Visualizzazione post con etichetta Saggistica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Saggistica. Mostra tutti i post

21 dicembre 2025

"Francesco II di Borbone. L'ultimo re di Napoli" di Pier Giusto Jaeger: la dignità dei vinti

Si dice che la storia la scrivano i vincitori. Tuttavia, spesso è l'odissea dei vinti a far battere di più il cuore dei lettori. Si pensi agli ultimi giorni del Regno delle Due Sicilie, agli assedi di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto. Un manipolo di fedelissimi che difesero un lembo di territorio e, con esso, un sistema secolare di valori, princìpi e ideali che facevano capo a una dinastia ormai al tramonto. Com'è possibile non provare un moto istintivo di simpatia verso quegli uomini? E com'è possibile non provare viva compassione per il loro re? Un ragazzo neppure venticinquenne che subì l'onta del tradimento dei propri generali, l'indifferenza (se non l'ostilità) delle potenze straniere e l'aggressione da parte di uno Stato che si diceva amico e fratello.
Francesco II di Borbone. L'ultimo re di Napoli è un saggio scritto da Pier Giusto Jaeger (1936-2008) e pubblicato per la prima volta da Mondadori nel 1982. A distanza di tanti anni resta un'opera validissima per conoscere meglio il sovrano, per almeno due buone ragioni. Innanzitutto si tratta di uno dei primi lavori che hanno inteso rivalutare, nell'ottica dell'obiettività storiografica, una figura che per oltre un secolo era stata ingiustamente derisa e vilipesa sulla base di illazioni e stereotipi. In secondo luogo, il saggio è di molto precedente alla corrente revisionista e "neoborbonica" che si è affermata negli ultimi tempi, la quale, pur avendo il merito di far luce su vicende raccontate finora unilateralmente, d'altro canto viene criticata per un atteggiamento di partigianeria che non sempre si accompagna a un'analisi lucida e obiettiva. Jaeger, triestino di nascita, avvocato di professione e storico per passione, era sicuramente al di fuori delle contrapposte correnti di pensiero, interessato più che altro a restituire un'immagine di Francesco II il più possibile imparziale e senza intenti polemici. Non c'è dubbio che si evinca una certa simpatia per lo sfortunato re, ma il racconto scorre lungo i binari della neutralità ideologica e del rigore scientifico.
Il saggio di Jaeger non è una biografia in senso stretto. Salta infatti a piè pari l'infanzia, l'adolescenza e la prima giovinezza del re, per concentrarsi specialmente sugli ultimi mesi del suo dominio, ossia i giorni drammatici e gloriosi dell'assedio di Gaeta. Un atto dovuto e di onestà intellettuale, perché questo libro è stato uno dei primi a rivalutare una figura che i detrattori della sua epoca avevano semplicisticamente, aggiungo proditoriamente, descritta come debole e inetta. Non a caso gli epiteti giocosi, d'ironia popolaresca e tutto sommato innocui, come "Franceschiello" o "Re lasagna", sono stati utilizzati per decenni in malafede per sminuire questo sfortunato sovrano. Jaeger, si badi bene, non nasconde le debolezze di Francesco II, complice del suo destino infausto a causa di errori militari e politici marchiani che hanno contribuito alla caduta della dinastia. Nel saggio questi errori vengono tutti impietosamente evidenziati, al pari dei tradimenti di gran parte dell'élite militare e cortigiana del Regno. Al tempo stesso, però, lo storico triestino ha avuto il merito di distaccare il re dall'immagine da operetta che per lungo tempo gli è stata appiccicata addosso. Ne viene fuori il ritratto, più rispondente al vero, di un uomo giusto, retto, coraggioso, disinteressato ai beni materiali, devoto solo al proprio onore e all'incrollabile fiducia nella Provvidenza.
«Re Francesco collocava il suo onore al di sopra di ogni bene terreno, aveva gusti e bisogni semplicissimi e non teneva in alcun conto gli aspetti mondani della vita.»
Le pagine più intense del saggio sono quelle che descrivono l'assedio di Gaeta, fino all'epilogo del febbraio 1861, quando la coppia reale lasciò definitivamente la fortezza e si imbarcò sull'avviso francese Mouette. La vicenda militare viene narrata nei dettagli, con descrizioni accurate degli armamenti, degli ordini di battaglia, dei bombardamenti, delle condizioni di vita negli opposti schieramenti, nonché con ampie parti dedicate al racconto delle vicende diplomatiche, parallele a quelle militari. La storia dell'assedio è raccontata attraverso le parole dei protagonisti: lettere, dispacci, ordini del giorno, telegrammi. Ed è proprio sugli spalti di Gaeta che la figura di Francesco II venne definitivamente riabilitata. Il re infatti si espose a tutti i disagi e i rischi dell'assedio, alloggiando negli ultimi mesi in una casamatta e rinunciando a molti dei privilegi del suo ruolo.
«Se queste speranze sono sogni, v'ha almeno un punto che non ammette discussioni, ed è che combattendo pel mio diritto, soccombendo con coraggio e cadendo con onore io sarò degno del nome che porto e lascerò un esempio ai Principi futuri. E s'egli è vero che non v'abbia più speranza per la mia resistenza, mi resta ancora da provare al mondo che io son forse superiore alla mia fortuna.»
Accanto a lui la romantica figura della moglie, la regina Maria Sofia di Baviera, ricordata come l'eroina di Gaeta. Le ultime pagine del saggio si concentrano sui lunghi anni dell'esilio. La coppia reale trovò rifugio dapprima nella soffocante Roma papalina, così diversa dall'amata Napoli, poi a Parigi e infine in altri luoghi, fino alla prematura scomparsa di Francesco, avvenuta ad Arco di Trento nel 1894. Maria Sofia visse altri trent'anni e a lei sono dedicate le ultime, struggenti parole del volume.
Il libro di Jaeger può essere letto anche da chi non è interessato alla storia risorgimentale e agli ultimi palpiti del Regno delle Due Sicilie. È infatti, prima di tutto, la cronaca di una vicenda umana drammatica e irripetibile, quella di un giovane re oppresso da gravose responsabilità, che pure nell'ora più buia del tradimento, dell'aggressione e dell'esilio ha saputo rispondere agli schiaffi della sorte con ferma dignità, la dignità dei vinti.
«Io sono stato vittima della mia inesperienza, dell'astuzia, dell'ingiustizia e dell'audacia di una potenza ambiziosa; ho perduto i miei Stati, ma non la fiducia nella protezione di Dio e nella giustizia degli uomini. Il mio diritto è ora il mio solo patrimonio, ed è mestieri che per difenderlo io mi faccia seppellire, se fa d'uopo, sotto le fumanti rovine di Gaeta.»
(Lettera di Francesco II all'Imperatore Napoleone III di Francia)

Edizione in abbinamento con il quotidiano il Giornale

14 settembre 2025

"Rosa Bronzo, l'ammazzabimbi di Vallo della Lucania" di Giuseppe Galzerano: la fabbricatrice di angeli

Quando la cronaca ci porta a conoscenza di efferati delitti, siamo indotti a credere che siano il frutto della modernità, di una "società malata" che ha perso i valori di un tempo. Si tratta di una falsa percezione, un pregiudizio dettato dalla scarsa conoscenza del presente e soprattutto del passato. Scartabellare i vecchi giornali ci restituisce invece vicende terrificanti e del tutto dimenticate che raramente potrebbero verificarsi ai giorni nostri. Tale attività di ricerca è stata condotta dallo storico cilentano Giuseppe Galzerano che ha riportato alla luce una storia terribile avvenuta circa centocinquanta anni fa, di cui si erano perse le tracce e la memoria.
Rosa Bronzo era una donna di Vallo della Lucania, cittadina in cui alla fine dell'Ottocento gran parte della popolazione viveva in condizioni misere, pur essendo capoluogo di circondario. La Bronzo era nota alla giustizia per una vecchia condanna per furto aggravato che le era costata un periodo in carcere. Intorno al 1877, costretta dall'indigenza, si inventò un lavoro che si rivelò remunerativo: accogliere nella propria casa i neonati indesiderati, perché nati al di fuori del matrimonio o frutto di relazioni adulterine, incaricandosi di condurli all'orfanotrofio di Salerno. La "ruota" di Vallo era stata infatti abolita nel 1875 e il viaggio fino a Salerno era un'odissea per quanti avrebbero voluto affidare i neonati alla pubblica misericordia, in assenza di ferrovie e di strade degne di questo nome. In breve la casa di Rosa divenne meta di tante madri disperate che le lasciavano i loro bimbi, il cui numero esatto non è mai stato accertato. La Bronzo, per rendere più remunerativa l'attività, decise di intraprendere il periodico viaggio verso Salerno dopo aver raccolto un numero sufficiente di bambini, anziché portarne uno alla volta. Non aveva però di che sfamarli e così alcuni neonati morirono di stenti. Altri li ammazzò la stessa Rosa, o strozzandoli con le proprie mani perché esasperata dai pianti, o avvelenandoli con potenti dosi di estratto di papavero, una sorta di sonnifero naturale. Molti sapevano, anche alcune madri, ma il senso di vergogna e l'omertà consentirono a Rosa di operare indisturbata per quasi due anni, fino alla perquisizione della sua abitazione, al ritrovamento dei poveri resti di numerosi bambini e all'arresto da parte dei Carabinieri. Il numero esatto di vittime non è stato mai accertato.
Giuseppe Galzerano, storico molto conosciuto nel Cilento e titolare dell'omonima casa editrice, imbattutosi per caso in un articolo di giornale dell'epoca, ha deciso di far venire alla luce una storia da brivido che nessuno più ricordava, nemmeno nel paese natale. Attraverso un lungo lavoro di ricerca, Galzerano ha riportato nel suo saggio tutti gli articoli di giornale che si occuparono del caso della "fabbricatrice di angeli", come la definì il neonato (all'epoca) Corriere della Sera. Nel libro sono così riportati stralci del Roma, della Gazzetta dei tribunali, della Gazzetta Piemontese, de Il Carabiniere e finanche di Le Figaro, in quanto la vicenda destò orrore anche oltralpe.
Nonostante il lavoro archivistico, l'autore spiega a malincuore come non sia riuscito a trovare l'incartamento del processo. Neppure si sa con certezza se la Bronzo fu giudicata dalla Corte di Assise di Vallo o da quella di Napoli. Il Corriere della Sera parla di una condanna a vita ai lavori forzati, ma dopo questo trafiletto la notizia scompare dalle cronache e con essa l'inquietante figura di Rosa Bronzo. Come si è difesa durante il processo? Cosa hanno sostenuto l'accusa e la difesa? Dove ha scontato la sua pena? Dove e quando è morta? Ha ottenuto la grazia o uno sconto di pena, oppure è morta durante l'esecuzione della condanna? Domande legittime che finora sono rimaste senza risposta, come evidenzia l'autore del saggio. La speranza è che prima o poi emergano nuovi documenti che possano chiarire gli esiti e il perché di una vicenda così macabra e oscura. I motivi dell'agire di Rosa potrebbero essere molteplici: una patologia psichiatrica, l'invidia per non essere mai diventata madre lei stessa, oppure semplicemente un movente economico, una squallida storia di estrema indigenza nel misero Cilento di fine Ottocento.
Personalmente non seguo la cronaca nera, anzi la evito in quanto non ho mai provato interesse per queste vicende di sangue. Il saggio è invece consigliato alla nutrita schiera di "appassionati" di biografie di serial killer. Io ho acquistato il libro principalmente perché sono interessato alla storia del Cilento e in effetti il saggio restituisce il quadro desolante di una terra a quel tempo divisa tra credenze ancestrali (il sangue, l'onore) e tendenze modernizzatrici del pensiero, destinate infine a prevalere.

5 agosto 2025

"Viaggi con Charley alla ricerca dell'America" di John Steinbeck: un on the road a metà

Il viaggio in lungo e in largo attraverso gli Stati Uniti, coast to coast oppure da nord a sud, è un vero e proprio topos della letteratura nordamericana, da Kerouac fino ai giorni nostri. Tanti coloro i quali hanno tentato l'impresa per desiderio d'avventura utilizzando ogni mezzo, compresi quelli di fortuna; tra questi, numerosi giornalisti e scrittori che hanno lasciato dettagliati resoconti. Come noto, la letteratura di viaggio è ben più antica e conta opere decisamente più autorevoli e celebri, eppure è indubbio che gli States abbiano un fascino ineguagliabile che attira le anime inquiete o i semplici sognatori. Sarà per gli spazi immensi e la varietà del paesaggio, oppure per l'immaginario on the road costruito da decine di pellicole, oppure per la naturale seduttività di un territorio al tempo stesso fortemente antropizzato e selvaggio, fatto sta che non si contano i diari di viaggio e i romanzi dedicati al tema.
Persino un Premio Nobel ha voluto dare il suo personale contributo. Alla fine dell'estate del 1960 il cinquantottenne Steinbeck, già scrittore celebrato e famoso, decise di intraprendere un lungo viaggio nel suo Paese, seguendo un itinerario praticamente circolare che partiva da Sag Harbor, cittadina costiera dove aveva una seconda casa. Ciò che spinse Steinbeck a tentare l'impresa, sebbene non fosse più giovanissimo, fu l'urgenza di conoscere la propria patria, essendosi reso conto di non conoscerla affatto, o meglio di non conoscerla più. Negli ultimi tempi egli aveva vissuto prevalentemente a New York, in una dimensione artificiale, frenetica e multiculturale che nulla aveva a che vedere con lo spirito più profondo degli Stati Uniti. Il desiderio di recuperare quello spirito smarrito spinse dunque l'autore a organizzare meticolosamente un arduo viaggio in solitaria.
Oltre all'io narrante, due sono gli altri personaggi principali del libro, a cui ci si affeziona presto. Il primo è Charley, un cane di razza barbone francese che si rivela un'eccezionale compagnia soprattutto nelle fredde notti in solitaria. Ovviamente non parla, eppure è in grado di capire e di comunicare a modo suo. Il secondo è Ronzinante, nome perfetto per designare una specie di furgone camperizzato con potente motore V6 a benzina, dotato di ogni specie di comfort, compreso un letto doppio, una cucina, un tavolo ribaltabile e i servizi igienici. L'uomo, il cane e il furgone, come i tre amici del celebre romanzo di Jerome, partono così all'avventura, prediligendo le strade secondarie alle grandi arterie autostradali. Sul punto Steinbeck ha un'idea ben chiara: se vuoi conoscere e vedere il paese reale, non devi affidarti alle strade a grande e veloce scorrimento, in cui si passa senza guardarsi intorno, ma imboccare le vie secondarie, quelle che attraversano i villaggi, i boschi, le campagne, i motel e le rivendite di cianfrusaglie che crescono come funghi ai loro bordi. Una filosofia assai simile a quella di Least Heat-Moon nel suo altrettanto celebre (e forse finanche più bello) Strade blu.
Tuttavia, rispetto ad altri reportage simili, Viaggi con Charley non mi ha entusiasmato. Il motivo risiede nel fatto che il libro può essere suddiviso in due parti, la prima decisamente riuscita e la seconda meno coinvolgente. La prima parte copre pressappoco il primo quarto dell'itinerario seguito da Steinbeck, ossia la parte nord-orientale e quella settentrionale degli Stati Uniti, al confine con il Canada. La scrittura è trascinante, soprattutto quando l'autore racconta le lunghe nottate passate in solitaria ai bordi delle strade in bivacchi improvvisati: sembra quasi di essere al suo fianco a condividere l'avventura. Steinbeck si dilunga in particolari, descrive i paesaggi e le persone incontrate, condivide col lettore la sua quotidianità anche negli aspetti più prosaici. In parole povere, si percepisce il suo entusiasmo iniziale. La seconda metà, invece, sebbene copra la gran parte del tragitto, è frettolosa, come se la stanchezza avesse preso il sopravvento. L'autore ne è consapevole e non nasconde questo senso di fatica che lo colse in itinere; sebbene se ne apprezzi l'onesta, ne esce fuori un libro poco equilibrato nelle sue parti. L'entusiasmo delle prime pagine cede il passo alla stanchezza, le descrizioni da dettagliate diventano frettolose, si percepisce la voglia di Steinbeck di tornare a casa e mettere una pietra sopra quell'idea balzana, realizzata forse fuori tempo massimo. È dunque un on the road riuscito a metà, così come l'obiettivo ultimo del viaggio, riscoprire il vero spirito americano, che non può dirsi pienamente realizzato.
Al di là di questo aspetto, va rimarcato che il libro è ricco di riflessioni profonde e ancora attuali sul rapporto tra passato e presente, sull'inquinamento, l'urbanizzazione selvaggia, l'eterna lotta tra innovazione e tradizione, tra rispetto delle radici e desiderio di tagliarle una volta per tutte. È inoltre una feroce critica al consumismo, alla globalizzazione del pensiero, del linguaggio e dei bisogni, nonché un durissimo atto d'accusa contro le discriminazioni razziali che negli anni Sessanta del ventesimo secolo ancora infestavano gli Stati del Sud, Texas e Louisiana su tutti. Se volete ascoltare una voce autorevole su queste tematiche, lo consiglio; se invece cercate soltanto la pura evasione, meglio dirigersi su altri romanzi, come il celeberrimo Sulla strada, il citato Strade blu, oppure una qualsiasi delle opere di Bill Bryson.

4 gennaio 2025

"C.S.I. È stato un tempo il mondo" di Donato Zoppo: voci dai confini della Terra

Il Consorzio Suonatori Indipendenti, più semplicemente C.S.I., è stato il portabandiera di un mondo in cambiamento. Il "secolo breve" stava finendo e con esso le grandi ideologie che avevano infiammato gli animi, il mondo a blocchi contrapposti era giunto al capolinea e anche gli artisti percepivano nuove urgenze espressive e la necessità di lasciarsi alle spalle un passato divenuto ingombrante. In Italia i CCCP, al netto delle provocazioni e dei colpi di teatro, avevano in qualche misura rappresentato perfettamente quel mondo che appariva in sfacelo all'alba dei Novanta; non a caso il loro ultimo album, Epica etica etnica pathos, era già un canto d'addio e al contempo l'apertura verso qualcosa di nuovo. I C.S.I. nacquero dalle ceneri dei CCCP, con i provvidenziali innesti di alcuni ex Litfiba; una storia destinata a lasciare una traccia profonda nella scena rock nostrana, praticamente fino ai nostri giorni. Questa anomala alleanza artistica dell'Appennino tosco-emiliano non fu pensata come un gruppo nel senso classico del termine; un consorzio per l'appunto, a voler significare un patto contadino e operaio, stretto però tra musicisti che si consideravano indipendenti, in quanto ciascuno avrebbe portato il proprio bagaglio individuale per arricchire il tutto.
C.S.I. È stato un tempo il mondo, è l'appassionante racconto di quell'esperienza irripetibile. Il libro, scritto dal giornalista musicale Danilo Zoppo ed edito nel 2024 per i tipi di Aliberti, racconta la prima parte della breve storia della band, coprendo il periodo che va dallo scioglimento dei CCCP nel 1990 fino al tour di In quiete che seguì la pubblicazione del primo lavoro in studio, Ko de mondo, passando per l'esperienza del Maciste e dei Dischi del Mulo. Pertanto, pur essendo concepito come «un resoconto collettivo a più voci del Consorzio Suonatori Indipendenti», il saggio in realtà affronta solo la prima parte della loro carriera, concentrandosi specialmente sulle vicende che precedettero e seguirono l'uscita del primo LP. Resoconto a più voci nel senso che le pagine sono arricchite dalle parole e dai ricordi dei protagonisti di quegli anni, in primis i membri della spedizione che si recò in Bretagna a concepire, suonare e registrare il disco: Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Francesco Magnelli, Gianni Maroccolo, Giorgio Canali, Ginevra Di Marco, Pino Gulli e Alessandro Gerbi. Oltre naturalmente agli interventi di altri protagonisti di quell'avventura, come tecnici, fotografi, registi e discografici.
È stato un tempo il mondo, titolo tratto da una canzone dell'album e quanto mai azzeccato, offre un interessante spaccato del mondo musicale nostrano a cavallo di due decadi decisive, un attimo prima che l'avvento del digitale distruggesse per sempre quel modo genuino di fare musica, suonarla e ascoltarla. Il nucleo del libro è il racconto della spedizione in Bretagna; si scopre così che alla partenza per Finistère non c'era praticamente materiale e che Ko de mondo venne costruito da zero in un mese e mezzo nell'ameno scenario di Le Prajou, la grande magione ai confini del mondo affittata per l'occasione dalla casa discografica. A tratti sembra di leggere un romanzo, anche perché i membri dei C.S.I., con le loro personalità forti e definite, avevano tutti i caratteri di personaggi di fantasia. Si pensi ai due chitarristi, Zamboni e Canali, così diversi anche solo nell'aspetto, oppure al deus ex machina Maroccolo o al perfezionismo da scuola classica di Magnelli, per non parlare dell'aura mistica che da sempre circonda Ferretti. Leggendo il volume sembra di trovarsi con loro nell'avita dimora in Bretagna mentre il disco viene suonato e registrato. Ovviamente solo chi conosce Ko de mondo può capire alcuni passaggi, in quanto la lettura non può prescindere da un previo ascolto dell'album. 
Negli ultimi tempi si è rinnovato l'interesse intorno al Consorzio, merito soprattutto della reunion dei CCCP; c'è stato dunque un proliferare di interviste, ristampe, libri fotografici e celebrativi, come non si vedeva da tempo. Ciononostante, il libro di Zoppo è riuscito a ritagliarsi uno spazio, forse proprio per la sua specificità del concentrarsi solo su una breve frazione di questa storia di rock nostrano. Per tali ragioni, è un saggio destinato prevalentemente ai fan, che potranno scovarvi molte curiosità, interviste inedite e punti di vista differenti. Ritengo tuttavia possa essere letto anche da tutti gli amanti del rock italiano che, pur non essendo appassionati del Consorzio, abbiano voglia di conoscere una bella storia degli anni Novanta che meritava di essere raccontata così dettagliatamente.

23 agosto 2024

"Notizie da un'isoletta" di Bill Bryson: la Gran Bretagna che non ti aspetti

Bill Bryson non è solo un giornalista e uno scrittore di reportage di viaggio, ma è un vero e proprio compagno di avventure. Col suo stile ironico e l'innata curiosità, unitamente alla capacità di far rivivere sulla carta persone e luoghi, si propone al lettore quasi come un vecchio amico che snocciola racconti di viaggio davanti a un focolare e una tazza di caffè bollente. Avevo già avuto modo di apprezzare queste doti in America perduta e soprattutto nel meraviglioso Una passeggiata nei boschi, dettagliato resoconto di una lunghissima escursione sul celebre Sentiero degli Appalachi.
Notizie da un'isoletta (prima edizione, 1995) racconta il viaggio di otto settimane da lui intrapreso in Gran Bretagna a metà degli anni Novanta, partendo dal sud e arrivando fino in Scozia, passando per l'affascinante Galles. Bryson non era tuttavia un turista o un escursionista improvvisato, avendo vissuto e lavorato in Inghilterra per circa vent'anni. Prima di lasciare definitivamente il Paese adottivo per fare ritorno negli Stati Uniti, decise dunque di intraprendere questo viaggio e di scrivere un libro sull'esperienza. L'isoletta del titolo è ovviamente la Gran Bretagna ed è tale agli occhi di un americano, abituato agli sterminati spazi della madrepatria. La parola non ha tuttavia un significato sminuente; anzi, lo scrittore mette proprio in evidenza quante meraviglie storiche, naturalistiche e artistiche siano presenti in un territorio relativamente piccolo. Treni, alberghi, strade, sentieri e viali cittadini sono lo sfondo delle avventure di Bryson, che si diffonde ampiamente su particolari storici e paesaggistici, non disdegnando dissertazioni colte e strali polemici, sempre tuttavia mediati dall'ironia. Predilige i mezzi pubblici e le proprie gambe, per cui ne risulta un viaggio lento, a misura d'uomo, ricco di deviazioni e soste anche in luoghi meno noti.
Partendo dal porto di Dover e arrivando a John O'Groats, località che segna il punto più settentrionale della Scozia, Bryson descrive i luoghi e le persone, elencando curiosità e aneddoti, talvolta in maniera fin troppo troppo dettagliata. Ne viene fuori un ritratto insolito e pittoresco della Gran Bretagna e del modo di vivere dei suoi abitanti, così diversi dagli stereotipi cui siamo abituati. Attraversando sia le zone rurali che i medi e grandi centri urbani, il viaggio di Bryson desta curiosità nel lettore, proponendo un originale quadro d'insieme dell'isola. Scopriamo così una terra che non ha nulla da invidiare ad altri luoghi, spesso superficialmente giudicati "più belli".
A mio avviso le parti più gustose sono quelle in cui l'autore racconta le sue disavventure durante i tragitti sui treni della British Railways, nonché in alcuni alberghi e pensioni dove ha pernottato. Tra cronici ritardi, coincidenze mancate, gestori inospitali, condizioni igieniche precarie e pasti disastrosi, queste pagine strappano più di un sorriso e, soprattutto, trasmettono l'impressione di cui ho parlato prima, quella di ascoltare le irresistibili peripezie di un vecchio amico.
Lo sguardo di Bryson, in questo come in altri suoi libri, è al contempo impegnato e disincantato. Impegnato perché lo statunitense non esita a lanciare le sue critiche contro le brutture della modernità e i mostri architettonici che avrebbero, a suo avviso, tradito lo spirito più profondo dell'isola. Disincantato perché il giornalista americano ha il pregio di non seguire un itinerario tracciato, ma di affidarsi all'intuito e alla sensazione del momento, scoprendo luoghi poco noti al grande pubblico, rivelando con estrema naturalezza e senza pregiudizi lo spirito più profondo di un Paese e della sua gente.
Il libro è piacevole, sebbene in alcuni punti l'autore si dilunghi su particolari e aneddoti di storia locale non sempre interessanti, almeno per il lettore italiano. Per queste ragioni, per chi avesse voglia di leggere qualcosa di Bryson, consiglio di cominciare con il citato Una passeggiata nei boschi, più divertente e godibile.

12 giugno 2024

"Punizione" di Giovanni Fiandaca: è possibile ripensare la pena

Ci sono concetti che diamo per scontati, affermazioni perentorie che riteniamo non possano essere messe in discussione, quasi appartengano all'ordine naturale delle cose, anziché essere un prodotto culturale e umano. Tra queste c'è l'assioma reato/pena detentiva, ossia la convinzione che a fronte della commissione di un delitto l'unica reazione giusta e doverosa sia la carcerazione. Ma è davvero così?
«Diamo per scontate le prassi punitive, anche se non sempre siamo in condizione di comprendere con facilità se certe reazioni abbiano davvero un significato punitivo.»
Il nome di Giovanni Fiandaca è conosciuto tra gli operatori del diritto, tra quanti abbiano studiato diritto penale nelle facoltà di giurisprudenza, o abbiano fatto ingresso almeno una volta in un'aula di tribunale in qualità di giudice, avvocato o cancelliere. Professore emerito di Diritto penale all'Università di Palermo, ha ricoperto, tra gli altri, gli incarichi di membro del CSM e Garante dei diritti dei detenuti per la Regione Sicilia. Gli studenti lo conoscono soprattutto per il celebre manuale di diritto penale scritto insieme a Enzo Musco, tuttora adottato in molti atenei. Di recentissima pubblicazione (gennaio 2024) è il breve saggio Punizione, uscito nella collana "Parole controtempo" de Il Mulino, volumetti che analizzano con taglio critico e al tempo stesso divulgativo una serie di parole "antiche" che tuttavia rivestono ancora un profondo significato. Nel corso del tempo sono stati pubblicati libri dai titoli eloquenti, come Occidente, Educazione, Lavoro, Passato, Saggezza e numerosi altri.
Il saggio è suddiviso in quattro parti. Le prime tre offrono un quadro complessivo sulla teoria generale della pena dall'età antica al presente, con uno sguardo sulle prospettive future. Fiandaca presenta un breve excursus dei principali orientamenti di giustizia retributiva, prestando al contempo attenzione ai futuri sviluppi della cosiddetta giustizia riparativa, di recente inserita anche nel nostro codice di procedura penale e nella legge di ordinamento penitenziario n. 354/1975. Ci sono inoltre stimolanti spunti extragiuridici, sul concetto di punizione in ambito filosofico, educativo, pedagogico e religioso. L'ultima parte è dedicata alla pena per eccellenza dell'epoca moderna, il carcere. Realtà ben conosciuta dall'autore per la sua esperienza, o sarebbe meglio definire missione, di Garante regionale dei diritti dei detenuti. Come noto, l'art. 27 della Costituzione assegna alla pena il compito di "tendere alla rieducazione del condannato". Fiandaca ne approfitta allora per tornare al tema principale del libro: se la pena deve essere rieducativa, può la detenzione assolvere davvero a tale compito? O non sarebbe meglio, salvo alcuni reati di grande allarme sociale, preferire forme alternative di esecuzione penale?
Come si evince, Punizione è un saggio che stimola la riflessione, mettendo in dubbio le certezze consolidate di cui parlavo all'inizio. Si leggano in proposito le lucide parole contro una delle tendenze più perniciose della nostra epoca, il populismo penale alimentato da alcune forze politiche e dall'influenza suadente dei mezzi di comunicazione di massa.
«Il grande paradosso evidenziato sin dalla premessa di questo libro deriva dalla coesistenza, nell'attuale momento storico, di due tendenze di fondo opposte: da un lato una contingente deriva punitivista, figlia di un populismo politico che tende appunto a canalizzare in chiave repressivo-ritorsiva sentimenti di rabbia, indignazione, risentimento e frustrazione diffusi nei settori sociali più svantaggiati; dall'altro, un'accresciuta consapevolezza, da parte di molti esperti a vario titolo di questioni penali, che le forme tradizionali di pena forniscono una risposta sempre meno adeguata e soddisfacente in termini sia di giustizia che di efficace contrasto alla criminalità.»
Un'ultima notazione va fatta riguardo ai destinatari. L'autore tiene a precisare che è un volume dal taglio divulgativo, volto a destare la curiosità dei non addetti ai lavori intorno al tema della pena. E in effetti bisogna riconoscere che il libro fornisce interessanti spunti di riflessione e risponde a molte domande, ma soprattutto pone dubbi, lasciando al lettore la possibilità di interrogarsi intorno alle tematiche trattate. Per quanto riguarda i giuristi, a mio avviso può essere un utile ripasso di teoria generale della pena, di caratura decisamente superiore ai vari compendi e manualetti in circolazione. Se dunque è principalmente indirizzato ai profani del diritto, sono certo che sarà apprezzato anche da avvocati, giuristi e operatori penitenziari. Particolarmente consigliato per questi ultimi, in ragione delle pagine contenenti una lucida analisi della realtà inframuraria italiana.

31 ottobre 2023

"Parole e musica" di Annalisa Balestrieri: l'effetto del testo nella canzone

Pensieri e parole è il titolo di un celeberrimo singolo di Lucio Battisti del 1971. Un titolo semplice che tuttavia racchiude il senso stesso dello scrivere canzoni; d'altronde, cos'è un testo se non un insieme di pensieri tradotti in parole? Il tema è al centro di Parole e musica: l'effetto del testo nella canzone, saggio di Annalisa Balestrieri di recentissima pubblicazione, che segue di qualche anno La mente in musica, già recensito su questo blog. Se col precedente saggio l'autrice ha voluto analizzare i processi mentali ed emotivi che si mettono in moto con la musica, il nuovo lavoro si occupa di indagare il rapporto tra tali processi e i testi delle canzoni. Un'analisi originale e si potrebbe dire persino necessaria, dato l'esiguo numero di pubblicazioni in materia.
Le tematiche affrontate nel libro sono di sicuro interesse per gli studiosi di psicologia, ma la Balestrieri è abile nel tradurle in concetti alla portata di tutti. Un'opera che non è dunque destinata soltanto agli addetti ai lavori, ma può essere agevolmente compresa e apprezzata anche da chi è semplicemente un appassionato di musica. Saper esporre concetti complessi attraverso un linguaggio comprensibile è il principale pregio dei saggi che si propongono un fine divulgativo, come in questo caso. Si consideri in proposito un estratto.
«Fate un esperimento: chiedete a un amico di ripetere una parola e di continuare a pronunciarla per un paio di minuti. Mentre lo starete ascoltando vi accorgerete che a poco a poco vi troverete a separare i suoni dal loro significato. Questo effetto si chiama sazietà semantica (un fenomeno che a causa della ripetizione ininterrotta di una parola, provoca la sensazione che quest'ultima abbia perso del tutto il suo significato) ed è stato documentato più di cento anni fa. Mano a mano che il significato della parola si perde, certi aspetti del suono (un tipo di pronuncia, una certa lettera), diventano stranamente importanti. La ripetizione consente di sperimentare un nuovo tipo di ascolto che conferisce una maggiore qualità sensoriale alle parole. Quando un suono viene ripetuto più volte la sensazione che ne deriva è che sia legato a quello successivo. Appena sentiamo “Yesterday” ci viene in mente “all my troubles seemed so far away”».
Apprezzabile è inoltre la soluzione di inserire una serie di brevi interviste ad autori e musicisti come Mico Argirò e Massimo Priviero, che raccontano il loro professionale punto di vista sul rapporto tra testo e musica. È un racconto a più voci, in cui le parole della studiosa si alternano a quelle degli artisti. Il libro segue pertanto un approccio multidisciplinare: si occupa di poesia, musica, psicologia, fisiologia, analisi del comportamento. Al tempo stesso le varie materie sono poste in connessione tra loro, per cui si può parlare più correttamente di un'attitudine interdisciplinare. A tal proposito è molto interessante la parte in cui l'autrice si occupa del rapporto tra testi "aggressivi" e apprendimento di condotte devianti e finanche violente. Ne riporto un breve estratto.
«Alcune ricerche si sono concentrate su come il testo di una canzone possa indurre specifici comportamenti, come il consumo di alcolici. Diffondendo nei bar musica con testi che facessero esplicito riferimento all'alcol, a distanza di alcune settimane si è notato un duplice effetto sui clienti: un maggior consumo di alcolici e una permanenza più prolungata nel locale (che a sua volta ha incrementato i consumi). Allo stesso modo in cui il testo di una canzone può indurre comportamenti legati all'aggressività o all'uso di alcolici, così può funzionare in senso opposto, favorendo comportamenti positivi.»
Di particolare rilievo è l'ultimo capitolo, in cui l'autrice chiarisce con esempi pratici quanto esposto in via teorica. Si avvale a tal proposito degli assiomi della psicologia positiva, un approccio scientifico allo studio dei pensieri, dei sentimenti e del comportamento umano che si focalizza sui punti di forza anziché sulle debolezze, ponendosi come obiettivo quello di costruire il bene e non semplicemente di riparare il male. Sulla base degli assunti della psicologia positiva, e in particolare del cosiddetto modello P.E.R.M.A., l'autrice analizza alcuni testi del celebre cantautore Massimo Priviero.
In conclusione, si tratta di un saggio breve ma denso di informazioni e intuizioni, dedicato soprattutto a quanti ancora oggi percepiscono la musica come una delle ragioni per cui vale la pena vivere. In calce al volume è riportata un'ampia sitografia per chi volesse risalire alle fonti e saperne di più sull'argomento.

31 gennaio 2023

"Una passeggiata nei boschi" di Bill Bryson: a spasso nel cuore dell'America

«Allora per esempio c'era un libro che si chiamava "Sulla strada" di Jack Kerouac ed era bellissimo: tutti a fare l'autostop. Ed era molto bello letto in italiano, però con i nomi americani. Dice "quella sera partimmo John, Dean e io sulla vecchia Pontiac del '55 del babbo di Dean e facemmo tutta una tirata da Omaha a Tucson". E poi lo traduci in italiano e dici: "quella sera partimmo sulla vecchia 1100 del babbo di Giuseppe e facemmo tutta una tirata da Piumazzo a Sant'Anna Pelago". Non è la stessa cosa! Gli americani ci fregano con la lingua.»
Così ironizzava Guccini nell'introduzione alla sua Statale 17, nel celebre Album concerto del 1979 registrato assieme ai Nomadi. In queste parole è racchiusa l'idea che romanzi, film e fumetti ci hanno trasmesso degli Stati Uniti, la terra del viaggio e dell'avventura più di ogni altra al mondo. Tutti abbiamo sognato almeno una volta di fare un viaggio coast to coast attraversando cittadine sonnolente e grandi metropoli, deserti e boschi, percorrendo lingue di asfalto che sembrano voler raggiungere l'orizzonte; insomma, il mito di Kerouac, Chatwin e Least Heat-Moon è più che mai vivo nell'immaginario collettivo. La narrativa di viaggio è un genere tradizionale e ben più antico degli autori che ho citato; e se il Novecento è il secolo dei nuovi mezzi di trasporto, i viaggiatori del passato si muovevano confidando principalmente nelle proprie gambe.
Nel 1996 lo scrittore e giornalista statunitense Bill Bryson, all'epoca quarantacinquenne, decise di cimentarsi in un'avventura dal sapore classico: l'attraversamento a piedi dell'intero Sentiero degli Appalachi, da sud a nord. Sebbene fosse fuori forma e praticamente digiuno di escursionismo, non si scoraggiò di fronte alle evidenti difficoltà: si informò adeguatamente su dozzine di volumi e guide, acquistò l'attrezzatura essenziale e trovò persino un alleato disposto a seguirlo, un vecchio amico di nome Stephen Katz. Il Sentiero degli Appalachi (in inglese, Appalachian Trail) è uno dei percorsi escursionistici più celebri del mondo. Collega la Georgia con il Maine, dalla Springer Mountain fino al Mount Katahdin, attraversando ben quattordici Stati. È lungo oltre 3.400 chilometri e ogni anno centinaia di escursionisti tentano di percorrerlo impiegando quattro o cinque mesi di marcia serrata. Gli inverni rigidi degli Appalachi suggeriscono di partire agli inizi di aprile, ma c'è chi si muove alla fine dell'inverno per evitare l'altrettanto insidioso caldo torrido di luglio e agosto. La pista è larga in media un metro e attraversa principalmente aree demaniali: poco meno dell'un per cento del percorso corre su terreni privati su cui insistono servitù di passaggio. Le aree attraversate sono selvagge: colline, montagne, oscure foreste, forre, crinali scoscesi, cime e valloni. Ogni tanto si superano dighe, ponti o strade secondarie che tagliano gli Appalachi da est a ovest e consentono agli escursionisti di raggiungere qualche sparuto centro abitato per riposarsi o acquistare i generi necessari al tragitto.
Una passeggiata nei boschi (1998) è il brillante resoconto di quell'impresa. Bryson non era un esordiente della narrativa di viaggio, avendo già dato alle stampe il celebre America perduta (1989) e Notizie da un'isoletta (1996) sul suo viaggio in Gran Bretagna. È una banalità affermare che un libro faccia viaggiare col pensiero; eppure non c'è frase più efficace di questa per rendere l'idea. Bryson e Katz camminano per giorni nei boschi, dormono all'addiaccio tra bufere di neve e orsi affamati, soffrono e faticano per erte infinite, scambiano pensieri e impressioni con quanti incontrano lungo la pista, gioiscono per una cena più sostanziosa o per una mezz'ora di insperato riposo. E a noi lettori sembra di essere con loro, come se fossero davvero compagni di viaggio e non semplici personaggi di un romanzo.
La scrittura di Bryson è arguta e brillante, lo stile spazia sapientemente dal registro umoristico a quello scientifico, senza tuttavia cadere mai nel nozionismo o nello sterile enciclopedismo. Come aveva già fatto in America perduta, lo scrittore americano arricchisce il racconto con tante informazioni di carattere storico, politico, etnografico e naturalistico. La descrizione di un'autostrada che costeggia per un tratto la pista, diventa ad esempio l'incentivo per una divagazione di più ampio respiro sul processo di motorizzazione di massa negli Stati Uniti. O ancora, la vista di alcuni alberi caduti dà il via a un'amara riflessione sulle piogge acide e sul disboscamento selvaggio. Bryson è prima di tutto un acuto osservatore che in ogni situazione sa cogliere uno spunto di riflessione o anche semplicemente l'abbrivio per qualche considerazione semiseria o umoristica. L'ironia e l'autoironia sono sicuramente il registro prevalente della narrazione: tanti sono i siparietti che strappano un sorriso e a volte si ride davvero di gusto. Ci sono poi digressioni colte e considerazioni polemiche, nonché pagine di pura narrativa d'avventura. Tutti questi elementi sono perfettamente dosati, sicché Una passeggiata nei boschi è appassionante come un romanzo d'avventura, interessante come un saggio, arguto come una raccolta di aforismi, "cinematografico" come un documentario. Senza tema di smentita si può dunque affermare che l'equilibrio tra le diverse componenti sia il pregio più evidente del romanzo.

24 febbraio 2021

"La mente in musica" di Annalisa Balestrieri: le infinite potenzialità dell'ascolto

Qual è l'importanza della musica nella vita di ciascuno di noi? È una domanda semplice, dalla risposta intuitiva: difficilmente qualcuno risponderà “poco” o “nulla”, perché la musica scandisce ogni momento della giornata, o quasi. La ascoltiamo in auto, distrattamente come sottofondo al supermercato, come colonna sonora di un film, quando facciamo sport. Per qualcuno la musica è addirittura un lavoro, altri spendono cifre considerevoli per acquistare un disco raro o un impianto hi-fi degno di questo nome, altri ancora si limitano ad accendere la radio senza prediligere un genere particolare. Insomma, i modi, i tempi e le finalità della fruizione della musica sono innumerevoli e diversi da persona a persona, eppure ci sono degli aspetti comuni a tutti. L'agile saggio La mente in musica, di Annalisa Balestrieri, si propone l'ambizioso obiettivo di analizzare i processi mentali ed emotivi che si mettono in moto con la musica, o che l'ascolto di una melodia stimola e finanche accresce. 
Il sottotitolo del volume è esplicativo: Come reagisce il cervello all'ascolto della musica. Emozioni, mente e musica sono dunque le chiavi di lettura del libro, le tre parole che delineano i vertici di un ideale triangolo, i cui lati sono formati dalle connessioni esistenti tra le tre dimensioni. L'Autrice precisa in proposito di voler gettare «uno sguardo generale sul rapporto che lega l'uomo all'ascolto di una melodia, vuole mettere in luce le potenzialità dell'ascolto e dare delle risposte alle domande che possono insorgere». L'obiettivo che la Balestrieri persegue non è dunque semplicemente quello di rispondere alla domanda sul perché ci piaccia una melodia, ma indagare sulle reazioni che la musica produce nella sfera più intima dell'essere umano, quella psico-emotiva. Si legga in proposito il primo interessante capitolo, con un breve excursus sul rapporto tra uomini primitivi e musica. Ebbene, è straordinario scoprire come già agli albori della nostra specie il linguaggio musicale rispondesse a funzioni connotative dell'intera esperienza umana: il rapporto con la natura e le forze superiori, le emozioni basilari di paura, stupore, allarme, gioia.
Se dunque il codice musicale è produttivo di esperienze praticamente invariate nei secoli, c'è da chiedersi quale sia la ragione di una tale importanza. L'Autrice la identifica nel “linguaggio emozionale”, che connota il valore universale della musica. A differenza del “linguaggio razionale”, che può essere compreso soltanto da chi ne possiede le chiavi grammaticali/fonetiche, il linguaggio di tipo emozionale non è subordinato a regole immutabili, e soprattutto può essere decodificato senza bisogno di chiavi, persino in modo soggettivo e non univoco. È questa la ragione per cui, in parole povere, una ninna nanna produce la stessa sensazione di piacevole rilassamento a tutte le latitudini, oppure un pezzo punk trasmette energia e voglia di spaccare il mondo a persone appartenenti a contesti culturali e sociali eterogenei, se non addirittura antinomici. Il processo cosiddetto di “astrazione musicale”, che consente al nostro cervello di estrapolare un significato dal significante della melodia, ha dunque al tempo stesso un valore personale e universale. Ecco spiegato perché una stessa canzone può essere ascoltata nel chiuso di una stanza, ossia in una dimensione intima e crepuscolare, oppure cantata a squarciagola assieme a migliaia di altre persone allo stadio.
Le tematiche affrontate dal libro non sono sempre semplici, eppure la Balestrieri è abile nel tradurle in concetti alla portata di tutti, anche attraverso esempi concreti e rimandi a ricerche. La seconda parte del saggio affronta aspetti più pratici, egualmente interessanti: le preferenze musicali in ragione dell'età, della cultura, della confessione religiosa, dell'approccio all'ascolto. E ancora, il rapporto tra musica, sport, economia, scienza e marketing. Le argomentazioni squisitamente psicologiche cedono il passo a un'indagine di stampo sociologico, che è di particolare interesse perché pone l'accento sul quotidiano e sul presente, in cui si assiste a una sovraesposizione musicale, soprattutto in forza della portabilità del supporto (gli smartphone).
In conclusione, La mente in musica è una lettura agevole e interessante, che scorre piacevolmente – nonostante la specificità del tema – grazie a una scrittura di presa immediata, seppur sempre attenta al rigore scientifico. È
un lavoro di ricerca, ma non è destinato soltanto agli addetti ai lavori, perché la tematica affrontata si radica nell'esperienza quotidiana di ciascuno.

26 ottobre 2020

"Il maledetto libro di storia…" di Lorenzo Del Boca: due secoli di verità di comodo

Il maledetto libro di storia che la tua scuola non ti farebbe mai leggere, di Lorenzo Del Boca, si inserisce nel filone storiografico “revisionista” che negli ultimi anni ha ottenuto successo di pubblico, grazie soprattutto ad alcuni saggi che forniscono una versione alternativa della vicenda risorgimentale e della genesi della Questione meridionale. Il libro di Del Boca condivide pregi e difetti di questa fortunata corrente. Il principale pregio è nella scelta di un punto di vista non conforme alla vulgata ufficiale, ossia «la storia ideologizzata che si presenta con le caratteristiche della propaganda». La storia, spiega l'Autore, è sempre stata scritta per glorificare i vincitori e demonizzare gli sconfitti, amplificando le virtù dei primi ed esagerando i difetti dei secondi. Egli si propone pertanto l'ambizioso scopo di riscrivere le vicende italiane degli ultimi due secoli secondo una prospettiva eccentrica rispetto a quella dominante. L'obiettivo dei suoi strali polemici sono ovviamente i libri scolastici, che peccano di approfondimento e tendono ad assumere un punto di vista acritico, tutto orientato in favore dei vincitori.
Ponendosi come un'alternativa ai testi canonici, il saggio mantiene uno stile volutamente divulgativo, a volte persino semplicistico. Vengono alla luce taluni limiti, che tuttavia non inficiano la bontà complessiva del volume. Lorenzo Del Boca non è uno storico di professione, ma un giornalista che si occupa di storiografia; sa dunque di non dover perseguire l'asettica obiettività del professore, ma di potersi lanciare in valutazioni personali, spesso irriverenti, indiscrezioni giornalistiche, storie di letto che hanno il sapore del pettegolezzo. Si pensi al giudizio sui Savoia: spietato, senza appello né indulgenza. Con ciò non voglio certo affermare che uno storico debba essere servile o adulatore nei confronti dei potenti; chiunque abbia un minimo di conoscenza della storia italiana non può che avere un'opinione estremamente negativa su Casa Savoia. Eppure, lo storico di professione deve sapersi distaccare dagli eventi narrati, vestendo l'indignazione con le parole e l'atteggiamento dello scienziato, anziché con la rabbia del partigiano deluso. Libri come questo di Del Boca, e altri dello stesso filone, scontano purtroppo un atteggiamento caustico e indisponente, che li rende facile bersaglio degli storici di professione. Spero di non essere frainteso: lungi da me l'affermare che questi volumi non abbiano il grande merito di aprire gli occhi del lettore, facendogli conoscere una verità spesso diversa e più amara di quella edulcorata raccontata dai libri di scuola. Rimane però un “sapore giornalistico”, che di per sé non è un male, ma li espone alle opinioni non lusinghiere dell'accademia.
Il maledetto libro è diviso in due parti, Ottocento e Novecento. La prima è sicuramente la migliore e la più approfondita, offrendo un quadro esaustivo delle complesse vicende che vanno dalla Restaurazione del 1815 all'uccisione di Umberto I ad opera di Gaetano Bresci. Esemplari i capitoli dedicati alla conquista del Regno delle Due Sicilie e degli altri Stati preunitari; Del Boca abbatte a picconate l'agiografia risorgimentale, restituendoci un ritratto impietoso dei principali protagonisti, da Garibaldi a Vittorio Emanuele II, passando per Cavour. Il Risorgimento, spiega l'Autore, non è stato (solo) una redenzione guidata da idealisti e anime belle, ma una bieca macchinazione costruita nelle cancellerie europee, a danno di sovrani legittimi e ad esclusivo vantaggio delle mire espansionistiche dei Savoia. La seconda parte è incentrata sulla Prima guerra mondiale e sulla parabola del fascismo, fino a toccare – per la verità in maniera superficiale – gli anni della Guerra Fredda. Ancora una volta Del Boca scruta gli eventi con la sua lente demistificatrice, mettendo in luce la verità sul primo conflitto mondiale, che fu solo una macelleria di proporzioni inimmaginabili. E ancora, non tace delle rappresaglie perpetrate dai partigiani dopo la caduta del regime, né della tragedia delle foibe.
Pur con i limiti evidenziati, ritengo sia un'opera controcorrente, persino coraggiosa nello sforzo di squarciare il velo di ipocrisia delle verità ufficiali, che da oltre due secoli ci propinano un racconto di comodo, a uso e consumo dei soli vincitori. Consiglio la lettura del volume a quanti conoscono per sommi capi la storia italiana degli ultimi due secoli, magari per averla ascoltata a scuola e mai più approfondita.

30 settembre 2020

"La rivolta dei tristi – I moti cilentani del 1828" di Benedetto D'Angelo: una storia di terra e libertà

In epoca borbonica il Cilento era definito “terra dei tristi”. La ragione di un tale appellativo risiedeva nella leggendaria e pervicace opposizione dei suoi abitanti a qualsiasi forma di potere costituito; tristi, dunque, nel senso di sciagurati, torbidi, malvagi, ingrati. In effetti i cilentani nei secoli si sono ribellati più volte, nella vana speranza di migliorare le proprie condizioni di vita liberandosi dal giogo del sovrano di turno, dei galantuomini schiavisti, di un clero bigotto e prono ai voleri dei potenti. Era così naturale che il vento delle nuove idee liberali e carbonare soffiasse anche in questa landa remota, traducendosi in un florilegio di sette segrete che si ispiravano ai principi egualitari della Rivoluzione francese. Dopo la Restaurazione del 1815, il Cilento si ribellò tre volte: nel 1820-21, nel 1828 e nel 1848. I libri di storia colpevolmente ignorano i moti del Cilento, dedicandovi al massimo qualche cenno distratto. Ma vi è di più: tali eventi sono praticamente sconosciuti al grande pubblico, spesso persino a livello locale. E se tutti sanno associare un pensiero patriottico all'udire i nomi di Pisacane o dei fratelli Bandiera, pochissimi hanno sentito parlare di Costabile Carducci o di Antonio Maria De Luca. Eppure non si tratta di vicende secondarie: le rivolte cilentane ebbero vasta eco ai tempi, anche all'estero, oltre a costituire un tassello importante della vicenda risorgimentale.
L'editore Galzerano di Casalvelino Scalo, che tempo fa ho ospitato su questo blog con un'intervista, ha fatto luce su queste vicende, dedicando ai moti del 1828 diverse pubblicazioni. La rivolta dei tristi – I moti cilentani del 1828, di Benedetto D'Angelo, è un breve saggio che persegue uno scopo divulgativo, sebbene l'Autore dichiari che l'opera non ha pretese di esaustività. Si tratta di un testo agevole e godibile, che tratteggia con sufficiente precisione e approfondimento l'insurrezione del 1828, soffermandosi altresì sul contesto storico, sulle cause, le conseguenze e l'eredità lasciata dai moti. D'Angelo fa pregevole opera di storico, prendendo per mano il lettore e guidandolo con pochi ma precisi cenni nell'Europa post Restaurazione. La sua attenzione è ovviamente incentrata sul Cilento, ma non dimentica di ricostruire il contesto in cui la rivolta nacque, contesto che supera i ristretti confini dell'area geografica di riferimento. Il lettore rimarrà stupito proprio da questo aspetto, che l'Autore rimarca: i moti cilentani maturarono in un magma ideologico (il pensiero liberale), settario (la Carboneria) e diplomatico (la Restaurazione) di grande fermento a livello europeo, in cui il Cilento si collocò come una sorta di laboratorio ove preparare le grandi rivoluzioni del domani.
Il saggio si sofferma su tutte le fasi della rivolta, dalla preparazione agli esiti. Grande attenzione viene dedicata alla feroce repressione e alle vicende giudiziarie, con una puntuale ricostruzione dei processi agli insorti. E proprio alle figure dei rivoltosi sono dedicate le pagine più intense del saggio, con precisi ritratti dei controversi fratelli Capozzoli, del canonico De Luca, dell'avvocato Teodosio De Dominicis, di Antonio Galotti e di altri personaggi minori.
Meno convincente è, a mio avviso, il deciso punto di vista antiborbonico – con tanto di giudizi tranchant – che emerge dalle pagine. Sia chiaro: bene fa l'Autore a ricordare la spietatezza del maresciallo Del Carretto nella repressione della rivolta, puntando giustamente l'indice contro il regime illiberale dei Borbone. Tuttavia, sarebbe stato opportuno precisare che le medesime raccapriccianti scene del 1828 si sarebbero ripetute trent'anni dopo, sotto i Savoia conquistatori del Sud. Le teste mozzate esposte in gabbie come monito, le fucilazioni dopo processi sommari, l'incendio e la razzia di interi villaggi, la negazione di ogni diritto costituzionale non sono stati, purtroppo, esclusivo appannaggio dei Borbone. Quelli che sono venuti dopo, calpestando proprio la memoria di quanti nel 1828 e nel 1848 si erano battuti per la libertà, forse hanno fatto pure peggio, perché nascosti dietro la maschera dei liberatori. Ritengo che il saggio, per dovere di completezza, avrebbe dovuto porre l'accento anche su questo aspetto, per quanto possa essere controverso. Difatti, la parola d'ordine dei rivoluzionari del 1828 non era “Italia”, quanto piuttosto “libertà”, al punto che nel famoso Proclama di Palinuro gli insorti si rivolgevano direttamente al Re, chiedendogli di concedere la Costituzione. A mio modesto avviso, il canonico De Luca, Galotti, De Dominicis e gli altri rivoltosi non possono essere definiti patrioti, quanto piuttosto “martiri della libertà”, perché la loro missione non era fare l'unità del Paese.
Far emergere la storia locale è sempre un bene; farlo in un territorio che spesso tende a dimenticare l'eroismo dei propri antenati è addirittura opera meritoria. Consiglio caldamente la lettura di questo saggio, non solo ai cultori della storia locale, ma più in generale a quanti amano approfondire le vicende italiane dell'Ottocento. Tenendo presente che solo chi sa scavare nelle radici è in grado di comprendere meglio l'età contemporanea.

25 agosto 2020

"Nelle terre estreme" di Jon Krakauer: la tragedia di un Thoreau dei nostri giorni

Chi era davvero Chris McCandless? È il quesito a cui Jon Krakauer cerca di dare una risposta nel suo celebre reportage Into the wild, tradotto impropriamente in italiano come Nelle terre estreme. Il giornalista e alpinista americano non dà una risposta, né sembra propendere per una tesi, dimostrando grande onestà intellettuale e sincera compassione per McCandless. Rimangono in piedi tre ipotesi, che poi sono quelle da subito sostenute dai lettori della rivista Outside, che per prima dedicò ampio risalto alla vicenda. Secondo una prima tesi, forse superficiale e assolutista, Chris aveva problemi psichici, o comunque era un temerario, un dilettante allo sbaraglio che “se l'è cercata”. Altri invece accostano la sua scelta alla disobbedienza civile di Thoreau, sostenendo che il giovane desiderasse soltanto fuggire da dogmi e catene della società contemporanea, in cui non si riconosceva. C'è poi chi sostiene il cliché del giovane di buona famiglia che si lancia in un'avventura rischiosa per vincere la noia e superare i limiti di una quieta esistenza borghese. Qual è la verità? Forse è nel mezzo delle tre interpretazioni. 
Chris McCandless era un giovane americano che nel 1990, subito dopo la laurea, decise di abbandonare la civiltà per vivere sulla strada e infine raggiungere da solo, a piedi e portando con sé il minimo indispensabile, la vetta del monte McKinley (o Denali) in Alaska. Prima di intraprendere il viaggio verso le terre estreme – o meglio, “nel selvaggio”, come suggerisce il titolo originale –, Chris abbandonò ogni bene materiale, lasciando la sua auto nel deserto e donando in beneficenza i risparmi. Più che l'avventura, sarà la morte in solitaria a renderlo celebre.
Nelle terre estreme, di Jon Krakauer, è il resoconto di questa straordinaria esperienza, purtroppo conclusasi tragicamente il 18 agosto 1992. L'autore è un giornalista e alpinista che, subito dopo il ritrovamento della salma del ragazzo, scrisse un articolo sulla rivista Outside, che ebbe vasta eco e diede fama postuma a McCandless. La mole di reazioni dei lettori e il dibattito che seguì, spinsero Krakauer a documentarsi meglio sulla vicenda per scrivere una biografia del giovane, diventata presto best-seller. Si tratta dunque di un'appassionata inchiesta giornalistica che cerca di indagare le cause della tragedia di McCandless. Il libro è tutto sommato avvincente, invero più per la straordinarietà della storia che per l'abilità letteraria di Krakauer. Il giornalista, nello sforzo di ricostruire a tutto tondo la figura di McCandless, si dilunga in particolari sulla vita, la famiglia, le amicizie e l'infanzia del ragazzo, aspetti che talvolta appesantiscono il ritmo della narrazione e poco aggiungono al nucleo centrale della storia. Quando invece si concentra sulle peregrinazioni del ragazzo nel cuore dell'Alaska, il libro sa lasciare il segno nella memoria dei lettori, pur non perdendo mai il taglio giornalistico di stretta aderenza alla realtà. Per questo non concordo con quanti sostengono che si tratti di un romanzo; è lo stesso Krakauer a mantenere i toni dell'inchiesta, disseminando le pagine di interviste a quanti conobbero il ragazzo, ritagli di giornale, precisi riferimenti storici, geografici, medici e botanici.
Al di là dei limiti, Nelle terre estreme è un libro che merita di essere letto, perché rende giustizia a una figura tragica e ribelle, altrimenti destinata all'oblio. Novello Thoreau o lupo che segue per istinto il richiamo della foresta, Chris McCandless è stato un ragazzo in grado di operare una scelta controcorrente, spingendosi sino alle estreme conseguenze.
Copertina dell'ultima edizione italiana (Corbaccio, luglio 2020)

28 dicembre 2019

"Maledetto Sud" di Vito Teti: guardarsi dentro per vincere il pregiudizio

«Ecco / io e te, Meridione, / dobbiamo parlarci una volta, / ragionare davvero con calma, / da soli, / senza raccontarci fantasie / sulle nostre contrade. / Noi dobbiamo deciderci / con questo cuore troppo cantastorie». Così scriveva il poeta calabrese Franco Costabile, e non è un caso che Vito Teti abbia utilizzato le sue parole in chiusura dell'interessante saggio Maledetto Sud, edito nel 2013 per Einaudi. Si potrebbe sostenere che la lirica di Costabile riassuma magistralmente la tesi portata avanti dal professor Teti: i meridionali non potranno mai affrancarsi dai pregiudizi fin quando non abbandoneranno l'atteggiamento ambivalente e ondivago di contemporaneo autocompiacimento e autocommiserazione. Bisogna dunque sedersi e saper guardare in faccia la realtà, andare oltre le immagini edulcorate di un Meridione mitico, che forse non è mai esistito, saper ragionare, per l'appunto, togliendosi la maschera.
«Per sfoltire, sfrondare, attenuare, annullare, rovesciare le immagini negative costruite contro i meridionali è necessario andare dentro di noi. È necessario guardare nelle nostre profondità. Non possiamo tollerare pregiudizi e stereotipi, ma non possiamo sopportare gli imbrogli, le menzogne, gli inganni perpetrati in nome di un “noi” nel quale non vogliamo riconoscerci.»
Maledetto Sud è un saggio breve, di agevole lettura, che si propone di affrontare con obiettività, e magari smontare, tutti i pregiudizi antimeridionali che si sono sedimentati nei secoli. Oziosi, lenti, sudici, maledetti, pittoreschi, briganti, mafiosi, camorristi sono solo alcune delle espressioni ingiuriose, a cui l'Autore dedica capitoli specifici. Oppure ancora l'onnipresente melanconia, un misto di dolore, rassegnazione e rimpianto che assume valenza quasi patologica nei giudizi impietosi di “nordici” e stranieri. La validità culturale e scientifica dell'opera sta nel tono complessivo: Teti si guarda bene dall'assumere l'atteggiamento tra il piagnucoloso e il revanscista che caratterizza gran parte della letteratura neomeridionalistica degli ultimi anni, da lui biasimata e liquidata con poche righe sibilline. Il professor Teti dimostra di essere un profondo conoscitore della materia, circostanza che gli consente di non indulgere nel pietismo; è proprio questa visione partecipe e al contempo distaccata ad offrire una difesa adeguata e a rendere giustizia al Meridione.
Si pensi al meraviglioso capitolo in cui viene affrontato uno dei più antichi pregiudizi, secondo cui i meridionali sarebbero “oziosi e lenti”. L'Autore dimostra che la verità è un'altra; la civiltà contadina era una realtà in perpetuo movimento, fatta di gente dinamica e operosa, che usciva di casa all'alba e tornava al crepuscolo, portando con sé soltanto un tozzo di pane nero, magari condito con grasso di maiale, ché l'olio era roba da ricchi. «Davvero era tutta una corsa quella che vivevano le figure di un universo errante», scrive Teti, riassumendo in modo esemplare il discorso. La stessa parola “terrone”, pur avendo un senso spregiativo, rivela un attaccamento industrioso ad una terra dura, amara, resa fertile dalle lacrime e dal sudore della fronte.
Oppure, si leggano le pagine dedicate al tentativo post-risorgimentale di costruire, accanto ad «un Sud criminale e maledetto», l'immagine opposta «di un Sud pittoresco da inserire in una cornice nazionale». Anche qui l'Autore calabrese oppone una visione critica, ricordando come l'idea del Mezzogiorno quale luogo magico, naturale e selvaggio, opposto al Nord industrializzato e razionale, abbia di fatto aperto la strada ad una “etnicizzazione del folclore”. Ciò ha fatto prevalere nell'immaginario collettivo gli elementi essenzialmente pittoreschi di un territorio in realtà molto più complesso, fatto di particolarismi culturali, storici e geografici, ricco di città, rovine, castelli, monumenti, arricchito da un rapporto sempre fecondo con il mare.
Il merito del professore calabrese sta nella capacità di rovesciare molti stereotipi, senza tuttavia diffondersi in elogi o retoriche celebrative, guardandosi bene dall'esaltare un presunto passato mitico o dal cavalcare la vulgata neoborbonica. Se dovessi individuare il maggiore pregio del libro, direi che è la lucidità dell'analisi; Teti scruta la materia con lo sguardo obiettivo dello scienziato, indaga le ragioni profonde di ogni stereotipo, evidenziando ciò che è veritiero e quanto è tendenzioso. Dove può, oppone le buone pratiche e gli esempi contrari, ma non nega mai i problemi reali. È per l'appunto il sapersi guardare dentro, di cui ragionava il poeta Franco Costabile. Un suggerimento prezioso e ancora attuale, che Vito Teti ha saputo cogliere perfettamente.

14 settembre 2019

"Filippo Patella e i cento preti ribelli del Cilento" di Clodomiro Tarsia: una pagina poco nota del Risorgimento

Filippo Patella e i cento preti ribelli del Cilento, di Clodomiro Tarsia, è un libro destinato principalmente a due categorie di lettori: i tuttologi del Risorgimento e gli appassionati di storia cilentana. Solo questi, e in particolare la seconda categoria, possono avere lo spirito giusto per addentrarsi nella miriade di vicende e cronache raccontate con dovizia di particolari dal bravo giornalista, già nella redazione del Mattino.
La pubblicazione, datata 2011, è stata curata dal Centro di Promozione Culturale del Cilento, in occasione dei festeggiamenti organizzati dal Comune di Agropoli per i 150 anni dall'Unità d'Italia. Di Agropoli era Filippo Patella, a cui il libro è intitolato; già presbitero, smise l'abito talare e fu uno dei Mille partiti da Quarto alla volta della Sicilia con Garibaldi. L'autore tratteggia gli eventi principali della vita dell'illustre agropolese, dal seminario di Novi all'impegno politico, fino agli ultimi giorni. Eppure la parte più interessante del saggio è un'altra, come si evince dal titolo. Il libro infatti racconta le sconosciute vicende dei “cento preti ribelli del Cilento”, ovvero i frati e i sacerdoti che si opposero alla monarchia borbonica dalla Repubblica Napoletana al 1861, passando per i moti cilentani degli anni 1820-21 e 1848.
Due sono gli aspetti che mi hanno colpito leggendo il breve saggio. Il primo è certamente l'aver scoperto l'esistenza di un clero liberale, ostile ai Borbone, con la parola, l'esempio e finanche l'estremo sacrificio. La storiografia tradizionale ci ha sempre descritto un clero reazionario e retrivo, filoborbonico perché legato ad antichi privilegi negati dai Savoia. Tarsia ha avuto il merito di aprire uno scrigno segreto, da cui emergono nomi e storie di preti combattivi, repubblicani e mazziniani o anche semplici amanti della libertà, che hanno partecipato con i sermoni e le armi alle rivolte che infiammarono il Cilento negli anni precedenti l'Unità, pagando anche con i ferri e la morte.
Il secondo pregio dell'opera sta nella capacità dell'autore di ricostruire con pochi cenni il clima socio-politico dell'epoca, così fecondo persino nel periferico Cilento, definito con sprezzo “la terra dei tristi”. Leggendo il saggio scopriamo un territorio ricco di fermenti emotivi e politici, popolato di sette segrete, pieno di cospiratori. Un popolo ribelle a cui mancò solo un leader carismatico, come precisa Tarsia con una felice intuizione.
Un plauso infine allo stile, che è asciutto e sobrio, come si conviene ad un libro di storia. Tarsia ha scritto un'opera sul Risorgimento che non è imbevuta di sterile retorica risorgimentale; anzi, descrive le vicende con il giusto distacco del cronista. Pur emergendo tra le pagine una certa simpatia verso Patella e gli altri preti ribelli, Tarsia non cade nella facile equazione “Borbone = Male assoluto”, peraltro smentita dalla storiografia più recente, non solo di stampo revisionista.
È dunque un saggio interessante, anche se di nicchia, peraltro corredato da un valido apparato fotografico.

6 maggio 2019

"La grande mattanza" di Enzo Ciconte: il Brigantaggio, male cronico del Meridione

Di libri sul Brigantaggio ne sono stati scritti molti, secondo le prospettive più disparate. Alla letteratura agiografica dei primi anni dopo l'Unità, tendente a dare un'immagine eroica e senza macchia del Risorgimento, hanno fatto seguito una serie di volumi più aderenti alla realtà dei fatti, attenti alla ricostruzione delle vicende per come sono state, senza edulcorazioni ideologiche. Ha poi avuto un certo riscontro la corrente revisionista di stampo meridionalista, se non addirittura neoborbonico, che sostiene la tesi – in parte condivisibile, a parere dello scrivente – secondo cui l'unificazione del Paese sarebbe avvenuta ad esclusivo danno del Sud, trattato al pari di una colonia. Indipendentemente dai punti di vista contrapposti, non bisogna tuttavia dimenticare che la società meridionale, già prima dell’Unità, era arretrata, stritolata da una borghesia miope e priva di slanci, da una burocrazia inefficace e corrotta, con larghi strati della popolazione che boccheggiavano appena al di sopra del limite della sopravvivenza. Mali oscuri, mali antichi, mai del tutto superati. Si dovrebbe partire da questi dati per costruire finalmente un “Meridionalismo intelligente”, slegato da prese di posizione aprioristiche di stampo “leghista”, capace di leggere oltre i dati statistici, in grado di affrontare un discorso più complesso e avvincente.
Il saggio di Enzo Ciconte, La grande mattanza, uscito nel 2018 per i tipi degli Editori Laterza, intraprende proprio questa terza strada. L'Autore studia il fenomeno del Brigantaggio senza prendere le parti di uno dei contendenti, mantenendo una stretta aderenza ai fatti. La sua è una prospettiva de-ideologizzata, che lascia al lettore ampia libertà di analisi. Ciconte segue la scia del sangue; già il titolo è in tal senso una chiara lettera d'intenti. La lotta contro il Brigantaggio è raccontata senza nulla tacere degli episodi più crudi: le fucilazioni sommarie, la decollazione dei nemici, l'esposizione dei corpi mutilati come monito, le torture, gli eccidi di massa come quelli tristemente celebri di Pontelandolfo e Casalduni.
Al di là del racconto postunitario, La grande mattanza è prevalentemente un'indagine retrospettiva. È la storia della repressione perpetrata in Italia contro banditi e briganti dal Cinquecento al 1870. Come efficacemente riassunto nella quarta di copertina, è «il racconto di tre secoli di violenze efferate compiute soprattutto nel Meridione». Il saggio può infatti essere diviso in due parti. Nella prima, vengono analizzati i primordi del fenomeno del banditismo, non solo al Sud, arrivando fino alle repressioni adottate dagli Stati preunitari. Nella seconda parte, più corposa, sono trattati gli eventi successivi al 1860. Grazie al confronto tra epoche diverse, l'Autore mette in evidenza le costanti del fenomeno, per quanto concerne cause e rimedi. È allora sorprendente scoprire che l'origine del banditismo è sempre la medesima in tutte le epoche: le rivendicazioni rurali dovute alla mancata distribuzione delle terre. Ugualmente sorprendente è scoprire le costanti dei meccanismi repressivi: stragi, processi sommari, corruzione, amnistie, tradimenti, uso indiscriminato del bastone o della carota. Sempre così, dagli Aragonesi ai Savoia, passando per i Borbone e Gioacchino Murat.
A mio avviso è possibile muovere due elogi e una critica al saggio di Ciconte. Il primo punto di forza è rappresentato dall'analisi degli aspetti giuridici; molto interessanti sono infatti le pagine in cui l'Autore concentra la sua attenzione sull'illegalità dell'operato dei militari piemontesi nel Sud Italia. Ciconte spiega esaurientemente la difformità delle procedure attuate rispetto alle norme vigenti e allo Statuto Albertino, nonché il pervicace contrasto tra magistratura ed esercito, la prima garantista e il secondo spietato e illiberale. Per approfondire gli aspetti giuridici, Ciconte fa ampio uso di stralci di lettere e memoriali dell'epoca; la trascrizione e il successivo commento di queste fonti è il secondo punto di forza del libro. D'altro canto, però, alcune parti del saggio soffrono di una carenza di approfondimento, in quanto si limitano a snocciolare una serie impressionante di dati, nomi e vicende, tanto che spesso ho avuto l'impressione di smarrirmi nella lettura, perdendo il filo del discorso complessivo.
Il libro può essere apprezzato anche da quanti hanno già letto tutto (o quasi) sul Brigantaggio, specialmente per l'excursus storico sulle origini del fenomeno, dal XVI secolo in poi. Quanti invece hanno conosciuto superficialmente tali vicende solo dai libri di scuola, dovrebbero leggerlo, per scoprire che la cosiddetta lotta al Brigantaggio è stata in verità una pagina infamante della storia italiana, una vera e propria guerra civile, un massacro in parte ingiustificato, mascherato dietro l'apparenza della ragion di Stato. Una vicenda esemplare, che purtroppo non costituirà un unicum nella nostra storia unitaria.

21 novembre 2018

"Un uomo finito" di Giovanni Papini: autobiografia di un cervello che voleva raggiungere il Tutto

Il manuale di letteratura che adottava la mia professoressa alle superiori, il famoso Guglielmino – Grosser, era assai ostico per noi studenti, ma aveva il pregio di dedicare qualche pagina anche agli autori meno noti, che attiravano la mia attenzione più degli indigesti classici. Su Giovanni Papini (1881 – 1956) pochi cenni biobibliografici e un’informazione che a distanza di anni echeggia ancora nella memoria. Secondo il manuale, Un uomo finito (1912) in origine avrebbe dovuto intitolarsi Storia di un cervello, o qualcosa di simile. E in effetti il libro più celebre di Papini è proprio il racconto delle elucubrazioni di una mente non ordinaria, guidata da inesausti sogni di grandezza e destinata a lasciare una traccia profonda nella letteratura italiana. Un’autobiografia, dunque, ma non nel senso tradizionale del termine. Papini rievoca i primi trent’anni della sua esistenza senza soffermarsi tanto sulle vicende umane, quanto piuttosto sui moti inquieti di uno spirito grande che avrebbe voluto essere grandissimo.
In questa autobiografia precoce, Papini ripercorre l’infanzia passata tra i pochi libri di casa, l’adolescenza spesa nelle sale polverose delle biblioteche, la giovinezza ossessionata da una «smania di sapere» che finisce per guastargli gli occhi e prostrargli lo spirito. Grazie alla vivace intelligenza, da imberbe discepolo diventa un maestro riconosciuto e ricercato, egualmente stimato e odiato dalle accademie e dall'élite culturale del Paese. Sono gli anni delle polemiche incessanti attraverso i giornali, delle lettere e dei pamphlet velenosi, che culmineranno nella fondazione della rivista Leonardo, vero e proprio baluardo dei giovani intellettuali incendiari e polemici.
Un uomo finito non è solo un episodio isolato ma decisivo della letteratura italiana del Novecento, ma un vero e proprio “libro di culto”, secondo una definizione oggi molto in voga. All'epoca della sua pubblicazione ebbe grande successo soprattutto presso la gioventù ribelle, delusa dall'immobilismo dell'Italia liberale e umbertina. Erano giovani dai quindici ai trentacinque anni, desiderosi di cambiare il Paese, convinti che ci fosse una nuova razza da costruire. Nei fatti, gli stessi ragazzi che sarebbero stati travolti prima dal mito della guerra “sola igiene del mondo” e poi dal miraggio della rivoluzione fascista. Nelle pagine più fulgide, Papini ci presenta ribelli scapigliati, «poeti delicatissimi, pittori misteriosi e funerei, violinisti mezzi matti», filosofi imbevuti di misticismo e altri personaggi che traboccano di vitalità intellettuale. Papini non è però soddisfatto di essere un primus inter pares; egli vuole elevarsi al pari di un messia, e sarà proprio la smodata ambizione a condurlo alla rovina, a renderlo un uomo finito anzitempo.
La straordinaria modernità del romanzo è principalmente nello stile: la scrittura è roboante, convulsa, quasi violenta. Si pensi al fulminante esordio: «io non son mai stato bambino, non ho avuto fanciullezza». Da solo è già una lettera d’intenti, uno strale capace di rivoltare l’immagine di un’Italia sonnolenta da Libro Cuore. È altresì vero che in più punti la lettura è ostica, specialmente quando Papini si dilunga in complicate dissertazioni filosofiche, morali o religiose. Resta però il fatto che l’autore toscano non pecca certo di sincerità; anzi, si mette a nudo pagina dopo pagina, senza timore di essere giudicato dai suoi simili. D’altronde, se pure ha fallito, ciò non è accaduto perché non avesse i mezzi per arrivare in alto, ma perché troppo alte erano le ambizioni.
«E se dopo avermi ascoltato crederete lo stesso, a dispetto dei miei propositi, ch’io sia davvero un uomo finito, dovrete almen confessare ch’io son finito perché volli incominciar troppe cose e che non son più nulla perché volli esser tutto.»

Copertina di un'edizione Vallecchi del 1952