dunque è figlio della sua epoca e forse oggi non c'è più spazio per i suoi capelli alla mohicana. Cowboys & Indians è un romanzo che può essere apprezzato da chi ha fatto proprio il manifesto del "no future": crudo e doloroso, non lascia spazio alla speranza, come prova il drammatico finale.

30 maggio 2024

Il manifesto della maternità negata firmato Ken Loach

L'aggettivo più usato quando si parla del cinema di Ken Loach è sicuramente "militante". Aggettivo in certi casi abusato, eppure mai così pregnante come nel suo caso. Il regista inglese sa sempre da che parte stare, senza tentennamenti: con i deboli, gli esclusi, i poveri, i disoccupati, i precari, gli immigrati, le minoranze, i perseguitati, i malati mentali, i detenuti, quelli che vivono nelle periferie delle città e del mondo. Allo stesso modo è facile individuare gli obiettivi dei suoi strali polemici: la burocrazia ottusa, i totalitarismi, le maggioranze indifferenti, gli affaristi senza scrupoli, i malvagi burattinai che tengono saldamente in mano i fili della nostra società. Si pensi a Family life, diventato negli anni un manifesto della cosiddetta antipsichiatria. Oppure a Paul, Mick e gli altri, dove un manipolo di fieri eroi della working class si oppone al disastroso processo di privatizzazione delle ferrovie britanniche. E ancora vengono in mente La canzone di Carla o il recente Sorry we missed you, in cui il nemico ha il volto violento, rispettivamente, della dittatura politica ed economica. 
A mio avviso, Ladybird ladybird è un film che in parte sfugge a siffatta visione manichea, pur affrontando con la solita determinazione temi scottanti di impegno civile. In questo lungometraggio del 1994, Loach ha saputo mantenere uno sguardo più lucido e obiettivo, lasciando che sia lo spettatore a farsi un'idea su dove stia il torto e dove la ragione, sempre che sia possibile. C'è la solita, sincera partecipazione al dolore dei personaggi, eppure il giudizio resta sospeso, perché mai come in questo caso la vittima è anche carnefice e ha colpe palesi. Ladybird Ladybird è una pellicola schietta che non veicola un messaggio preconfezionato, per quanto astrattamente giusto, ma carica sullo spettatore l'onere di decidere da che parte stare.
Nella triste Inghilterra thatcheriana del 1987 si consuma la tragica vicenda di Maggie. Abusata da piccola e cresciuta in un sordido orfanotrofio, ha quattro bambini, figli di padri diversi. Tabagista, propensa al turpiloquio, facile all'ira e alle reazioni esplosive, non riconosce di avere disturbi psichici. Tuttavia ama visceralmente i figli, sebbene li costringa a un'esistenza precaria, condita dalle violenze del nuovo compagno. A seguito di un evento particolarmente grave, i servizi sociali si attivano, le tolgono i bambini e li affidano ad altre famiglie, in attesa del pronunciamento del Tribunale dei minori sulla capacità genitoriale della madre. Proprio quando la sua vita sta andando a rotoli, la donna conosce in un pub il paraguaiano Jorge, un uomo mite e intelligente, esule politico perseguitato in patria per le sue idee antigovernative. Queste due solitudini si incontrano e Maggie proverà ancora una volta le gioie della maternità, fino a quando i servizi sociali busseranno di nuovo alla sua porta.
Mi sono dilungato sulla trama per poter tornare con cognizione di causa al discorso iniziale. Se infatti è vero che gli assistenti sociali e la polizia si mostrano insensibili e sordi al dolore e alle rimostranze di Maggie, è indiscutibile che lei non sia propriamente una buona madre. In questo senso ho parlato di una equidistanza di Loach rispetto alle due parti in conflitto. È indubbio che il regista parteggi per Maggie, quintessenza di quell'Inghilterra proletaria e immiserita cui ha dedicato la sua carriera; tuttavia non ne nasconde i disturbi, anzi li esaspera. In questo film ci sono due eccessi: da un lato, una burocrazia cieca e fredda che non esita a separare i minori in nome di un presunto e non provato "bene"; dall'altro, c'è una madre che non prova nemmeno ad affrancarsi dallo stigma della donna squilibrata, anzi esacerba il conflitto invece di collaborare con le istituzioni. Coi titoli di coda i dubbi rimangono: dov'è la ragione? E soprattutto, cos'è davvero giusto per i bambini? Lasciarli uniti ma in balia di una madre malata, per quanto amorevole, oppure dividerli per farli crescere in un contesto più sano? La pervicacia delle istituzioni assume quasi i toni sinistri della ragion di Stato, e tuttavia non si può negare la necessità di un intervento di sostegno.
Ladybird Ladybird è una summa dei temi cari al cineasta di Nuneaton: il disagio psichico, i disoccupati che sopravvivono grazie all'assistenza sociale, l'emigrazione, l'incomunicabilità tra cittadini e istituzioni, la grama esistenza delle periferie industriali nell'epoca thatcheriana. Soprattutto è un messaggio di denuncia contro una società incapace di accogliere il diverso, che viene prima emarginato e poi punito. Lo dice bene Maggie in uno dei suoi momenti di lucidità, accusando gli assistenti sociali di averla lasciata sola quando da bambina avrebbe avuto bisogno del loro intervento, e di essere invece intervenuti contro di lei da adulta, togliendole i figli. 
Ottime le interpretazioni dei due attori protagonisti. Crissy Rock è perfetta nei panni di Maggie, riesce a incarnare nevrosi e paure di una donna alla deriva; meritato l'Orso d'oro assegnatole come migliore attrice protagonista alla Berlinale del 1994. Applausi anche per Vladimir Vega nel ruolo dell'esule paraguayano Jorge. Un difetto del film è nell'eccessiva enfasi con cui vengono rappresentate alcune scene drammatiche, ma a Loach si può perdonare quasi tutto.
Una locandina del film

19 marzo 2024

"Gioventù. Scene di vita di provincia" di John Maxwell Coetzee: una dolorosa iniziazione

Si parla poco della storia del Sudafrica, meno di quanto meriterebbe una delle pagine più controverse del Novecento. L'apartheid è solo menzionata dai manuali di storia delle scuole superiori, brevi cenni che non rendono pienamente l'idea di cosa è stato l'ultimo sistema segregazionista protetto dall'ombrello della legge. Come ho già scritto altrove, quando si parla di lotta contro l'apartheid, il pensiero corre a Nelson Mandela e ai militanti dell'African National Congress. Eppure non fu esclusivamente una battaglia della gente di colore: molti cittadini bianchi fecero propria questa buona causa, pagando addirittura con il carcere. I bianchi che non appoggiavano la segregazione erano coraggiosi, perché ci voleva ardimento per abbandonare i privilegi di cui si godeva esclusivamente per il colore della pelle, abbracciando la causa degli esclusi e degli emarginati. C'era poi una terza categoria, formata da quelli che non sostenevano né il governo né gli attivisti di colore, provando al contempo disgusto per la classe dominante e sfiducia verso quanti avrebbero dovuto rovesciarla. L'unica opzione concepibile era emigrare. È a questa minoranza di scettici che Coetzee ha dato voce nel romanzo Gioventù. Scene di vita di provincia.
Si tratta del secondo volume di un'autobiografia fittizia principiata col romanzo Infanzia. La vicenda è narrata anonimamente in terza persona. Il protagonista John è un giovane studente di matematica di Città del Capo. Sebbene in Sudafrica sia privilegiato in quanto bianco, prova insofferenza verso il proprio Paese e i suoi abitanti. Il Sudafrica gli appare come una terra arretrata nonostante la ricchezza materiale, culturalmente povera, lontana dai grandi movimenti artistici, capace solo di scimmiottare malamente le mode provenienti dall'Inghilterra o dagli Stati Uniti. In poche parole, una nazione senza identità, ignorata dagli europei cui vorrebbe assomigliare e tuttavia non pienamente africana. John invece pensa di essere un artista, un poeta per la precisione, e non tollera che il tempo gli sfugga di mano senza averlo pienamente vissuto. Così un giorno, prima della notifica della famigerata cartolina per la leva obbligatoria, si lascia tutto alle spalle e parte per l'agognata Londra.
Sono i primi anni Sessanta, gli anni della Swinging London, quando la capitale inglese si è affermata come centro indiscusso dello stile, della moda e della cultura. John prova in tutti i modi a diventare londinese e a recidere i contatti con la madrepatria; addirittura viene assunto come programmatore dalla IBM, conducendo una vita convenzionale che stride coi suoi sogni da artista bohémien. Scopre però di non essere tagliato per quell'esistenza e inanella un fallimento dietro l'altro, soprattutto in campo sentimentale. Inizialmente si convince che è il prezzo da pagare per diventare un vero artista: solo toccando con mano ogni abiezione e cadendo sempre più in basso potrà assomigliare ai suoi miti letterari. Anche questa è una fallace convinzione: la verità è che le origini sono una catena da cui non ci si può mai liberare.
«Il Sudafrica è come un albatro che gli sta sul groppone. Vorrebbe toglierselo di dosso, non gli importa come, così da cominciare a respirare.»
Gioventù è il resoconto di una dolorosa iniziazione che purtroppo conduce a uno scontato fallimento. È facile identificarsi in John, nella sua inettitudine e incapacità di adeguarsi al modello di esistenza che ha in mente. Dovunque vagherà sulla terra, sarà sempre un diverso, salvo nel natio Sudafrica, dove si trovano le sirene che gli fanno ribrezzo e tuttavia lo attirano perché gli somigliano. Alla fine dovrà accettare il fallimento come qualcosa di ineludibile. Coetzee sembra sostenere che non ha senso tentare di ribellarsi a un destino scritto nel sangue: una visione cupa e pessimistica espressa attraverso una scrittura densa e introspettiva. Gioventù è perfettamente inquadrabile nel genere del romanzo di formazione, sebbene la maturazione del protagonista coincida con lo sviluppo di un totale disincanto verso le cose del mondo. Nonostante innumerevoli esperienze di studio, lavorative, sentimentali e artistiche, John non riesce a trovare una strada che senta essere pienamente la sua. E torno dunque a quanto già detto all'inizio, ovvero che con Gioventù lo scrittore di Città del Capo ha dato voce a una minoranza negletta di "esuli" sudafricani.
Breve postilla. È un libro godibile che peraltro contiene molti riferimenti all'Italia e alla sua cultura; un motivo in più per leggerlo e apprezzare uno scrittore che nel 2003 è stato insignito del Premio Nobel.

4 ottobre 2022

"Un anno terribile" di John Fante: il sogno del déraciné

Da adolescente lessi Chiedi alla polvere, nell'edizione uscita in abbinamento al quotidiano La Repubblica. Poi nella biblioteca della scuola scovai un altro libro di Fante, La strada per Los Angeles. Da allora, sto parlando degli anni 2002-2004, non mi ero più imbattuto nello scrittore italo-americano. Difatti, nonostante le buone impressioni, non è un autore che ho avuto modo di approfondire. In questi giorni mi è invece capitato tra le mani un suo romanzo breve, tra i meno noti, pubblicato postumo nel 1985 per intercessione della moglie. Un anno terribile è un libricino che rivela il talento cristallino di un grande scrittore, addirittura meglio delle sue opere più celebri. Non è dunque un caso se Fante ci lavorò per molti anni a intervalli irregolari, morendo senza averne ultimato la stesura definitiva.
Un anno terribile è la storia di un ragazzo che sogna di diventare un giocatore di baseball professionista. Dominic Molise, questo il suo nome, è figlio di due immigrati italiani e vive in una gelida cittadina del Colorado. Il padre è un muratore disoccupato abruzzese, la madre è di origini lucane. Facile rinvenire profili autobiografici, dato che la madre di Fante era della Basilicata, mentre papà Nicola veniva da Torricella Peligna in provincia di Chieti. La famiglia Molise è povera ma dignitosa e Dominic sogna di avere successo nel baseball per migliorare le condizioni di tutti. É esile, basso e con le orecchie a sventola, ma crede di essere un lanciatore provetto perché ha dalla sua parte il potente braccio sinistro, da lui personificato e chiamato con magniloquenza il Braccio. Esilaranti le pagine in cui Dominic parla con il Braccio, lo coccola, lo consola se è preoccupato, lo riscalda se ha freddo e lo protegge con un formidabile unguento, il balsamo Sloan dalla fragranza di pino.
In questo romanzo il baseball non è semplicemente uno sport popolare, ma è simbolo e incarnazione del "sogno americano". Fante si fa portavoce dei ragazzi cresciuti a cavallo tra gli anni Venti e Quaranta del Novecento, per i quali il baseball era uno strumento, anzi l'unico strumento, di affermazione e scalata sociale. Tema centrale del romanzo è l'analisi del conflitto tra Dominic e i suoi genitori, ossia tra gli immigrati di prima generazione e i loro figli nati in America. Mentre i padri confidavano nel lavoro come strumento di riscatto e rivincita anche contro il razzismo, i figli non credevano che il cambiamento potesse venire dalla fatica e dal sudore della fronte. Il lavoro non era considerato da loro un ascensore sociale: l'unica strada da seguire per uscire da una vita di stenti ed emarginazione era il baseball. Non a caso i miti di Dominic sono come lui, hanno nomi americani e cognomi italiani: Joe Di Maggio, Tony Lazzeri, Joe Cicero. Ragazzi poveri, figli del nulla divenuti celebrità.
Nonostante sia un romanzo breve, Un anno terribile offre una straordinaria carrellata di indimenticabili personaggi. Il talento di Fante sta proprio nella capacità di tratteggiare un carattere con poche rapide e incisive pennellate. Questa naturalezza nel saper delineare a tuttotondo un personaggio in poche pagine e battute è, a mio avviso, la chiave del suo successo di critica e di pubblico.
Molteplici gli spunti di riflessione e le chiavi di lettura. In primo luogo, Un anno terribile offre un vivace spaccato della vita degli immigrati italiani negli Stati Uniti nella prima metà del ventesimo secolo. Immigrati che, per dirlo con le parole dello stesso Fante, si commuovevano fino alle lacrime sulle note di Torna a Surriento, ma allo stesso tempo guardavano con ammirazione al modello americano. Fante non nasconde nulla della loro misera vita, eppure non lo fa con toni lacrimevoli; anzi, l'ironia è il punto forte della sua scrittura. Il vero dramma non è materiale, ma identitario, inerente al senso di appartenenza. Dominic Molise è l'emblema di questo tormento: egli è un déraciné, uno sradicato senza un'identità forte. Non si sente pienamente italiano perché non è mai stato in Abruzzo, terra che conosce solo per i racconti nostalgici dei suoi familiari. Al tempo stesso, non è pienamente americano perché porta impressa sulla pelle e nel nome una diversa origine. Cosa fare allora? L'unico strumento per emanciparsi e diventare parte del sogno americano è il baseball, che da sport si fa promessa di eguaglianza e livellamento sociale. Tuttavia, il richiamo delle radici avrà infine la meglio persino sulla ferma volontà di Dominic.

30 agosto 2019

San Severino di Centola, l'antico borgo cancellato dal progresso

Il Cilento è caratterizzato da villaggi e casali sparpagliati su un territorio vasto, scarsamente popolato e in gran parte selvaggio. Molti piccoli centri sono stati abbandonati, diventando meta di curiosi e appassionati di rovine; i più celebri sono Roscigno, Sacco Vecchia, San Giovanni a Tresino e San Severino di Centola. Alcuni sono stati lasciati dagli abitanti per cause naturali, come frane, inondazioni, alluvioni o terremoti; altri, invece, hanno subito eventi umani, quali guerre, invasioni o decisioni d'imperio delle autorità. San Severino di Centola costituisce invece un unicum, in quanto a segnarne la fine fu l'avanzare del progresso. Quando a fine Ottocento fu costruita la ferrovia a valle, gli abitanti del borgo sulla rupe cominciarono ad abbandonare le antiche case a picco sulla gola scavata dal fiume Mingardo, insediandosi lungo la strada ferrata. Il progressivo abbandono si concluse nel 1977, ponendo fine ad una storia iniziata nel X secolo.
Passeggiare tra le rovine di San Severino significa immergersi in una dimensione contadina che non esiste più, fatta di casupole in cui famiglie numerose condividevano il tetto con gli animali, dove gli unici luoghi di aggregazione erano la chiesa e la taverna. Tre sono gli edifici di rilievo che è ancora possibile ammirare, anche se ridotti a ruderi: il castello, il palazzo  baronale (con un magnifico portale in pietra locale) e la chiesa di Santa Maria degli Angeli. Il resto è un dedalo di strette viuzze, così erte da affrontare a dorso di mulo, su cui si affacciano le abitazioni. Molte sono pericolanti, altre hanno come soffitto il cielo, qualcuna resiste silente all'avanzare degli anni. L'unico edificio ristrutturato è una cappella, dove tuttora vengono celebrate le funzioni religiose.
A differenza di altri luoghi del genere, San Severino è facilmente raggiungibile, sia con il treno che con l'automobile. Il paese è servito dalla stazione "Centola-Palinuro" della linea Tirrenica Meridionale, posta a valle dell'antico abitato, a circa dieci minuti di cammino. In automobile, per chi proviene da Salerno, bisogna percorrere la Strada statale 18 e uscire a Poderia. L'automobile può essere lasciata in sosta in un piccolo parcheggio all'ingresso del paese.
Fotografie a cura di Sara Nigro, che ringrazio per il prezioso contributo.
Una via del borgo; sulla destra, ruderi del Palazzo baronale
La parte alta del borgo
La cappella, unico edificio ristrutturato
 La piazzetta con la cappella ristrutturata
 Particolare di un'abitazione
 Ruderi della Chiesa di Santa Maria degli Angeli
 Le vie del paese
 La gola scavata dal Mingardo
 Veduta del borgo
 La parte bassa del borgo, con la S.S. 18 in lontananza
I ruderi della Chiesa di Santa Maria degli Angeli

12 gennaio 2017

I Napoli Centrale cantano 'o sanghe degli ultimi

Gli anni passano, ma James non delude mai: ha deciso di stare con chi soffre e lo dice già nella prima traccia di questo meraviglioso ultimo album (2016, etichetta AlaBianca). ‘O sanghe è quello dei poveri, degli ultimi, degli emarginati, di coloro che vengono quotidianamente schiacciati da un sistema violento, da un potere che “non dà una carezza, non sa cos’è la gentilezza”. E se negli anni Settanta i protagonisti delle canzoni dei Napoli Centrale erano i braccianti meridionali, oggi il messaggio è universale perché la sofferenza dei popoli è globale. La denuncia delle ingiustizie del mondo è dunque il tema portante del disco, ma con una significativa novità. La rabbia è sempre la stessa, gagliarda e per nulla ammansita; rispetto al passato, però, non è più urlata, ma convertita in invocazione e preghiera. In questo senso il disco ha una componente religiosa non secondaria, sia pure filtrata attraverso una visione personale e non clericale; nella title-track, ad esempio, Senese rivolge la sua preghiera direttamente a Dio, chiedendogli di porre fine alle guerre che insanguinano il pianeta colpendo sempre i più deboli. Se dunque nei precedenti dischi predominava, sia pure in senso figurato, l’imprecazione, O’ sanghe è invece un atto di devozione.
Ritratto in forme tribali in copertina, Senese è sempre più il deus ex machina della longeva formazione, oggi composta da Gigi De Rienzo al basso, Ernesto Vitolo alle tastiere e Fredy Malfi alle pelli. Va poi segnalato il gradito ritorno dello storico co-fondatore del gruppo, il batterista Franco Del Prete, che ha suonato in qualche brano e collaborato ai testi. Il sax di Senese segna la strada maestra, accarezza l’ascoltatore con piacevoli melodie e lo graffia con acuti lancinanti che racchiudono tutta l’angoscia del creato. Il resto della band gli viene dietro egregiamente, costruendo un tappeto ritmico su cui si staglia la calda voce del leader. Il risultato è una cifra stilistica unica, non riconducibile ad un solo genere, che fonde il folk, la world music, il jazz, il funk e il rock.
Apre le danze il groove della struggente Bon voyage, dedicata agli emigranti di ogni razza e religione. Senese canta di una terra ingrata, che costringe a partire anche chi vorrebbe tanto rimanere, di persone che attraversano il mare piene di speranze e vedono miseramente naufragare il sogno di migliorare la propria esistenza. Si raggiungono alti livelli con la quarta traccia, Il mondo cambierà, un canto di speranza retto da un basso trascinante e un testo immediato che si manda subito a memoria. I ricordi di vita vissuta di Mille poesie, poi, sono uno dei momenti più felici del disco. Sostenuto da una incisiva chitarra funk, il brano è un’autobiografia in versi di James, un uomo che sa bene “quant’è amaro il pane”, ma che nonostante tutto il dolore vissuto è ancora in grado di emozionarsi di fronte ad un cielo stellato. Ma soprattutto, è una dichiarazione d’amore verso la musica, palliativo di ogni dolore umano, ragione di vita a cui James deve non solo il successo, ma la forma stessa del proprio essere. Di grande impatto Povero munno, con una base strumentale funky cadenzata e incalzante. Davvero ispirato il testo, in cui Senese riesce a parlare di senzatetto, anziani negli ospizi e crisi dei valori senza indulgere nel patetismo. Il suo è un lamento rabbioso, la dura invettiva di chi non ha paura di metterci la faccia e dire le cose come stanno, anche se scomode ai più. L’ultima traccia è una vera e propria chicca dedicata ai collezionisti. Addo’ vaje non era stata mai incisa fino ad ora, sebbene facesse parte del repertorio dei Napoli Centrale da tre decenni; è infatti il brano che viene suonato nel famoso film “No grazie, il caffè mi rende nervoso” (1982), in occasione della comica intervista che un impacciato Lello Arena tenta di fare a James.
‘O sanghe è davvero un disco sorprendente, oltre che attuale. Con cinquant’anni di carriera alle spalle non è facile reinventarsi, né proporre inediti di buona qualità. I Napoli Centrale ci sono riusciti, e in questo lavoro hanno piazzato almeno cinque o sei perle destinate a durare nel tempo; la Targa Tenco 2016 per il miglior disco in dialetto ne è la definitiva conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno.
Clicca qui per leggere l'intervista a James Senese in occasione del tour di 'O sanghe

9 novembre 2016

We want bread, but roses too!

“Vogliamo il pane, ma anche le rose” è il famoso slogan di uno sciopero delle lavoratrici del settore tessile tenutosi nel 1912 a Lawrence, nel Massachussets. Con questa frase, divenuta patrimonio dell’immaginario collettivo, si vuole indicare il diritto delle donne lavoratrici, e più in generale della classe operaia, a beneficiare di condizioni tali da consentire il pieno sviluppo della personalità umana: il pane e le rose, il sostentamento materiale e il benessere psico-fisico. L’uomo non è una macchina e il lavoro non deve servire alla mera sopravvivenza, ma essere funzionale alla realizzazione completa della personalità. Per comprendere quanto il principio abbia influenzato la storia moderna dell’Occidente, si potrebbe azzardare che sia stato recepito anche dalla nostra Assemblea costituente, e che riecheggi nei primi articoli della Carta fondamentale (artt. 2, 3 e 36).
Ken Loach, da sempre attento alle dinamiche sociali e alla difesa dei più deboli, ha deciso di utilizzare lo slogan come titolo di uno dei suoi film più riusciti, Bread and roses del 2000. La pellicola precede di un anno un altro importante lavoro, Paul, Mick e gli altri, che affronta la condizione dei ferrovieri inglesi a seguito della privatizzazione del trasporto su rotaia. Rispetto a quest’ultimo, in cui prevale l’aspetto  documentaristico, Bread and roses si caratterizza per una maggiore attenzione verso l’intreccio narrativo, con spunti che travalicano i confini del drammatico per lambire quelli della commedia.
La vicenda è ambientata negli Stati Uniti, tanto che si parla del primo film “americano” di Loach. Protagonista è Maya, una ragazza messicana che riesce dopo anni di sacrifici a raggiungere la sorella a Los Angeles, anche se da clandestina. La speranza di una vita migliore, però, si scontra immediatamente con la dura realtà. La società americana si mostra chiusa verso gli immigrati, quasi privi di considerazione sociale e destinati ai lavori meno qualificati e scarsamente tutelati. Maya trova impiego presso la ditta di pulizie dove è occupata la sorella; il lavoro è duro e malpagato, oltre che privo delle più elementari garanzie, quali le ferie e l’assistenza sanitaria. Gli addetti (che nel doppiaggio italiano vengono chiamati poco elegantemente “pulitori”), quasi tutti latinos, sono sottoposti a turni massacranti, sotto lo schiaffo dei caporali che minacciano e attuano licenziamenti per ogni minima mancanza. Sarà grazie all’aiuto di uno scaltro sindacalista, interpretato da Adrien Brody, che gli operai riusciranno a ottenere l’agognato riscatto e un futuro migliore, in un finale dolceamaro di grande realismo e potenza emotiva.
Anche in questa pellicola, Ken Loach mette in scena un cinema militante, impegnato a dare voce agli ultimi, quelli a cui è tolto persino il diritto di gridare per far valere i propri bisogni. Al di là dell’ingenua fiducia verso il movimento sindacale, il messaggio che il regista inglese vuole lanciare è più generale, perché si riferisce al significato stesso della lotta e della mobilitazione non violente, considerate le uniche possibili strade per l’affrancamento dalla schiavitù del bisogno. Non si può ridurre la pellicola a mero slogan; Ken Loach usa uno slogan per lanciare un messaggio, ma lascia che siano i protagonisti a parlare, ad esprimere ansie e bisogni dell’uomo comune, con un linguaggio semplice che crea subito una forte empatia con lo spettatore.
Va infine evidenziata la grande attualità del film, che affronta problematiche tuttora vive e, se possibile, ancora più drammatiche rispetto a quindici anni fa. Alcune di queste tematiche sono strettamente legate alla società statunitense, come l’assenza di un’adeguata assistenza sanitaria pubblica o il tramonto del “sogno americano”. Altre, invece, ci riguardano da vicino: il fenomeno dell’immigrazione e il continuo svilimento del lavoro dipendente. Mai come oggi si sente la necessità di affermare questo principio: il lavoro è un valore in sé, ma non fino al punto di appiattire l’essere umano, di ridurlo a mera macchina, a misero ingranaggio della produzione. Abbiamo bisogno del pane, ma anche delle rose: come si può dare torto al rivoluzionario Loach?
Una scena del film

4 luglio 2016

"Chiamalo sonno" di Henry Roth: le angosce del bambino emigrante

Parlare di Chiamalo sonno significa innanzitutto interrogarsi sul “caso Henry Roth”, come viene definito dalla critica. Henry Roth (1906-1995) è stato per lungo tempo autore di un unico romanzo. Quando Chiamalo sonno uscì, egli aveva ventotto anni ed era così convinto di aver trasfuso in quell’opera tutto quanto avesse da dire, da chiudersi in un silenzio durato quasi tre decenni. Iniziò a scrivere un secondo volume, ma si arrese dopo aver ultimato un centinaio di pagine, colpito da un oscuro male di vivere a cui sono state date diverse spiegazioni: la depressione, una forte delusione sentimentale, una crisi mistica, l’isolamento dovuto alle sue posizioni politiche. Fatto sta che Roth costruì intorno a sé un muro di silenzio, allontanandosi dal mondo culturale e persino dalla città, rifugiandosi nella quieta provincia americana. Solo intorno alla metà degli anni Sessanta, il libro, che aveva continuato a circolare in una ristretta cerchia di appassionati, venne ristampato negli Stati Uniti e poi in Europa, diventando un caso letterario e un long-seller, contribuendo alla riscoperta del suo autore.
Oggi Chiamalo sonno è considerato un capolavoro, perché, come ha osservato Mario Materassi nella postfazione all’edizione italiana Garzanti, è un vero e proprio «punto di coincidenza di tutto il Novecento» letterario e non, in quanto «il suo senso è un valore permanentemente rinnovantesi».
Il romanzo è ambientato negli Stati Uniti dei primi anni del secolo scorso, l’epoca dell’immigrazione di massa. David, un bambino ebreo nato in Austria, giunge assieme alla madre nella terra delle grandi opportunità, dove il padre si è già trasferito da un paio di anni. I genitori di David non potrebbero essere più diversi: dolce e piena di attenzioni la madre, duro e iracondo il padre. Il piccolo David vive con paura questo contrasto, che viene traslato dalle quattro mura domestiche al mondo esterno. Nella sua mente si fa strada una concezione manichea della vita, in cui ogni aspetto viene ad essere classificato secondo la rigorosa dicotomia bene-male. Il padre, le tenebre, la cantina e i coetanei rappresentano il male, l’oscurità fisica e morale da cui fuggire. Dall’altro lato, invece, c’è la madre, che agli occhi di David è il concentrato supremo di ogni bene. L’intera realtà viene trasfigurata attraverso gli occhi del bambino, che sono il privilegiato punto di osservazione scelto da Roth nella stesura del romanzo. Nelle pagine si alternano dati reali e immaginifici, in quanto l’intera narrazione viene filtrata e quasi inquinata dalle visioni di David, continuamente in bilico tra un mondo palpabile, duro e crudo, e una dimensione fantastica, rassicurante e onirica. Chiamalo sonno non è dunque propriamente un romanzo di formazione; sebbene vi sia una crescita graduale e sofferta del protagonista, nel finale si ascolta quasi un canto di resa, un totale rifiuto del dato reale in favore del sicuro rifugio rappresentato dall’abbraccio materno.
Il libro è un vivido ritratto dell’America del primo Novecento, un Paese in grande fermento per effetto di un’ondata migratoria che contribuirà a delinearne il volto moderno, il cosiddetto melting pot. Straordinario poi il linguaggio utilizzato da Roth, che alterna slanci lirici a chiacchiere da bar, mescola il turpiloquio col linguaggio alto, combina sapientemente l’inglese, lo yiddish e la babele di lingue parlate dagli immigrati, italiani compresi. Nel suo capolavoro, Roth è stato attento alla descrizione dei luoghi e dei tipi umani: i personaggi sono pochi, ma di indimenticabile spessore. Si pensi ad Albert, il padre di David, un uomo rude e violento, i cui improvvisi scatti d’ira sono talmente prorompenti da mettere in soggezione persino il lettore. Si rimane incantati, poi, dalla dolcezza di Genya, stupiti dalla sboccataggine di Bertha, entusiasmati dalla baldanza del giovane Leo.
E alla fine mi viene da dire che forse ha ragione chi ritiene che Chiamalo sonno rappresenti la summa di tutta la letteratura del Novecento: perché David è solo un bambino, ma incarna tutte le ansie e le angosce dell’uomo moderno, diviso tra il richiamo della tradizione religiosa e le blandizie del progresso, tra la paura dell’autorità e un’incontenibile voglia di ribellione.

14 giugno 2015

"Milano non esiste" di Dante Maffia: l'ossessione del ritorno alle origini

Quando Guglielmo Petroni diede alle stampe il suo romanzo-manifesto sulla Resistenza, Il mondo è una prigione, un attento lettore lo ringraziò dicendo: “tu hai scritto per tutti noi le parole che dovevano essere scritte su di noi”, ad indicare che quel libro aveva avuto la capacità di raffigurare e di portare alla luce la storia di una generazione di intellettuali, la cui giovinezza era stata segnata dall’esperienza della dittatura e da quella partigiana. Credo che questo giudizio, pur con le dovute differenze, si attagli perfettamente a Milano non esiste. Dante Maffia, infatti, ha dato conto di una generazione di meridionali costretti nel secondo Dopoguerra a lasciare i luoghi natali per raggiungere le città industriali del Nord, dove trovare un apparente benessere a costo di diventare le piccole ruote di un ingranaggio pauroso e alienante. Il libro dà voce a queste persone, ne racconta sentimenti, frustrazioni e speranze; insomma, parafrasando il giudizio che ho riportato più sopra, si può dire che Maffia ha scritto per gli emigranti meridionali le parole che dovevano essere scritte su di loro.
Protagonista ed io narrante del romanzo, in forma di monologo, è un operario calabrese giunto alle soglie del tanto agognato pensionamento, che ha finalmente la possibilità di coronare un sogno tenacemente perseguito: abbandonare Milano, la città che gli ha dato il pane ma che lo ha sfruttato e spersonalizzato, e ritornare al paese in cui è nato, fra le gente e le tradizioni che conosce e gli appartengono. Il suo progetto, però, è più ambizioso di un semplice ritorno alle origini: con il denaro duramente risparmiato negli anni, tra straordinari e un impiego in nero in cantiere, è finalmente riuscito a costruire in Calabria la casa dei sogni, bella, spaziosa e in riva al mare; qui vuole condurre tutta la famiglia – moglie e sei figli, tutti nati all’ombra del Duomo – per salvarla dal grigiore e dalla violenza della metropoli, equiparata a una prigione (“ho fatto quarant’anni di Milano”, arriverà a dire). Nel preparare il suo progetto – in cui si combinano uno straordinario amore paterno e, al contempo, una visione tradizionalista del capofamiglia, sovrano indiscusso legibus solutus – non ha però considerato che i suoi ragazzi, nati e cresciuti a Milano, non hanno alcuna intenzione di andarsene in una terra che, al più, considerano buona solamente per le vacanze estive. E su questo conflitto, via via più drammatico, si innesta una sofferenza che finisce per diventare tragedia esistenziale.
I temi forti del romanzo sono soprattutto due: lo sradicamento e il desiderio del ritorno alle origini, che potremmo riassumere nel “però un paese ci vuole” di pavesiana memoria. “Non si può vivere senza le proprie radici, senza sentire il calore del mondo”, dice l’umile operaio calabrese. E nonostante sia un uomo semplice, spiega bene il fulcro del suo pensiero: la nostalgia – che porta a considerare il paese come una sorta di paradiso perduto – non riguarda solo gli odori, i colori, i suoni o la vista del mare. È anche questo, ma è soprattutto la voglia di tornare ad essere liberi, padroni di se stessi, di riconquistare un’umanità appannata dalla schiavitù delle apparenze della grande metropoli industriale. Tutto il romanzo vive della contrapposizione Milano/Calabria, inferno/paradiso; a Milano tutto è sporco, l’aria è pervasa da un grigiore che ottunde, persino la pioggia è malevola. A Milano non c’è futuro, nonostante ci sia il lavoro e il benessere; la stessa parola futuro indispettisce il protagonista, che legge nel sostantivo la prospettiva di altri lunghi anni di schiavitù. Per lui, il futuro ha il sapore di una sconfitta e non la speranza di un miglioramento.
La lettura mi ha portato alla mente una celebre lirica di Ungaretti, In memoria, che affronta proprio il tema dello sradicamento: “Si chiamava / Mohamed Sceab […] / suicida / perché non aveva più / patria. […] / Amò la Francia / e mutò nome. / Fu Marcel / ma non era francese / e non sapeva più / vivere / nella tenda dei suoi / dove si ascolta la cantilena / del Corano /gustando un caffè”. Anche il protagonista del romanzo, come il Mohamed della poesia, sente il peso della lontananza della terra dei padri; e proprio questa maledetta lontananza lo trasforma inesorabilmente, rendendolo diverso dal fanciullo e dal ragazzo che era stato. Per questo, quando sul treno Crotone-Milano lo scambiano per un “altoitaliano”, lo smarrimento e una cieca rabbia si impadroniscono di lui, portandolo a chiedersi chi sia veramente. 
Una notazione va fatta in ordine al paradossale titolo. Milano non esiste perché, come dice il protagonista, quella che ho fatto io non è vita, è solo sacrificio in attesa di vivere”. Ha soggiornato quarant’anni nella Capitale economica d’Italia, eppure tutto gli è apparso come un “abbandono al niente”. Milano non è mai esistita perché “per tutti questi anni mi sembra di non aver vissuto” se non nei brevi soggiorni estivi in Calabria, “di non essermi appartenuto, di essere stato un altro per sopravvivere”. Ogni ricordo piacevole, ogni desiderio o speranza, sono riconducibili alla terra natale; il resto è come se non ci fosse mai stato, tutto il rimanente tempo si condensa in una grande nube grigia.
Ma Milano non esiste è anche un’opera di denuncia sociale, che rinnova la tradizione italiana del romanzo (e del cinema) operaio. Il protagonista è uno sfruttato, una pedina di quella società industriale a cui ha sacrificato gli anni migliori della sua esistenza ed ogni energia fisica e morale; in cambio, non ha ricevuto che una misera paga, appena sufficiente per tirare avanti. Si è trascinato per quasi quarant’anni in una città odiata, negandosi ogni svago, resistendo in silenzio ai soprusi quotidiani, non esponendosi politicamente per paura di ritorsioni, abbassando continuamente gli occhi anche davanti alle ingiustizie e camminando piano, quasi per paura di schiacciare le formiche. Eppure, per un profondo orgoglio personale, non ha mai ceduto alle lusinghe della grande città, non ha mai negato le proprie origini, né le ha svendute pur di essere accettato. Di fatto, si è comportato in maniera opposta all’emigrante in Svizzera del film Pane e cioccolata (interpretato da Nino Manfredi), che, pur di sentirsi pari agli altri, non esita a tingersi di biondo i baffi e i capelli, per apparire uno svizzero. Nelle note di copertina, questo romanzo viene accostato a Vogliamo tutto di Nanni Balestrini, altro caposaldo della letteratura industriale italiana. In verità, il paragone non mi sembra calzante. Il protagonista di Vogliamo tutto è un operaio meridionale che, arrivato a Torino, scopre la lotta di classe e ne fa la ragione della propria vita; egli combatte in prima fila e non si tira indietro negli scontri con la polizia, perché è convinto che il sistema si possa e si debba cambiare. Il protagonista di Milano non esiste, invece, sente il conflitto di classe, ma non pensa che le gerarchie immutabili della società industriale possano essere mutate; per questo, pur partecipando agli scioperi e manifestando solidarietà verso gli altri operai, cerca di farsi vedere il meno possibile, si nasconde quasi, non vuole rogne. I figli lo chiamano “pavido”, ma questa apparente rassegnazione è l’unica arma che gli consente di andare avanti e di realizzare il progetto di costruirsi una comoda casa in paese.      
Inoltre, il libro è una profonda riflessione sul tema – di dirompente attualità – dell’immigrazione. L’essere meridionale è un timbro, un marchio, addirittura una macchia che non si può lavare; è l’impronta della diversità, impressa oggi sulla pelle dei tanti extracomunitari che cercano una vita più dignitosa approdando sulle nostre coste, fuggendo da condizioni drammatiche. E forse portando con sé il sogno di tornare al Paese di origine, dove costruire una casa più grande, spaziosa, per tutta la famiglia. 
In conclusione, Milano non esiste è un’opera complessa, romanzo sociale e psicologico, racconto appassionato e crudo monologo interiore, resoconto di una vana ribellione alle convenzioni e cronaca di una drammatica sconfitta umana.
Dal libro è stato tratto un fortunato spettacolo teatrale, per la regia di Roberto D’Alessandro.


La copertina del romanzo

11 novembre 2014

L'ultima festa dei Musicanova

«Eugenio dice che io sono rinnegato
perché ho rotto tutti i ponti col passato.
Guardare avanti, sì, ma ad una condizione,
che tieni sempre conto della tradizione.»

Questo è l’incipit di Rinnegato, una delle prime canzoni di Edoardo Bennato. L’artista napoletano, innamorato dell’America e del rock and roll, ricorda le parole del fratello Eugenio, cultore della musica popolare, che lo ammoniva a non dimenticare mai la tradizione, perché non può esistere innovazione se non si tiene conto del passato. I Musicanova, capitanati proprio da Eugenio, hanno percorso, alla fine degli Anni Settanta, la via della riscoperta della musica folcloristica, assieme ad altri gruppi interessanti, come il Canzoniere del Lazio.
Festa festa (Fonit Cetra, 1981) è il loro quinto LP, l’ultimo. Diventati un vero e proprio collettivo, i Musicanova raggiungono un felicissimo connubio tra musica e testi, secondo solamente all’epocale Brigante se more (1979), colonna sonora dello sceneggiato Rai L’eredità della priora, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Alianello.
Per costruire le complesse trame sonore del disco, il gruppo si amplia, fino a contare otto elementi: Eugenio Bennato e Carlo D’Angiò (voci e chitarre), Maria Luce Cangiano (voce), Pippo Cerciello (violino), Mauro Di Domenico (chitarre e mandoloncello), Riccardo Romei (basso elettrico), Alfio Antico (tamburello) e John Perilli (fiati).
Tutte le composizioni sono originali: Bennato e D’Angiò attingono dal patrimonio popolare ritmi e tematiche, che rielaborano con un gusto moderno che non scade mai nel manierismo: ecco allora, qui e lì, intrusioni di tastiere, basso e chitarra elettrica. I due, che si dividono egregiamente il lavoro di scrittura, dimostrano di aver assimilato la grande tradizione della musica contadina dell’Italia meridionale; i testi, rigorosamente in dialetto, sono limpidi quadretti di vita rurale (L’acqua e la rosa), cantilenanti preghiere (Ex voto), storie minime dai toni di favola (Canzone per Iuzzella), filastrocche dal sapore antico (Canzone della fortuna) o struggenti ninne nanne (Nannaré).
La vena polemica e l’impegno civile sono gli altri due cardini di questo lavoro. In Vento del Sud ritorna la visione critica della vicenda risorgimentale, i cui ideali egualitari sono stati traditi da chi, per precisa volontà politica, ha trasformato il Meridione in una colonia. A la festa, che dà il titolo all’album, è invece un canto collettivo di protesta, che ricorda la lotta dei contadini contro i “galantuomini”, padroni delle terre e sfruttatori.
Il capolavoro del disco è però Te saluto Milano, che chiude la prima facciata. È la struggente e liberatoria ballata dell’emigrante che può finalmente andare via dalla metropoli che gli ha dato da mangiare, prendendosi però in cambio i suoi anni migliori. Commovente canzone di emarginazione, riscatto e nostalgia, contiene immagini di impressionante forza evocativa.

«Te saluto Milano
Milano d’a faccia scura,
Milano c’a primma vota te fa paura,
passa o tram e nun t’o vuo’ piglià

pecchè vuo’ i’ a pede pe sta città. […]
Te saluto Milano
Milano d’a produzione
Milano ca si nun sierve sì nu coglione.
Ma sulo e’ chesto nun se po’ campa’,
te saluto Milano e nun ce voglio stà.»
Copertina e retro del vinile