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8 novembre 2025

"Poco zucchero", il cinico e tagliente Faust’O

A fine anni Settanta si affermarono nuovi volti nella fitta schiera del cantautorato nostrano. Personaggi diversi dal cliché dell'artista impegnato "di sinistra" che aveva furoreggiato nel decennio, i quali presentavano una proposta musicale diversa, spesso più vicina alle influenze straniere. Penso all'ironia graffiante di Alberto Fortis, oppure al mitteleurock di Gino D'Eliso, fino ad arrivare alle tentazioni art-rock di Garbo qualche anno dopo. Tra questi, una figura ancora più radicale che merita un discorso a parte è quella di Fausto Rossi, nativo di Sacile e più conosciuto con lo pseudonimo di Faust'O.
Aveva esordito nel 1978 con un album dalle tinte forti e dal titolo eloquente: Suicidio. Conteneva brani come Benvenuti tra i rifiuti, Godi, Bastardi e Il mio sesso, veri e propri gioielli di piccolo culto ancora ricordati da una sparuta schiera di fedelissimi, come si evince da una sommaria ricerca sulla rete. L'anno successivo fu la volta di Poco zucchero, secondo lavoro in studio pubblicato nel 1979 dall'etichetta Ascolto di Caterina Caselli. Fu registrato nei mesi di febbraio e marzo presso il "Radius Studio" sotto la sapiente produzione artistica dello stesso Faust'O e del compianto Alberto Radius. Nutrita e di livello la schiera dei musicisti coinvolti, tra cui Claudio Pascoli al sax, Walter Calloni e Tullio De Piscopo alle percussioni, Radius alla chitarra elettrica e il bassista statunitense Julius Farmer. Fausto Rossi, oltre a cantare, suona tastiere e sintetizzatori, tra cui l'italico polifonico Crumar.
Nell'iniziale Vincent Price, scritta a quattro mani con Oscar Avogadro, si nota il tocco di Radius: è un pezzo marcatamente rock con chitarra elettrica in evidenza, in cui la figura dell'istrionico attore statunitense, noto per aver interpretato celebri pellicole horror, diventa la metafora per esprimere un messaggio inquietante: è fuorviante cercare il mostro negli altri, il mostro è dentro di noi, anzi siamo noi.
«Ma quando alla mattina scopri allo specchio
la faccia che hai,
e mentre fai la barba giunge un suono all'orecchio:
sta russando anche lei.
Dubbi ormai non hai più,
quei due occhi e quel mostro sei tu.»
Spesso il nome di Faust'O è associato alla new wave, quantomeno per la prima fase della sua carriera di cui fa parte anche Poco zucchero. In questo LP le influenze del genere appaiono effettivamente marcate, soprattutto in virtù dell'ampio uso di tastiere e sintetizzatori che regalano quel suono algido tipico appunto della new wave. Si ascolti Il lungo addio, un'anomala canzone d'amore dalle atmosfere glaciali e rarefatte che sostengono la voce tagliente del cantautore. Il brano, forse il migliore della scaletta, ricorda Vienna degli Ultravox, con la precisazione che il capolavoro della band inglese fu pubblicato l'anno successivo. Altre canzoni si allontanano invece dal genere citato, come l'intensa Attori malinconici o la radiofonica Oh! Oh! Oh!, più vicine a un pop raffinato. Il canto si fa sussurro in Kleenex, altro pezzo di culto, con un testo che sfida la buona creanza e osa varcare i limiti della comune decenza. D'altronde, le liriche che inquietano sono il suo marchio di fabbrica, ora sinistramente ironiche, ora dirette come un gancio in faccia.
«La mia lingua su un tampax
sfiora la castità,
per servirti ho il mio Rolex,
per freddarti ho l'età.»
L'album, della durata di poco più di trenta minuti, si chiude con i sette minuti di Funerale a Praga. L'inizio è quasi di matrice progressiva, in stile Pink Floyd; quando però arriva la voce salmodiante di Faust'O, il pezzo assume un incedere funereo, fino alla meravigliosa coda finale di sintetizzatori e sassofono.
Provocazione, feroce sarcasmo e attitudine punk sono le chiavi di lettura di questo album e più in generale dell'intera produzione di Fausto Rossi, figura anomala e anarchica nel panorama cantautoriale nostrano. Conosciuto da pochi, idolatrato da un manipolo di irriducibili appassionati, di lui si può dire tanto, nel bene o nel male, ma di certo gli vanno riconosciute la coerenza e la capacità di seguire una strada diversa da quella battuta dagli altri. Poco zucchero è un disco cinico e tagliente, come lo sguardo sul mondo di questo artista.

13 maggio 2025

Sad Lovers and Giants: persi in un mare di sospiri

Quando si parla di un genere musicale con chi ne è appassionato, è matematico che tirerà fuori la vecchia storia della band sconosciuta ai più, quella che "se solo avesse avuto un pizzico di fortuna all'epoca", verrebbe oggi ricordata tra le più influenti del periodo. Criminally underrated, come dicono gli inglesi. Ogni genere ha le sue perle nascoste e la new wave non è da meno. Perché se è vero che tutti conoscono i Joy Division, pochi ricordano The Chameleons e ancora meno hanno sentito parlare di Sad Lovers and Giants (d'ora in avanti, SLaG). E non perché, si badi bene, fossero un gruppo di nicchia, in quanto ai tempi ottennero la loro fetta di successo e tuttora girano in tour. La verità è che nel palcoscenico così fitto di comparse che sono stati gli anni Ottanta inglesi, è fisiologico che alcuni vengano dimenticati, non necessariamente i più scarsi.
Gli amanti tristi e giganti, nome che tradotto in italiano ha un che di naif ma che in inglese suona benissimo, si formarono in Inghilterra nel 1980. La formazione originaria, quella che suonò nei primi due album, era composta da Garce Allard alla voce, Cliff Silver al basso, Tristan Garel-Funk alle chitarre, il batterista Nigel Pollard e David Wood alle tastiere e sassofono. Pollard e Garel-Funk lasciarono la band poco dopo la registrazione del secondo LP e fondarono The Snake Corps.
Se il vinile d'esordio, Epic garden music (1982), conteneva già un pezzo epocale come Clint, cui si aggiunge il capolavoro Things we never did della ristampa in cd con tracce bonus, è con Feeding the flame (1983) che il quintetto fece un deciso balzo in avanti. Copertina algida e inquieta, uno scorcio di paesaggio invernale che ricorda l'immagine del coevo Porcupine di Echo & The Bunnymen. Immagine di copertina che fa da preludio a quanto stiamo per sentire: musica malinconica per anime in disarmo. Viene naturale il paragone con gruppi più blasonati, forse perché parrebbe un azzardo affermare che siano questi ultimi a essersi ispirati ai SLaG; si sentono echi di Cure, Sound, Chameleons, Sisters of Mercy, Bauhaus. La loro è una new wave cupa e dolorosa che abbraccia il dark e il goth, limandone però gli eccessi. Musica per chi è «perso in un mare pieno di sospiri», come recita uno dei loro versi più celebri. Un ritmo compassato che tuttavia sa esplodere in sorprendenti barbagli di luce, come nel ritornello di On another day, per me la più preziosa del mazzo.
«On another day
you would swear my judgment was wrong.
Tracing neat escapes,
now the soft attraction has gone.»
I primi solchi sono quelli di Big tracks little tracks, che detta da subito le regole del gioco: basso possente e chitarre lancinanti, sostenute da una batteria incalzante e uno straniante interludio di sassofono. Evidenti le influenze post-punk, ma è altresì chiaro che i nostri cercavano una via autonoma. Segue la citata On another day, un volo a due palmi da terra con gli effetti delle chitarre e il tappeto di tastiere che disegnano un'atmosfera eterea e soffusa: un viaggio lisergico, una sorta di psichedelia wave. La successiva Sleep (is for everyone) rievoca trame gotiche, mentre Vendetta ricorda i Japan di Ghosts (di un paio d'anni prima), con la voce di Garce che ripercorre le tracce di Sylvian per sfumare infine nell'ammaliante base di chitarre e tastiere. La prima facciata si chiude con l'esplosività di Man of straw, paragonabile per furia a The fire dei più celebri The Sound: un pezzo potente con le chitarre sempre avanti e una sezione ritmica precisa, in puro stile post-punk. Il lato B è meno ispirato e contiene quattro brani, di cui uno strumentale. Senza dubbio la migliore è Your skin and mine, ballata d'amore che si esalta nei delicati contrappunti di chitarre e tastiere, vero e proprio marchio di fabbrica dei SLaG. E quando sembra che il pezzo sia concluso, arriva una lunga coda strumentale in puro incedere dark-wave. Meravigliosa, può contendere a On another day la palma di migliore.
Feeding the flame è un disco che non può mancare nella collezione di un appassionato di new wave. Certo non è un album fondamentale in assoluto, per cui non lo consiglierei a chi si approccia per la prima volta al genere; tuttavia è un tassello importante che testimonia un'epoca di grande creatività, in cui persino nomi meno noti come i Sad Lovers and Giants erano in grado di lasciare il segno. Se siamo qui a parlarne dopo più di quarant'anni, ci sarà un motivo.
L'algida immagine di copertina

29 novembre 2024

L'amore al tempo dei Cult

Difficile trovare un disco che sia al contempo figlio della sua epoca e ancora attuale, soprattutto quando si parla degli anni Ottanta. Il sound di quel decennio, prima amato, poi odiato e infine (parzialmente) riabilitato, da sempre divide gli appassionati. A mio avviso, ciò dipende dal fatto che molte rockband di successo degli anni '60 e '70 tentarono di reinventarsi nella decade successiva con risultati discutibili, cedendo senza troppa convinzione alle lusinghe dell'elettronica e dando alle stampe lavori con un suono artefatto. Forse è questa la ragione per cui molti album di quel periodo hanno resistito poco alle ingiurie del tempo, apparendo oggi datati. Motivo per cui le eccezioni sono ancora più sorprendenti.
Love, il secondo album dei britannici The Cult, è una di queste eccezioni. Pubblicato esattamente a cavallo dei due lustri, nel 1985, suona dannatamente eighties senza che ciò debba intendersi come un difetto. È un lavoro figlio del suo tempo, come l'orecchio più allenato noterà già dai primi solchi di Nirvana, eppure in quasi quarant'anni non ha perso il suo smalto. Con questo LP il gruppo dimostrò di essere una solida realtà che sapeva parlare un linguaggio universale, non impastoiato dalle ristrettezze di un sottogenere. Love smaschera infatti l'erronea convinzione che i Cult fossero un gruppo dark o gothic.
Probabilmente il più amato della loro produzione, è un anello di congiunzione tra i suoni cupi di Dreamtime e il nuovo corso segnato da Electric del 1987. Forse per queste ragioni è considerato il loro migliore, anche da parte di chi critica Astbury & soci, accusandoli di essere poco originali e di aver inseguito le mode del momento. Di certo Love appariva più rétro alla sua uscita che non oggi, per via degli evidenti richiami ai mostri sacri del rock anni Settanta, Led Zeppelin su tutti. Bandite le tastiere, sono le chitarre di William "Billy" Duffy a dominare la scena, oltre ovviamente al basso possente di Jamie Stewart. Dietro le pelli si alternarono Mark Brzezicki e Nigel Preston, sebbene i due non compaiano nelle foto interne. The Cult era però soprattutto la straordinaria presenza scenica di Ian Astbury, qui all'apice della forma. Ombroso come Jim Morrison, glam come il primo Bowie, con uno stile a metà strada tra un pirata e un nativo d'America, Astbury sfoggia le sue indubbie qualità canore, sia nei pezzi più dilatati come Brother wolf, sister moon, che in quelli più grintosi come nell'immortale She sells sanctuary. Accattivante anche la grafica del disco: in copertina e nel libretto interno abbondano simboli esoterici, ripresi sia dalla tradizione degli Indiani d'America che dai geroglifici egizi, elementi riportati anche nelle fotografie che ritraggono i tre musicisti.
Come ho già detto, l'attacco di Nirvana fionda immediatamente l'ascoltatore in atmosfere ottantiane, ma già la successiva Big neon glitter è un pezzo senza tempo di solido rock che, pur non essendo derivativo, attinge a piene mani da band come Stooges o, si potrebbe persino azzardare, New York Dolls. Brother wolf, sister moon, invece, è l'unica traccia gotica o dark-wave; qui la voce di Astbury si eleva incontrastata sul tappeto di basso e chitarra, regalando una delle migliori performance della sua carriera, almeno in studio. Di Rain e She sells sanctuary c'è poco da dire, tanto sono celebri e da sempre osannate dal pubblico. A me piace molto anche Hollow man, che vola a livelli altissimi grazie a un azzeccato riff di chitarra di Duffy, oltre a fornirci, se mai ce ne fosse bisogno, l'ennesima prova della voce camaleontica di Astbury, capace di passare da un registro all'altro nella stessa canzone. Ad ogni modo non voglio diffondermi in un'analisi traccia per traccia che avrebbe poco senso per un LP compiuto e coerente come questo.
Come noto, il disco fu baciato dal successo, di vendite più che di critica, raggiungendo alte posizioni in classifica. Poi col tempo è stato dimenticato, forse in ragione dei grandi cambiamenti che il rock ha visto tra la fine degli anni Ottanta e la prima metà dei Novanta: il britpop, il grunge, in misura minore lo shoegaze. Di colpo i Cult passarono di moda, considerati quasi un retaggio di un'epoca finta, vuota d'ideali, legata solo all'apparenza. L'oblio che ha coperto a lungo una parte della produzione rock degli anni Ottanta ha colpito ingiustamente anche Astbury & soci, sebbene Love, l'apice della loro carriera, sia semplicemente un grande disco rock, niente di più ma niente di meno.
La celebre copertina dell'album

24 giugno 2024

Federico Fiumani, la solitudine è il privilegio della libertà

Tra gli appassionati è tuttora aperto il dibattito se i Diaframma siano preferibili con o senza Miro Sassolini, l'inconfondibile voce che ha impreziosito gli anni Ottanta della band toscana. Se Siberia, Tre volte lacrime e Boxe sono ricordati come vette della new wave italica, lo si deve anche alla capacità di Miro di interpretare gli splendidi testi di Fiumani, merito di una voce tra le più intense del panorama tricolore di quegli anni. Come sa bene chi conosce a fondo la discografia del gruppo, Boxe (1988) si chiudeva con Caldo, cantata da Fiumani a voler testimoniare un doloroso ma ineludibile passaggio di consegne. La sua voce "asimmetrica", come l'ha definita Brizzi in Jack Frusciante è uscito dal gruppo, è da oltre trent'anni un vero e proprio marchio di fabbrica. La si ama o la si odia, tertium non datur.
Dopo la rottura con Sassolini, Fiumani si era messo alla prova con l'EP Gennaio, contenente due tra le sue canzoni più amate dal pubblico: l'omonima che dà il titolo al mini-album e L'amore segue i passi di un cane vagabondo. Ma mentre Gennaio serviva per scaldare i motori, nel 1990 usciva il primo long playing dei rinnovati Diaframma, intitolato non a caso In perfetta solitudine. La formazione che lo incise era a tre: Fiumani alla chitarra e voce, Massimo Bandinelli al basso e Fabio Provazza alla batteria. L'appoggio di una grande casa discografica come la Ricordi, oltre alla produzione di Vince Tempera, dimostrava l'ambizione del progetto. Peraltro, è storia arcinota il rifiuto di Fiumani di partecipare al Festival di Sanremo con un brano più commerciale, evento che riportò il gruppo nell'underground, di cui è tuttora uno degli alfieri.
Tornando a In perfetta solitudine, già il titolo dà l'idea di una ripartenza, se non addirittura di una rinascita. Abbandonate le dinamiche da band, Fiumani abbracciò una dimensione più cantautoriale, tanto che spesso si è parlato di "cantautorato rock". Una solitudine perfetta perché ha dato al musicista la giusta concentrazione per reinventarsi e intraprendere strade che la dimensione della rockband non consentiva di affrontare. Non a caso, qualche anno dopo, in una canzone poco nota intitolata Francesca, 1986, Fiumani ha ricordato il sofferto periodo che precedette lo scioglimento della formazione storica.
«All'epoca facevo un disco che doveva intitolarsi Falso amore. E stavo sempre in mezzo a gente che adesso non mi va nemmeno di nominare.»
In perfetta solitudine è composto da tredici tracce, di cui almeno sei sono diventate nel tempo veri e propri classici dei concerti dei Diaframma. Per quanto riguarda il suono, la stagione new wave è definitivamente alle spalle: abbandonati i toni plumbei di Siberia e la furia di Tre volte lacrime, Fiumani mostra la sua vena più cantautoriale. Non mancano le cavalcate elettriche (Trecento balene, Diamante grezzo), sebbene il suono appaia più smussato rispetto al passato. In canzoni come Il portiere e Beato me, ad esempio, funziona bene la combinazione voce e chitarra acustica, benché il nostro non abbia un'intonazione particolarmente "educata". Il vecchio amore chiamato punk non è tuttavia dimenticato, come dimostrano il finale di Verde e il piglio deciso del cantato di Io amo lei. Quest'ultima è, a mio avviso, una delle più originali canzoni d'amore scritte in Italia, grazie a un testo mai banale e particolarmente profondo.
«Io amo lei, non tutti gli uomini che ha avuto per dare un senso al suo passato.»
Brutto orso è un pezzo sul pugilato, altra grande passione del chitarrista toscano. Risalta un verso che è la dichiarazione di intenti di un artista che non si è mai venduto al mercato e ha protetto gelosamente la propria libertà, a costo di essere messo ai margini del giro che conta.
«E se perdo, voglio farlo come dico io!»
Fiumani dimostrò concretamente di voler percorrere fino in fondo la propria strada due anni dopo, quando diede alle stampe il disco autoprodotto Anni luce, in cui, finalmente libero dai legacci di una major, tracciò ancora meglio i confini del cantautorato punk-rock che ha orgogliosamente portato avanti fino ai giorni nostri. In perfetta solitudine è pertanto un disco di transizione, ma sarebbe un errore sottovalutarlo. Ritengo infatti che sia un ottimo album, come dimostrano le felici intuizioni presenti anche nelle tracce meno note. Si ascolti in proposito Io ho freddo adesso.
«Lei era bella, ma bella davvero, e allora sai perché quando venni, venni dentro di me.»
Arrivato alla fine della recensione, mi rendo conto di non essere riuscito nell'intento propostomi, ovvero dare un'idea più precisa dello stile musicale dei primi Diaframma post Sassolini. E allora, è sufficiente dire che In perfetta solitudine è la colonna sonora di una giovinezza orgogliosa e sofferta, il canto di un'anima alla conquista dell'agognata emancipazione, dopo essere stata a lungo in gabbia. D'altronde, come scriveva Gian Piero Bona, «la solitudine non è sempre una rinuncia, può essere il privilegio della libertà».

6 marzo 2024

Le suggestioni d'oltremanica dei Frigidaire Tango

Parlare dei Frigidaire Tango significa tornare alle origini della new wave nostrana, prima ancora che nascesse il fenomeno del "rock italiano cantato in italiano" che vide tra i principali esponenti Diaframma e Litfiba. Qualche anno prima, siamo agli inizi degli Ottanta, la musica tricolore si era aperta alle suggestioni d'oltremanica, come già era accaduto nei due decenni precedenti. Se il beat e il progressive furono infatti importati dalla terra d'Albione dando vita a interessanti e originali progetti autoctoni, il punk della prima ora aveva appena sfiorato la penisola. Con la new wave, invece, si può parlare nuovamente di una scena italiana, di cui i Frigidaire Tango furono precursori e protagonisti, al punto da condividere il palco persino coi Sound del compianto Adrian Borland. Originari di Bassano del Grappa, diedero alle stampe solamente un 33 giri (The cock, 1981) e un EP (Russian dolls, 1983). Quest'ultimo contiene Recall, il loro brano più celebre che fu presentato persino in RAI, recentemente riproposto nella traduzione italiana da Giorgio Canali nel suo album Perle per porci. Ho parlato di traduzione perché i Frigidaire Tango cantavano in inglese, al pari di gruppi mitici come Chrisma, Neon e Gaznevada. Scioltisi qualche anno dopo, si sono poi riformati dando alle stampe nel 2009 un disco di inediti cantato in italiano, L'illusione del volo. Ma l'interesse nei loro confronti si era risvegliato già tre anni prima con la pubblicazione di un cofanetto contenente tutta la produzione, The freezer box. L'album di esordio di cui voglio parlare, The cock, è stato invece ristampato in LP nel 2013 dalla Spittle Records, per cui è facilmente reperibile.
Prima di analizzarlo, bisogna partire dal contesto. Come raccontato dagli stessi musicisti in un'intervista disponibile su Vice, in quegli anni non era facile pubblicare un disco, soprattutto perché nell'epoca dell'analogico la registrazione aveva costi proibitivi. Ciononostante, il gruppo veneto ottenne la fiducia di una piccola etichetta indipendente, la Young Records. Il risultato fu eccellente, tanto che The cock è un album che può ancora dire molto a oltre quarant'anni dalla sua uscita. Registrato al Button Studio tra la primavera e l'autunno del 1981, vede Charlie "Out" Cazale alla voce, Steve "Hill" Dal Col alla chitarra, Mark Brenda alle tastiere, J.M. Le Baptiste alla batteria, nonché il bassista uscente (Steve "Elbow" Gomero) e il nuovo Dave Nigger. Il disco è inoltre impreziosito dal sassofono di Alex Strax. Come è evidente dagli pseudonimi, l'Inghilterra era l'immancabile punto di riferimento. Il suono di The cock ricorda infatti i grandi nomi del post punk: Stranglers e Magazine per l'uso delle tastiere, Joy Division per le atmosfere, e ancora The Sound, Ultravox, i primi XTC.
Il basso prepotente che apre Dangerous echo indica subito la via. Ritmo incalzante e bordate di chitarra su un tappeto di tastiere: così si presenta la band nei primi solchi di The cock, in perfetto stile new wave. Nella successiva Anytime you dress so fine fa addirittura capolino un sassofono, mentre Blue & pink è un raffinato gioiellino synth-wave con una meravigliosa coda pianistica su cui si innesta la chitarra lancinante di Dal Col. Push a me ricorda la coeva The fire dei Sound: una traccia furiosa e veloce come da tradizione punk. La prima facciata si chiude con le atmosfere rarefatte di A citizen came, altro brano degno di nota. Resterà sorpreso chi pensi che il lato B sia inferiore, come spesso accade negli album d'esordio. Invece, a parte un paio di riempitivi, il livello si mantiene alto. La strumentale I'm faster non avrebbe sfigurato in dischi inglesi ben più celebri: la furia chitarristica ammansita dal tappeto di tastiere la rende un ideale anello di congiunzione tra passato e "nuova onda". Black curtains è la mia preferita; ricorda qualcosa dei Magazine di Howard Devoto ed è impreziosita da un bell'assolo finale di Dal Col che sembra quasi John McGeoch. La conclusione è affidata all'omonima Frigidaire tango, una sorta di "tango elettronico" che vira verso la musica industriale.
Dopo ripetuti ascolti posso confermare che The cock è davvero una gemma nascosta che avrebbe meritato ben altra fama. Qualche ingenuità c'è, ma dobbiamo pensare che i ragazzi di Bassano erano giovanissimi e si approcciavano a un genere che in Italia era ancora agli albori. L'ispirazione dei gruppi inglesi si sente, tuttavia The cock non è derivativo; anzi, sorprende l'ascoltatore per originalità e compiutezza del progetto. Ai Frigidaire Tango si deve molto di più rispetto a quanto abbiano raccolto, come dimostra il fatto che abbiano suonato con Adrian Borland. Questo 33 giri non può mancare in un'ideale classifica dei cento migliori dischi di rock italiano.
Copertina e retro di The cock (ristampa Spittle Records del 2013)

30 dicembre 2022

(Anche) il pop è una cosa seria: le "canzoni da ricordare" degli Scritti Politti

Gli Scritti Politti sono la creatura di Green Gartside, leader indiscusso e deus ex machina del progetto. Oggi quasi dimenticati, con Songs to remember (1982) e Cupid & Psiche 85 (1985) hanno scritto pagine importanti della musica degli anni Ottanta, collocandosi tra i migliori esponenti di un genere a metà strada tra il synth-pop e il cosiddetto art-pop. Musica raffinata dalle sonorità ricercate e tuttavia non troppo ostica per il grande pubblico. Il nome e gli esordi, però, lasciavano presagire altro: Scritti Politti è una voluta storpiatura degli Scritti politici di Gramsci. D'altronde, il loro primo singolo del 1978 si intitolava Shank bloc Bologna ed era un omaggio al Movimento italiano del '77. Il gruppo di Gartside si inseriva dunque nel discorso già portato avanti da band fortemente ideologizzate e schierate a sinistra del partito laburista, come Sham 69, Redskins e ovviamente Clash. Già dal primo 45 giri, tuttavia, si avvertiva una certa eccentricità rispetto alla radicalità e all'intransigenza del movimento punk, come confermato poi con il primo LP che rappresentò una vera e propria inversione di tendenza. Va da sé che se oggi parliamo ancora di questo gruppo, ciò è dovuto proprio alla scelta di virare verso il sophisti-pop; fossero rimasti fedeli alla linea degli esordi, probabilmente sarebbero ricordati appena da qualche archeologo della stagione punk.
Come già accennato, Songs to remember è un disco pubblicato nel 1982. Intorno all'ingombrante personalità di Green Gartside (voce e chitarre) si muovevano diversi musicisti, sebbene fosse proprio il leader l'autore di tutti i brani e dei sofisticati arrangiamenti. Si parte forte con Asylums in Jerusalem, brano dall'incedere sincopato in pieno stile ska/reggae. Il livello si alza subito con la successiva A slow soul, in cui la calda voce di Green è impreziosita e accompagnata dal sassofono di Jamie Talbot. Jacques Derrida, invece, potevano averla scritta i Beatles. È evidente l'influenza del quartetto di Liverpool, sebbene la coda elettronica finale segni un improvviso cambio di ritmo. Il testo ripropone tracce del passato politicizzato della band, filtrate tuttavia dall'ironia.
«I'm in love with a Jacques Derrida / read a page and know what I need to […] / I'm in love with militante / reads Unità and reads Avanti.»
Si cambia ancora con Lions after slumber, un raffinato synth-pop che esalta il grande lavoro del bassista, su cui si appoggiano le tastiere. Meno brillante Sex, caratterizzata da esuberanti coretti femminili in controcanto. I cori si ripetono nella successiva Faithless, per me l'apice del disco: un perfetto equilibrio fra voci, un pezzo soul che va ascoltato in cuffia per coglierne ogni sfumatura. Le influenze beatlesiane tornano in Rock-a-boy blue, che cala i Fab Four in un'atmosfera jazzata con tanto di assolo finale di contrabbasso. Gettin' havin' & holdin' ha un incedere che va dal funk al reggae, oscillando tra echi del passato e raffinatezze elettroniche. Si chiude con la celebre The sweetest girl, perfetta per i passaggi radiofonici. 
Già il titolo del disco è una dichiarazione di intenti, prima ancora che un proclama e una provocazione: Songs to remember, "canzoni da ricordare". Si dice di alcuni album che o li si ama o li si odia. Il primo lavoro di Gartside & soci rientra in questa categoria, destinato a dividere radicalmente pubblico e critica. In realtà, se non ci si lascia scoraggiare dal primo ascolto, si scoprirà un disco vario e ricco di intuizioni felici (se non addirittura geniali), un caleidoscopio di suoni che spaziano dall'art-pop al reggae, dall'elettronica al jazz, con spruzzate di funk e soul. Un lavoro decisamente figlio del suo tempo, tuttavia ancora piacevole per la proficua commistione di generi e ritmi. Tutto era cominciato con un gruppo che voleva imitare i Clash e che è riuscito a registrare un album pop praticamente perfetto. Vi sembra poco?

22 settembre 2022

Que viva, que viva, el bandido Litfiba!

Finora sul blog avevo parlato dei Litfiba in un'unica occasione. La ragione è presto detta: sulla band fiorentina è stato detto tutto, si sono espresse così tante voci che non potrei aggiungere nulla di nuovo o di utile al dibattito. Poi è maturata un'idea legata a un personalissimo anniversario: sono passati esattamente venticinque anni dal giorno in cui acquistai il mio primo disco. Nel settembre del 1997 comprai la musicassetta di Mondi sommersi, dopo aver visto a ripetizione il videoclip di Goccia a goccia su Videomusic e MTV. Ho consumato quel nastro con un vecchio walkman Philips e un altrettanto obsoleto mangianastri Panasonic, finché un giorno fatale si è spezzato con mia somma disperazione. Ventisettemila lire mi sembravano un'enormità e rinunciai a ricomprarlo, anche perché nel frattempo stavo recuperando i precedenti album dei Litfiba, avvicinandomi contemporaneamente ad altri gruppi che in quegli anni portavano alta la bandiera del rock italiano, come Marlene Kuntz, C.S.I. e Bluvertigo.
In occasione di questo anniversario, e in previsione dell'annunciato definitivo scioglimento della band, ho deciso di fare una personale classifica dei loro album in studio. Sono esclusi da questo elenco i live (come lo splendido 12.5.87: aprite i vostri occhi), le colonne sonore (Eneide), le raccolte, gli EP e i tre dischi senza Piero Pelù (con Cabo alla voce). Ovviamente è una classifica personale, un gioco che non ha nessuna pretesa di verità o esaustività. Mi piacerebbe però conoscere il vostro parere nei commenti.

10. Grande nazione (2012). È stato il disco del ritorno dopo il primo scioglimento del 1999 e la parentesi con Cabo alla voce. Inevitabilmente era circondato da grandi attese, ma è sempre sbagliato aspettarsi miracoli da artisti che hanno già dato tantissimo alla musica. Nessuna divagazione pop, solo buon rock fatto con tanto mestiere: le migliori tracce sono Elettrica e Tra te e me. A mio modesto avviso non è invece all'altezza Squalo, pezzo lanciato come singolo radiofonico.

9. Eutòpia (2016). Probabilmente resterà l'ultimo album in studio a marchio Litfiba. Grafica di copertina e libretto interno in stile cyberpunk, dieci pezzi piacevoli tra cui spiccano Oltre, Maria coraggio e Straniero. L'impossibile è invece un singolo trascinante che ricorda i vecchi tempi. Secondo me potrebbe essere considerato il seguito ideale del discorso interrotto con Mondi sommersi.

8. Mondi sommersi (1997). Il disco che ha fatto nascere la mia passione, tuttavia non uno dei miei preferiti. Si caratterizza per un tocco elettronico che mancava nei lavori precedenti; ne risulta un muro di suono pieno, corposo, eppure meno duro rispetto al passato. Ci sono dentro canzoni che hanno ottenuto ottimo riscontro radiofonico, ma sono Dottor M., Si può e soprattutto Sparami a valere da sole il prezzo del biglietto.

7. Infinito (1999). Sono molto legato a questo album, perché è il primo di cui attesi con ansia l'uscita, precipitandomi al negozio di dischi già il primo giorno di vendita. Ascoltarlo fu uno shock: era un disco di pop-rock, così diverso dai precedenti. Alcuni fan di vecchia data gridarono al tradimento, soprattutto per il successo radiofonico de Il mio corpo che cambia. Si disse che i Litfiba erano diventati "commerciali", accusa che negli anni Novanta poteva costarti una buona fetta di pubblico cosiddetto "alternativo". Anche le recensioni dei critici di professione non furono lusinghiere. Lo ascoltai qualche volta e poi lo chiusi in un cassetto. A distanza di oltre vent'anni l'ho rivalutato e oggi lo ascolto spesso. Infinito va letto come una parentesi nella storia della band, quasi una sperimentazione. Anzi, a dirla tutta, è un ottimo disco di pop-rock. Prendi in mano i tuoi anni, I nuovi rampanti, Vivere il mio tempo e Incantesimo sono gioielli che si fanno apprezzare alla distanza.

6. El diablo (1990). Album di transizione, l'inizio della cosiddetta Tetralogia degli elementi, il primo dopo la dissoluzione della formazione originaria a causa della fuoriuscita di Maroccolo e della morte di Ringo De Palma. È il disco che inaugura gli anni Novanta e infatti non c'è più traccia del sound del decennio precedente; anche il modo di cantare di Pelù diventa più personale e perde quell'aura new wave della Trilogia del potere. Dentro ci sono veri e propri inni come Proibito, Gioconda e Woda woda. Tuttavia si avverte una malinconia di fondo in brani come Il volo e Ragazzo.

5. Litfiba 3 (1988). Nella sua autobiografia intitolata Perfetto difettoso, Piero Pelù non parla bene del suono di questo disco, registrato in digitale a sedici bit quando questa tecnica era ancora agli albori. Lo possiedo sia in cd che in LP e devo dire che il vinile suona decisamente meglio, nonostante la registrazione in digitale. Litfiba 3 segna un primo, parziale cambio di passo, che si accentuerà nel live Pirata del 1989. Il gruppo abbandona le atmosfere dei primi due lavori per abbracciare un discorso politico e di impegno civile. Straordinarie Santiago, Louisiana e Tex, quest'ultima col basso di Maroccolo in evidenza. Il vero capolavoro è secondo me Paname, un carnevale in musica in cui è evidente la commistione tra lingue e generi diversi, marchio di fabbrica dei primi Litfiba.

4. Terremoto (1993). Il disco più duro, politico e arrabbiato. Ci sono feroci strali contro i poteri forti, attacchi diretti alla mafia, al Vaticano, allo Stato italiano, all'ipocrisia della società, al consumismo, alla guerra. Senza dubbio, è l'album che ha contribuito a definire l'immagine dei Litfiba come vere e proprie rockstar, cosa che fino a quel momento in Italia era mancata. Per la prima volta si sentono di meno le tastiere di Aiazzi, mentre le chitarre di Ghigo Renzulli e Poggipollini diventano le assolute protagoniste. Disco comunque variegato: c'è spazio sia per l'impegno civile (Prima guardia, Dimmi il nome) che per l'ironia pungente (Firenze sogna, Il mistero di Giulia, Soldi).

3. Desaparecido (1985). Uscito un anno dopo Siberia dei Diaframma, è stato il primo vero banco di prova alla lunga distanza. Esame decisamente superato, perché ad ascoltarlo attentamente sembra opera di un gruppo con molta più esperienza. D'altronde, erano già cinque anni che giravano l'Italia e mezza Europa in tour, per cui l'affiatamento era perfetto. È l'inizio di un grande percorso nonché l'apripista della Trilogia del potere, considerata la loro fase più creativa. Eroi nel vento, Tziganata, Istanbul e La preda sono brani immortali, che vanno oltre il concetto di new wave a cui il gruppo è stato associato in questa prima fase. In realtà i Litfiba portavano avanti un discorso personalissimo, che prendeva spunto dalle mode provenienti da terra d'Albione, rielaborate però secondo una sensibilità tutta mediterranea.

2. Spirito (1994). Metterlo sul podio è davvero una scelta personalissima, che immagino non sarà condivisa da molti lettori. Eppure, secondo il mio modesto parere, Spirito è un disco piacevolissimo dall'inizio alla fine, armonioso, fantasioso, ricco di spunti interessanti. Per quanto possa sembrare un'affermazione eretica, è un album che mette di buonumore. Dopo l'impegno civile di Litfiba 3 e gli attacchi a testa bassa di Terremoto, Pelù & soci decisero di invertire la rotta: Spirito parla di amore, conflitti interiori, viaggi immaginari, "diavoli illusi di possedere il male". Animale di zona, Lo spettacolo e No frontiere i pezzi migliori.

1. 17 re (1986). Vincitore per distacco. Album doppio, sedici tracce, una più bella dell'altra. Il vertice della nostra new wave assieme a Siberia dei Diaframma. Uno dei più grandi dischi di rock cantato in italiano, se non addirittura il migliore. Imprescindibile, obbligatorio possederlo. La band in stato di grazia: la teatralità del canto di Piero, il basso pigliatutto di Maroccolo, gli inconfondibili fraseggi esotici delle tastiere di Aiazzi, la precisa sezione ritmica di Ringo e la chitarra dalle tinte wave di Ghigo. Impossibile dire quali siano i pezzi migliori, bisognerebbe citarli tutti. L'incipit di Resta è una bomba, la conclusione di Ferito è un colpo al cuore. E ancora, Re del silenzio, Pierrot e la luna, Vendette, Gira nel mio cerchio, Apapaia, Univers. Con questo lavoro i Litfiba hanno elaborato una personalissima miscela di new wave d'Oltremanica, ritmi mediterranei e balcanici, post-punk e cantautorato all'italiana. Irripetibile.
Il mio podio: 17 re, Spirito e Desaparecido

7 agosto 2022

Suonare la rivoluzione: "Entertainment!"

L'aggettivo “seminale” viene ampiamente utilizzato da riviste e siti musicali per definire quei dischi o gruppi che hanno precorso i tempi. Sono seminali gli album che hanno circostanziato i canoni di un genere, oppure sono stati di spunto per altri artisti o movimenti. L'aggettivo a volte è abusato, al punto che vi è chi si rifiuta categoricamente di utilizzarlo. La verità, come sempre, sta nel mezzo: se è vero che spesso si abusa di tale definizione, vi sono casi in cui calza a pennello.
Si consideri Entertainment!, il primo disco degli inglesi Gang of Four. Era il 1979 e il punk sembrava già morto e sepolto, sebbene fossero passati poco più di tre anni dalla sua esplosione. Serviva un suono nuovo che sapesse prendere quanto di buono e innovativo aveva regalato la stagione del punk e al tempo stesso ne fosse un superamento. Bisognava abbandonare la logica di chi pretendeva che non fosse necessario saper suonare per fare buona musica, senza tuttavia tornare alle elaborate orchestrazioni del periodo progressivo. Questa scena innovativa fu chiamata semplicemente new wave, la nuova onda. Il passaggio dai Sex Pistols ai Joy Division non fu però immediato, com'è naturale. Ci furono sperimentazioni che produssero risultati eccelsi, come i grandi Magazine di Devoto. I Gang of Four rientrano in questo clima di transizione. Si costituirono a Leeds e la formazione originaria comprendeva Dave Allen al basso, Jon King alla voce, Andy Gill alla chitarra e Hugo Burnham alla batteria. Entertainment!, il loro esordio, è puro post-punk, un tentativo ottimamente riuscito di proiettarsi verso il futuro.
Non è un caso che il progetto conti autorevoli estimatori. Michael Stipe dei R.E.M. ha dichiarato che "Entertainment! ha fatto a pezzi tutto quello che era venuto prima", mentre per Tad Doyle dei TAD "è stato il disco che ha cambiato la mia vita […]; io stesso suonavo in una cover band dei Gang, ci chiamavamo Red Set". Ancora più entusiastiche le parole di Flea, bassista dei RHCP: "ha cambiato completamente il mio modo di concepire il rock e ha fatto nascere la mia fissazione per il basso".
Entertainment! è di base un disco punk, ma le canzoni sono più dilatate rispetto ai canonici due-tre minuti che caratterizzano il genere. Del punk vengono riprese le bordate di chitarra, affilate come lame di rasoio. Il suono dei Gang of Four è tuttavia "sporcato" da chiare influenze reggae e funk, al punto che vi è chi ha parlato di funk-punk. Il loro stile a tratti ricorda qualcosa dei Clash di London calling e Combat rock, con una differenza di fondo: mentre il gruppo di Joe Strummer nei dischi citati superava definitivamente i dettami del punk, i Gang of Four invece seguivano il genere come fosse la stella polare, pur non rinunciando all'ambizioso progetto di farlo evolvere in qualcosa di diverso e più completo. Al tempo stesso, si differenziavano anche da band come The Redskins, troppo derivativi o comunque debitori di Bob Marley & co. Per il gruppo di Leeds è dunque riduttivo parlare di funk o reggae. Si ascoltino in proposito Not great men, I found that essence rare e la celebre Damaged goods: se pure si rinvengono chiare influenze, bisogna ammettere che le bordate di chitarra di Gill e il basso prepotente di Allen creano un sound riconoscibile tra mille. E ancora, degni di nota sono il reggae sporco di Contract, l'incedere sincopato dell'iniziale Ether, nonché la grandiosa sezione ritmica di Natural's not in it. Il disco è un continuo dialogo tra passato e futuro: c'è dunque posto per il taglio quasi psichedelico di Return the gift, così come per il sintetizzatore di 5.45, il brano più new wave dell'album. Sebbene ci siano pezzi più orecchiabili, il capolavoro è la compassata Anthrax, un brano cupo e disturbato che chiude magistralmente il disco.
Un'altra peculiarità è nei testi. Già il nome del gruppo tradisce una precisa matrice ideologica: la Banda dei Quattro era infatti il nome dato a quattro politici cinesi dei tempi della Rivoluzione culturale, arrestati subito dopo la morte di Mao. I Gang of Four volevano veicolare un messaggio politico di stampo marxista attraverso la loro musica; i testi delle canzoni sono dunque lo strumento per lanciare veri e propri slogan contro la società occidentale e consumistica.
Entertainment! è un disco rivoluzionario per suono e contenuti, l'anello di congiunzione tra i riff selvaggi del punk e le raffinate divagazioni della nuova onda. Per questo e tanti altri motivi è un LP che non può mancare in una collezione che si rispetti.

22 febbraio 2022

"Words from the front", Verlaine fedele alla linea

Registrato al Blue Rock Studio di New York, Words from the front (1982) è il terzo album da solista di Tom Verlaine, dopo l'eponimo esordio nel 1979 e Dreamtime del 1981. Il disco è composto da sole sette tracce, tutte scritte dall'ex chitarrista dei Television, che ne ha curato anche la produzione. Ridotto il parterre dei collaboratori: Thommy Price alla batteria, Joe Vasta al basso e Jimmy Ripp alla seconda chitarra. Da segnalare, in Clear it away, la presenza di due ospiti d'eccezione come Jay Dee Daugherty, già batterista di Patti Smith, e Fred Smith al basso, vecchio compagno coi Television.
Words from the front è un disco che ha dato luogo a giudizi discordi, tra chi lo considera ripetitivo di schemi già sentiti nei precedenti album e chi invece lo ritiene un gradino sopra, un ulteriore perfezionamento di una tecnica personale e raffinatissima. Come spesso accade, la virtù sta nel mezzo. È indubbio che Verlaine le cose migliori le abbia fatte coi Television; non a caso, Marquee moon è un disco epocale e rivoluzionario, uno dei pochi che davvero possano definirsi seminali. Liberato dai lacciuoli che inevitabilmente ci sono in una band, il chitarrista statunitense ha cercato di seguire una propria strada senza tuttavia rinnegare il passato. Il risultato sono dischi da solista in cui emerge incontrovertibilmente quanto lui fosse la mente e il deus ex machina dei Television, il cui discorso prosegue idealmente anche dopo lo scioglimento. In Words from the front si alternano le due anime di Tom, diviso tra un passato ingombrante ma di successo e un futuro tutto da scrivere, senza tuttavia abbandonare gli stilemi di una tecnica chitarristica riconoscibile tra mille. E così, mentre il lato A richiama con ogni evidenza il recente passato, la seconda facciata è un coraggioso salto nel vuoto.
Il disco si apre con Present arrived, dall'incedere quasi funk, che si fonda sulla ripetizione ossessiva dello stesso giro di accordi a creare un effetto straniante. Da segnalare il gran lavoro alla batteria di Thommy Price, che di lì a poco sarebbe entrato nella band di supporto a Billy Idol. La successiva Postcard from Waterloo è un gioiello che ricorda smaccatamente le cose migliori a marchio Television, con un testo ricco di simbolismi. True story è un altro gran bel pezzo dalle atmosfere new wave: un tappeto essenziale di basso e batteria su cui si stagliano le scariche elettriche della chitarra. Il lato B si apre con la canzone che dà il titolo all'album. Qui, più che altrove, Tom mette in mostra le sue doti: il cantato passa in secondo piano, diventa quasi recitazione, mentre la chitarra si prende la scena con fraseggi puliti e due meravigliosi assoli. Coming apart è invece un mero intermezzo, che prepara il maestoso finale. Days on the mountain ci regala nove minuti di cavalcata nella mente di Tom. Stavolta la sua chitarra si eleva sopra un soffice tappeto elettronico, in un'esecuzione impeccabile, perfino leziosa. Qui siamo ben oltre il punk: è un pezzo di algida perfezione teutonica, dove tutto combacia senza strappi nonostante la lunga durata. Verlaine si muove con circospezione in un terreno ancora inesplorato, rimanendo però sempre fedele alla linea. C'è sperimentazione e innovazione, ma l'impressione è che tutto sia magnificamente sotto controllo.
Già solo il fatto che si tratta di un album di Tom Verlaine dovrebbe essere sufficiente per spingerci all'ascolto. Le intuizioni non mancano e ci sono almeno tre/quattro pezzi che meritano, su tutti la title track. Il vinile a suo tempo venne stampato anche dalla Virgin italiana, per cui si trova a prezzi più che accessibili. Ne consiglio l'acquisto, ma solo a chi ha già avuto modo di apprezzare i mitici Television.

28 ottobre 2021

"Hibernation": suoni dalla città di ghiaccio

Tempo fa, recensendo il primo e unico disco dei Mercenaries di Claudio Dentes, utilizzai l'espressione “nostrani ma strani”, a significare l'eccentricità del gruppo nel panorama musicale italiano. La definizione ben si adatta ai Chrisma (poi Krisma), forse il più celebre e riuscito esperimento del synth-pop nazionale, un nome che non ha bisogno di presentazioni. La vicenda è nota: Maurizio Arcieri, già icona beat coi New Dada e modello di fotoromanzi, conobbe e sposò la svizzera Christina Moser; il duo prese il nome di Chrisma, dalle loro iniziali. Esordirono con un repertorio leggero di gusto danzereccio, per essere poi folgorati dal punk in quel di Londra. Il resto è storia: la pubblicazione di Chinese restaurant, il tentativo di portare in Italia il genere elettronico, l'equivoco di chi li scambiò per filonazisti, Maurizio che si tagliò un dito durante un concerto come risposta alle contestazioni. Al di là degli aneddoti, è indubbio che il duo abbia avuto una certa popolarità e diversi passaggi televisivi, a differenza di altri gruppi wave nostrani che pure cantavano in inglese, come Neon o Frigidaire Tango. Al successo ha contribuito molto la fama di coppia inossidabile, lei meravigliosa come una diva d'altri tempi, lui un bello da fotoromanzo. Ma i Chrisma erano tutt'altro che apparenza: sostanza pura e talento limpidissimo.

Si ascolti Hibernation, anno di grazia 1979, il loro secondo disco. Dentro c'è tutta l'essenza dei Chrisma: il punk, l'elettronica, i cosmici tedeschi, la new wave più algida e sperimentale. Una combinazione vincente, un suono al contempo decadente e futurista che oscilla tra Londra e fascinazioni mitteleuropee. Hibernation appunto, a indicare una musica fredda, spersonalizzata, algida. Il disco fu prodotto da Niko Papathanassiou, fratello del più noto Vangelis, con Dave Marinone quale ingegnere del suono, già collaboratore de Le Orme e Vecchioni. La copertina di Mario Convertino è splendida, sensuale e futuristica, tra le migliori del rock italiano. In sala di registrazione, oltre a Maurizio (voce e tastiere) e Christina, c'erano Ezio Vevey alla chitarra (dalla Locanda delle fate), Papathanassiou ai sintetizzatori e il grande Lucio Fabbri col suo violino (in Rush '79 e We r.).  
L'esordio di Calling è un perfetto esempio di electro-punk: un tappeto sghembo di sintetizzatori e la voce salmodiante di Arcieri, un andamento incalzante che potrebbe andare avanti all'infinito. Aurora B., la seconda traccia, è un capolavoro. Da dove cominciare? Dal piano su cui si innestano rimasugli di elettronica, dalla voce di Christina che è essa stessa un'interpretazione del testo, dagli struggenti violini o dalla fisarmonica che fa capolino in coda? Le parole non possono rendere l'idea: basti dire che è un brano raffinatissimo, dalle tonalità new romantic, forse il vertice della produzione italiana. Il primo lato si chiude con Hibernated nazi, in cui i Chrisma giocano con l'equivoco e ci regalano un pezzo che non avrebbe sfigurato in Before and after science di Brian Eno. A sorpresa, la seconda facciata alza ancora l'asticella. Fenomenale Gott gott electron, che all'epoca fu lanciato come singolo. L'incedere è marziale e algido, nello stile dei Kraftwerk; la voce di Maurizio è robotica, mentre Christina aggiunge un tocco caldo, umanissimo. La successiva We r. è un'evoluzione del sexy sound che li lanciò nel 1976, virato stavolta verso territori elettronici. Il testo è intrigante e due versi rendono bene l'idea: «she looks so chaste / putting on the leather mask». Infine, So you don't e Lover sono due cavalcate elettriche con la chitarra di Vevey in evidenza; è post-punk ai massimi livelli, che anticipa una tendenza che un paio d'anni dopo sarà il marchio di fabbrica dei primi Sound di Jeopardy.
Il disco è stato ristampato in vinile nel 2015 dalla Spittle Records, per cui è facilmente reperibile senza svenarsi. In un'epoca come la nostra, così povera di fantasia, Hibernation può ancora dire la sua. Electro-punk e synth-pop sembrano appartenere a epoche remote, eppure questo LP viene direttamente dal futuro.
La celebre copertina di Mario Convertino
Retro del 33 giri

8 maggio 2021

"Gloria Mundis": il suono estetizzante degli Underground Life

Per avere un'idea di quanto la proposta degli Underground Life fosse eccentrica, basta paragonare il loro terzo LP, Gloria Mundis, a due dischi di rock cantato in italiano usciti nello stesso anno 1988: Litfiba 3 e Boxe dei Diaframma. Il terzo disco dei Litfiba segnava una duplice svolta, in direzione della forma-canzone tradizionale (dopo le sperimentazioni di 17 Re) e delle tematiche socio-politiche che avrebbero animato buona parte della successiva carriera della band fiorentina. Boxe è invece il primo passo dei nuovi Diaframma, quelli che seguiranno l'uscita di Miro Sassolini, virando verso un “cantautorato rock” tipicamente nostrano nelle parole, nelle melodie e nelle intenzioni. In entrambi i casi, si trattò di un definitivo abbandono delle atmosfere plumbee della prima new wave italiana. Gli Underground Life, invece, con Gloria Mundis proseguirono con radicalità sulla strada tracciata, definendo in maniera ancora più netta una personale estetica del suono. Se l'esordio di The Fox (1983) era ancora fortemente legato alle tendenze d'oltremanica, Filosofia dell'aria (1987) segnava la felice svolta dell'uso della lingua italiana. Gloria Mundis è invece il lavoro della maturità, il miglior capitolo della loro discografia. Non a caso, ascoltandolo attentamente, è possibile rinvenirvi le tracce primordiali dell'attività solista del leader Giancarlo Onorato, iniziata a metà degli anni Novanta.
La formazione, oltre al citato Onorato alla voce e chitarra, era completata dal fratello Enzo al basso e da Lorenzo La Torre alla batteria. Gloria Mundis è un disco rock, affermazione non certo scontata quando si parla degli Underground Life. Sebbene si tratti di una definizione parziale e volutamente imprecisa, rende l'idea del predominio delle chitarre elettriche rispetto agli altri strumenti. Andando più a fondo, si potrebbe parlare di una proposta raffinata, che mescola nello stesso crogiolo l'elettronica degli Ultravox, l'art-rock di Bowie, le cupe ossessioni di Ian Curtis e il gusto tutto italiano per la melodia. E come tacere della sostanza poetica dei testi, delle evocazioni quasi cinematografiche della parola cantata? Gloria Mundis è quanto di più si avvicina, almeno in Italia, all'idea di una musica totale, un esperimento sonoro che abbraccia contemporaneamente le altre arti, in primis la pittura, il teatro e la poesia. Non a caso Giancarlo Onorato è anche un apprezzato scrittore e pittore. Peraltro, il disco doveva essere prodotto in origine da John Foxx, al quale nelle note di copertina va un sentito ringraziamento «per l'esclusivo interesse e la disponibilità dimostrata»
Se le cose stanno così, l'analisi traccia per traccia ha poco senso, ma vale a farsi un'idea. La partenza di Giorno automatico è bruciante: «Mitizziamo i nostri giorni, / rendiamoli gesti architettonici, / sfondiamo il ventre alle abitudini / e incendiamo i lavoratori». Al buio con te è invece una summa del suono degli UL: un leggero tappeto elettronico su cui si innestano chitarra elettrica e violino, con continui e decisi cambi di ritmo. È un brano allucinato e trascinante, impossibile da incasellare in un genere. La terza traccia, Il pensiero come anima, è una perfetta compenetrazione di musica e poesia, che riprende le visioni del Bowie berlinese e le cala in una dimensione più soffusa, meno algida. Meritano anche la spettrale Glass house e l'incalzante Novantanovesimo piano. La chiusura è affidata a Tristezza ed estasi, un pezzo dalla struttura complessa e labirintica, in cui la parola prevale sulla melodia. 
Giunto alla fine della recensione, ho capito che la migliore definizione di Gloria Mundis è per sottrazione. Difficile dire che disco sia, molto più semplice dire quello che non è, tante sono le suggestioni – anche e soprattutto inconsce – che propaga. È un disco che viaggia lungo binari propri, un satellite remoto persino per quella galassia periferica che è stata la new wave italiana. Un satellite su cui sarebbe opportuno prenotare un viaggio: urge una ristampa.

Per conoscere meglio la storia degli UL, leggete questo.
La mia intervista a gianCarlo Onorato la trovate qui.
Gloria Mundis (1988): fronte
Retro del vinile

10 marzo 2021

"Un album poetico, romantico, emotivo": intervista a C.F.F. e il Nomade Venerabile in occasione dell'uscita di "E sia"

C.F.F. e il Nomade Venerabile è una delle formazioni più interessanti e originali del panorama musicale indipendente degli ultimi vent'anni, soprattutto per la capacità di unire generi diversi, dalla new wave alla tradizione cantautoriale italiana. Il prossimo 15 marzo uscirà l'ultimo loro disco, intitolato semplicemente E sia. Si tratta dell'ottava pubblicazione della formazione pugliese, tra LP, EP e raccolte. Come dichiarato nel comunicato stampa ufficiale, «l'album raccoglie e mescola le diverse influenze dei componenti dei C.F.F. e il Nomade Venerabile (new wave, post punk, musica d'autore, indie rock e musica elettroacustica) e si divide idealmente in due facciate: il lato A, contenente quattro canzoni di natura acustica; quello B, che ne contiene altre quattro ma di stampo elettrico ed elettronico». 
Da segnalare la presenza di un ospite d'eccezione: Andrea Chimenti, che impreziosisce con la sua voce il brano La veglia. Inoltre, tutti i titoli e i testi delle otto nuove canzoni sono tratti da una silloge della poetessa Grazia Procino, a voler rafforzare la commistione tra diverse forme d'arte. I C.F.F. hanno adottato una scelta controcorrente, preferendo stampare il disco in sole trecento copie, nonché di non pubblicare le canzoni sulla rete per il download o l'ascolto in streaming. Una decisione che dimostra la volontà di perseguire una linea coerente: preferire il supporto fisico e caldo a quello immateriale e freddo. 
È possibile prenotare l'album scrivendo a ventunonervi@libero.it
L'imminente pubblicazione di E sia è stata anche l'occasione per scambiare due chiacchiere con Vanni La Guardia (voce e basso), Anna Maria Stasi (voce, scenografie), Anna Surico (chitarre e synth) e Guido Lioi (batteria e percussioni), che ringrazio per la disponibilità.

Domanda. Inizio con una curiosità. Se non sbaglio, il vostro precedente album, Canti notturni, era stato licenziato semplicemente a nome C.F.F. Adesso ritorna "Il Nomade Venerabile"; posso chiedervi il motivo di questa scelta?

Risposta (Vanni). Sì, non sbagli. Nel 2014 si è aperta una parentesi, nella storia dei C.F.F. e il Nomade Venerabile, che necessitava di un abbreviamento del nome, in considerazione del fatto che, da quell'anno fino a tutto il 2018, ci siamo ridotti a un trio elettroacustico che, oltre ad avere rivisitato in quella chiave parte del repertorio dei C.F.F. e il Nomade Venerabile, ha pubblicato l'EP Al cuore e l'album Canti notturniÈ stata certamente una parentesi felice, ricca di nuovi incontri molto stimolanti, umanamente e professionalmente, di numerosi concerti, di palchi importanti e premi prestigiosi (su tutti, ricordiamo sempre con particolare emozione la vittoria del “Premio Pierangelo Bertoli”); tuttavia, con l'ingresso in formazione del batterista Guido Lioi (ex One Way Ticket), ci è sembrato naturale tornare al nome esteso e recuperare anche i lati più elettrici, distorti e punk-wave dei nostri background musicali.


D. Già in Canti notturni era evidente il rapporto tra musica e poesia, riproposto in maniera ancora più evidente nel nuovo lavoro. Quanto è importante per i C.F.F. la commistione tra diverse forme d'arte?

R. (Anna Maria). In un progetto come il nostro la multidisciplinarietà è congenita, è parte essenziale della nostra identità. Ci siamo sempre sentiti un po' stretti nelle maglie della sola forma-canzone, i nostri percorsi creativi e compositivi finivano inevitabilmente per traboccare in altri campi. Così abbiamo fatto di questa esigenza espressiva la nostra cifra stilistica. Fin dagli esordi, nel 1999, abbiamo portato sul palco video-installazioni e teatro-danza, affidando ad una performer, membro della formazione a tutti gli effetti, al pari di voce e strumenti, il compito di “dare corpo” ai testi delle nostre canzoni. Abbiamo inoltre musicato la poesia Spleen di Charles Baudelaire nella canzone intitolata Un jour noir contenuta nell'album Lucidinervi, abbiamo scritto e suonato dal vivo le musiche di scena per lo spettacolo Il mio inv(f)erno...vita da zingaro sulla storia del pugile sinti Johann “Rukeli” Trollmann che osò sfidare il regime nazista, passando da campione dei pesi medi a deportato nel lager di Neuengamme. Alla sua vicenda è, tra l'altro, ispirato il testo della canzone Come fiori contenuta in Canti notturni. Ci fa piacere ricordare inoltre che, proprio di recente, la cooperativa sociale “Progetto promozione lavoro”, che si impegna nella promozione ed ideazione di progetti artistici rivolti alle persone diversamente abili, nell'ambito del progetto “Musical-Mente: Sfumature Sonore”, ha lavorato sulla nostra rilettura di Ho visto Nina volare di Fabrizio De André, con la partecipazione dei cari amici Yo Yo Mundi. Gli ospiti della cooperativa hanno guardato il videoclip di animazione della canzone, realizzato da Ivano A. Antonazzo, realizzando degli elaborati, sulla base delle suggestioni ricavate da immagini e testo. La commistione migliore resta sempre quella tra l'arte e la vita.


D. Se doveste definire questo nuovo album con tre aggettivi, quali usereste?

R. (Anna). Poetico, perché i testi dell'intero album, per la prima volta, sono delle vere e proprie poesie tratte dalla raccolta E sia (da cui prende il nome anche l'album) della poetessa Grazia Procino. Romantico, perché gran parte delle suddette poesie sono canti d'amore di una bellezza struggente ed i suoni e le melodie che li accompagnano, soprattutto nella prima parte dell'album (il lato acustico), avvolgono ed amplificano questa attitudine romantica. Emotivo, perché questo album è figlio di un tempo strano, vuoto, fermo. Un anno fa non immaginavamo neanche lontanamente uno scenario del genere. 


D. La veglia è impreziosita da Andrea Chimenti, tra le voci più intense della new wave, e più genericamente del rock nostrano. Com'è stato lavorare con lui?
R. (Vanni). La partecipazione di Andrea Chimenti nel brano La veglia è nata in punta di piedi, per poi travolgerci emotivamente. Da quando lo abbiamo composto, abbiamo immaginato il suo meraviglioso timbro, lo trovavamo particolarmente consono alle atmosfere musicali e alle parole del testo, al punto che ci sembrava di sentirlo cantare! Una mattina mi sono deciso a scrivergli, allegando alla e-mail il file audio del brano e chiedendogli se avesse avuto piacere di aggiungere la sua voce. Sarei stato molto felice anche soltanto di un suo parere, anche perché era la prima persona che lo ascoltava, oltre a noi del gruppo. Mi ha presto risposto che il brano era bellissimo e che accettava subito, senza nulla in cambio, sottolineando quanto fosse (e sia) importante supportarsi a vicenda, tanto più in un periodo complicato e difficile come quello che stiamo attraversando. Senza retorica alcuna, posso tranquillamente affermare che quando abbiamo ascoltato per la prima volta la sua voce su La veglia, ci siamo commossi. Andrea è un artista straordinario ed eclettico, oltre ad essere una persona dalla sensibilità speciale e preziosissima.

D. Questo periodo è durissimo per chi vive di musica, perché le occasioni di suonare dal vivo si sono praticamente azzerate. Come state vivendo, come band, questa lunga emergenza?

R. (Guido). La stiamo vivendo di certo non bene. Per noi artisti è fondamentale potersi esibire di fronte ad un pubblico, perché è proprio sul palco che il lavoro di mesi trova la sua massima espressione. Ci auguriamo di poter ritornare a calpestare quei tappeti e quelle pedane il prima possibile, per noi è una necessità. Non parliamo poi dei problemi di natura economica che tutti gli operatori del settore stanno subendo. La situazione è davvero precaria, è difficile vivere senza sapere cosa succederà nel prossimo futuro e in attesa di fantomatici sussidi che sembrano più un'elemosina. Non ci resta che sperare che lo sforzo che noi tutti stiamo facendo possa riportarci al più presto alla “normalità”.

C.F.F. e il Nomade Venerabile (2021)

20 marzo 2020

Cavalcare la "nuova onda": l'omonimo disco d'esordio degli Psychedelic Furs

Ho scritto altrove che la new wave britannica accomunava gruppi dalle anime differenti. C'era chi esplorava umori plumbei (Joy Division; The Sound), chi non aveva rotto i ponti con il punk (Echo & The Bunnymen), chi proponeva soluzioni raffinate (Japan; The Comsat Angels; The Chameleons), chi giocava con l'elettronica (New Order), chi coltivava nevrosi urbane (Magazine). In questo calderone ribollente di idee, un posto di spicco era occupato da The Psychedelic Furs, sestetto londinese nato nel 1977, che pubblicò il primo omonimo LP nel 1980. Proprio di questo lavoro intendo parlare, facendo una dovuta precisazione. Il disco pubblicato in Inghilterra è composto da nove tracce, mentre la versione americana diverge per una copertina alternativa, ma soprattutto per la scelta e l'ordine dei brani. In particolare, l'edizione per il mercato statunitense conta dieci tracce, per effetto dell'eliminazione di Blacks/Radio e l'aggiunta di Susan's strange e Soap commercial. La mia recensione si riferisce a quest'ultima versione.
La formazione era composta da sei elementi: Richard Butler (voce), il fratello Tim al basso, John Ashton e Roger Morris alle chitarre, Vince Ely (batteria) e il sassofonista Duncan Kilburn. Il sestetto era ben collaudato: l'intreccio tra chitarre e sassofono ne era il marchio di fabbrica, assieme all'inconfondibile voce di Richard Butler, così simile ad una cantilena. L'aggettivo "psychedelic" non è scelto a caso, ma richiama la corrente di metà anni Sessanta, sebbene la band londinese adottasse un linguaggio moderno, con pochi agganci al passato. Bowie è forse il più immediato punto di riferimento, con echi alla Kinks e Velvet Underground. Il punk occhieggia dietro l'angolo, ma la sua furia selvaggia è ammansita da un linguaggio più raffinato e colto.
Il disco vive di fasi alterne, intervallando pezzi destinati ad entrare nella storia della new wave a momenti trascurabili. Alla prima categoria appartiene certamente l'iniziale India, che cala l'ascoltatore nelle atmosfere tipiche della band; è una sorta di disordine ragionato, in cui gli unici punti di riferimento sono le chitarre effettate e la voce grave di Richard Butler. I livelli restano altissimi con la plumbea Sister Europe, a cui è legato un divertente aneddoto. Secondo il racconto di Richard Butler, fu il produttore Steve Lillywhite a suggerirgli il modo di cantare: “vai in un pub e scolati due birre; quando tornerai, ti voglio sentire cantare come farebbe uno che parla al telefono alle tre del mattino”. Ma il capolavoro del disco rimane l'iconica Imitation of Christ: musica e testo raggiungono l'apice, in un crescendo di immagini vivide che lasciano senza fiato. Susan's strange è invece una traccia presente solo nella versione statunitense, ma sarebbe sbagliato definirla un mero riempitivo. L'incedere è lento e sognante, regala momenti di placida spensieratezza rispetto agli altri brani citati. Egualmente valida è l'altra canzone presente solo sulla versione a stelle e strisce, Soap commercial. Il resto scorre via senza particolari sussulti, con brani che avrebbero forse meritato una scrittura più meditata (su tutti, Wedding song e Flowers).
Molte riviste e siti specializzati lo considerano un lavoro imprescindibile per chiunque voglia approcciarsi alla new wave. Non nego che si tratti di un disco di agevole assimilazione, quantomeno rispetto a lavori maggiormente complessi e innovativi. Questo però ne è anche un evidente limite; se è vero che vi sono gemme di altissima qualità, resta pur sempre una tracklist poco omogenea, che risente pesantemente del tempo passato nei pezzi di minore valore assoluto. A mio avviso, è più che altro un necessario completamento, destinato a quanti abbiano voglia di approfondire un genere che ha dato la stura a tutta la produzione successiva, compresa quella contemporanea.
 Copertina dell'edizione statunitense
Retro dell'edizione statunitense (LP)

12 novembre 2019

"Rituals": le radiazioni di una luce fredda

Nel pantheon ideale della new wave italiana, i Neon occupano un posto di rilievo. Appartenenti alla scena fiorentina come Litfiba, Diaframma e Moda, scelsero in controtendenza di esprimersi in lingua inglese, per dare respiro internazionale al proprio lavoro. A distanza di trentaquattro anni dal primo e unico LP, sono ancora attivi sulla scena indipendente; proprio l'anno scorso ho avuto la fortuna di vederli dal vivo a Roma, in forma smagliante.
Rituals venne pubblicato nell'autunno del 1985, dopo Siberia dei Diaframma (1984) e Desaparecido dei Litfiba, uscito a gennaio dello stesso anno. Le differenze tra i tre dischi sono di palmare evidenza. Siberia, pur riprendendo il suono d'oltremanica, lo mediava attraverso una vena "cantautoriale" e poetica tipicamente italica; Desaparecido guardava al Mediterraneo, all'Oriente, all'America Latina. Rituals è invece un LP che avrebbe ben potuto essere stampato in terra d'Albione, sia pure in ritardo rispetto a quanto avevano già fatto New Order, Bauhaus, Cure, OMD e Depeche Mode, anche se i più immediati punti di riferimento rimangono i tedeschi Faust e Kraftwerk.
Pur con gli ovvi limiti, dovuti principalmente ad una registrazione non eccelsa, Rituals resta un punto di riferimento per la darkwave nostrana, se non addirittura l'apice dell'intero movimento. La fanno da padroni tastiere e sintetizzatori suonati da Piero Balleggi e dal cantante Marcello Michelotti; le chitarre sono invece affidate a Ranieri Cerelli, mentre Roberto Federighi suona batteria e percussioni. I Neon dimostrano anche alla lunga distanza le caratteristiche che li avevano resi celebri nel circuito underground: toni cupi, ritmiche ossessive, sonorità che strizzano l'occhio al synthpop più raffinato. Il risultato è chiaramente figlio dei tempi, ma resta godibile anche a distanza di trent'anni, soprattutto per la scelta meditata di mantenersi fuori dal commerciale, senza tuttavia abbracciare gli eccessi criptici del genere industriale, che pure aveva seguito e degni interpreti in Italia.
L'iniziale Runnin' è uno dei brani più celebri dei Neon, molto efficace dal vivo: un drumming martellante che sostiene il preciso incedere delle chitarre elettriche, su cui si staglia la profonda voce di Michelotti. Last chance è un altro gran pezzo, che ricorda i migliori New Order di Power, corruption & lies di un paio d'anni prima. La successiva Isolation all'epoca venne promossa anche con un video, disponibile ancora su YouTube. Predominano i sintetizzatori e gli effetti, ma stupisce la sezione ritmica, precisa e ossessiva, che fa molto Joy Division. Michelotti esalta le sue doti vocali con un testo che non avrebbe sfigurato nel repertorio di Ian Curtis: «Every night I'd like to kill my fantasy, / everytime I fight but cannot win. / Maybe I felt your sound in ancient memories, / what I need is out of reality. […] For my crime of passion I've got no safety, / no one will relieve my agony. / Turn, turn off the light, / your ecstasy does make me stay».
Il lato B si apre con il punto più alto del disco, a mio modesto avviso: la maestosa Dark age, con un titolo che è già una dichiarazione d'intenti. È un delizioso gioiello synthpop, in cui tutto si mantiene magicamente in equilibrio: la voce distorta dagli effetti, la batteria precisa e incalzante, la chitarra che disegna la melodia principale, il sottofondo quasi progressivo delle tastiere. Potrebbero averla scritta benissimo gli Ultravox o i Kraftwerk, tanto alto è il livello raggiunto. L'eclettismo e le capacità del gruppo sono poi dimostrate dalla cover di Burning of the midnight lamp, rilettura in chiave wave di un classico hendrixiano. Le tracce sono otto, per quaranta minuti abbondanti di una musica fredda, che illumina la notte dell'anima ma non riscalda, proprio come un neon.
Nel 2010 la Spittle Records ne ha curato una splendida ristampa in vinile, che riprende la grafica originaria; io l'ho trovata ad un prezzo davvero conveniente, 12 euro. Unica pecca la mancanza dei testi, che è comunque possibile scaricare dal sito ufficiale della band.
La copertina dell'album 
La band, foto della busta interna del vinile