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12 febbraio 2025

"Il paese delle meraviglie" di Giuseppe Culicchia: la generazione segnata dall'odio

A rileggere un libro che ha segnato una fase della nostra vita si corre un rischio, ossia quello di smarrire la magia della prima lettura. Sarà capitato a tutti di non riuscire più a ritrovare tra le pagine di un libro amato i segni di quel vecchio innamoramento. Forse per questo non ho mai riletto Il giovane Holden, per la paura (sia pure infondata) di rimanerne deluso. Ho fatto un'eccezione per Il paese delle meraviglie di Culicchia, che un'amica mi prestò nel lontano 2004, fresco di stampa. All'epoca mi fulminò, fissato com'ero per il punk e certe controculture ribelli. Un romanzo che mi segnò più profondamente di quanto abbia mai creduto, al punto che, rileggendolo, sono rimasto assai sorpreso di ricordarlo meglio di quanto mi aspettassi. Pur con le dovute differenze, le buone impressioni sono rimaste. Se vent'anni fa lo elessi a libro cult, un vero e proprio manifesto, oggi lo considero un nostalgico ricordo di un'epoca spensierata che non c'è più.
Sorprendentemente, inoltre, la seconda lettura mi ha condotto a riflessioni che vent'anni fa non erano possibili. Se infatti era intuibile che ci fossero degli spunti autobiografici, mai avrei potuto immaginare che la figura di Alice, uno dei personaggi del romanzo, fosse modellata su quella di Walter, cugino dell'autore e protagonista di una tragica vicenda che Culicchia ha trovato la forza di raccontare solo di recente. Senza svelare troppo della trama, chi volesse approfondire questo spunto autobiografico, rinvenendo eventualmente le mie stesse impressioni, può leggere il recente Il tempo di vivere con te.
In parole semplici, Il paese delle meraviglie è la storia di un'amicizia, profonda e sincera come può nascere solo in adolescenza, quella tra l'io narrante Attilio (detto Attila) e Francesco Zazzi (detto Franz). Quest'ultimo è un personaggio che difficilmente può essere dimenticato: quindici anni, sguardo azzurro pazzo, jeans fulminati dalla candeggina, chiodo e t-shirt con slogan scritti a biro risalenti al ventennio fascista. Franz infatti si dichiara neofascista, eppure il suo atteggiamento da immarcescibile poser ce lo fa amare sin dalle prime pagine. Coi suoi eccessi e la sua coerenza, Franz è l'amico che tutti in adolescenza avremmo voluto avere: folle, energico, fedele ai suoi ideali (per quanto discutibili), menefreghista, sciolto dai vincoli della buona società, malinconicamente anarchico nel profondo.
Le avventure di Attila e Franz nel corso di un intero anno scolastico, assieme a un incredibile numero di comprimari, sono il cuore pulsante della vicenda. Eppure Il paese delle meraviglie è anche qualcosa di più, perché attraverso la storia dei due amici Culicchia dipinge un impietoso ritratto dell'Italia alla fine degli Anni settanta, schiacciata tra il sogno del benessere e l'incubo del terrorismo e degli opposti estremismi. Il romanzo è infatti ambientato nel 1977 e sebbene i due amici vivano in un piccolo comune della provincia piemontese, gli echi del mondo si fanno sentire forte e chiaro, con la lotta politica, il punk, i Ramones e i Sex Pistols, la droga, la lotta senza tempo tra progressisti e conservatori. Il paese del titolo è l'Italia profondamente provinciale e bigotta in cui i due protagonisti hanno la ventura di vivere; una nazione incapace di spiccare veramente il volo, dilaniata com'è dalle opposte ideologie, siano esse politiche, sociali o religiose. In questo clima si consuma l'adolescenza sofferta di Franz e Attila, il primo troppo eccentrico per poter sopravvivere nella buona società, il secondo costretto a crescere troppo presto e a mettere i sogni nel cassetto. Non a caso il libro si conclude con la frase «io odio tutti», che non ha tuttavia l'ironico significato di un certo anarchismo punk, ma va intesa proprio in senso letterale. Arduo persino parlare di un romanzo di formazione, se così stanno le cose, in quanto il punto di approdo non è la crescita, ma un doloroso e invincibile disincanto.
Il libro di Culicchia ha segnato molti della mia generazione e di quella immediatamente precedente, come ho avuto modo di appurare confrontandomi con alcuni amici. E chiunque l'abbia letto, nessuno escluso, a distanza di anni ancora ricorda il pugno nello stomaco delle pagine finali.

26 ottobre 2024

"Cowboys & Indians" di Joseph O' Connor: l'impietosa giovinezza

Acerbo è forse l'aggettivo più adatto per descrivere con un'unica parola il romanzo d'esordio dell'irlandese O' Connor, edito nel 1991, quando lo scrittore aveva soltanto ventotto anni. Ciò non significa affatto che sia un cattivo romanzo; anzi, la storia è molto coinvolgente, i personaggi sono decisamente credibili e lo stile è colloquiale senza rinunciare a qualche slancio lirico. Tuttavia, pur emergendo le tracce del futuro scrittore di razza, qualche ingenuità e forzatura nella trama tradiscono l'essere un romanzo d'esordio. Il che non è necessariamente un male; anzi, è il segno di una libertà compositiva che spesso col tempo si tende a perdere, pur di inseguire i gusti del pubblico e i desiderata delle case editrici.
Eddie Virago, il protagonista, della rockstar ha solo il nome e i sogni di grandezza. Punk della prima ora con tanto di cresta da mohicano, a ventiquattro anni decide di lasciare la natia e sonnolenta Dublino per cercare fortuna a Londra. Siamo nei primi anni Ottanta, l'Irlanda del Nord è nel pieno dei Troubles e l'eco della guerriglia si fa sentire anche nella Repubblica, dove molti sono i nazionalisti e sostenitori dell'I.R.A. Eddie però ha in testa solo la musica e vede Londra come il centro di ogni cosa, il luogo dove i suoi sogni di successo potranno diventare realtà. Sul traghetto che lo porta in Inghilterra conosce Marion, una ragazza dell'Ulster con cui inizierà una tormentata e torbida relazione, consumata nelle stanze di un sordido albergo della Capitale gestito da un affabile indiano. La loro storia d'amore, sebbene non sia proprio corretto definirla tale, è il fulcro incontro a cui ruota l'intreccio.
Cowboys & Indians è un romanzo che vorrebbe inglobare in poco meno di trecento pagine tutta la potenza incendiaria della giovinezza, la sete di vita e di obiettivi – spesso irraggiungibili – che caratterizza l'età più verde. Eddie e Marion, però, mancano proprio della freschezza della gioventù. Più o meno dipendenti dall'alcool e dalle sostanze, tormentati da un demone innominato, rosi dall'instabilità emotiva, portano addosso e nell'anima i segni di profonde cicatrici che provano a nascondere proiettandosi nell'altro, da cui cercano una risposta alle proprie domande insolute. Il loro è un rapporto tossico sin dalle prime fasi e O' Connor ne è l'impietoso cronista.
I personaggi del romanzo fanno parte di una generazione perduta, al pari di quella beat che l'ha preceduta, o forse reduce da una sconfitta persino più grande. Se infatti i beat trovavano nella musica, nella droga e nell'impegno politico delle vere e proprie ragioni di vita, la generazione post-punk descritta da O' Connor patisce il riflusso delle ideologie, è decimata dall'eroina e ascolta un genere (il punk appunto) che già nel nome si autodefinisce come musica da due soldi, di scarso valore. Eddie ne è il prototipo: arrabbiato col mondo ma privo di un'ideologia di riferimento, vuole essere underground a tutti i costi ma in fondo anela al successo. Anche il rapporto con Marion vive di questa ambivalenza: maledice il giorno in cui l'ha incontrata, eppure quando lei non c'è ne sente visceralmente la mancanza. I protagonisti e tutte le figure di contorno sono personaggi non risolti, alla ricerca di qualcuno o qualcosa in cui possano identificarsi. Per O' Connor il romanzo diventa anche un'occasione per lanciare appuntiti strali contro i suoi connazionali, quegli irlandesi che desiderano fuggire dalla terra natale ma poi, una volta a Londra, non rinunciano a frequentare i medesimi pub e a consumare pinte di Guinness nell'illusione di trovarsi ancora a casa.
Il libro a qualcuno potrebbe sembrare un relitto storico, se pensiamo a come le nuove generazioni siano cambiate nell'arco di soli trent'anni. La musica ad esempio, in uno con l'avanzare del digitale, ha perso la centralità che aveva per chi è nato fino ai primissimi anni Novanta. Eddie dunque è figlio della sua epoca e forse oggi non c'è più spazio per i suoi capelli alla mohicana. Cowboys & Indians è un romanzo che può essere apprezzato da chi ha fatto proprio il manifesto del "no future": crudo e doloroso, non lascia spazio alla speranza, come prova il drammatico finale.

31 luglio 2024

La rabbia giovane dei Superchunk

Ci sono dischi che suonano così familiari che già al primo ascolto sembra di conoscerli da una vita. Di solito sono quegli album non troppo impegnativi che ricordano un'adolescenza sofferta, divisa tra gli abortiti sogni di sovversione e il comodo rifugio del conformismo. Sono dischi che profumano delle estati degli anni Novanta, forse le ultime vissute nell'anestesia di un apparente benessere. Questo è l'effetto che mi ha fatto No Pocky for Kitty (1991), secondo LP degli americani Superchunk, comprato di recente sebbene risalga a più di sei lustri fa. Di loro avevo sentito qualcosa nell'epoca d'oro di MTV e Videomusic, ma non avevo mai approfondito e il ricordo era via via sbiadito. Avendoli persi di vista, ero convinto fossero scomparsi e invece, vagando sulla rete, ho scoperto che sono vivi e vegeti e non hanno perso né smalto né energia.
No pocky for Kitty è indubbiamente figlio della sua epoca, eppure la straordinaria energia liberata in poco più di trenta minuti lo rende tuttora validissimo, a modo suo un piccolo gioiello di culto. Fu registrato in soli tre giorni sotto la sapiente guida del produttore Steve Albini; la formazione comprendeva il cantante e chitarrista Mac McCaughan, il secondo chitarrista Jim Wilbur, la bassista Laura Ballance e l'energico batterista Chuck Garrison.
Dodici tracce di puro punk rock, un impenetrabile muro chitarristico tuttavia mediato da uno spiccato gusto per la melodia. Si potrebbe anche parlare genericamente di rock alternativo, eppure ritengo che il concetto di punk revival sia più azzeccato ed esaustivo. Il tutto sparato a mille con una furia incontenibile, o sarebbe meglio parlare di un'urgenza espressiva, una rabbia giovane che li accomuna ad altre band di culto come Minutemen, Dinosaur Jr. o Fugazi.
Il trittico iniziale lascia senza fiato: Skip steps 1 & 3 è una bella botta d'energia, ma il livello si alza con gli intrecci delle due chitarre di Seed toss e soprattutto con il furore primitivo di Cast iron, che si può ammirare anche in una recente versione live presente su YouTube. È questa la migliore traccia del disco, l'inno di una gioventù dal temperamento sognante, ribelle e incompresa.
«Don't get uppity with me,
I see things that you never see,
I've been seeing them for years,
let me whisper in your ear.
I'll tell you from my front porch,
I'll tell you from my cast iron chair,
I'll tell you about my visitors,
I only wish you were there, well.»
Da segnalare anche Punch me harder, l'iconica Sprung a leak e l'intensa 30 Xtra, tutte sparate a volumi altissimi, con la voce adolescente di Mac che a fatica si fa strada nell'impenetrabile muro di suono. Le altre tracce sono trascurabili, sebbene di fatto l'album non conosca cali di tensione, tra bordate di chitarra e una sezione ritmica che non perde un colpo. Pur non essendo canzoni che brillano per originalità, nondimeno offrono un esaustivo spaccato di quella scena americana indipendente che nei primi anni Novanta ha gettato le basi di un punk revival con significativi riscontri commerciali e di critica.
Mac McCaughan e Jim Wilbur hanno raccontato alcuni aneddoti curiosi sulla realizzazione del disco. Stavano ancora scrivendone i pezzi quando intrapresero il loro primo tour nazionale, a zonzo per gli Stati Uniti sopra un vecchio furgone. L'accordo con la casa discografica prevedeva che avrebbero registrato i brani una volta tornati a Chicago. I soldi però erano pochi, così come il tempo a disposizione per avvalersi di un mostro sacro come Albini. Fu così che l'album fu registrato e mixato in sole tre notti alla Chicago Recording Company. Ha ricordato in proposito Mac: «lavorammo per tre notti dalle sei di sera alle sei di mattina per ottenere una tariffa più vantaggiosa, uscendo dallo studio di tanto in tanto per comprare biscotti e birra di radice per Mr. Albini». Conferma tutto l'altro chitarrista Jim Wilbur che, ammalatosi di un'infezione bronchiale nel corso del tour, si presentò a Chicago in condizioni fisiche precarie. Riguardo ai tempi strettissimi per l'incisione, ha rivelato che «è difficile crederlo oggi, ma ai tempi non sembrava poi una cosa da pazzi fare le cose in quella maniera». La registrazione non perfetta conferma quanto narrato dai due, ma non è necessariamente un difetto in un'opera punk. Anzi, il disco è uscito ruvido al punto giusto, d'impatto, sincero e grezzo com'è da sempre la rabbia giovanile
In definitiva, No Pocky for Kitty è un album poco noto che tuttavia andrebbe recuperato, anche (ma non solo) per l'inevitabile "effetto nostalgia" su quanti sono nati a cavallo tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli Ottanta. Dentro potranno trovarvi il ritmo della loro adolescenza, oppure quei suoni che già da bambini ne hanno orientato i gusti futuri.
La copertina e una foto interna del disco

24 giugno 2024

Federico Fiumani, la solitudine è il privilegio della libertà

Tra gli appassionati è tuttora aperto il dibattito se i Diaframma siano preferibili con o senza Miro Sassolini, l'inconfondibile voce che ha impreziosito gli anni Ottanta della band toscana. Se Siberia, Tre volte lacrime e Boxe sono ricordati come vette della new wave italica, lo si deve anche alla capacità di Miro di interpretare gli splendidi testi di Fiumani, merito di una voce tra le più intense del panorama tricolore di quegli anni. Come sa bene chi conosce a fondo la discografia del gruppo, Boxe (1988) si chiudeva con Caldo, cantata da Fiumani a voler testimoniare un doloroso ma ineludibile passaggio di consegne. La sua voce "asimmetrica", come l'ha definita Brizzi in Jack Frusciante è uscito dal gruppo, è da oltre trent'anni un vero e proprio marchio di fabbrica. La si ama o la si odia, tertium non datur.
Dopo la rottura con Sassolini, Fiumani si era messo alla prova con l'EP Gennaio, contenente due tra le sue canzoni più amate dal pubblico: l'omonima che dà il titolo al mini-album e L'amore segue i passi di un cane vagabondo. Ma mentre Gennaio serviva per scaldare i motori, nel 1990 usciva il primo long playing dei rinnovati Diaframma, intitolato non a caso In perfetta solitudine. La formazione che lo incise era a tre: Fiumani alla chitarra e voce, Massimo Bandinelli al basso e Fabio Provazza alla batteria. L'appoggio di una grande casa discografica come la Ricordi, oltre alla produzione di Vince Tempera, dimostrava l'ambizione del progetto. Peraltro, è storia arcinota il rifiuto di Fiumani di partecipare al Festival di Sanremo con un brano più commerciale, evento che riportò il gruppo nell'underground, di cui è tuttora uno degli alfieri.
Tornando a In perfetta solitudine, già il titolo dà l'idea di una ripartenza, se non addirittura di una rinascita. Abbandonate le dinamiche da band, Fiumani abbracciò una dimensione più cantautoriale, tanto che spesso si è parlato di "cantautorato rock". Una solitudine perfetta perché ha dato al musicista la giusta concentrazione per reinventarsi e intraprendere strade che la dimensione della rockband non consentiva di affrontare. Non a caso, qualche anno dopo, in una canzone poco nota intitolata Francesca, 1986, Fiumani ha ricordato il sofferto periodo che precedette lo scioglimento della formazione storica.
«All'epoca facevo un disco che doveva intitolarsi Falso amore. E stavo sempre in mezzo a gente che adesso non mi va nemmeno di nominare.»
In perfetta solitudine è composto da tredici tracce, di cui almeno sei sono diventate nel tempo veri e propri classici dei concerti dei Diaframma. Per quanto riguarda il suono, la stagione new wave è definitivamente alle spalle: abbandonati i toni plumbei di Siberia e la furia di Tre volte lacrime, Fiumani mostra la sua vena più cantautoriale. Non mancano le cavalcate elettriche (Trecento balene, Diamante grezzo), sebbene il suono appaia più smussato rispetto al passato. In canzoni come Il portiere e Beato me, ad esempio, funziona bene la combinazione voce e chitarra acustica, benché il nostro non abbia un'intonazione particolarmente "educata". Il vecchio amore chiamato punk non è tuttavia dimenticato, come dimostrano il finale di Verde e il piglio deciso del cantato di Io amo lei. Quest'ultima è, a mio avviso, una delle più originali canzoni d'amore scritte in Italia, grazie a un testo mai banale e particolarmente profondo.
«Io amo lei, non tutti gli uomini che ha avuto per dare un senso al suo passato.»
Brutto orso è un pezzo sul pugilato, altra grande passione del chitarrista toscano. Risalta un verso che è la dichiarazione di intenti di un artista che non si è mai venduto al mercato e ha protetto gelosamente la propria libertà, a costo di essere messo ai margini del giro che conta.
«E se perdo, voglio farlo come dico io!»
Fiumani dimostrò concretamente di voler percorrere fino in fondo la propria strada due anni dopo, quando diede alle stampe il disco autoprodotto Anni luce, in cui, finalmente libero dai legacci di una major, tracciò ancora meglio i confini del cantautorato punk-rock che ha orgogliosamente portato avanti fino ai giorni nostri. In perfetta solitudine è pertanto un disco di transizione, ma sarebbe un errore sottovalutarlo. Ritengo infatti che sia un ottimo album, come dimostrano le felici intuizioni presenti anche nelle tracce meno note. Si ascolti in proposito Io ho freddo adesso.
«Lei era bella, ma bella davvero, e allora sai perché quando venni, venni dentro di me.»
Arrivato alla fine della recensione, mi rendo conto di non essere riuscito nell'intento propostomi, ovvero dare un'idea più precisa dello stile musicale dei primi Diaframma post Sassolini. E allora, è sufficiente dire che In perfetta solitudine è la colonna sonora di una giovinezza orgogliosa e sofferta, il canto di un'anima alla conquista dell'agognata emancipazione, dopo essere stata a lungo in gabbia. D'altronde, come scriveva Gian Piero Bona, «la solitudine non è sempre una rinuncia, può essere il privilegio della libertà».

6 marzo 2024

Le suggestioni d'oltremanica dei Frigidaire Tango

Parlare dei Frigidaire Tango significa tornare alle origini della new wave nostrana, prima ancora che nascesse il fenomeno del "rock italiano cantato in italiano" che vide tra i principali esponenti Diaframma e Litfiba. Qualche anno prima, siamo agli inizi degli Ottanta, la musica tricolore si era aperta alle suggestioni d'oltremanica, come già era accaduto nei due decenni precedenti. Se il beat e il progressive furono infatti importati dalla terra d'Albione dando vita a interessanti e originali progetti autoctoni, il punk della prima ora aveva appena sfiorato la penisola. Con la new wave, invece, si può parlare nuovamente di una scena italiana, di cui i Frigidaire Tango furono precursori e protagonisti, al punto da condividere il palco persino coi Sound del compianto Adrian Borland. Originari di Bassano del Grappa, diedero alle stampe solamente un 33 giri (The cock, 1981) e un EP (Russian dolls, 1983). Quest'ultimo contiene Recall, il loro brano più celebre che fu presentato persino in RAI, recentemente riproposto nella traduzione italiana da Giorgio Canali nel suo album Perle per porci. Ho parlato di traduzione perché i Frigidaire Tango cantavano in inglese, al pari di gruppi mitici come Chrisma, Neon e Gaznevada. Scioltisi qualche anno dopo, si sono poi riformati dando alle stampe nel 2009 un disco di inediti cantato in italiano, L'illusione del volo. Ma l'interesse nei loro confronti si era risvegliato già tre anni prima con la pubblicazione di un cofanetto contenente tutta la produzione, The freezer box. L'album di esordio di cui voglio parlare, The cock, è stato invece ristampato in LP nel 2013 dalla Spittle Records, per cui è facilmente reperibile.
Prima di analizzarlo, bisogna partire dal contesto. Come raccontato dagli stessi musicisti in un'intervista disponibile su Vice, in quegli anni non era facile pubblicare un disco, soprattutto perché nell'epoca dell'analogico la registrazione aveva costi proibitivi. Ciononostante, il gruppo veneto ottenne la fiducia di una piccola etichetta indipendente, la Young Records. Il risultato fu eccellente, tanto che The cock è un album che può ancora dire molto a oltre quarant'anni dalla sua uscita. Registrato al Button Studio tra la primavera e l'autunno del 1981, vede Charlie "Out" Cazale alla voce, Steve "Hill" Dal Col alla chitarra, Mark Brenda alle tastiere, J.M. Le Baptiste alla batteria, nonché il bassista uscente (Steve "Elbow" Gomero) e il nuovo Dave Nigger. Il disco è inoltre impreziosito dal sassofono di Alex Strax. Come è evidente dagli pseudonimi, l'Inghilterra era l'immancabile punto di riferimento. Il suono di The cock ricorda infatti i grandi nomi del post punk: Stranglers e Magazine per l'uso delle tastiere, Joy Division per le atmosfere, e ancora The Sound, Ultravox, i primi XTC.
Il basso prepotente che apre Dangerous echo indica subito la via. Ritmo incalzante e bordate di chitarra su un tappeto di tastiere: così si presenta la band nei primi solchi di The cock, in perfetto stile new wave. Nella successiva Anytime you dress so fine fa addirittura capolino un sassofono, mentre Blue & pink è un raffinato gioiellino synth-wave con una meravigliosa coda pianistica su cui si innesta la chitarra lancinante di Dal Col. Push a me ricorda la coeva The fire dei Sound: una traccia furiosa e veloce come da tradizione punk. La prima facciata si chiude con le atmosfere rarefatte di A citizen came, altro brano degno di nota. Resterà sorpreso chi pensi che il lato B sia inferiore, come spesso accade negli album d'esordio. Invece, a parte un paio di riempitivi, il livello si mantiene alto. La strumentale I'm faster non avrebbe sfigurato in dischi inglesi ben più celebri: la furia chitarristica ammansita dal tappeto di tastiere la rende un ideale anello di congiunzione tra passato e "nuova onda". Black curtains è la mia preferita; ricorda qualcosa dei Magazine di Howard Devoto ed è impreziosita da un bell'assolo finale di Dal Col che sembra quasi John McGeoch. La conclusione è affidata all'omonima Frigidaire tango, una sorta di "tango elettronico" che vira verso la musica industriale.
Dopo ripetuti ascolti posso confermare che The cock è davvero una gemma nascosta che avrebbe meritato ben altra fama. Qualche ingenuità c'è, ma dobbiamo pensare che i ragazzi di Bassano erano giovanissimi e si approcciavano a un genere che in Italia era ancora agli albori. L'ispirazione dei gruppi inglesi si sente, tuttavia The cock non è derivativo; anzi, sorprende l'ascoltatore per originalità e compiutezza del progetto. Ai Frigidaire Tango si deve molto di più rispetto a quanto abbiano raccolto, come dimostra il fatto che abbiano suonato con Adrian Borland. Questo 33 giri non può mancare in un'ideale classifica dei cento migliori dischi di rock italiano.
Copertina e retro di The cock (ristampa Spittle Records del 2013)

13 febbraio 2023

Gli anni perduti del Consorzio

C'è stato un tempo, non troppo lontano, in cui i dischi si compravano dopo averne letto la recensione su una delle tante riviste di settore che affollavano le edicole. E il recensore doveva essere bravo, così abile da darti un'idea dell'album attraverso una sapiente miscela di termini tecnici e ardite metafore. I più fortunati registravano i videoclip che passavano su Videomusic, Tmc2 o MTV, ma bisognava conoscere bene la programmazione, considerato che i brani venivano trasmessi più o meno nella stessa fascia oraria. Ricordo di aver conosciuto gli Afterhours attraverso il videoclip di Voglio una pelle splendida, oppure di aver acquistato The blue moods of Spain dopo un'entusiastica recensione sul Mucchio selvaggio.
La prima volta che ascoltai il Consorzio Suonatori Indipendenti avevo poco più di dodici anni. Era la fine del 1997, forse i primi mesi del 1998: in televisione passava spesso il videoclip di Forma e sostanza, il brano che diede al gruppo un improvviso e inaspettato momento di celebrità. Una fama non cercata né desiderata, tanto che si sciolsero poco dopo: "addio C.S.I., travolti dal troppo successo", recitava un ritaglio di giornale che dovrei aver conservato da qualche parte. Tornando al videoclip, fui colpito da Giovanni Lindo Ferretti, così diverso da tutti gli altri cantanti per l'aspetto ascetico e la voce salmodiante come quella di un mistico. E subito mi entrarono nella testa quei versi, mai più dimenticati.
«Conosco le abitudini, so i prezzi, e non voglio comperare né essere comprato.»
Sono molto legato ai C.S.I. e non solo perché li reputo tra i più grandi gruppi del rock cantato in italiano. Mi ricordano il periodo felice in cui acquistare un disco era ancora un salto nel buio. Internet era per pochi "avanguardisti" e non c'era modo di ascoltare un album senza acquistarlo, salvo qualche evento particolare. Ricordo ad esempio che i Litfiba nel 1999 presentarono Infinito durante una serata speciale su Radio 2, trasmettendo tutti i pezzi. Oggi invece si può conoscere il disco prima ancora di prenderlo; anzi, spesso l'ascolto è propedeutico all'eventuale acquisto. Forse è comodo, ma si è persa la magia del primo ascolto al buio.
I C.S.I. sono stati un gruppo sui generis. Anzi, non sono stati un gruppo nel senso classico del termine. È il loro punto di forza, per quanto possa apparire insolito. Non si è mai riflettuto abbastanza sul nome, scelto con grande cura. Ogni parola ha un chiaro significato: "consorzio" nel senso di associazione volontaria non dirigistica, la parola "suonatori" più ampia e onnicomprensiva di quella di "musicisti", l'indipendenza a voler intendere l'assenza di programmi a lungo termine. Più personalità avvinte in un progetto libero, mutevole nelle scelte e negli intenti, non legato a contratti né alle logiche del mercato. Identità diverse eppure complementari: le chitarre disturbate di Canali e quelle melodiose di Zamboni, il basso di Maroccolo che non necessita di aggettivi, le intuizioni alle tastiere di Magnelli e la perfetta sincronia delle voci di Ferretti e Ginevra Di Marco. Questo ensemble, durato meno di un decennio, ha partorito tre straordinari album in studio tra i migliori mai prodotti in Italia, oltre a due dischi dal vivo e una compilation in due volumi. Il primo album, Ko de mondo (1994), è un potente crogiolo di stili e linguaggi diversi. C'è dentro il punk (Celluloide), la canzone d'autore (Del mondo), la ballata rock (In viaggio), fascinazioni elettroniche (Occidente) e brani monumentali che si lasciano apprezzare alla distanza (Memorie di una testa tagliata). Il successivo del 1996, Linea gotica, è il disco più politico e poetico. Ricordo che lo acquistai nel 1998 pagandolo la bellezza di 27.000 lire. Al primo ascolto fu decisamente ostico: avevo tredici anni ed ero legato all'idea che rock equivalesse a fare rumore. In Linea gotica, invece, è quasi assente la batteria e le canzoni si assestano su toni soffusi e dilatati. E poi c'è L'ora delle tentazioni, uno di quei pezzi che necessitano di più ascolti per essere compresi, assimilati e infine amati. Nove minuti pazzeschi che iniziano in sussurro e terminano in un'orgia di chitarre distorte, con due voci stupende che si rincorrono.
«La casa, la chiesa, a modo e per bene, campana che suona, la notte che viene. [...] Scaldano le braccia del peccato, scaldano il freddo del firmamento.»
Tabula rasa elettrificata (1997) segnò un ulteriore cambiamento di registro. Ispirato a un viaggio in Mongolia di Ferretti e Zamboni, è un disco perfetto dalla prima all'ultima traccia. Brani come Ongii, Bolormaa e Gobi profumano d'Oriente, Vicini è un'epopea rock di rara potenza, Mimporta 'nasega è un manifesto, Braci e Accade sono ispiratissime.
È da quando ho aperto il blog che avrei voluto scrivere qualcosa sui C.S.I. Una recensione no, perché ne è piena la rete; di giudizi critici invece non ne sarei capace e molti più autorevoli di me li hanno già espressi. Alla fine sono uscite queste poche righe, un guazzabuglio di ricordi, pensieri e nostalgie. Niente di originale, lo riconosco: frammenti di uno scorcio finale degli anni Novanta, di un periodo solitario, curioso, sereno, conflittuale e drammatico come lo sono tutte le adolescenze. I C.S.I. sono stati una parte della colonna sonora di quegli anni perduti, assieme a Litfiba, Negrita, Diaframma, Timoria, CCCP e Marlene Kuntz, per limitarmi a band nostrane. Di musica ne ho ascoltata e acquistata molta anche dopo, eppure niente è riuscito più a regalarmi quel sapore di scoperta di un mondo nuovo. O meglio, ci sono riusciti i Sound di Adrian Borland, ma questa è un'altra storia.

Una mia personale classifica dei migliori brani del Consorzio
10. Tutti giù per terra
9. Celluloide
8. Minporta 'nasega
7. Memorie di una testa tagliata
6. Linea gotica
5. Sogni e sintomi
4. Bolormaa
3. Ongii
2. Vicini
1. L'ora delle tentazioni
Il gruppo sul retro di Ko de mondo

7 agosto 2022

Suonare la rivoluzione: "Entertainment!"

L'aggettivo “seminale” viene ampiamente utilizzato da riviste e siti musicali per definire quei dischi o gruppi che hanno precorso i tempi. Sono seminali gli album che hanno circostanziato i canoni di un genere, oppure sono stati di spunto per altri artisti o movimenti. L'aggettivo a volte è abusato, al punto che vi è chi si rifiuta categoricamente di utilizzarlo. La verità, come sempre, sta nel mezzo: se è vero che spesso si abusa di tale definizione, vi sono casi in cui calza a pennello.
Si consideri Entertainment!, il primo disco degli inglesi Gang of Four. Era il 1979 e il punk sembrava già morto e sepolto, sebbene fossero passati poco più di tre anni dalla sua esplosione. Serviva un suono nuovo che sapesse prendere quanto di buono e innovativo aveva regalato la stagione del punk e al tempo stesso ne fosse un superamento. Bisognava abbandonare la logica di chi pretendeva che non fosse necessario saper suonare per fare buona musica, senza tuttavia tornare alle elaborate orchestrazioni del periodo progressivo. Questa scena innovativa fu chiamata semplicemente new wave, la nuova onda. Il passaggio dai Sex Pistols ai Joy Division non fu però immediato, com'è naturale. Ci furono sperimentazioni che produssero risultati eccelsi, come i grandi Magazine di Devoto. I Gang of Four rientrano in questo clima di transizione. Si costituirono a Leeds e la formazione originaria comprendeva Dave Allen al basso, Jon King alla voce, Andy Gill alla chitarra e Hugo Burnham alla batteria. Entertainment!, il loro esordio, è puro post-punk, un tentativo ottimamente riuscito di proiettarsi verso il futuro.
Non è un caso che il progetto conti autorevoli estimatori. Michael Stipe dei R.E.M. ha dichiarato che "Entertainment! ha fatto a pezzi tutto quello che era venuto prima", mentre per Tad Doyle dei TAD "è stato il disco che ha cambiato la mia vita […]; io stesso suonavo in una cover band dei Gang, ci chiamavamo Red Set". Ancora più entusiastiche le parole di Flea, bassista dei RHCP: "ha cambiato completamente il mio modo di concepire il rock e ha fatto nascere la mia fissazione per il basso".
Entertainment! è di base un disco punk, ma le canzoni sono più dilatate rispetto ai canonici due-tre minuti che caratterizzano il genere. Del punk vengono riprese le bordate di chitarra, affilate come lame di rasoio. Il suono dei Gang of Four è tuttavia "sporcato" da chiare influenze reggae e funk, al punto che vi è chi ha parlato di funk-punk. Il loro stile a tratti ricorda qualcosa dei Clash di London calling e Combat rock, con una differenza di fondo: mentre il gruppo di Joe Strummer nei dischi citati superava definitivamente i dettami del punk, i Gang of Four invece seguivano il genere come fosse la stella polare, pur non rinunciando all'ambizioso progetto di farlo evolvere in qualcosa di diverso e più completo. Al tempo stesso, si differenziavano anche da band come The Redskins, troppo derivativi o comunque debitori di Bob Marley & co. Per il gruppo di Leeds è dunque riduttivo parlare di funk o reggae. Si ascoltino in proposito Not great men, I found that essence rare e la celebre Damaged goods: se pure si rinvengono chiare influenze, bisogna ammettere che le bordate di chitarra di Gill e il basso prepotente di Allen creano un sound riconoscibile tra mille. E ancora, degni di nota sono il reggae sporco di Contract, l'incedere sincopato dell'iniziale Ether, nonché la grandiosa sezione ritmica di Natural's not in it. Il disco è un continuo dialogo tra passato e futuro: c'è dunque posto per il taglio quasi psichedelico di Return the gift, così come per il sintetizzatore di 5.45, il brano più new wave dell'album. Sebbene ci siano pezzi più orecchiabili, il capolavoro è la compassata Anthrax, un brano cupo e disturbato che chiude magistralmente il disco.
Un'altra peculiarità è nei testi. Già il nome del gruppo tradisce una precisa matrice ideologica: la Banda dei Quattro era infatti il nome dato a quattro politici cinesi dei tempi della Rivoluzione culturale, arrestati subito dopo la morte di Mao. I Gang of Four volevano veicolare un messaggio politico di stampo marxista attraverso la loro musica; i testi delle canzoni sono dunque lo strumento per lanciare veri e propri slogan contro la società occidentale e consumistica.
Entertainment! è un disco rivoluzionario per suono e contenuti, l'anello di congiunzione tra i riff selvaggi del punk e le raffinate divagazioni della nuova onda. Per questo e tanti altri motivi è un LP che non può mancare in una collezione che si rispetti.

22 febbraio 2022

"Words from the front", Verlaine fedele alla linea

Registrato al Blue Rock Studio di New York, Words from the front (1982) è il terzo album da solista di Tom Verlaine, dopo l'eponimo esordio nel 1979 e Dreamtime del 1981. Il disco è composto da sole sette tracce, tutte scritte dall'ex chitarrista dei Television, che ne ha curato anche la produzione. Ridotto il parterre dei collaboratori: Thommy Price alla batteria, Joe Vasta al basso e Jimmy Ripp alla seconda chitarra. Da segnalare, in Clear it away, la presenza di due ospiti d'eccezione come Jay Dee Daugherty, già batterista di Patti Smith, e Fred Smith al basso, vecchio compagno coi Television.
Words from the front è un disco che ha dato luogo a giudizi discordi, tra chi lo considera ripetitivo di schemi già sentiti nei precedenti album e chi invece lo ritiene un gradino sopra, un ulteriore perfezionamento di una tecnica personale e raffinatissima. Come spesso accade, la virtù sta nel mezzo. È indubbio che Verlaine le cose migliori le abbia fatte coi Television; non a caso, Marquee moon è un disco epocale e rivoluzionario, uno dei pochi che davvero possano definirsi seminali. Liberato dai lacciuoli che inevitabilmente ci sono in una band, il chitarrista statunitense ha cercato di seguire una propria strada senza tuttavia rinnegare il passato. Il risultato sono dischi da solista in cui emerge incontrovertibilmente quanto lui fosse la mente e il deus ex machina dei Television, il cui discorso prosegue idealmente anche dopo lo scioglimento. In Words from the front si alternano le due anime di Tom, diviso tra un passato ingombrante ma di successo e un futuro tutto da scrivere, senza tuttavia abbandonare gli stilemi di una tecnica chitarristica riconoscibile tra mille. E così, mentre il lato A richiama con ogni evidenza il recente passato, la seconda facciata è un coraggioso salto nel vuoto.
Il disco si apre con Present arrived, dall'incedere quasi funk, che si fonda sulla ripetizione ossessiva dello stesso giro di accordi a creare un effetto straniante. Da segnalare il gran lavoro alla batteria di Thommy Price, che di lì a poco sarebbe entrato nella band di supporto a Billy Idol. La successiva Postcard from Waterloo è un gioiello che ricorda smaccatamente le cose migliori a marchio Television, con un testo ricco di simbolismi. True story è un altro gran bel pezzo dalle atmosfere new wave: un tappeto essenziale di basso e batteria su cui si stagliano le scariche elettriche della chitarra. Il lato B si apre con la canzone che dà il titolo all'album. Qui, più che altrove, Tom mette in mostra le sue doti: il cantato passa in secondo piano, diventa quasi recitazione, mentre la chitarra si prende la scena con fraseggi puliti e due meravigliosi assoli. Coming apart è invece un mero intermezzo, che prepara il maestoso finale. Days on the mountain ci regala nove minuti di cavalcata nella mente di Tom. Stavolta la sua chitarra si eleva sopra un soffice tappeto elettronico, in un'esecuzione impeccabile, perfino leziosa. Qui siamo ben oltre il punk: è un pezzo di algida perfezione teutonica, dove tutto combacia senza strappi nonostante la lunga durata. Verlaine si muove con circospezione in un terreno ancora inesplorato, rimanendo però sempre fedele alla linea. C'è sperimentazione e innovazione, ma l'impressione è che tutto sia magnificamente sotto controllo.
Già solo il fatto che si tratta di un album di Tom Verlaine dovrebbe essere sufficiente per spingerci all'ascolto. Le intuizioni non mancano e ci sono almeno tre/quattro pezzi che meritano, su tutti la title track. Il vinile a suo tempo venne stampato anche dalla Virgin italiana, per cui si trova a prezzi più che accessibili. Ne consiglio l'acquisto, ma solo a chi ha già avuto modo di apprezzare i mitici Television.

25 dicembre 2021

"So alone": dove il mare è più profondo

La strada del rock è disseminata di eroi belli e dannati, crollati ai margini dopo una vita di genialità e dissolutezza. John Anthony Genzale, in arte Johnny Thunders (1952-1991), è uno di loro e la sua vicenda di eccessi è emblematica. Johnny era il ragazzo introverso e sensibile, il fragile dallo sguardo stralunato, il tossico, il cattivo esempio, il malinconico divorato da un demone autodistruttivo, l'italo-americano con un adesivo della Madonna sulla chitarra. Johnny era l'abisso dove il mare è più profondo. E forse, anche per questo, è uno a cui non si può non volere bene. Come ha scritto Ira Robbins di Trouser Press, Thunders era un «punk di strada […], un uomo che viveva la musica come se fosse l'unica cosa davvero importante, uno che per la musica si è sacrificato in un fatale rituale di sangue». L'esordio fu con i New York Dolls, gruppo all'avanguardia e dissacratore che ha sotterrato definitivamente l'epoca d'oro del glam, forte di un'attitudine che anticipava il punk. Oltre a Genzale, in quella band di squinternati militavano David Johansen, Sylvain Sylvain, Jerry Nolan e Arthur Kane. Lasciate le bambole di New York dopo due LP, il nostro fondò gli Heartbreakers con Walter Lure, suo amico di eccessi. Tra i principali esponenti della scena punk americana, gli Heartbreakers pubblicarono L.A.M.F., lavoro fulminante ed epocale nonostante la bassa qualità della registrazione.
Chiusa anche questa esperienza, Thunders iniziò nel 1978 la sua altalenante carriera solista, dando alle stampe So alone. Il disco fu registrato in sole tre settimane e pubblicato in Inghilterra il 6 ottobre del 1978: è un album vario, composto in egual misura da intense ballate, covers dei Dolls, rivisitazioni rockabilly e infuocate cavalcate punk. Lo stesso artista ne raccontò la genesi in un'intervista rilasciata alla fanzine Trouser Press: «avevo sempre avuto un repertorio di canzoni lente, che gli altri Heartbreakers non volevano suonare; ho sempre voluto farle, ma a Jerry non piaceva suonare pezzi lenti». La produzione fu affidata a Steve Lillywhite, coadiuvato dallo stesso Thunders. Autorevole la platea di musicisti e ospiti: oltre ai vecchi amici Rath e Lure, nel disco hanno suonato Paul Cook e Steve Jones dei Sex Pistols, Phil Lynott dei Thin Lizzy, Steve Marriott e Patti Palladin. Eloquente lo scatto di copertina, con Johnny in una stanza anonima, stravaccato sopra una sedia, lo sguardo liquido di sfida, o forse semplicemente perso nei suoi mondi alternativi.
Apre le danze la strumentale Pipeline degli Chantays, annegata in un'orgia di riverberi grazie alle chitarre di Thunders e Steve Jones. La successiva You can't put your arms round a memory è il pezzo più celebre scritto da Johnny. Vale la pena acquistare il disco solo per questa canzone, che non esito a definire tra le cento più belle di tutti i tempi. È un canto di desolazione accompagnato da una chitarra che lacera l'anima, una lancinante invettiva contro il dolore della solitudine.
«Feel so restless, I am, beat my head against a pole, try to knock some sense, down in my bones. And even though they don't show, the scars aren't so old.»
Si rifiata con Great big kiss, duetto rockabilly con Pat Palladin, che riprende l'intro di un celebre brano dei New York Dolls. London boys è invece un pezzo punk tiratissimo, che sembra uscito da Never mind the bollocks; la prima impressione è confermata dalla lettura delle note di copertina, dove apprendiamo che alla chitarra e batteria c'erano rispettivamente Jones e Cook. Sulla stessa direttrice Leave me alone, dall'incedere tipicamente punk. Sempre tra i pezzi scritti da Thunders, spicca l'energica (She's so) untouchable, impreziosita dal suono del sax, a dimostrazione ancora una volta delle capacità camaleontiche del nostro. Tra le cover, merita un cenno Subway train, già apparsa nel primo disco delle Dolls; Thunders non era soddisfatto della prima versione e decise di inciderla nuovamente. Come rivelò alla rivista ZigZag, «avevo scritto testo e musica e Johansen solo un paio di cosette; avrei sempre voluto cantarla da solo». Spicca anche Daddy rollin' stone, un pezzo R&B di Otis Blackwell già interpretato dagli Who nel 1965.
So alone non è un disco perfetto, né unitario. Un lavoro coi suoi alti e bassi, in cui convivono con sapiente equilibrio le diverse anime di John Genzale, il suo amore per il rock anni Sessanta, i suoi demoni, la sua ribellione e la sua dolcissima malinconia. Riduttivo parlare di punk; questo è il tentativo di un ragazzo che sognava di scrivere e interpretare il disco rock perfetto, l'utopia di chi, in mezzo a tanti difetti, ha avuto l'indiscutibile pregio di seguire sempre il proprio istinto. Come rivelò a Kris Needs di ZigZag, «sto programmando di andare a New Orleans, trovare qualche musicista nero tra i quaranta e i cinquant'anni, un buon tastierista e un buon sassofonista e suonare con loro». Purtroppo il suo sogno non si è mai realizzato; restano i lavori con Dolls e Heartbreakers, nonché una manciata di buoni dischi solisti, come appunto So alone. Ascoltatelo, come tributo alla coerenza di questo sfortunato italo-americano. Lo merita tutto.
Lo scatto di copertina e, in basso, foto tratte dal libretto interno

28 ottobre 2021

"Hibernation": suoni dalla città di ghiaccio

Tempo fa, recensendo il primo e unico disco dei Mercenaries di Claudio Dentes, utilizzai l'espressione “nostrani ma strani”, a significare l'eccentricità del gruppo nel panorama musicale italiano. La definizione ben si adatta ai Chrisma (poi Krisma), forse il più celebre e riuscito esperimento del synth-pop nazionale, un nome che non ha bisogno di presentazioni. La vicenda è nota: Maurizio Arcieri, già icona beat coi New Dada e modello di fotoromanzi, conobbe e sposò la svizzera Christina Moser; il duo prese il nome di Chrisma, dalle loro iniziali. Esordirono con un repertorio leggero di gusto danzereccio, per essere poi folgorati dal punk in quel di Londra. Il resto è storia: la pubblicazione di Chinese restaurant, il tentativo di portare in Italia il genere elettronico, l'equivoco di chi li scambiò per filonazisti, Maurizio che si tagliò un dito durante un concerto come risposta alle contestazioni. Al di là degli aneddoti, è indubbio che il duo abbia avuto una certa popolarità e diversi passaggi televisivi, a differenza di altri gruppi wave nostrani che pure cantavano in inglese, come Neon o Frigidaire Tango. Al successo ha contribuito molto la fama di coppia inossidabile, lei meravigliosa come una diva d'altri tempi, lui un bello da fotoromanzo. Ma i Chrisma erano tutt'altro che apparenza: sostanza pura e talento limpidissimo.

Si ascolti Hibernation, anno di grazia 1979, il loro secondo disco. Dentro c'è tutta l'essenza dei Chrisma: il punk, l'elettronica, i cosmici tedeschi, la new wave più algida e sperimentale. Una combinazione vincente, un suono al contempo decadente e futurista che oscilla tra Londra e fascinazioni mitteleuropee. Hibernation appunto, a indicare una musica fredda, spersonalizzata, algida. Il disco fu prodotto da Niko Papathanassiou, fratello del più noto Vangelis, con Dave Marinone quale ingegnere del suono, già collaboratore de Le Orme e Vecchioni. La copertina di Mario Convertino è splendida, sensuale e futuristica, tra le migliori del rock italiano. In sala di registrazione, oltre a Maurizio (voce e tastiere) e Christina, c'erano Ezio Vevey alla chitarra (dalla Locanda delle fate), Papathanassiou ai sintetizzatori e il grande Lucio Fabbri col suo violino (in Rush '79 e We r.).  
L'esordio di Calling è un perfetto esempio di electro-punk: un tappeto sghembo di sintetizzatori e la voce salmodiante di Arcieri, un andamento incalzante che potrebbe andare avanti all'infinito. Aurora B., la seconda traccia, è un capolavoro. Da dove cominciare? Dal piano su cui si innestano rimasugli di elettronica, dalla voce di Christina che è essa stessa un'interpretazione del testo, dagli struggenti violini o dalla fisarmonica che fa capolino in coda? Le parole non possono rendere l'idea: basti dire che è un brano raffinatissimo, dalle tonalità new romantic, forse il vertice della produzione italiana. Il primo lato si chiude con Hibernated nazi, in cui i Chrisma giocano con l'equivoco e ci regalano un pezzo che non avrebbe sfigurato in Before and after science di Brian Eno. A sorpresa, la seconda facciata alza ancora l'asticella. Fenomenale Gott gott electron, che all'epoca fu lanciato come singolo. L'incedere è marziale e algido, nello stile dei Kraftwerk; la voce di Maurizio è robotica, mentre Christina aggiunge un tocco caldo, umanissimo. La successiva We r. è un'evoluzione del sexy sound che li lanciò nel 1976, virato stavolta verso territori elettronici. Il testo è intrigante e due versi rendono bene l'idea: «she looks so chaste / putting on the leather mask». Infine, So you don't e Lover sono due cavalcate elettriche con la chitarra di Vevey in evidenza; è post-punk ai massimi livelli, che anticipa una tendenza che un paio d'anni dopo sarà il marchio di fabbrica dei primi Sound di Jeopardy.
Il disco è stato ristampato in vinile nel 2015 dalla Spittle Records, per cui è facilmente reperibile senza svenarsi. In un'epoca come la nostra, così povera di fantasia, Hibernation può ancora dire la sua. Electro-punk e synth-pop sembrano appartenere a epoche remote, eppure questo LP viene direttamente dal futuro.
La celebre copertina di Mario Convertino
Retro del 33 giri

10 marzo 2021

"Un album poetico, romantico, emotivo": intervista a C.F.F. e il Nomade Venerabile in occasione dell'uscita di "E sia"

C.F.F. e il Nomade Venerabile è una delle formazioni più interessanti e originali del panorama musicale indipendente degli ultimi vent'anni, soprattutto per la capacità di unire generi diversi, dalla new wave alla tradizione cantautoriale italiana. Il prossimo 15 marzo uscirà l'ultimo loro disco, intitolato semplicemente E sia. Si tratta dell'ottava pubblicazione della formazione pugliese, tra LP, EP e raccolte. Come dichiarato nel comunicato stampa ufficiale, «l'album raccoglie e mescola le diverse influenze dei componenti dei C.F.F. e il Nomade Venerabile (new wave, post punk, musica d'autore, indie rock e musica elettroacustica) e si divide idealmente in due facciate: il lato A, contenente quattro canzoni di natura acustica; quello B, che ne contiene altre quattro ma di stampo elettrico ed elettronico». 
Da segnalare la presenza di un ospite d'eccezione: Andrea Chimenti, che impreziosisce con la sua voce il brano La veglia. Inoltre, tutti i titoli e i testi delle otto nuove canzoni sono tratti da una silloge della poetessa Grazia Procino, a voler rafforzare la commistione tra diverse forme d'arte. I C.F.F. hanno adottato una scelta controcorrente, preferendo stampare il disco in sole trecento copie, nonché di non pubblicare le canzoni sulla rete per il download o l'ascolto in streaming. Una decisione che dimostra la volontà di perseguire una linea coerente: preferire il supporto fisico e caldo a quello immateriale e freddo. 
È possibile prenotare l'album scrivendo a ventunonervi@libero.it
L'imminente pubblicazione di E sia è stata anche l'occasione per scambiare due chiacchiere con Vanni La Guardia (voce e basso), Anna Maria Stasi (voce, scenografie), Anna Surico (chitarre e synth) e Guido Lioi (batteria e percussioni), che ringrazio per la disponibilità.

Domanda. Inizio con una curiosità. Se non sbaglio, il vostro precedente album, Canti notturni, era stato licenziato semplicemente a nome C.F.F. Adesso ritorna "Il Nomade Venerabile"; posso chiedervi il motivo di questa scelta?

Risposta (Vanni). Sì, non sbagli. Nel 2014 si è aperta una parentesi, nella storia dei C.F.F. e il Nomade Venerabile, che necessitava di un abbreviamento del nome, in considerazione del fatto che, da quell'anno fino a tutto il 2018, ci siamo ridotti a un trio elettroacustico che, oltre ad avere rivisitato in quella chiave parte del repertorio dei C.F.F. e il Nomade Venerabile, ha pubblicato l'EP Al cuore e l'album Canti notturniÈ stata certamente una parentesi felice, ricca di nuovi incontri molto stimolanti, umanamente e professionalmente, di numerosi concerti, di palchi importanti e premi prestigiosi (su tutti, ricordiamo sempre con particolare emozione la vittoria del “Premio Pierangelo Bertoli”); tuttavia, con l'ingresso in formazione del batterista Guido Lioi (ex One Way Ticket), ci è sembrato naturale tornare al nome esteso e recuperare anche i lati più elettrici, distorti e punk-wave dei nostri background musicali.


D. Già in Canti notturni era evidente il rapporto tra musica e poesia, riproposto in maniera ancora più evidente nel nuovo lavoro. Quanto è importante per i C.F.F. la commistione tra diverse forme d'arte?

R. (Anna Maria). In un progetto come il nostro la multidisciplinarietà è congenita, è parte essenziale della nostra identità. Ci siamo sempre sentiti un po' stretti nelle maglie della sola forma-canzone, i nostri percorsi creativi e compositivi finivano inevitabilmente per traboccare in altri campi. Così abbiamo fatto di questa esigenza espressiva la nostra cifra stilistica. Fin dagli esordi, nel 1999, abbiamo portato sul palco video-installazioni e teatro-danza, affidando ad una performer, membro della formazione a tutti gli effetti, al pari di voce e strumenti, il compito di “dare corpo” ai testi delle nostre canzoni. Abbiamo inoltre musicato la poesia Spleen di Charles Baudelaire nella canzone intitolata Un jour noir contenuta nell'album Lucidinervi, abbiamo scritto e suonato dal vivo le musiche di scena per lo spettacolo Il mio inv(f)erno...vita da zingaro sulla storia del pugile sinti Johann “Rukeli” Trollmann che osò sfidare il regime nazista, passando da campione dei pesi medi a deportato nel lager di Neuengamme. Alla sua vicenda è, tra l'altro, ispirato il testo della canzone Come fiori contenuta in Canti notturni. Ci fa piacere ricordare inoltre che, proprio di recente, la cooperativa sociale “Progetto promozione lavoro”, che si impegna nella promozione ed ideazione di progetti artistici rivolti alle persone diversamente abili, nell'ambito del progetto “Musical-Mente: Sfumature Sonore”, ha lavorato sulla nostra rilettura di Ho visto Nina volare di Fabrizio De André, con la partecipazione dei cari amici Yo Yo Mundi. Gli ospiti della cooperativa hanno guardato il videoclip di animazione della canzone, realizzato da Ivano A. Antonazzo, realizzando degli elaborati, sulla base delle suggestioni ricavate da immagini e testo. La commistione migliore resta sempre quella tra l'arte e la vita.


D. Se doveste definire questo nuovo album con tre aggettivi, quali usereste?

R. (Anna). Poetico, perché i testi dell'intero album, per la prima volta, sono delle vere e proprie poesie tratte dalla raccolta E sia (da cui prende il nome anche l'album) della poetessa Grazia Procino. Romantico, perché gran parte delle suddette poesie sono canti d'amore di una bellezza struggente ed i suoni e le melodie che li accompagnano, soprattutto nella prima parte dell'album (il lato acustico), avvolgono ed amplificano questa attitudine romantica. Emotivo, perché questo album è figlio di un tempo strano, vuoto, fermo. Un anno fa non immaginavamo neanche lontanamente uno scenario del genere. 


D. La veglia è impreziosita da Andrea Chimenti, tra le voci più intense della new wave, e più genericamente del rock nostrano. Com'è stato lavorare con lui?
R. (Vanni). La partecipazione di Andrea Chimenti nel brano La veglia è nata in punta di piedi, per poi travolgerci emotivamente. Da quando lo abbiamo composto, abbiamo immaginato il suo meraviglioso timbro, lo trovavamo particolarmente consono alle atmosfere musicali e alle parole del testo, al punto che ci sembrava di sentirlo cantare! Una mattina mi sono deciso a scrivergli, allegando alla e-mail il file audio del brano e chiedendogli se avesse avuto piacere di aggiungere la sua voce. Sarei stato molto felice anche soltanto di un suo parere, anche perché era la prima persona che lo ascoltava, oltre a noi del gruppo. Mi ha presto risposto che il brano era bellissimo e che accettava subito, senza nulla in cambio, sottolineando quanto fosse (e sia) importante supportarsi a vicenda, tanto più in un periodo complicato e difficile come quello che stiamo attraversando. Senza retorica alcuna, posso tranquillamente affermare che quando abbiamo ascoltato per la prima volta la sua voce su La veglia, ci siamo commossi. Andrea è un artista straordinario ed eclettico, oltre ad essere una persona dalla sensibilità speciale e preziosissima.

D. Questo periodo è durissimo per chi vive di musica, perché le occasioni di suonare dal vivo si sono praticamente azzerate. Come state vivendo, come band, questa lunga emergenza?

R. (Guido). La stiamo vivendo di certo non bene. Per noi artisti è fondamentale potersi esibire di fronte ad un pubblico, perché è proprio sul palco che il lavoro di mesi trova la sua massima espressione. Ci auguriamo di poter ritornare a calpestare quei tappeti e quelle pedane il prima possibile, per noi è una necessità. Non parliamo poi dei problemi di natura economica che tutti gli operatori del settore stanno subendo. La situazione è davvero precaria, è difficile vivere senza sapere cosa succederà nel prossimo futuro e in attesa di fantomatici sussidi che sembrano più un'elemosina. Non ci resta che sperare che lo sforzo che noi tutti stiamo facendo possa riportarci al più presto alla “normalità”.

C.F.F. e il Nomade Venerabile (2021)

12 febbraio 2021

"Venti": l'annus horribilis secondo Giorgio Canali & Rossofuoco

Già il titolo dell'ultimo disco di Giorgio Canali & Rossofuoco richiama il 2020, anno di merda, per usare una parola cara all'ex chitarrista del Consorzio Suonatori Indipendenti. E in effetti, Venti (La Tempesta Dischi) è il suono e il linguaggio del nostro tempo, per quanto sgradevoli possano essere questo tempo e questo linguaggio. Venti è nato durante il lungo confinamento di marzo-maggio, quando i Rossofuoco hanno scambiato a distanza spunti e idee. È un album figlio del presente, concepito in smart working e non nell'immediatezza dello studio di registrazione. Come ha rilevato lo stesso Canali, è venuto fuori un disco doppio, «fra chitarre registrate da Stewie che era bloccato a Miami, batterie sarde riprese da Luca in studio e anche nell'orto, bassi bolognesi e parole e chitarre nate a Bassano del Grappa dove ho passato tutto il periodo di segregazione». Si potrebbe dire che è sviluppato sopra un paradosso, nel senso che si sente l'unità di fondo e il lavoro d'equipe, sebbene i musicisti non si siano mai ritrovati insieme a suonarlo. La formazione è quella consolidata: Giorgio Canali (voce e chitarra), Luca Martelli (batteria), Marco Greco (basso), Steve Dal Col (chitarra) e Andrea Ruggiero (violino). 
Il disco si apre con Eravamo noi, una tra le più intense canzoni scritte da Canali, da collocare in un'ipotetica top ten. È una ballata malinconica e amara, che in poco più di quattro minuti ripercorre magistralmente gli ultimi cinquant'anni di storia italiana, tra immagini forti e citazioni di cantautori dimenticati («eravamo noi a fare bella la luna»). La seconda traccia, Morire perché, è profondamente “canaliana”, come intuisce al primo ascolto chiunque conosca la discografia del chitarrista di Predappio. Si potrebbe dire, con le dovute differenze, che è una canzone a metà strada tra le dolorose divagazioni di Precipito e le accelerazioni di Ci sarà, per citare due classici del passato. Nell'aria, impreziosita dall'armonica, è una disincantata descrizione dei nostri giorni, del presente stravolto dalla pandemia e dalle sue conseguenze sociali, economiche e psicologiche. Canali non nasconde il suo punto di vista critico, come si evince in particolare dai seguenti versi: «nell'aria l'odore della paura / cancella il profumo dei fiori / e resta attaccato ai vestiti / una vita intera. / E si sa che a tarda sera / le storie dei mostri in tivù / spaventano di più». Si può discutere a lungo sulle sue posizioni, su quanto si avvicinino a certe visioni complottiste; difficile però negare la potenza, anche e soprattutto visionaria, di quando canta che «l'ultimo alito di disobbedienza civile / è sepolto con le museruole / in un unico grande funerale». La verve polemica prosegue con la tiratissima Inutile e irrilevante, che pure è attraversata da una sottile ironia; difficile non dare ragione a Canali quando ci avvisa che il «nemico un po' più grande» che abbiamo di fronte, rende per l'appunto inutile e irrilevante ogni altro mostro del passato, dal terrorista islamico al black bloc
Il disco prosegue con Acomepidì, una ballata semplice e d'effetto che a qualcuno ricorderà La solita tempesta, anche se manca la calda voce di Angela Baraldi; di certo, qualora l'avesse scritta un autore più in vista, oggi sarebbe in classifica. Si alternano poi brani combat-rock tra Bennato, Finardi e i Clash (Raptus e Circondati) e pezzi più malinconici e riflessivi (Meteo in cinque quarti e Vodka per lo spirito santo). D'altronde, Canali possiede una squisita vena poetica, che spesso nasconde dietro la maschera del polemista. Si ascolti in proposito la lenta ballata Requiem per i gatti neri, che in pochi minuti ci regala alcune immagini di devastante potenza: «e i turisti americani, / una birra in ogni mano / turbano il sonno dei poeti morti / con il loro accento osceno. / E la sirena dei pompieri / è un requiem per i gatti neri / che si portano sfortuna / e attraversano la strada / distratti dalla luna». Senza voler cadere nella trappola della recensione traccia per traccia, meritano però di essere citate almeno altre tre perle: Canzone sdrucciola, Come quando non piove più e Cartoline nere
Venti è la conferma delle doti di scrittura di Giorgio Canali, che tira fuori dal cilindro un album doppio con cinque o sei pezzi ai vertici della sua produzione. Il punto di forza è nella lucida capacità di raccontare il presente e il 2020 annus horribilis, senza abbandonare il riferimento della scuola cantautoriale italiana (e non solo); a riprova, il disco è infarcito di citazioni, da Lolli a Bennato, passando per Rino Gaetano, Finardi, Vasco Brondi e persino Bauhaus e Noir Désir. Inutile nascondere che non tutte le canzoni sono sullo stesso livello; a mio avviso ci sono episodi trascurabili, che danno l'impressione di essere un riempitivo (Dodici, Viene avanti fischiando, Raptus). Ritengo poi che la registrazione a distanza abbia un tantino penalizzato il suono; sarebbe interessante ascoltare le stesse canzoni suonate dal vivo, o comunque a studio in presa diretta, per scoprire particolari che altrimenti rischiano di passare sottotono. Di sicuro, Giorgio Canali e i Rossofuoco si confermano una delle realtà più solide del rock nostrano, tra i primi dieci per interpretazione della realtà e capacità di scrittura.
Giorgio Canali & Rossofuoco - Venti - La Tempesta Dischi (2020)

21 maggio 2020

"The price you pay": gli operai del rock hanno cuore

C'è voluta la quarantena per rimettere sul piatto un LP che avevo stroncato troppo presto, prima ancora di averlo ascoltato con la dovuta attenzione. Il disco in questione è The price you pay degli albionici Spear of Destiny. L'acquistai qualche anno fa in una fiera dell'usato, per la verità piuttosto avara di scoperte; pur di non tornarmene a casa a mani vuote, presi questo 33 giri in ottime condizioni a prezzo stracciato. Dopo averlo ascoltato distrattamente e con poca soddisfazione, l'avevo dimenticato senza troppi rimpianti. Mi è capitato nuovamente tra le mani nei giorni della chiusura per l'emergenza sanitaria e ho deciso di rimetterlo sul piatto. È stata una piacevole riscoperta, prova che le prime impressioni non sono necessariamente veritiere.
Gli Spear of Destiny si formarono a Londra nel 1982 dalle ceneri dei Theatre of Hate, e già l'anno successivo esordirono su vinile con Grapes of wrath. A conferma che si trattava di un gruppo promettente, si ricorda la “John Peel session” andata in onda su BBC Radio 1 nel novembre 1982. Sono tuttora attivi sulla scena, ma non hanno mai raggiunto il successo di massa, nonostante suonino un solido rock che affonda le radici nel punk. Leader indiscusso della formazione è da sempre Kirk Brandon, unico membro stabile.
L'album di cui voglio parlare, The price you pay, è il quinto tassello della loro discografia. Uscito per la Virgin nel 1988, ha raggiunto al massimo la posizione n. 37 della classifica britannica. Autore delle musiche e dei testi è il vocalist Kirk Brandon, che suona anche tutte le parti di chitarra. Completavano la formazione Pete Barnacle alla batteria, Chris Bostock al basso e Volker Janssen alle tastiere. Come produttore la Virgin ingaggiò il celebre Alan Shacklock. La copertina, che può piacere o meno, raffigura una sorta di aquila stilizzata, grafica che il gruppo riprenderà anche nelle successive uscite discografiche.
The price you pay è un classico album rock secondo le sonorità di fine anni Ottanta, con un deciso predominio delle chitarre e tastiere mai invasive. Si sente la lezione del punk, primo amore di Brandon sin dai tempi dei Theatre of Hate; eppure le composizioni sono piuttosto elaborate, con arrangiamenti curati che ricordano – a tratti smaccatamente – gli U2. Non a caso gli Spear of Destiny hanno suonato in diverse occasioni come band di supporto per Bono & co.
Si apre con So in love with you, un inno di amore e morte che poteva diventare una perfetta hit radiofonica. La successiva Tinseltown ha una chitarra in stile The Edge e un ritornello che ti entra in testa. The price è invece un solido pezzo combat rock, con un testo impegnato: «I can't find a reason to stay but I don't want to go, / there's a battle going on outside, it's really a war. / Should I pick myself up walk out and fight / or should I sit in here and deliberate about why, / when I know there's people out there / who ain't got a choice». Degna di nota l'intensa ballata I remember, che chiude un lato A di buon livello. Una cosa è certa: gli Spear of Destiny non si accontentavano della canzone facile, preferivano andare oltre i cinque minuti con arrangiamenti essenziali e testi mai banali, anche quando parlavano di sentimenti.
Il lato B è meno convincente, con la caduta di stile su Radio radio, di cui si poteva fare benissimo a meno. Ci sono però ancora due grandi pezzi. If the guns è l'epitaffio di un uomo che ha lasciato questa vita senza rimpianti: «Some people say what have I done? / But I can't reason or excuse myself. / I've lived and I've paid, / I've turned my back and sent away». Inizia con toni sommessi e un soffice tappeto elettronico; poi la voce sale di tono nel crescendo finale con assolo di chitarra elettrica. Da brividi. View from a tree è un pezzo completamente diverso, dalle venature folk, che anticipa un genere che avrà successo nel decennio successivo.
In conclusione, pur con gli ovvi limiti, The price you pay è un lavoro onesto, scritto col cuore da operai del rock quali erano gli Spear of Destiny. Il lato A è il migliore, mentre la seconda facciata risente di una sperimentazione riuscita a metà. Se trovate il vinile a poco prezzo, procuratevelo senza indugi.