Visualizzazione post con etichetta Due chiacchiere con.... Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Due chiacchiere con.... Mostra tutti i post

10 marzo 2021

"Un album poetico, romantico, emotivo": intervista a C.F.F. e il Nomade Venerabile in occasione dell'uscita di "E sia"

C.F.F. e il Nomade Venerabile è una delle formazioni più interessanti e originali del panorama musicale indipendente degli ultimi vent'anni, soprattutto per la capacità di unire generi diversi, dalla new wave alla tradizione cantautoriale italiana. Il prossimo 15 marzo uscirà l'ultimo loro disco, intitolato semplicemente E sia. Si tratta dell'ottava pubblicazione della formazione pugliese, tra LP, EP e raccolte. Come dichiarato nel comunicato stampa ufficiale, «l'album raccoglie e mescola le diverse influenze dei componenti dei C.F.F. e il Nomade Venerabile (new wave, post punk, musica d'autore, indie rock e musica elettroacustica) e si divide idealmente in due facciate: il lato A, contenente quattro canzoni di natura acustica; quello B, che ne contiene altre quattro ma di stampo elettrico ed elettronico». 
Da segnalare la presenza di un ospite d'eccezione: Andrea Chimenti, che impreziosisce con la sua voce il brano La veglia. Inoltre, tutti i titoli e i testi delle otto nuove canzoni sono tratti da una silloge della poetessa Grazia Procino, a voler rafforzare la commistione tra diverse forme d'arte. I C.F.F. hanno adottato una scelta controcorrente, preferendo stampare il disco in sole trecento copie, nonché di non pubblicare le canzoni sulla rete per il download o l'ascolto in streaming. Una decisione che dimostra la volontà di perseguire una linea coerente: preferire il supporto fisico e caldo a quello immateriale e freddo. 
È possibile prenotare l'album scrivendo a ventunonervi@libero.it
L'imminente pubblicazione di E sia è stata anche l'occasione per scambiare due chiacchiere con Vanni La Guardia (voce e basso), Anna Maria Stasi (voce, scenografie), Anna Surico (chitarre e synth) e Guido Lioi (batteria e percussioni), che ringrazio per la disponibilità.

Domanda. Inizio con una curiosità. Se non sbaglio, il vostro precedente album, Canti notturni, era stato licenziato semplicemente a nome C.F.F. Adesso ritorna "Il Nomade Venerabile"; posso chiedervi il motivo di questa scelta?

Risposta (Vanni). Sì, non sbagli. Nel 2014 si è aperta una parentesi, nella storia dei C.F.F. e il Nomade Venerabile, che necessitava di un abbreviamento del nome, in considerazione del fatto che, da quell'anno fino a tutto il 2018, ci siamo ridotti a un trio elettroacustico che, oltre ad avere rivisitato in quella chiave parte del repertorio dei C.F.F. e il Nomade Venerabile, ha pubblicato l'EP Al cuore e l'album Canti notturniÈ stata certamente una parentesi felice, ricca di nuovi incontri molto stimolanti, umanamente e professionalmente, di numerosi concerti, di palchi importanti e premi prestigiosi (su tutti, ricordiamo sempre con particolare emozione la vittoria del “Premio Pierangelo Bertoli”); tuttavia, con l'ingresso in formazione del batterista Guido Lioi (ex One Way Ticket), ci è sembrato naturale tornare al nome esteso e recuperare anche i lati più elettrici, distorti e punk-wave dei nostri background musicali.


D. Già in Canti notturni era evidente il rapporto tra musica e poesia, riproposto in maniera ancora più evidente nel nuovo lavoro. Quanto è importante per i C.F.F. la commistione tra diverse forme d'arte?

R. (Anna Maria). In un progetto come il nostro la multidisciplinarietà è congenita, è parte essenziale della nostra identità. Ci siamo sempre sentiti un po' stretti nelle maglie della sola forma-canzone, i nostri percorsi creativi e compositivi finivano inevitabilmente per traboccare in altri campi. Così abbiamo fatto di questa esigenza espressiva la nostra cifra stilistica. Fin dagli esordi, nel 1999, abbiamo portato sul palco video-installazioni e teatro-danza, affidando ad una performer, membro della formazione a tutti gli effetti, al pari di voce e strumenti, il compito di “dare corpo” ai testi delle nostre canzoni. Abbiamo inoltre musicato la poesia Spleen di Charles Baudelaire nella canzone intitolata Un jour noir contenuta nell'album Lucidinervi, abbiamo scritto e suonato dal vivo le musiche di scena per lo spettacolo Il mio inv(f)erno...vita da zingaro sulla storia del pugile sinti Johann “Rukeli” Trollmann che osò sfidare il regime nazista, passando da campione dei pesi medi a deportato nel lager di Neuengamme. Alla sua vicenda è, tra l'altro, ispirato il testo della canzone Come fiori contenuta in Canti notturni. Ci fa piacere ricordare inoltre che, proprio di recente, la cooperativa sociale “Progetto promozione lavoro”, che si impegna nella promozione ed ideazione di progetti artistici rivolti alle persone diversamente abili, nell'ambito del progetto “Musical-Mente: Sfumature Sonore”, ha lavorato sulla nostra rilettura di Ho visto Nina volare di Fabrizio De André, con la partecipazione dei cari amici Yo Yo Mundi. Gli ospiti della cooperativa hanno guardato il videoclip di animazione della canzone, realizzato da Ivano A. Antonazzo, realizzando degli elaborati, sulla base delle suggestioni ricavate da immagini e testo. La commistione migliore resta sempre quella tra l'arte e la vita.


D. Se doveste definire questo nuovo album con tre aggettivi, quali usereste?

R. (Anna). Poetico, perché i testi dell'intero album, per la prima volta, sono delle vere e proprie poesie tratte dalla raccolta E sia (da cui prende il nome anche l'album) della poetessa Grazia Procino. Romantico, perché gran parte delle suddette poesie sono canti d'amore di una bellezza struggente ed i suoni e le melodie che li accompagnano, soprattutto nella prima parte dell'album (il lato acustico), avvolgono ed amplificano questa attitudine romantica. Emotivo, perché questo album è figlio di un tempo strano, vuoto, fermo. Un anno fa non immaginavamo neanche lontanamente uno scenario del genere. 


D. La veglia è impreziosita da Andrea Chimenti, tra le voci più intense della new wave, e più genericamente del rock nostrano. Com'è stato lavorare con lui?
R. (Vanni). La partecipazione di Andrea Chimenti nel brano La veglia è nata in punta di piedi, per poi travolgerci emotivamente. Da quando lo abbiamo composto, abbiamo immaginato il suo meraviglioso timbro, lo trovavamo particolarmente consono alle atmosfere musicali e alle parole del testo, al punto che ci sembrava di sentirlo cantare! Una mattina mi sono deciso a scrivergli, allegando alla e-mail il file audio del brano e chiedendogli se avesse avuto piacere di aggiungere la sua voce. Sarei stato molto felice anche soltanto di un suo parere, anche perché era la prima persona che lo ascoltava, oltre a noi del gruppo. Mi ha presto risposto che il brano era bellissimo e che accettava subito, senza nulla in cambio, sottolineando quanto fosse (e sia) importante supportarsi a vicenda, tanto più in un periodo complicato e difficile come quello che stiamo attraversando. Senza retorica alcuna, posso tranquillamente affermare che quando abbiamo ascoltato per la prima volta la sua voce su La veglia, ci siamo commossi. Andrea è un artista straordinario ed eclettico, oltre ad essere una persona dalla sensibilità speciale e preziosissima.

D. Questo periodo è durissimo per chi vive di musica, perché le occasioni di suonare dal vivo si sono praticamente azzerate. Come state vivendo, come band, questa lunga emergenza?

R. (Guido). La stiamo vivendo di certo non bene. Per noi artisti è fondamentale potersi esibire di fronte ad un pubblico, perché è proprio sul palco che il lavoro di mesi trova la sua massima espressione. Ci auguriamo di poter ritornare a calpestare quei tappeti e quelle pedane il prima possibile, per noi è una necessità. Non parliamo poi dei problemi di natura economica che tutti gli operatori del settore stanno subendo. La situazione è davvero precaria, è difficile vivere senza sapere cosa succederà nel prossimo futuro e in attesa di fantomatici sussidi che sembrano più un'elemosina. Non ci resta che sperare che lo sforzo che noi tutti stiamo facendo possa riportarci al più presto alla “normalità”.

C.F.F. e il Nomade Venerabile (2021)

6 maggio 2020

"Non amo ripetere lo stesso schema all'infinito": intervista a Diego Galeri

Ritorna “Due chiacchiere con…”, uno degli appuntamenti più seguiti del blog. Stavolta ospito Diego Galeri, che mi ha concesso un'appassionante intervista via mail. Ogni presentazione è superflua, trattandosi di uno dei musicisti più influenti della scena rock italiana. Basti dire che è stato fondatore e batterista dei Timoria, con i quali ha inciso, tra gli altri, il monumentale Viaggio senza vento (1993). Dopo lo scioglimento dei Timoria, ha fondato i Miura assieme all'amico Illorca, con i quali ha pubblicato tre dischi: In testa (2004), Croci (2008) e 3 (2009). E proprio alla parentesi dei Miura è dedicata una buona parte dell'intervista, in quanto ritengo che avrebbero meritato maggiore successo e attenzione. I suoi più recenti progetti prendono invece i nomi di Adam Carpet e del10. È inoltre un apprezzato produttore, con la sua etichetta Prismopaco. Insomma, un artista continuamente in movimento, che ama cambiare e percorrere strade sempre nuove, come da titolo dell'intervista. Per tenervi aggiornati sul suo lavoro, visitate le pagine ufficiali su Facebook e Instagram.
Prima di lasciarvi alle sue parole, lo ringrazio pubblicamente per la cortesia e la disponibilità dimostrate.

Domanda. Dei Timoria si è detto e si è scritto tanto. Sui Miura invece circolano poche notizie, nonostante si tratti di una delle formazioni italiane più interessanti della scena rock di inizio millennio. Com'è nato il progetto? Quali erano le vostre fonti di ispirazione?
Risposta. La band è nata subito dopo lo scioglimento dei Timoria. Io e Carloalberto volevamo continuare a suonare assieme e volevamo proseguire nella stessa direzione di suono. Volevamo riappropriarci della matrice rock che nell'ultimo disco dei Timoria avevamo un po' perso a favore di un sound più acustico, e nello stesso tempo volevamo contaminarci con alcuni generi musicali che ci stavano particolarmente stimolando all'epoca, stiamo parlando della fine del 2003; lo stoner rock in genere viveva un periodo florido e a noi piaceva l'approccio viscerale che avevano molte bands di quella scena. Decidemmo di contattare Killa (Francesco Capasso), già chitarrista di Alligator e Zona, che ci piaceva molto e con cui avevamo fatto dei concerti in passato. L'intesa fu immediata e insieme a lui iniziammo da subito a scrivere le canzoni che poi sono finite nel primo album In testa.

D. In testa, l'esordio dei Miura, era un lavoro di rodaggio, in parte legato anche ai trascorsi dei Timoria. Il successivo Croci del 2008, invece, è un disco maturo e potente, che ha visto la partecipazione di molti ospiti, come Moltheni, Lubjan e Giorgio Canali. Linea di confine, Perle e fiori, M.A.I.A., Scompaio, e la stessa cover de Il cielo in una stanza, sono ottimi pezzi, che avrebbero meritato maggiore successo. Puoi parlarci di questo disco? C'è qualche aneddoto particolare legato alla sua realizzazione?
R. In testa è stato un disco importante. Dopo tanti anni (17 circa) con la stessa band, fare un disco con una nuova formazione e un nuovo progetto è stato come respirare una boccata d'ossigeno e ritrovare l'entusiasmo degli esordi. Il suono di quel disco mi piace un sacco e alcune canzoni erano davvero notevoli. Croci, invece, è arrivato dopo un periodo molto travagliato e sofferto; il tragico incidente che coinvolse me e Carloalberto nel 2004  aveva lasciato un vuoto incolmabile e una pesantezza profonda. Da In testa infatti passarono tre anni, ci volle tutto quel tempo per ritrovare l'energia e la concentrazione per  fare un nuovo disco, complice anche il cambio di formazione con l'arrivo di Max Tordini (cantante dei Mesas) alla voce al posto di Jack, che richiese ulteriore tempo. Decidemmo di coinvolgere una serie di musicisti amici per suonare il basso in alcuni brani e per due feat. vocali meravigliosi (Motheni e Lubjan). Oltre a loro e a Giorgio Canali, che produsse artisticamente il disco, suonarono anche Walter Clemente dei Deasonika, Mirko Venturelli dei Giardini Di Mirò, Steve Dal Col dei Frigidaire Tango, Pietro Canali della band di Moltheni e Marcello Todde dei Matra che poi ci seguì anche in tour. Avevamo accumulato un consistente numero di brani e con Giorgio ne selezionammo dodici per la tracklist dell'album. In quel periodo avevamo ascoltato molto Oceansize, Dredg, God Machine, Cave In, Amplifier, Interpol e tutte queste influenze credo siano convogliate nel nostro modo di scrivere e suonare. Il lavoro sui testi per Croci fu corale. I giorni di lavoro in studio (Chichoi Recording Studio a Bassano del Grappa) furono particolarmente intensi, arrivavano spesso ospiti e ognuno di loro lasciava un segno importante nelle nostre canzoni. Per un certo periodo, era estate, io e Giorgio ci trasferimmo a casa sua a Ferrara portandoci dietro gli hard-disks e il Mac dello studio. Lavorammo giorno e notte a casa sua per una settimana circa, e quando era il momento di staccare io dormivo in cucina. Io e Giorgio non lavoravamo assieme dal 1989, anno in cui registrammo Colori che esplodono con lui come fonico. Giorgio è un viscerale, quel che pensa dice e quel che gli piace fa...è rimasto un grande affetto tra noi. Un evento che ricordo di quel periodo fu la realizzazione del servizio fotografico per la copertina con Michele Corleone, mio amico fraterno dai tempi dei Timoria. In una giornata infinita allestimmo il set in un garage a Vigevano, disponendo un centinaio di candele e decine di oggetti. A fine giornata dovemmo naturalmente ripulire tutto, la cera delle candele aveva imbrattato tutto il pavimento, ma le foto erano super! Per il video di M.A.I.A. invece la regia fu co-affidata a Michele (Corleone) e a Fabio Capalbo. Con sforzi sovrumani della troupe in due giorni di riprese realizzarono un video meraviglioso, anche grazie alla magistrale interpretazione di Francesco Migliaccio e Adriana Busi. Il periodo di Croci fu molto intenso, le cicatrici erano certamente rimaste profonde ma almeno ritrovai la consapevolezza di voler fare musica ancora.

D. E veniamo all'ultimo album, intitolato semplicemente 3 e uscito nel 2009. È un lavoro che si distacca dai precedenti, forse più vicino al sound statunitense. Potresti spiegarci le ragioni di questo “cambiamento di rotta”?
R. Personalmente sono sempre stato molto “curioso” e in qualche modo mi annoio facilmente... Non amo ripetere lo stesso schema all'infinito, motivo per il quale non mi piace particolarmente guardare al passato come spesso fanno alcuni miei colleghi. Croci era stato un punto di svolta importante per la band, serviva guardare avanti ed evolversi. Non a caso chiamammo Giacomo Fiorenza a produrre il disco. Il lavoro che aveva fatto con Moltheni e Giardini di Mirò ci era piaciuto molto e pensavamo che potesse dare il giusto “feel” alle nuove canzoni che avevamo scritto. Fu così. Giacomo è un produttore “no compromise”, ha il suo suono e il suo concetto di musica ben in testa. Dunque, più che in altre occasioni, ci facemmo guidare affidandogli gran parte delle scelte di arrangiamento e mix. Credo sia in ogni caso l'attitudine che serve quando affidi la tua musica ad un produttore artistico; non ho mai capito chi sceglie un produttore e poi ne contesta continuamente il lavoro. Registrammo 3 in uno studio ricavato in una vecchia casa nel borgo disabitato di Cattognano in Lunigiana; Claudio Morselli, con il quale avevo già lavorato per gli ultimi tre dischi dei Timoria e per In testa, aveva da poco avviato quel meraviglioso studio e, dopo un sopralluogo, decidemmo che era il posto ideale per fare il disco che avevamo in mente. Per circa sei settimane rimanemmo là, completamente isolati ad eccezione di qualche discesa a valle per le sagre del panigaccio. Giacomo portò un sacco di suoi strumenti vintage e per registrare usammo quasi esclusivamente quelli. Fu un'esperienza straordinaria sia dal punto di vista umano che da quello artistico. Con Giacomo ho esplorato mondi musicali con i quali mi ero confrontato raramente e che mi hanno profondamente influenzato anche per i dischi a seguire...Sparklehorse su tutti. Come primo singolo scegliemmo Normale, un brano il cui testo era mio, una sorta di stato dell'arte della mia vita in quel momento. Il video di Normale fu meravigliosamente realizzato in animazione da Diego Lazzarin. Nei concerti che seguirono la pubblicazione del disco, al basso con noi suonò Walter Clemente (Deasonika) con il quale ho instaurato un rapporto di amicizia e stima reciproca che dura tutt'oggi.

D. A un certo punto dei Miura si sono perse le tracce, senza che sia stato annunciato uno scioglimento ufficiale (salvo che a me sia sfuggito). Se non sono indiscreto, quali sono le ragioni che vi hanno portato a interrompere il sodalizio?
R. È stata un'evoluzione naturale delle cose. Dopo 3 abbiamo scritto e registrato una manciata di canzoni nuove ma, nonostante fossero ottimo materiale, non abbiamo più trovato lo stimolo per continuare. In qualche modo percepivo che l'energia si era esaurita. A quel punto sentii l'esigenza di cambiare strada. Adam Carpet nacque nella mia testa in quel periodo e ne parlai per primo con Killa (Francesco Capasso). Da lì iniziò un nuovo percorso musicale e artistico che ad oggi credo sia una delle cose migliori che ho fatto.

D. Oggi si parla tanto di indie, parola forse abusata perché molti musicisti che si definiscono tali sono sostenuti da major. È una definizione che potrebbe essere data ai tuoi progetti post-Timoria, ossia Miura e Adam Carpet?
R. Se parliamo di indie inteso come musica prodotta in maniera indipendente assolutamente sì. Miura e Adam Carpet sono esistiti grazie alla forza, anche economica, delle due band in primis, con l'aiuto poi di label indipendenti come Edel, Target, Rude Records, Irma Records e non ultima la mia Prismopaco con cui produssi 3 dei Miura. L'indie di oggi non ha nulla a che fare con la musica indipendente, è un'etichetta, un modo per targettizzare la musica. Non mi sono mai piaciute le etichette, ma se proprio dobbiamo usarne per definire la musica che ho fatto e faccio, mi piace usarne tante tutte assieme.

D. Tu sei anche un produttore, con l'etichetta che hai fondato qualche anno fa, la Prismopaco. Puoi parlarci di questo progetto?
R. Prismopaco è una label che ho fondato nel 2008 in totale autonomia. Essendo io l'unico a lavorarci, beneficio dei vantaggi di gestire in totale autonomia le scelte artistiche, spesso schizofreniche, e di contro subisco gli svantaggi di non avere una struttura che possa avere la forza che servirebbe per promuovere la musica come si deve. Con gli artisti che si propongono cerco di essere sempre molto limpido sulle reali capacità di penetrazione sul mercato, non faccio promesse che non posso mantenere; chiarite le premesse, se si decide di lavorare assieme ci metto il massimo. Negli anni ho avuto le mie piccole soddisfazioni con i dischi di Stoop, Kitsch, che ho prodotto anche artisticamente nello studio di Cattognano, Royal Bravada, Richard J Aarden, Slowtide, Barack, Yellow Moore, Softloud, The Perris, Merkel Market, Psychovox, The Circle, MUTO, In.Visible, Tita, Coclea, Dave Muldoon, Deltacut, Nails And Castles, March Division, Matteo Sand, e tutti dischi pubblicati con i miei progetti del10 e Gentle Eyes In The Gloom... Tutti dischi bellissimi che mi hanno dato tanto anche se magari non hanno fatto grandi numeri.

D. Il supporto materiale perde terreno, addirittura si parla di una prossima scomparsa del compact-disc a tutto vantaggio della musica liquida. Eppure il vinile resiste e ogni anno guadagna una consistente fetta di mercato. Da addetto ai lavori, quale sarà secondo te il futuro dell'industria discografica?
R. Difficile dirlo, in questo momento poi ancora di più. Il mercato digitale è in continua e rapidissima evoluzione, ormai non si può più prescindere dal digitale, bisogna farci i conti, ma bisogna anche avere l'attitudine giusta nella comunicazione sulle piattaforme. Il mercato digitale viaggia su binari diversi da quelli del fisico, c'è bisogno continuamente di contenuti, e solo chi ha un forte “carattere” sui social riesce ad emergere e farsi notare nel mare magnum della musica liquida. Ma il ritorno del vinile è un indice importante, gli appassionati di musica secondo me hanno ancora bisogno di matericità e di qualità, il vinile conferisce alla musica la giusta dignità e sono convinto che, a differenza del cd, non scomparirà mai.

D. Stiamo vivendo un'emergenza sanitaria senza precedenti e la musica ne sta risentendo pesantemente: basti pensare al fatto che un'intera stagione di concerti è stata annullata. Molti analisti sostengono che, una volta cessata l'emergenza Covid-19, niente sarà come prima e non saranno più consentiti i concerti affollati. Tu cosa ne pensi? Quale sarà secondo te il destino della musica dal vivo, quantomeno nel prossimo futuro?
R. Oggi la crisi generata dalla pandemia ha aperto nuovi scenari imprevisti, come il boom di eventi in streaming da casa o da location senza pubblico. Spero vivamente si tratti di una fase temporanea. Ho sempre pensato ai concerti come una risorsa importante e insostituibile per gli artisti, proprio perché esperienza unica di aggregazione e unico momento in cui una band o un artista si esprime istantaneamente e comunica dal vivo con il proprio pubblico. Oggi però anche questa certezza è messa in dubbio. Non so, io sono sempre fiducioso, credo che questa situazione si risolverà e torneremo ad una vita “normale” pur con una nuova consapevolezza. Ma navighiamo a vista. Di certo non sarò felice se l'unico modo per assistere ad un concerto sarà di farlo chiuso nella propria auto.

D. Quali sono i tuoi progetti futuri, come musicista e produttore?
R. Nel prossimo futuro ci sono un disco con un progetto rock inedito, un disco di del10, un paio di collaborazioni e altre cose a cui sto pensando... Mi piacerebbe poi tornare a lavorare con Adam Carpet, se troveremo i giusti incastri non lo escludo affatto. Purtroppo non è il momento ideale per pianificare, bisognerà vedere come si evolve la situazione Covid, ma le cose in cantiere sono diverse e spero di poter tornare a lavorarci presto. Per ora si fa quello che si può. Sono convinto che nella musica, una volta archiviato questo periodo di crisi terribile, ci sarà un'esplosione di energia mai vista. Ci vuole tenacia e fiducia ma i musicisti e tutti quelli che lavorano in questo mondo sono abituati a fare tanti sacrifici e a confrontarsi con situazioni precarie... Sapremo trovare la forza di reagire.
Diego Galeri alla batteria (foto di @stebrovettoph)
I Miura, foto tratta dal libretto di Croci (2008)

23 maggio 2019

Massimo Priviero e il racconto di una vita (con un'intervista)

Amore e rabbia, l'autobiografia di Massimo Priviero, è uscita il 30 aprile per i tipi della Vololibero Edizioni. Ho detto autobiografia, ma sarebbe meglio parlare di un romanzo nella forma di memoriale. L'introduzione è di Matteo Strukul, che già qualche anno fa aveva curato una biografia del musicista. Per saperne di più, seguite il blog dedicato al libro, con approfondimenti, estratti e continui aggiornamenti. Inoltre, a conferma della vocazione di artista vicino al suo pubblico, una sezione del sito ufficiale è dedicata alle recensioni dei lettori.
Priviero è uno dei pochi veri rocker nostrani. Ha esordito nel 1988 con San Valentino, cui ha fatto seguito Nessuna resa mai (1990), che si è avvalso della produzione di Little Steven. Dopo tanti anni su e giù dai palchi e altri album, a novembre ha festeggiato i primi trent'anni di carriera con un concerto/evento a Milano; il libro è un altro fondamentale tassello dell'importante ricorrenza.
Vorrei iniziare partendo dal sottotitolo, che è semplicemente “il racconto della mia vita”. Ritengo che la parola “racconto”, oltre a rendere l'idea del ritmo dell’opera, si adatti bene all'autore, sia cioè plasmata intorno alla sua concezione del fare canzone, così simile a quella dei cantastorie, che per l'appunto declamavano veri e propri racconti in versi. Il titolo è Amore e rabbia, a descrivere efficacemente le due anime di un'intera carriera. L'amore è il sentimento per eccellenza, rivolto non solo agli esseri umani, ma anche alla musica, così immateriale eppure capace di diventare ragione di vita. È dunque (anche) l'amore per Dylan e Springsteen, gli inevitabili maestri e punti di riferimento. La rabbia è un sentimento altrettanto intenso, il marchio di fabbrica di ogni rocker che si rispetti; non si tratta solo di ribellione giovanile, ma più in generale della capacità di saper vedere oltre le verità preconfezionate e di mantenere un punto di vista personale eppure equilibrato sulle storture del mondo che ci circonda. Il titolo mi ha riportato alla mente la «rabbia come passione d’amore» di cui parlava il grande scrittore milanese Carlo Castellaneta: due sentimenti apparentemente distanti, ma che ben possono costituire ottime ragioni per campare. Le due anime di Priviero sono riassunte nella quarta di copertina, dove si parla della «fotografia di un uomo felicemente fuori dagli schemi: non etichettabile, che […] ha tenacemente seguito per trent'anni la sua vocazione in costante equilibrio tra musica e poesia».
A differenza di molti libri simili, Priviero compie un'operazione più complessa e, se si vuole, ambiziosa: non racconta solo se stesso e la propria famiglia, ma ricostruisce abilmente un pezzo di storia (e di provincia) italiana, con la consapevolezza di chi l'ha vissuto e l'intelligenza di chi ha saputo interpretarlo. Non mancano i riferimenti alla società, alla storia recente, alla politica, le riflessioni ironiche e commoventi, i giudizi aspri e senza infingimenti di un artista che è prima di tutto un uomo libero. E anche quando ci parla del mondo della musica, lo fa dalla prospettiva privilegiata di chi nuota da oltre trent'anni in quel mare, cercando di evitare le correnti inquinate per trovare una propria oasi pulita.
Non è facile scrivere di sé, perché è pur sempre un modo di mettersi a nudo, soprattutto se si è portatori di verità scomode. Per questa ragione non è un caso che Priviero abbia scritto il libro durante una pausa dagli impegni musicali, in inverno, in riva all'Adriatico; un'operazione al tempo stesso rievocativa e terapeutica.
Personalmente ho sempre amato le autobiografie dei musicisti, forse perché invidio un po' la loro vita errabonda on the road, la possibilità di entrare in contatto con tante persone e, soprattutto, di essere apprezzati e ricordati per il lavoro che amano. Che forse, come testimonia Massimo, è anche uno dei più difficili al mondo.

Segue l'intervista che Massimo mi ha gentilmente concesso in occasione della pubblicazione del libro. Lo ringrazio per la disponibilità e vi lascio alle sue parole.

Domanda. Ho sempre pensato che l'autobiografia sia al tempo stesso un modo per farsi conoscere dagli altri e per conoscere meglio se stessi. Forse perché scrivendo si attua una sorta di distacco, e si possono vedere le cose secondo un'altra prospettiva. Quanto hai “scoperto di te stesso” raccontandoti agli altri?
Risposta. Sai, ho scritto senza pensare che quel che facevo dovesse per forza essere pubblicato. Non ho neppure cercato un editore. Solo questa cosa ha dato un taglio diverso a tutto. Questo per esempio ha tolto alcuni veli possibili. Non c'è fiction, diciamo, non c'è inganno. Ho guardato lo specchio, meglio sarebbe dire ho guardato i riflessi delle onde del mare dove sono cresciuto e il racconto ha preso forma da solo. Forse guardando non ho scoperto cose nuove, ma ho toccato quel che in gran parte sapevo con anima chiara. Forte e fragile allo stesso tempo come io sono.

D. Puoi parlarci brevemente della gestazione del libro? Scriverlo è stato come un fiume in piena, oppure è il frutto di lunghe meditazioni?
R. Scriverlo è stato parecchio un flusso emotivo ben poco arrestabile. Poi, ad un certo punto, chiaro che lasci decantare tutto qualche mese e rimetti le mani con un po' di razionalità. Sono stato più a lungo del solito nel tratto di costa veneta dove sono cresciuto e poi ho immaginato di fermarmi lì per qualche mese, per riannodare i fili della mia vita. Ho incominciato a scrivere. Questa volta una storia che non prevedeva la musica. Il resto è venuto di conseguenza.

D. Sei conosciuto come un artista schietto, che ha fatto della sincerità la strada maestra di un'intera carriera. Anche nel libro non ti sei certo risparmiato, raccontando la tua versione delle cose. Sei soddisfatto del risultato? E soprattutto, pensi che il libro ti rispecchi, così come ti rispecchiano i tuoi dischi?
R. Sono essenzialmente un uomo libero. Che dice quel che pensa considerando poco le conseguenze di questo, tanto più in un paese assai conformista e parecchio corrotto culturalmente e umanamente come il nostro. Ho raccontato la mia vita e il mondo dove sono cresciuto, prima e dopo i dischi e i concerti. Sì, Amore e Rabbia è tanto di quel che sono. Cadute e ripartenze. Sogni e idealità. Forza e fragilità. Non parlo mai di medaglie né di premi che ho pure preso, per esempio. Non accuso. Darei in quel modo a qualcuno un peso nella mia vita che non meriterebbe di avere, e questo non mi interessa per niente. Traccio un quadro. Senza sconti a me stesso. Ma anche probabilmente con un po' di orgoglio.

D. Il titolo, come ho scritto nella recensione, mi fa pensare ai due perni intorno a cui ruota la tua carriera: la volontà di raccontare i sentimenti e la capacità di arrabbiarsi per quanto non va su questa terra. Perché hai scelto, tra i tanti possibili, proprio un titolo così suggestivo?
R. L'amore e la rabbia sono da tradurre soprattutto in un ambito che chiameresti esistenziale. Sono due sentimenti che nella mia vita si sono alternati spesso. Sono concetti forti, parecchio totalizzanti se mi passi il termine. Ho spesso cercato un punto di equilibrio tra questi due aspetti che hanno timbrato il mio posto nel mondo. Qualche volta mi è riuscito di trovarlo. Altre volte ho alzato le mani, ma sono comunque andato avanti. Vivere è un mestiere talvolta parecchio difficile ma che resta meraviglioso.

D. Sono previste delle presentazioni del libro, oppure altre iniziative legate alla sua promozione?
R. Guarda, abbiamo un piano di presentazioni che prevede una trentina di appuntamenti solo nei primi due mesi. Mi piace molto incontrare la gente in questa nuova modalità. Mi piace che ci guardiamo negli occhi prima di tutto. Molte mie canzoni sono entrate dentro l'esistenza della gente che mi è vicina. Voglio anche dir loro grazie. Sperando di essere all’altezza del loro  amore.
Per approfondimenti, http://www.priviero.com/

15 gennaio 2019

"Essere uomini liberi è un mestiere difficile e in verità ben poco praticato": intervista a Massimo Priviero

Iniziamo l’anno col botto, ospitando Massimo Priviero con un’appassionante intervista. Priviero non necessita di presentazioni; tuttavia, per chi non lo conoscesse, basti dire che si tratta di uno dei più importanti artisti rock italiani, uno dei pochi veri rocker nostrani. Ha esordito nel 1988 con San Valentino, cui ha fatto seguito l’importante LP Nessuna resa mai (1990), che si è avvalso della produzione di Little Steven. Dopo tanti anni su e giù dai palchi e altri album, a novembre ha festeggiato i primi trent’anni di carriera con un concerto/evento a Milano. Senza aggiungere altro, vi lascio alle sue parole, con un’anticipazione in anteprima per i lettori del blog. Colgo l’occasione per ringraziarlo di cuore per la gentilezza e la disponibilità.

Domanda. Partiamo dal presente. A novembre hai festeggiato a Milano, con un concerto-evento, i tuoi primi trent’anni di carriera. Quali emozioni ti rimarranno impresse di questo concerto?
Risposta. La bellezza degli occhi di quella che chiamo la mia gente che ha riempito anche stavolta un teatro. I sorrisi dei ragazzi della band. L’amore di mio figlio che è salito sul palco per suonare la chitarra in una canzone di suo padre. La forza che forse ancora una volta sono riuscito a far arrivare e che come sempre è tornata verso di me.

D. Coerenza e libertà sono i titoli onorifici della tua carriera, “Nessuna resa mai” ne è invece il manifesto. Si dice che essere liberi e fuori dalle regole del mercato discografico abbia un prezzo da pagare. D’altronde, nelle note biografiche sul tuo sito è scritto che sei «scappato dalla Warner con la necessità di essere prima di tutto un uomo libero anche a scapito di certo successo commerciale». A posteriori e con il senno di poi, ritieni sia stata una scelta giusta? Oppure pensi che si possa barattare un po’ della propria libertà per un maggiore successo commerciale?
R. Ogni uomo e ogni artista a domanda si definirebbe libero. Nessuno ti direbbe che è prigioniero di un sistema. Ma sono le balle che la gente ama raccontare e raccontarsi. Essere uomini liberi e uomini veri, provarci fino in fondo intendo, è un mestiere difficile e in verità ben poco praticato. A posteriori? A posteriori, posto che ognuno di noi fa i conti nella vita con dei compromessi che ipotizza di scegliersi, probabile che avrei dovuto alzare la mia voce e dire certe cose quando avessi avuto più forza contrattuale per farlo. Si può fare più paura quando sei più ascoltato. Ma in generale fai errori sempre, cadi e ti rialzi. Solo un coglione, e son tanti ahimè, ti dice rifarei tutto quel che ho fatto nella vita. Diffida di chi parla così. Comunque non baratterei mai un po’ di successo in più con la mia anima. Anche se chi ha fatto questo, certamente lo negherebbe. Perché se ne avesse del tutto coscienza potrebbe buttarsi sotto un treno.

D. Una domanda sugli esordi. Nessuna resa mai è uno dei pochi dischi italiani ad essersi avvalso della produzione di un grande della musica internazionale, Little Steven della E Street Band. La circostanza è rimarchevole, soprattutto perché eri un artista giovane al secondo LP. Ne è uscito fuori un disco importante, uno dei pochi pilastri di un certo rock cantato in italiano. Potresti raccontarci qualcosa di Little Steven? Che tipo è e quale contributo ha dato alla definizione del suono del disco?
R. Fu un bellissimo tempo e Steve era ed è persona adorabile, oltre che gran musicista. Tutto nacque in modo fortuito per un’amicizia comune, Guido Harari; io non ero convinto della produzione di quell’album e lui si dichiarò orgoglioso di affiancarmi dopo che ebbe ascoltato le canzoni. Virammo insieme verso un suono molto minimale, senza alcun artefatto, costruendo tutto sulle chitarre e su qualche strumento folk. Se vuoi come suono è un disco folk-rock ma anche  grunge. Era anche qualcosa che accadeva negli Usa ad inizio novanta mentre da noi si inseguiva ancora il suono fesso e finto degli ottanta. Non fu scelta facile e certo i capi della Warner non si strapparono i capelli per questo. Fessi e finti pure loro, del resto. Io e Steven siamo ancora legati da grande stima e affetto e in tutti questi anni non sono mancate occasioni di incontri felici e profondi.

D. Il disco che amo di più è Testimone, del 2003. A mio avviso è un lavoro emblematico, anche per il suo collocarsi esattamente a metà strada dei primi trent’anni di carriera. È dunque uno spartiacque, che contiene canzoni straordinarie per profondità di scrittura, come Fratellino, Nikolajevka, Cielo chiaro e Alice. Hai ricordi particolari legati alla realizzazione del disco, oppure alla stesura delle canzoni?
R. Mi fa piacere che parli di Testimone. Si, hai ragione. E’ un album che vedo molto come spartiacque e se vuoi inizio di una seconda carriera, se così la vuoi chiamare. Diciamo che da Testimone mi riesce di diventare “tanto per pochi”, anche se per esempio riempire a Milano Alcatraz e teatri da indipendente e senza particolari supporti ti assicuro che non è impresa facile. Credo che Testimone sia l’album in cui mi approprio in prima persona parecchio del mio linguaggio e del mio suono, al di là della forza maggiore o minore delle canzoni. Ecco, tornando a bomba, ti direi che è l’album in cui sono quasi del tutto un artista libero. Ho molti ricordi. In particolare sulla scrittura di Nikolajevka legata alla frequentazione di Mario Rigoni Stern. Si può essere molto più “rock” parlando di alpini in Russia che di bar in Emilia. Almeno questa è la mia opinione.

D. Il tuo ultimo album di inediti, All’Italia, è una profonda riflessione sul nostro Paese. Tu che lo giri in lungo e in largo per mestiere, probabilmente hai una visione privilegiata dei cambiamenti che sono intervenuti negli ultimi trent’anni. Restando sul discorso musicale, pensi che ci sia ancora tra le persone quella vera e propria sete di musica che c’era un tempo? In parole povere, ha ancora un senso essere cantautori (o come dir si voglia) nell’epoca che stiamo vivendo, così poco poetica?
R. Sono felice di aver fatto All’Italia. Felice di essere andato dentro alle sue storie e di essermi spostato ad osservarle. Immagina uno che si appoggia ad un muro e vede delle storie che gli passano davanti così forti che lo portano a mettere da parte se stesso. Comunque la mia opinione, venendo alla tua domanda, è che viviamo un mondo da dividere 90 e 10. Nel senso che il 90% della massa, che così pure ha prodotto chi ci governa, è fatto da idioti. La stessa cosa la puoi trasportare nella musica, in quello che senti e che vedi. Nel sistema di valori, nella prassi quotidiana, nei rapporti umani. Decidi tu. La domanda da farti è se ha senso essere quello che sei e fare quello che fai per quel 10 per cento dentro il quale pensi, e a volti ti illudi, di essere. Se la riposta, come è nel mio caso, è positiva, allora vai avanti. Il 10 per cento può anche essere tanto e può essere pure bellissimo bussare alla loro porta.

D. La tua discografia è intesa come una linea retta, cioè ha una direzione precisa, oppure segue i moti momentanei del cuore e dello spirito?
R. La mia musica è prima di tutto la parte emotiva. Poi, è per principio matematica ed emozione. In questo mix possono nascere, talvolta, cose irripetibili e meravigliose che danno un senso alla vita. Così è accaduto per me. Diciamo, per quel che mi riguarda, che ancora tendo a far vincere la parte emozionale senza mettere davanti il mestiere che ormai faccio da 30 anni. Anzi, a dirla tutta, il giorno che in me vincerà il mestiere sarà forse il momento in cui dovrò trovarmene un altro.

D. Se dovessi dare una definizione di te come artista, quale useresti?
R. Meglio che lo facciano gli altri! Tornando ai concetti di prima forse ti direi che amo e cerco di essere prima di ogni cosa un uomo vero, da lì poi discende tutto il resto. Poi ognuno può dire ovviamente la sua su come scrivo, suono, canto o come sto su un palco. Ecco, diciamo che sono nella vita molto quello che scrivo, suono e canto. Nelle mie canzoni trovi quel che sono, se decidi di cercarmi Nel mio bene e nel mio male.

D. Chiudiamo guardando al futuro. Quali progetti hai in cantiere, sul palco e su disco?
R. Ah, tra qualche mese uscirà un libro che ho scritto. Fai conto una cosa tra autobiografia, autocoscienza, romanzo. Pensa a un uomo che prova dopo tanti anni di strada a vedere i propri occhi riflessi sull’acqua. Anzi, sull’acqua del mare dove è cresciuto tanto tempo fa. Sul versante musicale sto ragionando in questi giorni e in futuro prossimo saprò essere più preciso. Grazie e a presto.
Massimo Priviero sul palco per i trent'anni di carriera (foto tratta dal sito ufficiale)

20 marzo 2018

"Frequento le mie idee e mi lascio attraversare dalle mie composizioni": intervista a gianCarlo Onorato

Giancarlo Onorato, anzi gianCarlo, non necessita di presentazioni. Cantante, chitarrista e leader degli Underground Life, una delle band seminali della new wave italica, ha poi avviato una proficua carriera solista. Da sempre attento al suono della parola, ha all’attivo cinque album in studio, usciti spesso a diversi anni di distanza l’uno dall’altro, segno di una profonda meditazione e di un lavoro minuzioso. Quantum (2017) è il suo ultimo disco, salutato da unanimi consensi della critica. Onorato non è solo un autore colto, ma anche un apprezzato scrittore e pittore. Lascio spazio alle sue parole, tante, profonde e di ampio respiro, ringraziandolo di cuore per la cortesia e la disponibilità.

Domanda. Iniziamo dal passato. Gli Underground Life sono stati uno dei gruppi di culto della scena new wave italiana degli anni Ottanta. Che ricordi hai di quel dirompente periodo di rinnovamento del rock italiano?
Risposta. Ne ho molti, ma ho anche molta nebbia, dovuta alla mia predilezione per il presente e all’urgenza espressiva che contraddistingue ogni mio passo. A volte mi pare di non sapere più nulla di ciò che è stato, perché la mia attualità è altrettanto dura ed eccitante, combattiva e ricca di scoperte, quindi non c’è il tempo per un vero ricordo strutturato e non ne sento il bisogno. Altre volte all’improvviso sorgono invece i ricordi di eventi ai quali ero ed eravamo presenti o che abbiamo creato. In questo terreno, è molto facile imbattersi in concorrenze circa chi abbia fatto per primo una certa cosa, ma la storia è lì e quando è ben scritta è lì per essere letta. A chi fosse sfuggito, vorrei ricordare che di quel periodo, anche se in una chiave narrativo-saggistica, ho parlato diffusamente in Ex – semi di musica vivifica. Certo è risaputo sia stato un periodo cruciale, ma mi pare manchi ancora un’analisi oggettiva e ben condotta perché si capisca ciò che di basilare è avvenuto nel decennio 1977-1988. Innegabile è stato il valore storico di quella formazione che da adolescente ho guidato. Poi chi ne ha giovato più di tutti sono proprio io, perché è stata la mia scuola di vita, oltre ad insegnarmi il mestiere.

D. La scena dell’epoca era ricca di fermento e di gruppi validissimi: penso a Neon, Diaframma, Moda, Litfiba, Gaznevada, Garbo, Denovo, Frigidaire Tango, oltre che ovviamente agli Underground Life. Mi sono sempre chiesto, però, perché i nostrani gruppi new wave abbiano sempre mantenuto una popolarità sotterranea, di culto, senza mai arrivare al grande pubblico, a parte i Litfiba. Eppure all’epoca ci furono passaggi televisivi anche importanti, e gli stessi UL si esibirono alla Rai. Come ti spieghi questa anomalia?
R. A domande come questa si dovrebbe rispondere con analisi sociologiche, o di storia dei consumi culturali. Come protagonista è più scomodo rispondere, tuttavia potrebbe bastare ricordare tre elementi fondamentali. Primo: era un Paese molto diverso da quello attuale, più provinciale e meno facilmente raggiungibile con i contenuti in musica. Secondo: noi proponevamo qualcosa di effettivamente nuovo, non di simile a qualcos’altro già precedentemente sentito da queste parti. Ad un certo punto si parlò di rock italiano, ma a lungo l'obiezione mossa a gente come noi, parlo di UL, era proprio sulla definizione di rock, che si intendeva in chiave assai più tradizionale, mentre noi contravvenivamo a molti precetti ritenuti intoccabili nel rock. Terzo: non vi era possibilità di farsi finanziare seriamente un’attività (oggi è diverso per troppe cose, ma resta uguale la difficoltà di ottenere finanziamenti per proporre seriamente la qualità), perché le grosse strutture discografiche ignoravano ogni realtà innovativa, almeno finché non ci vedessero la possibilità di trasformarla in merce. Andare in televisione ma non avere una distribuzione capillare dei dischi e dei concerti era una contraddizione che difficilmente poteva produrre popolarità. Infatti, lo hai detto tu, chi ha avuto ragione massicciamente del pubblico lo ha fatto sì sulla base di una proposta più appetibile e sulla scorta di un prima grande raccolta presso i club, come i Litfiba, ma anche grazie a dosi di promozione che altri, come noi, non ebbero mai. Senza carburante, puoi avere il motore più potente, ma resti fermo. Le cose sono comunque molto più complesse di così, e tra l'altro tu hai citato nomi molto differenti già gli uni con gli altri quanto a promozione, visibilità, storia. Mentre il mio gruppo era ed è rimasto indipendente in toto per diverse ragioni, quindi fare confronti è arduo, così come è vero che le nostre conquiste valgono milioni di volte quelle ottenute da altri con mezzi a noi negati.

D. Veniamo al presente. Quantum, il tuo ultimo lavoro, è un disco vero ed intenso, non di facile assimilazione ma proprio per questo così affascinante. Ancora una volta è la parola al centro di tutto; si pensi a Scintillatori, con quel meraviglioso intro recitato che poi evolve nel canto, oppure a Il barocco del tuo ventre. Come procede il tuo lavoro di scrittura dei brani? Come fai a trovare il giusto equilibrio tra parole e musica?
R. Frequento le mie idee e mi lascio attraversare dalle mie composizioni. Chi ascolta Quantum, oltre a sentire un disco, riceve un pezzo della mia esistenza, vi risuonano le cose che mi hanno fatto vibrare e che mi hanno cambiato, addolorato, eccitato davvero, che mi hanno allargato il pensiero o che mi hanno fermato da qualche parte. È un’opera, e un’opera deve fare questo, deve essere attraversata dalla vita di chi l’ha concepita per poter passare per trasfusione a chi ne fruisce, oppure non è che un pretesto per presenziare. Cosa che accade nella maggioranza dei casi. Mi pare di poter dire che album come Quantum nascano invece come una distillazione, infischiandosene del mercato e delle regole che esso impone. Ma fate attenzione che questo lo dicono quasi tutti: sono tutti superiori alle lusinghe del consenso e dell'affermazione presso il pubblico, quando nei fatti troppi ne sono servi. Io ho il privilegio di appartenere alla limitata schiera di chi ha deciso da sempre di fare solo ciò che si sente, e perché lo sente come la cosa giusta. Agli altri faccio i miei auguri. Ogni disco tuttavia è una storia diversa, e nata da momenti tanto diversi, anche se credo che la scrittura sia in definitiva una faccenda di onestà.

D. Ne Il passaggio, tratto sempre da Quantum, canti “deve esserci un passaggio là per noi, di esistenza liberata, là per noi”. Che cos’è per te la libertà, nella vita come nel lavoro?
R. È il respiro creativo, che si raccolga ed espanda sulla cima di un colle o nel proprio letto. Accedervi però è possibile solo attraverso un lavoro completo e continuo. È sentire di avere un nuovo domani, una luce accesa giusto per te e per nessun altro al mondo, e mentre sai che quella luce è lì per te, sai anche profondamente che appartiene a chiunque si sappia cercare.

D. Ascoltando alcune tue canzoni, come Acqua di Valium, Le bisce d’acqua, oppure la meravigliosa Ballata dell’estate sfinita, si nota una “semplicità ricercata”, se posso permettermi il gioco di parole. Costruisci sempre un tappeto sonoro non invasivo, apparentemente minimale ma assai complesso, su cui si innesta la tua voce imperiosa ma mai oltre le righe. È uno stile personale, senza dubbio. Come lo definiresti?
R. Definirlo per me è difficile. Lasci le tue impronte sulla sabbia e lo fai in quel preciso modo solo tu, ma se ti giri a domandarti come fai, perdi di vista la naturalezza del passo.

D. C’è un tuo video, su YouTube, in cui spieghi il processo di “costruzione di un ideale proprio di amore”, che è poi l’idea alla base di Androide Mirna. Puoi parlare della genesi di questa meravigliosa canzone, tratta dall’album Falene?
R. Falene è un disco ricco di energie differenti, nato in un momento assai delicato della mia vita, quando mi trovavo in bilico tra una certa dimensione e qualcosa di nuovo che spingeva dentro. Mi è stato chiesto più volte come sia nato un brano come Androide Mirna, non esistono risposte tecniche, né analisi che possano raccontarlo, se non il fatto che riflette la mia dimensione estetica, e vi si fonde la narrativa che ho in mente da sempre, grondante sensualità ma pregna di significato. Credo fossero elementi eloquenti già al momento in cui l'abbiamo realizzata in studio. Se dovessi fare del cinema, il mio sarebbe scritto così. È un brano deliberato e asimmetrico, umido e immaginifico, quindi particolarmente mio.

D. Oltre che musicista, sei anche uno scrittore. Che tipo di letteratura preferisci? Quali sono gli scrittori che ami di più?
R. Prediligo la narrativa più viscerale e sporta verso i sensi, ma ugualmente attenta a scavare il senso della vita. Non sono un lettore ordinato, né sistematico, e leggo più cose contemporaneamente, assecondando la mia inquietudine. Occorre fare attenzione al ruolo dello scrittore, che rischia di essere in drastica via di scomparsa. Oggi abbiamo un oceano di scriventi ma pochissimi scrittori. E questo è più vero da noi, prova ne è il fatto che sono davvero una minoranza gli italiani che leggono, mentre per paradosso si pubblicano migliaia di titoli. La narrativa è essenzialmente filosofia, spirito, cronaca e interpretazione dei tempi su un piano più lento e riflessivo di quanto non possa fare solitamente la canzone. Per scrivere qualcosa di utile e sensato occorre quindi tempo, molta stratificazione, confronto, decantazione. Ecco che diventa difficile un panorama di valore, perché in generale attualmente si è scaricato di senso via via il retroterra di vita che porti a uno scenario di narrativa autentica, diversamente da come è accaduto in altri momenti storici. Comunque farò un solo nome, Antonio Moresco. A differenza di questo autore, molto spesso la quasi  totalità di coloro che approccio in narrativa (e poi abbandono), sanno di televisivo, cinematografico e di ordinario già alle prime pagine. Perché è evidente che intendano parlare a coloro che sono ormai del tutto imbrigliati nell'ordinario, e incapaci di accedere a dimensioni meno meschine. Chi scrive apprende a esprimere l'ordinario e il banale, il riconoscibile, e lo riproduce alla inconscia ricerca del consenso. Come quelli che parlano in una trasmissione televisiva e non perdono l'occasione per dire cose banali e gravide di comune senso del pudore o della bontà da supermercato, solo per scatenare l’applauso. Ci sono parole chiave, no? Basta dire: “famiglia”, oppure, “lavoratori”, oppure, “fine del mese”. E tutti ti applaudono soddisfatti. Mi sembra inoltre altrettanto chiaro che chi scrive pensi troppo al cinema, e se non spera unicamente di finire lì, quantomeno scrive pensando a ciò che ha visto sullo schermo, cosa che impoverisce la scrittura. Moresco ha comunque espresso assai meglio e prima di me questa osservazione, un guaio del quale facciamo tutti le spese, uno per uno. E basterebbe leggere davvero per coglierlo.

D. “E nel liquore del tuo ventre glorificare la bellezza / con questa semina di stelle / ti scintillo il volto”. Sono i suggestivi versi di Niente di te, tratto da Quantum. Può la poesia avere ancora un senso in questo mondo così prosaico e volgare che ci circonda?
R. Non so se la mia sia poesia, ma so con certezza che è ricerca, e quindi attiene al mondo del desiderio come slancio vitale. Dunque è utile, feconda. Abbiamo una moltitudine di persone che soffre di mancanza di comunicazione ma non si accorge di avere smesso da tempo di parlare a se stessa e che per farlo occorrono confronti interiori. Quelli vengono a diversi livelli, ma il più intimo degli stimoli esterni è la poesia, che può essere espressa in modo verbale da qualcuno o, più personalmente, fruita per proprio conto. E pensare che tanti vivono senza incontrarla mai. Molte persone soffrono di depressione non riuscendo a ritrovarsi, e non riuscendovi non trovano le risorse necessarie per risorgere dal proprio dolore, che in sé è sempre una dimensione vivifica, perché ti mette di fronte a ciò che non va e da cui devi saperti emancipare. Perché la vita è così. Al di là di ogni trionfo e di ogni apparente riuscita, la vita ci offende spesso. La poesia, in certi casi, ci nutre, e chi non lo sa, soffre e non guarisce e tanta ignoranza ci fa male al punto da impedirci di trovare persino l'antidoto all'ignoranza. La poesia appartiene al campo della scoperta, e tutti ne hanno bisogno, purché si dia  al termine poesia il senso del luogo più lontano nel fondo di noi. Anche i più bruti hanno momenti di profondo bisogno, anche i più feroci criminali hanno una parete, vera o interiore, alla quale hanno appeso la foto della madre o l'immaginetta della Madonna o quella di Padre Pio, che sono idoli interiori equivalenti al legame. Dunque io credo che proprio considerando il deserto che avanza, occorra umidificare con dimensioni che peschino dentro. Ne abbiamo bisogno proprio perché non ci accorgiamo neppure più di averne bisogno.

D. Cosa ne pensi della rinascita dell’analogico e del ritorno del vinile? Si tratta di una semplice moda, oppure è un vero bisogno, la necessità di opporsi alla “musica liquida” che ormai la fa da padrone?
R. Credo siano entrambe le cose: una specie di reazione all’impalpabilità di buona parte della musica, che a quanto ne sappiamo sarà sempre più forte e diffusa. Poi c’è anche una componente nostalgica. Tuttavia io penso che non avremo modo di rimpiangere nulla, se la musica potrà tornare a essere ciò che nell’essenza è: una disciplina partecipata, suonata dal vivo, in mezzo alla gente e per la gente. Come sempre è stata e come deve essere per poter liberare le sue potenti capacità energetiche.

D. Parliamo del futuro, a proposito di musica su supporti concreti. Su internet molti di noi appassionati chiediamo a gran voce una ristampa, su cd o lp, dei dischi degli Underground Life. Saremo accontentati?
R. È possibile, anzi auspicabile, occorreva che passasse l'onda del revival. Ciò che è stato fatto da quel gruppo di ragazzini con me in testa è stato prima di tutto un fatto storico e per questo va inquadrato e riproposto in modo filologico e adeguato. Ora mi pare che i tempi siano finalmente maturi per riproporre quell'esperienza appunto come fatto storico.

D. Quali sono i tuoi progetti futuri?
R. Molti, come sempre. Concerti e uscite in pubblico quanto più sia possibile fare. Un disco nuovo dopo l'estate, il romanzo nuovo al quale sto lavorando che potrà uscire solo quando sarà maturo, una raccolta di racconti e un nuovo saggio sul ruolo della canzone sensibile contrapposta a quella consolatoria. Poi collaborazioni vive e autentiche, e tutta la libera docenza che mi venga permesso di condurre.

D. Se dovessi usare un solo aggettivo per definirti come artista, quale useresti?
R. Guardandomi attorno temo di essere necessario. Avrei tanto voluto essere salvato da altri, da padri, da madri, ma mi tocca sempre la parte di chi corre in aiuto, e quindi io sono condannato a fare il lavoro necessario, perché sono sempre troppo pochi coloro che lo svolgono sino in fondo. Quelli come me garantiscono una tenuta al posto di chi non sa assumersi responsabilità. Lo dico senza la minima modestia, ma anche con la massima serenità: avendo scelto me stesso, non posso che dire le cose come le vedo.
gianCarlo Onorato (fotografia di Francesca Collio)

28 giugno 2017

"Sono un mod al servizio del Modernismo": intervista a Oskar Giammarinaro

Da oltre trent’anni sulla breccia, gli Statuto rappresentano ormai un’istituzione. Tra i primi in Italia a suonare ska, tra i primi ad abbracciare la cultura mod, seguono con coerenza la stessa strada al motto di “rabbia & stile”. Nel 2016 hanno pubblicato l’ultimo disco di inediti, Amore di classe, mentre è di questi ultimi mesi la ristampa di Zighidà, in occasione dei venticinque anni dall’uscita dell’album. Oscar Giammarinaro (detto oSKAr) ne è il cantante, fondatore e indiscusso leader; è stato così gentile da rilasciarmi un’intervista, in prossimità del tour estivo. Colgo l’occasione per ringraziarlo di cuore per la disponibilità.

Domanda. All’inizio di ogni concerto precisate con orgoglio di essere “i mods di Piazza Statuto”. Cosa significa essere mod? E soprattutto, cosa significa esserlo oggi, nell’epoca del conformismo dominante?
Risposta. Essere mod è la nostra migliore soluzione per vivere in questo sistema che proprio non ci piace. Fuori dalla massificazione e dall’omologazione ma mai autoghettizzati, cerchiamo di trovare il meglio nelle espressioni ideologiche, estetiche e comportamentali prima di chiunque altro. Una continua ricerca, interiore ed esteriore che ci rende veramente liberi, mai di moda e sempre attuali.

D. Sono più di trent’anni che girate l’Italia in tour, per cui siete i perfetti testimoni dei cambiamenti che l’hanno trasformata. Com’è cambiato il Paese? C’è maggiore rassegnazione nei giovani, oppure la rabbia è sempre la stessa?
R. La crisi ha sicuramente reso l’Italia un paese “post” industriale, la differenza tra classi sociali si è decisamente allargata, l’immigrazione ha causato la speculazione di alcune forze politiche a servizio del capitalismo che ha fatto leva sul razzismo per innescare un’assurda “guerra tra poveri”. Nei giovani c’è rabbia, ma la società attuale, così fondata sui social di internet, li ha resi totalmente individualisti, privi di consapevolezza di appartenenza e del tutto rassegnati all’impossibilità di cambiare il sistema attuale.

D. Avete fatto della coerenza una bandiera, avete portato avanti sempre un discorso autonomo e controcorrente, riuscendo persino ad andare a Sanremo senza snaturarvi. Credi che questa coerenza, il vostro essere fedeli ad un credo, abbia avuto un ruolo decisivo nella stima che il pubblico tributa agli Statuto? Oppure pensi che vi abbia fatto raccogliere meno di quanto avreste meritato?
R. Essere coerenti non è per noi una “bandiera” e non siamo mai stati “controcorrente” a priori. Siamo mods, alcuni Mods di piazza Statuto che suonano e usiamo la musica per diffondere il più possibile il nostro stile, le nostre idee e la nostra cultura. Da sempre lo facciamo indipendentemente dal palco o dalla situazione in cui ci troviamo ad esibirci e rimanendo integri esteticamente e ideologicamente, siamo arrivati veramente ovunque. A livello di cifre e “successo” abbiamo raggiunto livelli inaspettati rispetto alle nostre origini; ciò che ci interessa da parte del pubblico è il rispetto.

D. La nostra è una società allergica alla riflessione, restia a prendersi il giusto tempo per meditare le cose, che preferisce il consumo immediato e spicciolo all’approfondimento. In questo contesto “usa e getta”, come si colloca la proposta musicale degli Statuto, decisamente impegnata? A quale pubblico è rivolta?
R. Non credo che la nostra proposta musicale sia “decisamente impegnata”, semplicemente raccontiamo ciò che viviamo in prima persona quotidianamente, veniamo dalla strada e viviamo sulla strada e siamo a stretto contatto con problematiche sociali come la disoccupazione, razzismo, necessità di migliore sanità e scuola pubblica. Ci rivolgiamo a tutti.

D. In occasione del venticinquennale, Zighidà è stato ripubblicato anche in vinile, così come l’ultimo album di inediti, Amore di classe. Nell’epoca che stiamo vivendo, quella della dematerializzazione, il disco come oggetto tangibile ha ancora un futuro, oppure dovremo rassegnarci alla fine del supporto?
R. C’è un netto ritorno all’interesse per il disco su vinile e credo che il futuro ci regalerà qualche bella sorpresa a proposito

D. Ti consideri un uomo di successo? Come lo gestisci?
R. Se per successo intendi essere a posto con me stesso, sicuramente sì. Ma se intendi popolarità, guadagno e tenore di vita da nababbo, è evidente che non è così. Non l’ho mai cercato e mai mi è interessato, credo di non avere il necessario talento artistico e neanche una disponibilità caratteriale adeguata. A me interessa far conoscere e crescere il Modernismo, in questo sono molto orgoglioso e gratificato.

D. Quali sono i dischi che ti hanno cambiato la vita? E fra gli italiani, quali sceglieresti?
R. One Step Beyond dei Madness, Glory Boys dei Secret Affair, Beat Boys in the Jet age dei Lambrettas, Specials degli Specials e Definitely Maybe degli Oasis. Tra gli italiani apprezzo molto i cantautori storici (Guccini, Dalla, De Gregori, Ron, Venditti, Battiato, Battisti) ai quali aggiungo i Gang, i 99Posse, Caparezza e Frankie Hi-NRG.

D. Oltre che musicista, sei anche uno scrittore. Qual è il tuo rapporto con la letteratura e quali sono gli autori che ami di più?
R. No, non sono affatto uno scrittore. Il libro Il Migliore dei Mondi Possibili è una serie di racconti di storie vere di noi Mods di piazza Statuto. L’unica mia “invenzione” è Amore di Classe, scritto per realizzarci il disco concept omonimo uscito nel 2016.

D. Amore di classe, il vostro ultimo disco di inediti, è appunto un concept album. Ho notato che molti gruppi e cantautori prima o poi si cimentano in questa operazione, spesso rischiosa. Come è nata la scelta di scrivere un concept?
R. Utilizzare una storia o un tema per avere le canzoni consequenziali può rendere più fluida la composizione. Noi attraverso la storia d’amore tra due adolescenti appartenenti a classi sociali ben diverse, siamo riusciti a far emergere tematiche sociali importanti.

D. Anche se è una domanda retorica, voglio fartela lo stesso. Cosa sceglieresti tra una tormentata libertà e una tranquilla schiavitù?
R. Vorrei conoscere qualcuno che esprime preferenze usando il termine “schiavitù”…

D. Se dovessi dare una definizione di te come artista, quale useresti?
R. Un mod al servizio del Modernismo, anche con la musica. 
La formazione attuale degli Statuto; il terzo da sinistra è Oskar.