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14 settembre 2025

"Rosa Bronzo, l'ammazzabimbi di Vallo della Lucania" di Giuseppe Galzerano: la fabbricatrice di angeli

Quando la cronaca ci porta a conoscenza di efferati delitti, siamo indotti a credere che siano il frutto della modernità, di una "società malata" che ha perso i valori di un tempo. Si tratta di una falsa percezione, un pregiudizio dettato dalla scarsa conoscenza del presente e soprattutto del passato. Scartabellare i vecchi giornali ci restituisce invece vicende terrificanti e del tutto dimenticate che raramente potrebbero verificarsi ai giorni nostri. Tale attività di ricerca è stata condotta dallo storico cilentano Giuseppe Galzerano che ha riportato alla luce una storia terribile avvenuta circa centocinquanta anni fa, di cui si erano perse le tracce e la memoria.
Rosa Bronzo era una donna di Vallo della Lucania, cittadina in cui alla fine dell'Ottocento gran parte della popolazione viveva in condizioni misere, pur essendo capoluogo di circondario. La Bronzo era nota alla giustizia per una vecchia condanna per furto aggravato che le era costata un periodo in carcere. Intorno al 1877, costretta dall'indigenza, si inventò un lavoro che si rivelò remunerativo: accogliere nella propria casa i neonati indesiderati, perché nati al di fuori del matrimonio o frutto di relazioni adulterine, incaricandosi di condurli all'orfanotrofio di Salerno. La "ruota" di Vallo era stata infatti abolita nel 1875 e il viaggio fino a Salerno era un'odissea per quanti avrebbero voluto affidare i neonati alla pubblica misericordia, in assenza di ferrovie e di strade degne di questo nome. In breve la casa di Rosa divenne meta di tante madri disperate che le lasciavano i loro bimbi, il cui numero esatto non è mai stato accertato. La Bronzo, per rendere più remunerativa l'attività, decise di intraprendere il periodico viaggio verso Salerno dopo aver raccolto un numero sufficiente di bambini, anziché portarne uno alla volta. Non aveva però di che sfamarli e così alcuni neonati morirono di stenti. Altri li ammazzò la stessa Rosa, o strozzandoli con le proprie mani perché esasperata dai pianti, o avvelenandoli con potenti dosi di estratto di papavero, una sorta di sonnifero naturale. Molti sapevano, anche alcune madri, ma il senso di vergogna e l'omertà consentirono a Rosa di operare indisturbata per quasi due anni, fino alla perquisizione della sua abitazione, al ritrovamento dei poveri resti di numerosi bambini e all'arresto da parte dei Carabinieri. Il numero esatto di vittime non è stato mai accertato.
Giuseppe Galzerano, storico molto conosciuto nel Cilento e titolare dell'omonima casa editrice, imbattutosi per caso in un articolo di giornale dell'epoca, ha deciso di far venire alla luce una storia da brivido che nessuno più ricordava, nemmeno nel paese natale. Attraverso un lungo lavoro di ricerca, Galzerano ha riportato nel suo saggio tutti gli articoli di giornale che si occuparono del caso della "fabbricatrice di angeli", come la definì il neonato (all'epoca) Corriere della Sera. Nel libro sono così riportati stralci del Roma, della Gazzetta dei tribunali, della Gazzetta Piemontese, de Il Carabiniere e finanche di Le Figaro, in quanto la vicenda destò orrore anche oltralpe.
Nonostante il lavoro archivistico, l'autore spiega a malincuore come non sia riuscito a trovare l'incartamento del processo. Neppure si sa con certezza se la Bronzo fu giudicata dalla Corte di Assise di Vallo o da quella di Napoli. Il Corriere della Sera parla di una condanna a vita ai lavori forzati, ma dopo questo trafiletto la notizia scompare dalle cronache e con essa l'inquietante figura di Rosa Bronzo. Come si è difesa durante il processo? Cosa hanno sostenuto l'accusa e la difesa? Dove ha scontato la sua pena? Dove e quando è morta? Ha ottenuto la grazia o uno sconto di pena, oppure è morta durante l'esecuzione della condanna? Domande legittime che finora sono rimaste senza risposta, come evidenzia l'autore del saggio. La speranza è che prima o poi emergano nuovi documenti che possano chiarire gli esiti e il perché di una vicenda così macabra e oscura. I motivi dell'agire di Rosa potrebbero essere molteplici: una patologia psichiatrica, l'invidia per non essere mai diventata madre lei stessa, oppure semplicemente un movente economico, una squallida storia di estrema indigenza nel misero Cilento di fine Ottocento.
Personalmente non seguo la cronaca nera, anzi la evito in quanto non ho mai provato interesse per queste vicende di sangue. Il saggio è invece consigliato alla nutrita schiera di "appassionati" di biografie di serial killer. Io ho acquistato il libro principalmente perché sono interessato alla storia del Cilento e in effetti il saggio restituisce il quadro desolante di una terra a quel tempo divisa tra credenze ancestrali (il sangue, l'onore) e tendenze modernizzatrici del pensiero, destinate infine a prevalere.

12 giugno 2024

"Punizione" di Giovanni Fiandaca: è possibile ripensare la pena

Ci sono concetti che diamo per scontati, affermazioni perentorie che riteniamo non possano essere messe in discussione, quasi appartengano all'ordine naturale delle cose, anziché essere un prodotto culturale e umano. Tra queste c'è l'assioma reato/pena detentiva, ossia la convinzione che a fronte della commissione di un delitto l'unica reazione giusta e doverosa sia la carcerazione. Ma è davvero così?
«Diamo per scontate le prassi punitive, anche se non sempre siamo in condizione di comprendere con facilità se certe reazioni abbiano davvero un significato punitivo.»
Il nome di Giovanni Fiandaca è conosciuto tra gli operatori del diritto, tra quanti abbiano studiato diritto penale nelle facoltà di giurisprudenza, o abbiano fatto ingresso almeno una volta in un'aula di tribunale in qualità di giudice, avvocato o cancelliere. Professore emerito di Diritto penale all'Università di Palermo, ha ricoperto, tra gli altri, gli incarichi di membro del CSM e Garante dei diritti dei detenuti per la Regione Sicilia. Gli studenti lo conoscono soprattutto per il celebre manuale di diritto penale scritto insieme a Enzo Musco, tuttora adottato in molti atenei. Di recentissima pubblicazione (gennaio 2024) è il breve saggio Punizione, uscito nella collana "Parole controtempo" de Il Mulino, volumetti che analizzano con taglio critico e al tempo stesso divulgativo una serie di parole "antiche" che tuttavia rivestono ancora un profondo significato. Nel corso del tempo sono stati pubblicati libri dai titoli eloquenti, come Occidente, Educazione, Lavoro, Passato, Saggezza e numerosi altri.
Il saggio è suddiviso in quattro parti. Le prime tre offrono un quadro complessivo sulla teoria generale della pena dall'età antica al presente, con uno sguardo sulle prospettive future. Fiandaca presenta un breve excursus dei principali orientamenti di giustizia retributiva, prestando al contempo attenzione ai futuri sviluppi della cosiddetta giustizia riparativa, di recente inserita anche nel nostro codice di procedura penale e nella legge di ordinamento penitenziario n. 354/1975. Ci sono inoltre stimolanti spunti extragiuridici, sul concetto di punizione in ambito filosofico, educativo, pedagogico e religioso. L'ultima parte è dedicata alla pena per eccellenza dell'epoca moderna, il carcere. Realtà ben conosciuta dall'autore per la sua esperienza, o sarebbe meglio definire missione, di Garante regionale dei diritti dei detenuti. Come noto, l'art. 27 della Costituzione assegna alla pena il compito di "tendere alla rieducazione del condannato". Fiandaca ne approfitta allora per tornare al tema principale del libro: se la pena deve essere rieducativa, può la detenzione assolvere davvero a tale compito? O non sarebbe meglio, salvo alcuni reati di grande allarme sociale, preferire forme alternative di esecuzione penale?
Come si evince, Punizione è un saggio che stimola la riflessione, mettendo in dubbio le certezze consolidate di cui parlavo all'inizio. Si leggano in proposito le lucide parole contro una delle tendenze più perniciose della nostra epoca, il populismo penale alimentato da alcune forze politiche e dall'influenza suadente dei mezzi di comunicazione di massa.
«Il grande paradosso evidenziato sin dalla premessa di questo libro deriva dalla coesistenza, nell'attuale momento storico, di due tendenze di fondo opposte: da un lato una contingente deriva punitivista, figlia di un populismo politico che tende appunto a canalizzare in chiave repressivo-ritorsiva sentimenti di rabbia, indignazione, risentimento e frustrazione diffusi nei settori sociali più svantaggiati; dall'altro, un'accresciuta consapevolezza, da parte di molti esperti a vario titolo di questioni penali, che le forme tradizionali di pena forniscono una risposta sempre meno adeguata e soddisfacente in termini sia di giustizia che di efficace contrasto alla criminalità.»
Un'ultima notazione va fatta riguardo ai destinatari. L'autore tiene a precisare che è un volume dal taglio divulgativo, volto a destare la curiosità dei non addetti ai lavori intorno al tema della pena. E in effetti bisogna riconoscere che il libro fornisce interessanti spunti di riflessione e risponde a molte domande, ma soprattutto pone dubbi, lasciando al lettore la possibilità di interrogarsi intorno alle tematiche trattate. Per quanto riguarda i giuristi, a mio avviso può essere un utile ripasso di teoria generale della pena, di caratura decisamente superiore ai vari compendi e manualetti in circolazione. Se dunque è principalmente indirizzato ai profani del diritto, sono certo che sarà apprezzato anche da avvocati, giuristi e operatori penitenziari. Particolarmente consigliato per questi ultimi, in ragione delle pagine contenenti una lucida analisi della realtà inframuraria italiana.

31 agosto 2023

"Il rappresentante" di Joseph O'Connor: cos'è la Giustizia?

Il rappresentante che dà il titolo al romanzo è Billy Sweeney, ex alcolizzato di quarantanove anni, occupato nel settore delle antenne paraboliche. Una triste sera del 1994 l'amata figlia Maeve viene rapinata da tre balordi; i rapinatori, tutti tossicodipendenti, non hanno pietà e la colpiscono ripetutamente alla testa, riducendola in fin di vita. Maeve finisce in coma in terapia intensiva; nessun medico sa dire con certezza se e quando si risveglierà. I tre vengono arrestati e condotti in prigione, ma uno di loro, Donal Quinn, fugge durante un'udienza e si dà alla macchia. Devastato dal dolore, Billy comincia a perlustrare palmo a palmo la città durante lunghe notti insonni: inizialmente il suo obiettivo è quello di catturare Quinn, poi si decide a ucciderlo con le proprie mani. Non ripone fiducia nei tribunali e nella magistratura: vuole farsi giustizia da sé.
Il romanzo è il cupo racconto di un'ossessione divorante, un lento scivolare nella follia, dagli esiti imprevedibili e drammatici. Billy racconta in prima persona la vicenda, compilando tutte le notti un taccuino segreto su cui riversa i ricordi del passato e le ansie del presente. Scrive per la figlia, sperando che un giorno Maeve si risvegli e possa leggerlo. La scrittura autobiografica diventa occasione per un'amara riflessione sui propri errori e al contempo un insperato tentativo di perdonarsi. Le vicende del presente si intrecciano con i ricordi del passato e vengono da questi mediate e compensate.
Il rappresentante è un'opera quanto mai attuale, più di quando venne pubblicata venticinque anni fa. Il farsi giustizia da sé è una tendenza innata nell'animo umano, ma negli ultimi anni, a causa della diffusione dei social network, si sta assistendo a un pericoloso ritorno di questa tentazione. Per rendersene conto basta leggere i commenti pubblicati dagli utenti sotto le notizie di cronaca: protetti dall'anonimato, vomitano addosso al mostro di turno una dose di violenza persino sproporzionata rispetto all'entità della vicenda commentata. Pena di morte e tortura sono i cavalli di battaglia di questi vendicatori del ventunesimo secolo. Ma cosa significa davvero farsi giustizia da sé? Catturare, punire, uccidere chi ci ha fatto del male, è davvero fonte di soddisfazione? Oppure rispondere al male con un altro male ci rende peggiori? Queste e altre sono le domande che O'Connor pone al lettore, lasciando che ciascuno elabori da sé la risposta.
Oggi l'Irlanda è considerata un'isola felice. Il Paese descritto da O'Connor è invece lontano da quest'immagine da cartolina: sciovinista, violento e avvelenato dall'odio verso inglesi e protestanti. L'azione si svolge in una Dublino proletaria e misera, nelle periferie devastate dall'eroina in cui centinaia di giovani sopravvivono con i sussidi statali o commettendo piccoli reati. O'Connor non inventa nulla, si limita a raccontare la città cupa che conosce bene, talvolta illuminata da sprazzi di pura umanità, di cui pure Billy si dimostra capace.
Alcuni recensori hanno parlato di thriller per descrivere questo romanzo, definizione che non mi trova d'accordo. Il rappresentante è un romanzo profondo che nulla ha a che vedere con gli stilemi del thriller. È vero che c'è una tensione strisciante dall'inizio alla fine, così come prevalgono atmosfere plumbee e notturne. Tuttavia, l'ossessiva ricerca dell'aggressore della figlia da parte di Billy non è il cuore del romanzo, ma solo l'occasione per una riflessione. O'Connor chiede al lettore di mettersi nei panni del protagonista e di prendere posizione su una drammatica domanda: la vendetta è una forma di giustizia o un intollerabile abuso?

6 gennaio 2022

Atticus Finch, l'integrità dell'avvocato e la funzione sociale della difesa d'ufficio

Evito di recensire opere celebri per un preciso motivo: il mio commento puramente amatoriale nulla potrebbe aggiungere in termini di analisi critica. Tuttavia, se è vero che un classico è un libro che non ha mai finito di dire ciò che ha da dire, è sempre possibile coglierne una nuova sfumatura. Il buio oltre la siepe è a tutti gli effetti un classico moderno, universalmente noto anche grazie a una fortunata riduzione cinematografica. Si è detto tutto di questo libro, considerato il manifesto antirazzista per eccellenza.

La vicenda è ambientata in Alabama negli anni Trenta del secolo scorso. Viene narrata attraverso gli occhi della piccola Scout, sebbene il vero protagonista sia il padre di quest'ultima, l'avvocato Atticus Finch. Il legale è un uomo retto, intellettualmente onesto, profondamente devoto alla sua professione. E proprio l'operato professionale di Atticus ci offre un'ulteriore (e poco approfondita) chiave di lettura del libro. Quando si parla del romanzo di Harper Lee, solitamente si dibatte su temi quali la discriminazione, il razzismo, il bigottismo e la miopia culturale della provincia americana. Si dimentica però un altro punto focale: Il buio oltre la siepe è un elogio del ruolo sociale dell'avvocatura, con particolare riferimento a quella funzione essenziale – e spesso negletta specialmente dalla politica – che è la difesa d'ufficio.
La vicenda al centro del libro è nota. Atticus Finch viene incaricato della difesa d'ufficio di Tom Robinson, un uomo accusato di violenza carnale. Oltre che per il tipo di reato, il caso è particolarmente spinoso per due ragioni. In primis, per quel delitto in Alabama è prevista la pena di morte. In secondo luogo, l'imputato è di colore mentre la presunta vittima è una diciannovenne bianca. Il calvario giudiziario di Tom Robinson va di pari passo con la gogna cui è sottoposto Atticus Finch, accusato di essere un “negrofilo”, un traditore della “razza bianca” e della sua presunta superiorità. Alla fine Robinson verrà condannato, nonostante l'esistenza di ragionevoli dubbi sulla sua colpevolezza; è un'ingiustizia enorme, eppure già scritta a causa del colore della pelle dell'imputato. Atticus è consapevole di essere diventato a sua volta un bersaglio della furia razzista, ma sa di non potersi sottrarre a un caso che involge la sua coscienza. Cerca così di spiegarlo agli increduli figli.
«Quel che posso dirvi è che quando tu e Jem sarete grandi, forse ripenserete a queste cose con compassione, e capirete che non ho tradito la mia famiglia, ma che se vi ho esposto a difficoltà, è stato perché non potevo fare diversamente. Questo di Tom Robinson è un caso che tocca direttamente il vivo della coscienza di un uomo.»
Attualizzando il discorso, potremmo dire che Atticus subisce la cosiddetta “macchina del fango”, la gogna mediatica che negli ultimi dieci anni ha assunto la forma dell'indignazione da social network. L'odio si trasmette dall'imputato al suo difensore, come se quest'ultimo fosse un correo e non un garante del giusto processo. Gli abitanti di Maycomb – non tutti, ma la maggioranza – accusano Atticus di difendere il reato e non il reo, di volersi ergere a paladino dei neri, nonostante sia risaputo che questi ultimi si fanno sovente sopraffare da istinti bestiali che li inducono a commettere reati. Un pensiero barbaro, senza dubbio; ma siamo sicuri che appartenga davvero al passato? Purtroppo non è così. Basta leggere i commenti sotto un qualsivoglia fatto di cronaca che sconvolge l'opinione pubblica. Quasi sempre l'avvocato diventa un bersaglio, attaccato con maggiore veemenza per il fatto di difendere il Tom Robinson di turno. C'è una parte dell'opinione pubblica, non dissimile dai benpensanti dell'Alabama, che non comprende l'enorme differenza che c'è tra il garantire la difesa tecnica e cercare escamotage per l'impunità, tra il difendere il reo e giustificare il reato. L'avvocato non difende il delitto, offre assistenza tecnica per garantire che il processo sia equo, cardine imprescindibile del moderno Stato di diritto. Viviamo purtroppo in un'epoca in cui il ruolo sociale dell'avvocatura è appannato dalla logica distorta di chi identifica difensore e persona difesa, di quanti, digiuni di cultura giuridica, vorrebbero che i processi si facessero senza avvocati.
La lezione di Atticus è valida ancora oggi, sebbene provenga da un'altra epoca e da un ordinamento giuridico profondamente diverso dal nostro. Atticus Finch è l'emblema del legale che assume un incarico spinoso non per lucrarci o guadagnare notorietà, ma per portare avanti una battaglia di civiltà e giustizia, sebbene sia consapevole in partenza di essere destinato alla sconfitta. E purtroppo, proprio per il fatto di essere stato un elemento essenziale dell'imperfetta macchina processuale, Finch subirà un duro colpo dalla condanna di Robinson.
«A un avvocato succede almeno una volta nella sua carriera, proprio per la natura del suo lavoro, che un caso abbia una ripercussione diretta sulla sua vita.»
Bisognerebbe dunque rileggere Il buio oltre la siepe secondo quest'ottica, per ridare valenza, agli occhi dell'opinione pubblica, alla funzione sociale dell'avvocatura, che molti colpevolmente negano o dimenticano.
Gregory Peck è Atticus Finch nel film (foto tratta da Wikipedia)

20 agosto 2019

"Il custode" di Carmelo Samonà: le meditazioni di un recluso

Un uomo senza nome è rinchiuso in una stanza anonima, immersa in una fioca penombra. Poche suppellettili, un letto, una sedia impagliata, un'unica finestra che dà su un muro di lunghezza e profondità indefinite. Non sa perché si trova lì, né da quanto tempo; il suo passato non ci viene mai rivelato, se non attraverso fugaci schegge vaganti di ricordi minimi. È in prigione, per quanto all'apparenza non stia scontando una pena. Sarebbe meglio dire che è privato della libertà personale, impossibilitato a muoversi e andare via. Silenti custodi si avvicendano a guardia della cella; non parlano, né interagiscono con lui, se non con indefiniti segnali delle mani. Taciturni e severi, si limitano a portargli da mangiare tre volte al dì, senza mostrare il volto o palesarsi apertamente. Nella forzosa inazione cui è costretto, il protagonista ha un unico obiettivo: stabilire un contatto con i carcerieri.
«Nella situazione in cui mi trovo, la mia stessa sopravvivenza non avrebbe senso se non cercassi di raggiungere come posso, con ogni mezzo di cui dispongo, gli uomini che esercitano su di me una vigilanza così spietata rimanendo nascosti. […] Se il loro intento è di privarmi, tacendo, del senso del tempo e di una qualsiasi idea di futuro, il mio è di scalfire quella cortina, di lavorarla con pazienza, ora per ora, giorno per giorno, fino ad aprire una breccia da cui filtrino indizi meno vaghi sulle mie intenzioni.»
Il custode, di Carmelo Samonà (1926-1990), è stato pubblicato originariamente nel 1983. Il suo autore, nato a Palermo ma trapiantato a Roma, era professore di Letteratura spagnola all'Università della Sapienza, approdato tardivamente alla letteratura, a più di cinquant'anni. Si tratta dunque di un'opera della maturità, come dimostrano lo stile aulico e le complesse tematiche filosofiche ed esistenziali.
Ad una lettura superficiale, e semplificando all'osso il discorso, potrebbe dirsi che non succede niente, che nessun fatto rilevante arricchisce le pagine. Il protagonista è chiuso in uno spazio angusto e riempie le monotone giornate diffondendosi in un complicato monologo. Nulla di più, nessuna variazione sul tema. Eppure, a guardare bene, le sue giornate sono ricche di eventi. In primis ci sono i sussulti interiori, veri e propri terremoti che quotidianamente ne mutano la percezione di sé e del mondo. Poi ci sono gli eventi esterni, tutte le circostanze minime che i carcerieri, ed in particolare uno di loro, introducono nella cella. Un'esitazione della mano, un bisbiglio lontano, un bracciale al polso, una sciarpa azzurra che fa capolino tra i battenti, una pressione più forte del dito sul vassoio; sono inezie a cui nella vita reale non si fa neppure caso. Per il protagonista, invece, sono le chiavi che ha a disposizione per comprendere le ragioni del suo isolamento coatto dalla società, gli strumenti per elaborare una soluzione o addirittura un piano di fuga.
Il romanzo è così attraversato da una sottile inquietudine, perché, di pari passo con il protagonista, anche il lettore compie un continuo sforzo per decifrare l'enigma. Alla fine il custode si rivelerà al recluso, sbrogliando finalmente la matassa. A questo punto però il libro si interrompe, lasciandoci con l'amaro in bocca. Il compito di trovare l'esatta chiave di lettura diventa allora un nostro dovere. Chi è il detenuto e perché si trova lì? Chi sono i carcerieri e perché si ostinano a non rivelarsi? Una prima ipotesi è che Il custode sia una riflessione sulla pena detentiva, sulla sua incapacità di costituire un effettivo contraltare al delitto. Eppure nel libro non si parla mai di processi, né esplicitamente di carcere. E se il recluso si trovasse invece in un manicomio? Anche questa ipotesi pare smentita dalla profonda lucidità della sua analisi, che arriva persino ad afferrare, per poi escluderla decisamente, la tesi della malattia mentale. Forse Samonà ha voluto utilizzare una metafora per descrivere l'uomo contemporaneo, essere sociale che cerca disperatamente un contatto con i propri simili, sebbene non possegga più il linguaggio per conferire distintamente con loro. Se davvero è così, il libro appare rivelatore di una delle malattie del nostro tempo, l'epoca dei social che paradossalmente annullano il vero contatto umano. Quale che sia la risposta, Il custode resta un romanzo breve ma corposo, talmente denso di possibili significati da apparire ostico e impegnativo anche per lettori di lungo corso.

6 maggio 2019

"La grande mattanza" di Enzo Ciconte: il Brigantaggio, male cronico del Meridione

Di libri sul Brigantaggio ne sono stati scritti molti, secondo le prospettive più disparate. Alla letteratura agiografica dei primi anni dopo l'Unità, tendente a dare un'immagine eroica e senza macchia del Risorgimento, hanno fatto seguito una serie di volumi più aderenti alla realtà dei fatti, attenti alla ricostruzione delle vicende per come sono state, senza edulcorazioni ideologiche. Ha poi avuto un certo riscontro la corrente revisionista di stampo meridionalista, se non addirittura neoborbonico, che sostiene la tesi – in parte condivisibile, a parere dello scrivente – secondo cui l'unificazione del Paese sarebbe avvenuta ad esclusivo danno del Sud, trattato al pari di una colonia. Indipendentemente dai punti di vista contrapposti, non bisogna tuttavia dimenticare che la società meridionale, già prima dell’Unità, era arretrata, stritolata da una borghesia miope e priva di slanci, da una burocrazia inefficace e corrotta, con larghi strati della popolazione che boccheggiavano appena al di sopra del limite della sopravvivenza. Mali oscuri, mali antichi, mai del tutto superati. Si dovrebbe partire da questi dati per costruire finalmente un “Meridionalismo intelligente”, slegato da prese di posizione aprioristiche di stampo “leghista”, capace di leggere oltre i dati statistici, in grado di affrontare un discorso più complesso e avvincente.
Il saggio di Enzo Ciconte, La grande mattanza, uscito nel 2018 per i tipi degli Editori Laterza, intraprende proprio questa terza strada. L'Autore studia il fenomeno del Brigantaggio senza prendere le parti di uno dei contendenti, mantenendo una stretta aderenza ai fatti. La sua è una prospettiva de-ideologizzata, che lascia al lettore ampia libertà di analisi. Ciconte segue la scia del sangue; già il titolo è in tal senso una chiara lettera d'intenti. La lotta contro il Brigantaggio è raccontata senza nulla tacere degli episodi più crudi: le fucilazioni sommarie, la decollazione dei nemici, l'esposizione dei corpi mutilati come monito, le torture, gli eccidi di massa come quelli tristemente celebri di Pontelandolfo e Casalduni.
Al di là del racconto postunitario, La grande mattanza è prevalentemente un'indagine retrospettiva. È la storia della repressione perpetrata in Italia contro banditi e briganti dal Cinquecento al 1870. Come efficacemente riassunto nella quarta di copertina, è «il racconto di tre secoli di violenze efferate compiute soprattutto nel Meridione». Il saggio può infatti essere diviso in due parti. Nella prima, vengono analizzati i primordi del fenomeno del banditismo, non solo al Sud, arrivando fino alle repressioni adottate dagli Stati preunitari. Nella seconda parte, più corposa, sono trattati gli eventi successivi al 1860. Grazie al confronto tra epoche diverse, l'Autore mette in evidenza le costanti del fenomeno, per quanto concerne cause e rimedi. È allora sorprendente scoprire che l'origine del banditismo è sempre la medesima in tutte le epoche: le rivendicazioni rurali dovute alla mancata distribuzione delle terre. Ugualmente sorprendente è scoprire le costanti dei meccanismi repressivi: stragi, processi sommari, corruzione, amnistie, tradimenti, uso indiscriminato del bastone o della carota. Sempre così, dagli Aragonesi ai Savoia, passando per i Borbone e Gioacchino Murat.
A mio avviso è possibile muovere due elogi e una critica al saggio di Ciconte. Il primo punto di forza è rappresentato dall'analisi degli aspetti giuridici; molto interessanti sono infatti le pagine in cui l'Autore concentra la sua attenzione sull'illegalità dell'operato dei militari piemontesi nel Sud Italia. Ciconte spiega esaurientemente la difformità delle procedure attuate rispetto alle norme vigenti e allo Statuto Albertino, nonché il pervicace contrasto tra magistratura ed esercito, la prima garantista e il secondo spietato e illiberale. Per approfondire gli aspetti giuridici, Ciconte fa ampio uso di stralci di lettere e memoriali dell'epoca; la trascrizione e il successivo commento di queste fonti è il secondo punto di forza del libro. D'altro canto, però, alcune parti del saggio soffrono di una carenza di approfondimento, in quanto si limitano a snocciolare una serie impressionante di dati, nomi e vicende, tanto che spesso ho avuto l'impressione di smarrirmi nella lettura, perdendo il filo del discorso complessivo.
Il libro può essere apprezzato anche da quanti hanno già letto tutto (o quasi) sul Brigantaggio, specialmente per l'excursus storico sulle origini del fenomeno, dal XVI secolo in poi. Quanti invece hanno conosciuto superficialmente tali vicende solo dai libri di scuola, dovrebbero leggerlo, per scoprire che la cosiddetta lotta al Brigantaggio è stata in verità una pagina infamante della storia italiana, una vera e propria guerra civile, un massacro in parte ingiustificato, mascherato dietro l'apparenza della ragion di Stato. Una vicenda esemplare, che purtroppo non costituirà un unicum nella nostra storia unitaria.

17 dicembre 2018

"La panne" di Friedrich Dürrenmatt: un delitto si trova sempre

La lettura de La panne ha confermato l’impressione che già avevo avuto con Il giudice e il suo boia: a Dürrenmatt interessavano specialmente gli aspetti patologici della giustizia umana, lo intrigavano le implicazioni distorte della funzione giudiziaria. Secondo lo scrittore svizzero, il diritto non è das Recht, la strada dritta verso la verità, quanto piuttosto una linea contorta, che può essere piegata a piacimento lungo le direttrici del giusto o dell’abuso. E mentre ne Il giudice e il suo boia la domanda è se possa esistere un delitto perfetto, ne La panne l’interrogativo riguarda la possibilità di accusare taluno di un reato che non ha mai commesso, fino a convincerlo della propria (insussistente) colpevolezza. D’altronde, uno dei principali personaggi del romanzo, il pubblico ministero, dichiara senza mezzi termini che un delitto si trova sempre, basta indagare nel vissuto di ogni uomo.
Alfredo Traps, un modesto rappresentante di commercio, è costretto a fermarsi per la notte in un villaggio svizzero, a causa di una panne alla sua automobile. Viene ospitato dall'anziano proprietario di una dimora signorile, che lo invita a partecipare ad un gioco insieme ai suoi tre più cari amici. I quattro vegliardi sono pensionati che hanno calcato le aule di giustizia nelle vesti di giudice, pubblico ministero, avvocato e boia. Il loro gioco preferito consiste nel rinverdire i fasti del passato, inscenando finti processi a personaggi storici; quando però si presenta un ospite a cena, è quest’ultimo a venir coinvolto nel gioco, in veste di imputato. Traps si sottopone volentieri alla farsa, divertito e convinto della propria innocenza. Il pubblico ministero, invece, con una requisitoria logicamente impeccabile, anche se giuridicamente infondata, finirà per inchiodarlo ad una terribile verità, convincendolo di aver commesso un turpe delitto. È a questo punto che si verifica una panne anche nel cervello del povero Traps, un vero e proprio cortocircuito emotivo che lo condurrà ad esiti tragici.
Il breve romanzo lancia diversi interrogativi e spunti di riflessione. In primo luogo, centrale è il ruolo del caso, che per Dürrenmatt è il vero gerente dei destini umani. Il fatto che dà il via ad una concatenazione di eventi irreversibili e drammatici è una semplice panne, un guasto meccanico che genera conseguenze imprevedibili. Il titolo è dunque centrale nell'analisi del romanzo, perché richiama un tema assai caro all'autore svizzero: quello dell’evento fortuito e apparentemente marginale, che diviene il fulcro di coincidenze imponderabili.
Ad una lettura più approfondita, il libro è un'acuta riflessione sulla sacralità della giustizia, un affare troppo serio per diventare oggetto di giochi o spettacoli. Ed è proprio questo l’aspetto di più stretta attualità del romanzo; viviamo in un’epoca che ha fatto dei processi mediatici un vero e proprio affare milionario, ad uso e consumo di spettatori del tragico che cercano nella condanna altrui una catarsi dalle proprie meschinità. Dürrenmatt, sia pur involontariamente, anticipa i tempi e vuole dirci che la sala da pranzo del giudice in pensione, così come i moderni studi televisivi, non sono aule di udienza. Eppure, allo stesso modo e con la stessa effettività, possono decidere i destini umani. Sta dunque a noi, alla nostra intelligenza e sensibilità, fare in modo che ciò non accada.

14 luglio 2018

"Il giudice e il suo boia" di Friedrich Dürrenmatt: quando il diritto diventa delitto

Un professore universitario, di cui non ricordo il nome, sosteneva che nella biblioteca di un giurista non può mancare Il giudice e il suo boia dello scrittore svizzero Friedrich Dürrenmatt (1921-1990). Per tanti anni l’affermazione ha galleggiato nei meandri della memoria, senza tradursi in atti concreti, fin quando non mi è capitato tra le mani il libro. L’ho letto senza indugi e l’ho trovato sorprendente.
È stato scritto di tutto su questo romanzo del 1950, fior di critici ne hanno esaltato il perfetto meccanismo narrativo, l’inquietante cupezza delle ambientazioni e finanche la scrittura attraversata da una sottile e spietata ironia. Non è stato però sottolineato a sufficienza l’aspetto di cui parlava il professore, ovvero che Il giudice e il suo boia non è semplicemente un poliziesco, ma un romanzo che scruta uno tra i più dibattuti nodi del diritto penale: il rapporto tra colpevolezza e funzione della pena. Proprio di questo aspetto ho intenzione di parlare.
Non vorrei svelare troppo della trama, ma non è possibile sviscerare i contenuti più profondi del romanzo se non si riassume la vicenda. Durante una serata ad alta gradazione alcolica, il funzionario della polizia elvetica Bärlach e l’immorale Gastmann discutono sulla possibilità di commettere il delitto perfetto. Ad avviso del primo, non esistono delitti che non possano essere scoperti, perché è la stessa imperfezione ed imprevedibilità dell’essere umano a negare tale possibilità. Il malvagio Gastmann è invece convinto del contrario e convince l’altro a stipulare un diabolico patto. Gastmann scommette che sarà in grado di compiere reati efferati senza che Bärlach possa raccogliere le prove per incastrarlo. Per oltre quarant’anni i due si inseguono: il povero poliziotto cerca senza esito di inchiodare Gastmann, autore di delitti all’apparenza non riconducibili a lui. Il poliziotto svizzero conosce la verità, ma non riesce a raccogliere prove sufficienti per fare arrestare l’altro, che beneficia di amicizie influenti e si nasconde dietro la stimabile apparenza dell’uomo d’affari. Quando tutto sembra ormai perduto, Bärlach raggiunge l’obiettivo a cui ha sacrificato l’intera esistenza. Con una macchinazione crudele e perfetta, incastra Gastmann e lo fa finanche uccidere. Il punto, su cui si innestano i temi più profondi del libro, è che Gastmann viene condannato e punito per un reato che in realtà non ha mai commesso. Bärlach lo inchioda pur sapendolo innocente in relazione a quel singolo fatto.
Si leggano in proposito le parole che il poliziotto rivolge al suo nemico nelle ultime pagine del romanzo: «non ho saputo incastrarti per i delitti che hai commesso, ora ti incastro con quello che non hai commesso». Sorge così la domanda, che dà inizio alla riflessione propriamente giuridica. Si può punire taluno per un delitto mai commesso? Chiunque di noi risponderebbe di no, perché non si può condannare un innocente. Ma se la persona condannata da innocente ha dedicato la vita al delitto, e solo per ventura non è mai stata scoperta, sarebbe giusto sanzionarla per un illecito che non ha mai commesso? O meglio, la pena è una retribuzione per la condotta di vita, anziché per il singolo fatto? Forse l’uomo comune risponderebbe di sì, che si tratta di un male necessario. Il giurista non può invece condividere tale impostazione, perché nessuno può essere punito per un fatto che non ha commesso, fosse anche il peggiore delinquente sulla faccia della terra.
Bärlach, così agendo, si pone al di sopra della giustizia degli uomini. Egli diventa al contempo giudice e boia. Un giudice iniquo perché emette una sentenza delittuosa, dolosamente ingiusta. Al contempo, un boia che esegue spietatamente tale condanna. Facendo così, però, arriva a contraddirsi. Non era forse lui a sostenere che non esiste il delitto perfetto perché «non è possibile muovere gli uomini come pedine su una scacchiera»? Facendo uccidere Gastmann, Bärlach dimostra esattamente il contrario, ovvero che muovendo gli uomini come pedine di una scacchiera è possibile commettere il delitto perfetto. L'uomo di legge architetta un piano sadico per far uccidere il criminale; nel fare ciò, solo apparentemente vince la quarantennale sfida. In realtà Bärlach perde, e lo fa nel più misero dei modi. Per avvalorare la sua tesi, ovvero che nessun delitto può mai rimanere impunito, commette egli stesso un reato perfetto, così perfetto che nessuno saprà mai la verità. Bärlach cumula in sé tre funzioni: giudice, boia, ma anche assassino. Egli non crea diritto, ma delitto. Non fa giustizia, ma si pone allo stesso livello del criminale Gastmann. Per questa ragione, secondo il mio modesto parere, è proprio quest’ultimo a vincere la scommessa: con la sua morte ingiusta, o meglio, moralmente giusta ma contra ius, dimostra che il delitto perfetto esiste.
Copertina Adelphi con un autoritratto dell'Autore

20 febbraio 2018

Il piccolo e magro professore di diritto: vita vera e poesia

C’è una poesia di Emilio Praga (1839-1875) che costituisce un passaggio atipico nella sua produzione: Il professor di greco. Praga è noto per essere stato il principale tra i lirici della Scapigliatura, nonché “il Baudelaire italiano” per la vita dissoluta e il contenuto provocatorio delle sue opere. Il professor di greco è invece una lirica di impianto tradizionale, che racconta un episodio vero e intimo.
Praga, che è stato anche un affermato pittore, nella poesia racconta di quando si è presentato alla porta del suo studiolo il «lungo e magro professor di greco» delle tediose giornate di scuola, quelle che il poeta avrebbe preferito passare tra «le dolci aure dei campi», anziché in un’aula polverosa. La vista del professore rievoca il ricordo delle noiose lezioni e della buia prigione che era stata la scuola. La reazione immediata è quindi di odio, che Praga non esita a dimostrare, rivolgendo al docente uno sguardo «torvo e bieco».
Ma il tempo non è trascorso invano; dopo la prima diffidenza, il poeta scopre l’uomo dietro il professore. Colui che aveva sempre considerato un nemico da combattere, gli si rivela qual è, un «uom, già in uggia tanto, incanutito e sofferente e stanco». Si compie allora un vero e proprio miracolo: il professore si guarda intorno, ammira le tele che costellano la stanza ed elogia l’ex studente ribelle, diventato un affermato pittore. La confidenza che nasce tra i due è il colpo decisivo che annienta i passati rancori. Il vecchio docente, «desto ai primi ardenti affetti», paragona la sua misera vita, fatta di giorni sempre uguali, all’esistenza errabonda e avventurosa dell’allievo, non nascondendo una punta di invidia. Lo studente indisciplinato ha visitato il mondo, mentre l’inflessibile professore, onusto solo del peso della scuola e della famiglia, non ha mai vissuto pienamente.
Il finale è commovente, senza indulgere nel patetismo. Praga, che forse non è riuscito a manifestare al professore ciò che ha realmente provato, esorta i suoi versi ad uscire dallo studiolo, a seguire il vecchio per la strada, rincuorandolo che «col greco è svanita ogni rancura». Rimasto solo, il poeta si lascia andare ad un pianto liberatorio, pensando forse al tempo passato e al triste destino di un uomo buono e comprensivo, che il crudele gioco di ruoli della scuola gli aveva fatto considerare un nemico.
Si dice che la poesia sia tanto più vera quanto più trovi rispondenza nella vita reale. Qualche tempo fa ne ho avuto la prova, quando alla fermata dell’autobus ho incontrato il mio vecchio professore di Istituzioni di Diritto Pubblico all’università. Negli anni dell’insegnamento era noto per la rettitudine morale, ma soprattutto era assai severo e temuto, anche per via dell'aspetto austero. Il solo pensiero di dover affrontare l’esame con lui terrorizzava noi studenti; dato l’alto livello delle sue lezioni, infatti, il professore esigeva una preparazione eccellente, oltre che una proprietà di linguaggio che molti ragazzi del primo anno non possedevano. Ecco perché questo professore rappresentava per noi la quintessenza dell’inflessibilità.
Alla fermata dell’autobus, invece, mi è sembrato subito un uomo diverso. Oramai in pensione, minuto, incanutito e con il passo appesantito dagli anni, mi ha provocato una strana sensazione di rispetto mista a tenerezza. Allora mi sono avvicinato e presentato; lui ovviamente non poteva ricordarsi di me, ma è stato comunque felice di rammentare i giorni dell’insegnamento. Come il professore di greco, anche il professore di diritto mi ha enumerato i suoi acciacchi, confidandomi che «la testa non è più quella di una volta». Sono bastati pochi minuti per rovesciare completamente il mio giudizio. Ho visto di fronte l’uomo, al di là del professore, e tutto il passato risentimento si è trasformato in rispetto. Ecco, in quei pochi minuti anche io mi sono sentito un po’ Emilio Praga.

Il lungo e magro professor di greco,
che quasi odiar mi fece il divo Omero,
fu stamane a vedermi al mio studietto.
La tavolozza mia si tinse a nero,
e io lasciando i pennelli con dispetto
il guatai torvo e bieco.
Ché all’entrar suo mi rientrò nel core
tutta la noia dei passati inciampi,
quando fanciullo pallido e sparuto
alle dolci anelavo aure dei campi,
e avrei pei gioghi del Sempion venduto
e Troia e il suo cantore.
Ma poi ch’io vidi l’uom, già in uggia tanto,
incanutito e sofferente e stanco,
l’antica bile mi fuggì dal petto,
e fissai mestamente il suo crin bianco;
egli abbracciommi coll’usato affetto
e mi sedette accanto.
Poi mi narrò de’ suoi lunghi malanni
e delle pene della famigliuola;
sentirsi affranto e avvelenato ormai
dall’afa sempre uguale della scuola,
che fin gli toglie il ricrearsi ai rai
del sole agli ultimi anni.
Indi guardando con occhio d’amore
la stanza piena di festa e di luce,
e le sparse mie tele e gli abbozzetti,
da cui la lieta fantasia traluce,
parea, che desto ai primi ardenti affetti,
chiusi non morti in core,
volesse dirmi: "Oh quanti nuovi lidi,
quanta stesa di cieli e di marine,
tu vedesti, e pur giovane sei tanto!
Ed io? Dei grami dì già presso al fine
che mai conosco di sì vago incanto?
Nulla, mai nulla io vidi!
Talor fra l’aure aperte e la verzura
la mia stanca vecchiezza si riposa,
quand’esco coi figliuoli alla campagna;
ma quell’ora di pace, ahi come vola!
Qual tristezza maggior non m’accompagna
poi fra le chiuse mura!"
Povero vecchio! Ed io fui crudo tanto
da attristargli la già misera vita?
Sù, versi miei, seguitelo per via,
ditegli voi, che col greco è svanita
ogni rancura, e che quand’egli uscia
dalla mia stanza, ho pianto!

Emilio Praga (primo a sinistra) con altri scapigliati (fonte Wikipedia)

9 gennaio 2014

"Il segreto di Luca" di Ignazio Silone: un caso di coscienza e di impegno civile

Luca Sabatino, scontati ingiustamente quaranta anni di carcere, di cui dieci in isolamento, fa ritorno al paese natale dopo aver ottenuto la grazia. In breve scopre che nulla è mutato nella mentalità dei suoi compaesani, e che meschinità e grettezza sono ancora i tratti caratteristici di quella gente. Nessuno vuole più avere a che fare con lui, sebbene molti siano consapevoli della sua innocenza; solo tre persone gli rivolgono la parola e si interessano, seppure in maniera diversa, al suo caso. Il primo è il giovane Toni, che, nonostante la sua semplicità, dimostra di saper vedere oltre le apparenze e di saper indagare nel cuore degli uomini meglio di tanti che si ergono a giudici. Il secondo è don Serafino, parroco del villaggio al tempo del processo, che si prende cura dell’ex ergastolano per aver avuto a suo tempo una parte importante nella dolorosa vicenda. Infine, c’è il socialista Andrea Cipriani, che ritorna al paese natale dopo aver trascorso dodici anni in esilio per la sua fiera opposizione al fascismo. Andrea, che riveste un incarico importante nel partito a Roma, delude le aspettative dei suoi compaesani, rifiutandosi di dispensare favori e raccomandazioni. Egli, infatti, disdegna gli incontri politici e si dedica anima e corpo alla vicenda di Luca. Da bambino, infatti, aveva scritto per conto dell’analfabeta madre di Luca le lettere che questa inviava al figlio in carcere. L’aver partecipato, sia pure in veste di mero scrivano, ad un caso così drammatico, ha rappresentato per Andrea il primo e confuso approccio con il dolore dell’esistenza. Per questo motivo, ciò che soprattutto gli preme è il ristabilimento della verità, che diventa una sorta di necessità.
In particolare, Andrea vuole sapere per quale motivo al processo Luca avesse rifiutato di difendersi, finendo per accettare con animalesca passività la condanna all’ergastolo. Davanti ai giudici, pur proclamando la propria innocenza, egli non aveva mai voluto rivelare dove aveva trascorso la notte in cui era stato commesso l’omicidio di cui era accusato. Ha inizio così per Andrea Cipriani una vera e propria indagine personale, in cui si scontra con pregiudizi, superstizioni, omertà e con l’irriducibile silenzio dello stesso Luca. La scoperta della verità ha il sapore di una rivelazione, che trascende il caso individuale per imporsi come metro di valutazione della natura umana. Il segreto di Luca, infatti, altro non è che la strenua difesa di un amore platonico, un amore contadino per cui sacrificare persino la propria libertà.
Il segreto di Luca è un grande romanzo di impegno civile, che scandaglia nel profondo il conflittuale rapporto tra diritto e onore, tra legge e sentimento. Luca Sabatino, pur nella sua estrema semplicità di contadino, aveva compreso che la risposta a taluni drammatici casi della vita non si può trovare negli impersonali commi del codice, ma in una dimensione intima che vale come autentica prova di innocenza.

Copertina di una vecchia edizione Oscar Mondadori