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26 luglio 2026

Abbiamo (ancora) bisogno di Nick Raider

Pensavo che rileggere Nick Raider a distanza di tanti anni si sarebbe rivelata soltanto un'operazione nostalgia, sebbene, a dirla tutta, non sia mai stato un assiduo lettore della testata. Era uno di quei fumetti che acquistavo di rado, soprattutto per avere compagnia durante i viaggi in treno. Chiunque abbia frequentato le vecchie edicole delle stazioni ferroviarie sa di cosa parlo: all'epoca vendevano a prezzi stracciati i fumetti rimasti invenduti e confezionati ex novo, anche due o tre testate diverse avvolte nel cellophane. La cosa era più comune con la Disney o con fumetti come Geppo, Braccio di Ferro e Tiramolla, ma poteva capitare anche con gli albi di casa Bonelli. Pur avendo conosciuto e apprezzato Nick Raider in questo modo, per me è stata una lettura occasionale e mai approfondita.
Il mese scorso, tuttavia, la Sergio Bonelli ha presentato una novità editoriale che ha risvegliato il mio interesse per il personaggio. Sto parlando dei Bonelli Pocket, volumetti di 320 pagine in formato ridotto (14,5 x 17 cm) che ristampano a prezzo popolare (5 euro) alcune storie da tempo assenti dalle edicole. I primi tre albi, finora gli unici, sono dedicati a Martin Mystère, Legs Weaver e, per l'appunto, Nick Raider. Sono libretti in formato economico ma di buona fattura, con carta sottile ma morbida e un'ottima definizione dei dettagli, nonostante le dimensioni delle vignette siano ridotte rispetto agli standard della casa di Via Buonarroti. Non ci sono rubriche, solo uno stringato redazionale con la descrizione del volume. Un'iniziativa pensata semplicemente per il piacere della lettura del fumetto e, forse proprio per questo, particolarmente gradita e riuscita.
Tre le storie dell'agente della Squadra Omicidi che sono state ristampate: la celebre Il caso Geronimo (Nizzi-Ramella, n. 6 del 1988), il giallo classico di Un volto nella notte (Nizzi-Trigo, n. 14 del 1989) e la spettacolare Una giornata nera (D'Antonio-Brindisi, tratta dallo Speciale del 1995). Per chi volesse iniziare a conoscere il personaggio, si tratta di un buon viatico. Nella prima storia tre persone, tutte a vario titolo legate alla produzione di un film western, vengono uccise da una freccia navajo alla gola, scoccata da un misterioso arciere; è un viaggio negli aspetti più torbidi della mente umana, un caso apparentemente inspiegabile con un impeccabile finale a sorpresa. Un volto nella notte, come ho già detto, è un giallo dalla struttura più classica. Una sessantenne viene uccisa nel proprio letto per una rapina finita male; la verità, ancora una volta, dimostrerà che nulla è come sembra e che l'apparenza delle cose spesso nasconde l'impensabile. Una giornata nera è invece una storia lunga rispetto al classico formato delle 94 tavole, un meccanismo narrativo a orologeria di rara perfezione. Attraverso gli occhi della recluta Stone, assistiamo a un giorno di ordinaria follia alla centrale della Squadra Omicidi di New York; una storia corale dura e amara che lascia un segno profondo nel lettore.
Nick Raider oggi potrebbe apparire come un personaggio datato. In linea di massima sono d'accordo con questa definizione, ma non ritengo che l'aggettivo vada inteso in senso negativo, tutt'altro. La testata ha il fascino delle vecchie stazioni di polizia piene di "scartoffie", con le sigarette sempre accese, un tocco di machismo e qualche battuta da caserma. Conserva intatto quel linguaggio d'antan che può anche apparire politicamente scorretto, dove abbondano parole che oggi fanno sorridere, come "sbirro" e "piedipiatti". E ancora, ricordiamo gli inseguimenti che rasentano l'incredibile, la pistola sempre in pugno, la spalla dell'eroe con tratti macchiettistici (il mitico Marvin Brown), il colpo d'accetta che divide i buoni dai cattivi con qualche lieve sfumatura di "grigio", e così via. Ebbene, tutto ciò è indiscutibilmente vecchio. Eppure è bello, divertente e persino rilassante, quantomeno per una fascia di persone che, di fatto, costituiscono lo zoccolo duro di chi ancora legge i fumetti da edicola. In un mercato dominato da graphic novel costosissime, dove i ragazzini oramai seguono altre forme di intrattenimento e hanno quasi dimenticato il fumetto, ci vorrebbe qualcuno che pensasse a quella nicchia di resistenti (ma siamo davvero così pochi?) che ancora si entusiasmano per un poliziesco hard-boiled della vecchia scuola.
Per quale motivo, dico io, dobbiamo sempre ragionare con gli occhi della contemporaneità? Ritenere che ciò che è nuovo sia per forza migliore o "più bello" è una deriva pericolosa, quantomeno per il nostro senso estetico. La Bonelli recentemente ha lanciato un sondaggio, chiedendo ai suoi lettori, tra le altre cose, quale vecchio personaggio vorrebbero vedere di nuovo in edicola. Nick Raider qualche tempo fa ha fatto capolino con una miniserie, ma sarebbe davvero gradita la ristampa cronologica della serie completa.
L'albo Bonelli pocket dedicato a Nick Raider

28 marzo 2026

"Mi hanno assassinato" di Gertrude Mary Wilson: un giallo tinto d'occulto

Non amo i gialli, non mi appassionano perché, in linea di massima, non ho mai avuto la curiosità di sapere da chi e perché taluno è stato ammazzato. Ci sono però delle eccezioni, come spesso accade quando qualcosa non ci piace. Dürrenmatt rientra nella categoria, d'altronde stiamo parlando di un giallista anomalo e soprattutto di un genio, per quanto questa parola sia ai giorni nostri decisamente abusata. Un'altra eccezione è rappresentata dai volumetti della collana I Bassotti di Polillo Editore, collana che presenta al pubblico italiano una serie di romanzi della cosiddetta "età dell'oro del giallo" di area anglosassone, ossia quelli scritti a cavallo tra le due guerre mondiali. Mi hanno assassinato, di Gertrude Mary Wilson, fa parte di questa collana, sebbene sia stato pubblicato in un'epoca successiva, ovvero nel 1957. Inedito in Italia fino al 2025, ci consente di conoscere una scrittrice di cui sulla rete ci sono pochissime tracce.
Gertrude Bryant, poi coniugata con il fumettista Roy Wilson da cui prese il cognome, nacque nel 1899 a Norwich, nella contea di Norfolk. Lavorò come insegnante, fino a quando, spronata dal marito, iniziò a collaborare con riviste letterarie e illustrate, dando inizio a una prolifica carriera come autrice di fumetti. Parallelamente all'attività di sceneggiatrice di nuvole parlanti, la Wilson pubblicò oltre venti romanzi di genere poliziesco con incursioni nel soprannaturale, dando vita specialmente a due personaggi che spesso compaiono nelle stesse storie: l'ispettore Lovick e la scrittrice Miss Purdy. La Wilson, rimasta vedova, morì nel 1986.
Miss Purdy è la protagonista di questo romanzo dal titolo forse poco accattivante ma certamente suggestivo. Alla ricerca di un luogo tranquillo dove poter scrivere il suo nuovo libro e desiderosa di allontanarsi dal caos di Londra, la cinquantacinquenne scrittrice decide di avvalersi della consulenza di un agente immobiliare, il quale le propone una deliziosa casetta sulle rive di un fiume nelle amene campagne del Norfolk. Waterside Cottage, questo il nome della dimora, è isolata quanto basta per potersi concentrare senza essere disturbati. Eppure, è abitata da un'inquietante presenza, il fantasma di Lilian Kemp, una ragazza che qualche mese prima era annegata nel tratto di fiume su cui si affaccia Waterside Cottage. L'inchiesta è stata sbrigativa e il caso è stato chiuso come un banale incidente, sebbene nessuno abbia compreso perché la giovane si sia avventurata da sola su una barchetta in una gelida notte di gennaio. Miss Purdy, pur non essendo una medium, viene contattata dal fantasma di Lilian, la quale guida le mani della scrittrice che, senza volerlo, batte sulla propria macchina da scrivere tre inquietanti parole: "mi hanno assassinato". Inizia così una discreta indagine fondata solo su presunzioni e percezioni, fino a quando un altro annegamento non fa precipitare gli eventi.
Il romanzo della Wilson è sicuramente originale, in quanto innesta elementi soprannaturali su un impianto tradizionale. Ciò non basta evidentemente per parlare di una storia di fantasmi, cosa che non era certamente nelle intenzioni dell'autrice. L'introduzione di elementi occulti che contribuiscono a risolvere il caso caratterizza un romanzo che altrimenti scorrerebbe senza sussulti e su binari piuttosto ordinari. Anche la scoperta che l'assassino è il più insospettabile tra i sospettati non desta particolare sorpresa, rientrando nei cliché del giallo classico. Neppure la presenza del soprannaturale è un'assoluta novità, sebbene la Wilson abbia avuto quantomeno il buon gusto di dosare gli elementi ultraterreni senza scivolare nel grottesco. Pur mantenendosi una certa dose di scetticismo, condivisa persino dai protagonisti, la rivelazione della vera natura dello spirito di Lilian nel finale riesce a regalare qualche brivido ai lettori.
Superfluo dire che non ci troviamo di fronte a un classico, né tantomeno un libro imprescindibile. Nello stesso catalogo della Polillo ci sono sicuramente titoli più validi. Ad ogni modo, il romanzo della Wilson presenta una buona caratterizzazione dei personaggi e contiene vivide descrizioni di un delizioso angolo di campagna inglese sconvolto da un duplice delitto. Una lettura piacevole se non si hanno alte pretese.

14 settembre 2025

"Rosa Bronzo, l'ammazzabimbi di Vallo della Lucania" di Giuseppe Galzerano: la fabbricatrice di angeli

Quando la cronaca ci porta a conoscenza di efferati delitti, siamo indotti a credere che siano il frutto della modernità, di una "società malata" che ha perso i valori di un tempo. Si tratta di una falsa percezione, un pregiudizio dettato dalla scarsa conoscenza del presente e soprattutto del passato. Scartabellare i vecchi giornali ci restituisce invece vicende terrificanti e del tutto dimenticate che raramente potrebbero verificarsi ai giorni nostri. Tale attività di ricerca è stata condotta dallo storico cilentano Giuseppe Galzerano che ha riportato alla luce una storia terribile avvenuta circa centocinquanta anni fa, di cui si erano perse le tracce e la memoria.
Rosa Bronzo era una donna di Vallo della Lucania, cittadina in cui alla fine dell'Ottocento gran parte della popolazione viveva in condizioni misere, pur essendo capoluogo di circondario. La Bronzo era nota alla giustizia per una vecchia condanna per furto aggravato che le era costata un periodo in carcere. Intorno al 1877, costretta dall'indigenza, si inventò un lavoro che si rivelò remunerativo: accogliere nella propria casa i neonati indesiderati, perché nati al di fuori del matrimonio o frutto di relazioni adulterine, incaricandosi di condurli all'orfanotrofio di Salerno. La "ruota" di Vallo era stata infatti abolita nel 1875 e il viaggio fino a Salerno era un'odissea per quanti avrebbero voluto affidare i neonati alla pubblica misericordia, in assenza di ferrovie e di strade degne di questo nome. In breve la casa di Rosa divenne meta di tante madri disperate che le lasciavano i loro bimbi, il cui numero esatto non è mai stato accertato. La Bronzo, per rendere più remunerativa l'attività, decise di intraprendere il periodico viaggio verso Salerno dopo aver raccolto un numero sufficiente di bambini, anziché portarne uno alla volta. Non aveva però di che sfamarli e così alcuni neonati morirono di stenti. Altri li ammazzò la stessa Rosa, o strozzandoli con le proprie mani perché esasperata dai pianti, o avvelenandoli con potenti dosi di estratto di papavero, una sorta di sonnifero naturale. Molti sapevano, anche alcune madri, ma il senso di vergogna e l'omertà consentirono a Rosa di operare indisturbata per quasi due anni, fino alla perquisizione della sua abitazione, al ritrovamento dei poveri resti di numerosi bambini e all'arresto da parte dei Carabinieri. Il numero esatto di vittime non è stato mai accertato.
Giuseppe Galzerano, storico molto conosciuto nel Cilento e titolare dell'omonima casa editrice, imbattutosi per caso in un articolo di giornale dell'epoca, ha deciso di far venire alla luce una storia da brivido che nessuno più ricordava, nemmeno nel paese natale. Attraverso un lungo lavoro di ricerca, Galzerano ha riportato nel suo saggio tutti gli articoli di giornale che si occuparono del caso della "fabbricatrice di angeli", come la definì il neonato (all'epoca) Corriere della Sera. Nel libro sono così riportati stralci del Roma, della Gazzetta dei tribunali, della Gazzetta Piemontese, de Il Carabiniere e finanche di Le Figaro, in quanto la vicenda destò orrore anche oltralpe.
Nonostante il lavoro archivistico, l'autore spiega a malincuore come non sia riuscito a trovare l'incartamento del processo. Neppure si sa con certezza se la Bronzo fu giudicata dalla Corte di Assise di Vallo o da quella di Napoli. Il Corriere della Sera parla di una condanna a vita ai lavori forzati, ma dopo questo trafiletto la notizia scompare dalle cronache e con essa l'inquietante figura di Rosa Bronzo. Come si è difesa durante il processo? Cosa hanno sostenuto l'accusa e la difesa? Dove ha scontato la sua pena? Dove e quando è morta? Ha ottenuto la grazia o uno sconto di pena, oppure è morta durante l'esecuzione della condanna? Domande legittime che finora sono rimaste senza risposta, come evidenzia l'autore del saggio. La speranza è che prima o poi emergano nuovi documenti che possano chiarire gli esiti e il perché di una vicenda così macabra e oscura. I motivi dell'agire di Rosa potrebbero essere molteplici: una patologia psichiatrica, l'invidia per non essere mai diventata madre lei stessa, oppure semplicemente un movente economico, una squallida storia di estrema indigenza nel misero Cilento di fine Ottocento.
Personalmente non seguo la cronaca nera, anzi la evito in quanto non ho mai provato interesse per queste vicende di sangue. Il saggio è invece consigliato alla nutrita schiera di "appassionati" di biografie di serial killer. Io ho acquistato il libro principalmente perché sono interessato alla storia del Cilento e in effetti il saggio restituisce il quadro desolante di una terra a quel tempo divisa tra credenze ancestrali (il sangue, l'onore) e tendenze modernizzatrici del pensiero, destinate infine a prevalere.

3 aprile 2025

"L'assenza dell'assenzio" di Andrea G. Pinketts: il vuoto come crisi

Ogni tanto mi capita di riprendere la saga di Lazzaro Santandrea lì dove l'avevo interrotta. A dire la verità, almeno all'inizio non ho seguito il corretto ordine cronologico, dato che il romanzo d'esordio l'ho letto per terzo. Con Il conto dell'ultima cena (1998) e con L'assenza dell'assenzio (1999), rispettivamente il quarto e il quinto della saga, ho ripreso il giusto ritmo.
Ne L'assenza dell'assenzio ritroviamo un Lazzaro trentacinquenne alle prese con una profonda crisi esistenziale, coincidente con la fine della (prima) giovinezza. Se infatti il nostro eroe è una sorta di eterno Peter Pan, non può ignorare che il mondo intorno a lui è preda di frenetici e irreversibili cambiamenti. Il primo è la morte dell'inossidabile nonna, vecchia quercia trentina tutta d'un pezzo che era presente sin dal romanzo d'esordio. Il secondo cambiamento, una vera e propria rivoluzione, è dato dall'assenza degli amici di sempre: l'ineffabile Duilio Pogliaghi, detto Pogo il Dritto, l'attore fallito Antonello Caroli, il corpulento Carne e altri facenti parte della sua corte dei miracoli. Pogo ha avuto un figlio dall'ex compagna e adesso ne ha trovata un'altra con lo stesso nome, Cristina. Carne è sparito definitivamente dai radar. Antonello Caroli ha raccontato di essersi trasferito a Cinecittà, sebbene viva quasi da recluso nell'appartamento della periferia milanese condiviso con la mamma. Lazzaro si ritrova così da solo ad affrontare una profonda crisi, la crisi dell'assenza. Assenza di senso, assenza di obiettivi, assenza di prospettive concrete, assenza di voglia di essere come gli altri vorrebbero che noi fossimo; perché lui, in fondo, è un Peter Pan anarchico.
«La mia vita era un mistero. Lazzaro Santandrea, ex modello, ex giornalista, ex istruttore di kendo, ex possidente, ex conferenziere. Una sfilza di ex fidanzate a fare compagnia a tutte le ex persone che ero stato.»
Nel mezzo del cammin di sua vita il nostro eroe si reinventa cacciatore di dote e va alla ricerca di una donna ricca da sposare e da cui farsi mantenere. La trova in Orsetta Orsoni, figlia del facoltoso Ursus Orsoni. L'ingresso in casa Orsoni, come spesso accade nella vita di Lazzaro, è l'evento che dà il via a una scia di morti e sparizioni (torna il tema dell'assenza) in cui egli dovrà ancora una volta assumere le indesiderate vesti del detective. E quando il gioco si farà duro, ritorneranno anche i cari amici di un tempo, Pogo e Antonello, pronti a dare una mano.
Leggendo Pinketts a volte ci si dimentica che egli è stato un autore di gialli/noir, perché nei suoi libri il delitto non è il motore dell'azione, ma il pretesto per dare vita a storie strampalate in cui lo scrittore milanese riversava tutto il suo mondo. È noto che Lazzaro sia un alter ego dell'autore, così come è noto che l'ambiente delle periferie e dei bar milanesi in cui egli si muove non sia altro che l'habitat naturale in cui Pinketts è nato, cresciuto e ha vissuto.
L'assenza dell'assenzio, come tutti i romanzi della saga, è un inno commovente a un'adolescenza mai finita e artificiosamente prolungata, la giovinezza intesa come condizione esistenziale dell'animo, prima ancora che fisica o anagrafica. Lazzaro ha trentacinque anni, Antonello più di quaranta e Pogo una via di mezzo, eppure nessuno dei tre è davvero un adulto. Ho parlato di un inno "commovente" alla giovinezza perché, leggendo Pinketts, ho sempre avuto l'impressione che egli abbia cercato di fermare quell'attimo fuggevole che è l'età verde, imprimendola sulla pagina attraverso la scrittura. Si ride molto leggendo le sue opere, eppure al tempo stesso si riflette sugli aspetti più amari della nostra esistenza. Il tutto attraverso uno stile personalissimo, fatto di continui cambi di registro e giochi di parole – non tutti riusciti, a dire la verità –, in cui dialoghi spesso esilaranti si alternano a pensieri di sicuro valore letterario.
Ho scritto questa recensione di getto, probabilmente senza neppure accennare a quanto avrei voluto dire, facendomi guidare da un coacervo di impressioni scaturite dalla lettura. In conclusione, posso solo aggiungere che L'assenza dell'assenzio è un viaggio nelle paludi più torbide dell'animo umano, cui Pinketts però contrappone valori positivi: l'amicizia, la famiglia, la coerenza, l'essere se stessi anche a costo di tradire le aspettative che gli altri illegittimamente ripongono su di noi.
La recente ristampa Harper Collins

8 marzo 2025

"La scala a chiocciola": l'incubo vestito di decoro

Gialli e thriller non sono tra i miei generi preferiti, né in letteratura né al cinema. Ciò non toglie che ogni tanto li apprezzi, sebbene non me ne intenda particolarmente. Al più mi piacciono le ambientazioni, soprattutto quelle cittadine plumbee e notturne di certi noir, oppure le desolazioni delle immense campagne dove per chilometri non si incontra anima viva. In parole povere, più che scoprire chi è l'assassino, mi intriga il contesto in cui avvengono i fatti, spesso più interessante della trama. L'avita magione è uno dei luoghi classici in cui vengono ambientate queste storie. Una casa antica, isolata, decadente, polverosa e abitata da oscure presenze è la scenografia ideale di questo tipo di narrazioni; si pensi a titolo di esempio alla Casa Usher del celebre racconto di Edgar Allan Poe.
È dunque per questo interesse, sia pur mediato, che ho visto La scala a chiocciola, film statunitense del 1946 per la regia di Robert Siodmak, considerato uno dei capostipiti del thriller cinematografico. Ammetto la mia ignoranza, in quanto non conoscevo il lungometraggio; l'ho scoperto leggendo uno degli ultimi numeri di Martin Mystère, in cui se ne consigliava appunto la visione.
La trama è semplice ma d'impatto, considerando soprattutto l'anno di produzione. Un piccolo centro della provincia americana da qualche tempo sta vivendo un incubo: c'è un assassino seriale che uccide solo donne che presentano una qualche forma di disabilità. La giovane Elena, muta a seguito di un terribile shock, sembra essere la prossima vittima predestinata. Sola al mondo e fragile per l'incapacità di parlare e chiedere aiuto, viene caldamente invitata a rimanere chiusa nella casa dove lavora come domestica, fin quando l'assassino non verrà arrestato. Purtroppo, però, è proprio in quella casa signorile che vive il mostro.
Questa a grandi linee la storia, senza voler svelare troppi particolari. Nonostante siano passati quasi ottant'anni dalla sua uscita, il film mantiene ancora oggi un suo fascino e non solo per ragioni "archeologiche". Vero è che può essere considerato l'archetipo di un genere e ciò solo basterebbe per giustificarne la popolarità fino ai giorni nostri. Si può infatti affermare che ne La scala a chiocciola compaia forse per la prima volta quella figura dell'assassino seriale che tanta fortuna cinematografica avrà nei decenni successivi, soprattutto nelle produzioni statunitensi. Eppure, a mio avviso, il punto di forza del film non è questo, non sta nella capacità di condensare elementi classici del brivido e proiettarli nel futuro. Ciò è sicuramente vero, tuttavia non sufficiente. Mi sono dunque chiesto come faccia un film così vecchio a tenere incollato lo spettatore alla poltrona, senza una sola goccia di sangue e senza scene particolarmente crude o impressionanti.
Ciò che lo rende un capolavoro è la perizia tecnica del regista negli straordinari giochi di luci e ombre che creano un clima continuo di strisciante tensione. Si considerino le scene ambientate nella cantina: di fatto non succede nulla o quasi, eppure un brivido corre lungo la schiena dello spettatore, convinto che dietro ogni pilastro o in ogni angolo oscuro si nasconda un pericolo mortale. Il grandioso bianco e nero fa il resto, dimostrando, se mai ce ne fosse bisogno, di essere l'unica perfetta forma di rappresentazione visiva per questo genere di opere.
Tornando a quanto detto all'inizio, La scala a chiocciola utilizza il grande topos dell'antica magione, non più mera scenografia ma vero e proprio personaggio. La labirintica casa Warren è in questo senso perfetta: in stile vittoriano, piena zeppa di ogni sorta di arredi, quadri e chincaglierie, è composta da ampi saloni, stanze più piccole, anditi oscuri, lunghi corridoi e spazi più modesti dedicati alla servitù. Il suo cuore è però rappresentato dalla scala a chiocciola che parte dal piano nobile e conduce agli scantinati. È proprio su questa scala che si consuma la doppia tragedia conclusiva, preambolo al lieto fine, forse non troppo originale ma coerente coi gusti dell'epoca. Il senso di piacere visivo delle prime scene si trasforma gradualmente in un'opprimente sensazione di claustrofobia; solo alla fine arriviamo a comprendere che è la casa stessa il cuore del male, con i suoi tappeti, arazzi, arredi, quadri, caminetti, soprammobili e poltrone, utili soltanto a dare all'incubo una veste di decoro.
Per chi fosse interessato, il film è in libera visione su YouTube. Vale la pena vederlo, se non altro per ammirare la "grazia innaturale" della bella Dorothy McGuire (per dirla alla Battiato) e lo straordinario pathos di Ethel Barrymore nel ruolo della vecchia Lady Warren.
Elena (Dorothy McGuire) sulla celebre scala

21 ottobre 2023

Due carogne, una cassaforte e un tradimento

Quando una nave militare li riporta a Marsiglia, Dino Barran e Franz Propp hanno obiettivi opposti. Il primo, interpretato da Alain Delon, è un ombroso medico che vuole lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra d'Algeria e riprendere una tranquilla e agiata vita borghese. Charles Bronson veste i panni del secondo, un mercenario americano che invece non sa rinunciare al brivido del combattimento e vuole partire per il Congo infiammato dalla guerra civile. Il francese detesta l'americano e non perde occasione per dimostrarglielo; ciononostante, quest'ultimo tenta egualmente ma senza successo di convincerlo a tornare in Africa. I loro destini sembrano dividersi, fin quando Dino viene assunto come sanitario in una multinazionale parigina, grazie all'intercessione dell'intrigante Isabelle. La donna racconta al medico di aver sottratto dalla cassaforte dell'azienda alcuni importanti documenti, che intende restituire prima di essere scoperta. Chiede così a Dino di aiutarla nell'operazione, dato che lo studio del medico è nella stanza adiacente al caveau. La rischiosa operazione è programmata per Natale, quando la ditta rimane chiusa per tre giorni. Sennonché, a sorpresa, nella cassaforte altrimenti vuota viene depositata un'ingente somma di denaro per la tredicesima dei dipendenti. Il mercenario Franz, che teneva d'occhio Dino dallo sbarco a Marsiglia, viene a sapere del piano e si intrufola di nascosto nel palazzo della multinazionale per appropriarsi del denaro. Quando la ditta viene chiusa per le vacanze natalizie, i due ex commilitoni si incontreranno proprio lì dentro.
Questa la trama di Due sporche carogne – Tecnica di una rapina, film francese del 1968 diretto da Jean Herman. Apparentemente le due "carogne" del titolo sono la coppia di protagonisti, ma nel colpo di scena finale si scoprirà che non è così, perché i due saranno vittime e pedine di un gioco perverso orchestrato a loro insaputa. Si tratta di un film a tratti claustrofobico, girato quasi integralmente in interno. I protagonisti sono tre: Delon, Bronson e la cassaforte, chiusi per tre giorni in un grattacielo di trenta piani protetto da sofisticati e avveniristici (per l'epoca) sistemi di allarme. Ogni dodici ore l'isolamento e la solitudine sono interrotti dal passaggio di un gruppo di silenziose guardie giurate. Nessun effetto speciale, nessuna violenza di troppo, nessuna esplosione o inseguimenti spericolati: al regista non sono servite forzature per rendere la pellicola memorabile.
Intendiamoci, Due sporche carogne non è un capolavoro; eppure, ci insegna cosa significhi saper scegliere gli attori giusti per interpretare una pellicola. Bronson e Delon sono assoluti mattatori e si percepisce una rivalità che probabilmente non era solo di scena. Questa rivalità, o forse sarebbe meglio definirla tensione, contribuisce in buona parte alla riuscita del film. Anzi, ritengo che l'evoluzione del rapporto tra i protagonisti, da ostili a complici e quasi amici, non sia per nulla forzata. Come noto, quando in un'opera ci sono due personaggi principali che nascono nemici, far evolvere o persino rivoluzionare il loro rapporto non è semplice, perché si rischia di cadere nella forzatura o addirittura nel ridicolo. Di questo lungometraggio mi ha invece colpito la naturalezza con cui Herman ha saputo raccontare il cambiamento, rendendolo credibile. La rivalità tra i due è palpabile sin dalle prime scene, così come il disprezzo che il dottor Barran nutre verso Propp, da lui considerato solo un violento mercenario. Eppure, il fatto di essersi cacciati nel medesimo guaio e di dover trovare un modo per uscirne li unisce, portandoli persino a confidenze intime. In proposito è memorabile la scena in cui Dino racconta a Franz un episodio della guerra d'Algeria che l'ha segnato profondamente.
Molte produzioni thriller contemporanee cercano di impressionare lo spettatore con infiniti colpi di scena e l'uso di effetti speciali esagerati, fini a se stessi, persino poco funzionali alla trama. Gli sceneggiatori di oggi dovrebbero invece imparare da pellicole come questa, per comprendere che a volte per intrattenere il pubblico è sufficiente chiudere due uomini e una cassaforte dentro una stanza. Purché si tratti di due attori di razza.
La locandina italiana

8 ottobre 2023

"Due Sicilie" di Alexander Lernet-Holenia: il mondo è un garbuglio

Sgombero subito il campo da qualsiasi possibile equivoco: il romanzo non ha nulla a che vedere con lo Stato preunitario. Il "Re delle Due Sicilie" è infatti il nome che Lernet-Holenia dà all'immaginario ottavo reggimento ulani dell'esercito dell'Impero austro-ungarico, i cui reduci sono i protagonisti della vicenda. Era infatti usanza degli antichi eserciti quella di omaggiare i sovrani stranieri attribuendo il loro nome a intere unità militari.
Secondo la trama, il reggimento Due Sicilie è stato sciolto alla fine della Prima guerra mondiale, dopo aver valorosamente combattuto nelle trincee fangose del fronte orientale. Tra morti, dispersi e altri che hanno fatto perdere le tracce, sono rimasti solo in sette: il colonnello Rochonville e altri sei tra ufficiali e sottufficiali. Un reggimento svanito nel nulla, dissoltosi nelle nebbie del tempo come il glorioso Impero che rappresentava. I sette superstiti oramai conducono una tranquilla e neppure troppo agiata esistenza borghese, sebbene qualcuno cerchi di preservare l'antica, marziale dignità di un tempo. Hanno mantenuto un flebile legame: ogni tanto si incontrano in qualche ricevimento, rammentando con nostalgia la vita del reggimento. Durante una di queste occasioni mondane, l'ex ulano Engelshausen viene ucciso misteriosamente, ritrovato con il collo spezzato come se fosse stato aggredito da un mostro dalla forza sovrumana. Uno alla volta anche gli altri superstiti del reggimento sono vittime di incidenti, malattie e inspiegabili sparizioni. Eventi apparentemente slegati tra loro, eppure uniti da un vincolo inestricabile.
Chi si aspetti di leggere un giallo puro, rimarrà deluso. Nei gialli prevale la razionalità, la logica quasi matematica dell'intreccio; ogni elemento è al suo posto e il mistero si dipana pagina dopo pagina, fino alla soluzione finale. In Due Sicilie non c'è nulla di tutto questo: Lernet-Holenia ha costruito una labirintica vicenda di scambi di persona, morti apparenti, identità in continuo cambiamento. Lo scrittore austriaco sembra volerci dire che nulla è come sembra e ciò che appare non è che un'illusione destinata a naufragare alla prova dei fatti.
Due Sicilie è un romanzo che non può essere inquadrato in un genere. Gli omicidi e l'indagine che ne segue sono un mero pretesto, utilizzato da Lernet-Holenia per raccontare il tramonto di un mondo e di un'epoca, vero e proprio nucleo della narrazione. I commilitoni del disciolto reggimento sono uomini ancora vivi, eppure già morti, mesti spettri illusi di contare ancora qualcosa, in verità irrisoluti viandanti alla ricerca di una tomba in cui seppellirsi. Il crollo dell'Impero austro-ungarico, emblema della fine di un'epoca aurea, è una sorta di ossessione per gli scrittori viennesi, come ben sa chi ha letto Joseph Roth oppure Arthur Schnitzler. Anche la Vienna del 1925 di Lernet-Holenia è una città depressa, l'ombra della metropoli multiculturale di un tempo, un luogo decadente che vive di ricordi e pettegolezzi.
Le parti più riuscite sono indubbiamente quelle in cui lo scrittore austriaco si diffonde in lunghe riflessioni che toccano i temi più vivi e sentiti dell'esperienza. L'intreccio invece mi è stato di difficile comprensione. Non so se ciò sia dipeso da una lettura superficiale, oppure se sia intenzionale. Come ho già scritto, Lernet-Holenia voleva farsi portavoce di una corrente di pensiero secondo cui la realtà è indecifrabile, poco chiara persino a chi la vive. I continui colpi di teatro, gli scambi di identità e le morti vere o presunte sono così tanti che è facile perdere il filo della narrazione. L'autore sembra volerci avvisare che il mondo è imperfetto e non ha senso cercarvi un ordine. Resta comunque (o forse proprio per questo) una grande prova letteraria, pagine dense di immagini e suggestioni in cui ogni singola parola ha un suo peso specifico.

31 agosto 2023

"Il rappresentante" di Joseph O'Connor: cos'è la Giustizia?

Il rappresentante che dà il titolo al romanzo è Billy Sweeney, ex alcolizzato di quarantanove anni, occupato nel settore delle antenne paraboliche. Una triste sera del 1994 l'amata figlia Maeve viene rapinata da tre balordi; i rapinatori, tutti tossicodipendenti, non hanno pietà e la colpiscono ripetutamente alla testa, riducendola in fin di vita. Maeve finisce in coma in terapia intensiva; nessun medico sa dire con certezza se e quando si risveglierà. I tre vengono arrestati e condotti in prigione, ma uno di loro, Donal Quinn, fugge durante un'udienza e si dà alla macchia. Devastato dal dolore, Billy comincia a perlustrare palmo a palmo la città durante lunghe notti insonni: inizialmente il suo obiettivo è quello di catturare Quinn, poi si decide a ucciderlo con le proprie mani. Non ripone fiducia nei tribunali e nella magistratura: vuole farsi giustizia da sé.
Il romanzo è il cupo racconto di un'ossessione divorante, un lento scivolare nella follia, dagli esiti imprevedibili e drammatici. Billy racconta in prima persona la vicenda, compilando tutte le notti un taccuino segreto su cui riversa i ricordi del passato e le ansie del presente. Scrive per la figlia, sperando che un giorno Maeve si risvegli e possa leggerlo. La scrittura autobiografica diventa occasione per un'amara riflessione sui propri errori e al contempo un insperato tentativo di perdonarsi. Le vicende del presente si intrecciano con i ricordi del passato e vengono da questi mediate e compensate.
Il rappresentante è un'opera quanto mai attuale, più di quando venne pubblicata venticinque anni fa. Il farsi giustizia da sé è una tendenza innata nell'animo umano, ma negli ultimi anni, a causa della diffusione dei social network, si sta assistendo a un pericoloso ritorno di questa tentazione. Per rendersene conto basta leggere i commenti pubblicati dagli utenti sotto le notizie di cronaca: protetti dall'anonimato, vomitano addosso al mostro di turno una dose di violenza persino sproporzionata rispetto all'entità della vicenda commentata. Pena di morte e tortura sono i cavalli di battaglia di questi vendicatori del ventunesimo secolo. Ma cosa significa davvero farsi giustizia da sé? Catturare, punire, uccidere chi ci ha fatto del male, è davvero fonte di soddisfazione? Oppure rispondere al male con un altro male ci rende peggiori? Queste e altre sono le domande che O'Connor pone al lettore, lasciando che ciascuno elabori da sé la risposta.
Oggi l'Irlanda è considerata un'isola felice. Il Paese descritto da O'Connor è invece lontano da quest'immagine da cartolina: sciovinista, violento e avvelenato dall'odio verso inglesi e protestanti. L'azione si svolge in una Dublino proletaria e misera, nelle periferie devastate dall'eroina in cui centinaia di giovani sopravvivono con i sussidi statali o commettendo piccoli reati. O'Connor non inventa nulla, si limita a raccontare la città cupa che conosce bene, talvolta illuminata da sprazzi di pura umanità, di cui pure Billy si dimostra capace.
Alcuni recensori hanno parlato di thriller per descrivere questo romanzo, definizione che non mi trova d'accordo. Il rappresentante è un romanzo profondo che nulla ha a che vedere con gli stilemi del thriller. È vero che c'è una tensione strisciante dall'inizio alla fine, così come prevalgono atmosfere plumbee e notturne. Tuttavia, l'ossessiva ricerca dell'aggressore della figlia da parte di Billy non è il cuore del romanzo, ma solo l'occasione per una riflessione. O'Connor chiede al lettore di mettersi nei panni del protagonista e di prendere posizione su una drammatica domanda: la vendetta è una forma di giustizia o un intollerabile abuso?

14 luglio 2023

"Il conto dell'ultima cena" di Andrea G. Pinketts: il prezzo dell'eterna adolescenza

Non amo le saghe letterarie, perché se un romanzo mi piace non ho il desiderio di scoprire che ne è stato del protagonista una volta chiuso il libro. Se un capolavoro è davvero tale non ha senso scriverne un seguito, perché il capolavoro è un'opera perfettamente compiuta che non tollera aggiunte. Lo sappiamo tutti, sebbene sia difficile da ammettere: di solito il sequel è una delusione e il terzo fa sempre schifo. A parte Rambo, ma questa è un'altra storia.
Per Pinketts ho fatto un'eccezione, leggendo i primi quattro volumi della saga di Lazzaro Santandrea, vero e proprio alter ego dell'autore. Iniziai nel 2006 con Il senso della frase, che poi è il terzo in ordine di pubblicazione. Per quindici anni non ho più letto nulla dello scrittore milanese, fino a quando, in piena seconda ondata covid, nel dicembre 2020 ho scovato su una bancarella Il vizio dell'agnello. L'esordio della serie, Lazzaro, vieni fuori, l'ho letto l'anno scorso a giugno, mentre Il conto dell'ultima cena l'ho terminato in questi giorni. Ci sono voluti tanti anni perché nulla è stato programmato e neppure ho seguito l'ordine giusto. Poco male, perché si possono leggere anche senza rispettare l'ordine di uscita.
Il conto dell'ultima cena (1998) è il quarto volume con protagonista Lazzaro. È un romanzo molto ambizioso, come si evince dalle quasi cinquecento pagine e dalle tematiche trattate. Ho avuto l'impressione di un'opera diversa dalle precedenti, come se Pinketts avesse voluto imprimervi il timbro della maturità. L'incipit è in proposito eloquente.
«Cercavamo di ammazzare il tempo prima che il tempo ammazzasse noi.»
Lazzaro Santandrea ha trentatré anni, la stessa età in cui sono morti Gesù Cristo e John Belushi. Il mondo intorno cambia e persino il suo più caro amico, Pogo il Dritto, sembra aver messo la testa a posto dopo la nascita del figlio. Lazzaro invece non ha ancora deciso cosa fare da grande: è sempre uguale a se stesso e cerca di prolungare artificiosamente una spensierata, infinita adolescenza. Ha ereditato una casa di proprietà, ma vive quasi sempre nell'appartamento di famiglia assieme alla madre, alla nonna e alla donna di servizio filippina. Di lavorare non se ne parla, nonostante abbia ancora in tasca il tesserino scaduto dell'ordine dei giornalisti da esibire come passepartout. Le sue giornate tuttavia non sono noiose: veleggia in taxi da un bar all'altro e i guai sembrano avere una speciale predilezione per lui. Non aggiungo altro della trama: basti sapere che Lazzaro vedrà la Madonna e a seguito dell'apparizione si troverà coinvolto, come al solito, in storie di sangue che rivelano la parte più torbida dell'animo umano.
Quantunque l'assoluto mattatore della vicenda sia lui, Il conto dell'ultima cena è un romanzo corale. Lazzaro è circondato dal gruppo di amici storici del Giambellino, la sua corte dei miracoli, a cui per l'occasione si aggiungono personaggi indimenticabili: il senzatetto Marinoni, la lesbica militante Grandine Lomax, il timido rappresentante di biancheria intima Monfiorito, e soprattutto il roccioso professor Terulli, eroe di guerra nostalgico del ventennio. È un caravanserraglio di personaggi e storie che si intrecciano, si interrompono e poi vengono riprese quando il lettore è quasi sul punto di dimenticarle. Pinketts in questo romanzo della maturità ha dimostrato di saper trattare con grande maestria la materia narrativa: non è da tutti inserire nelle stesse pagine visioni mistiche e bevute epiche, Madonne che salvano e altre che uccidono, sinceri credenti e incalliti bestemmiatori. Ecco perché non ha senso incasellarlo in un genere: giallo, noir, picaresco, umoristico o romanzo di formazione, poco importa. Anche gli omicidi sono un pretesto, perché Lazzaro non è un detective e in fondo a noi lettori interessa poco la soluzione del mistero. La verità è che Pinketts voleva semplicemente raccontare il mondo che amava e persino un delitto (di fantasia) poteva essere un ottimo pretesto.
Ripeto quanto ho già scritto a suo tempo nella recensione de Il vizio dell'agnello, perché è valido anche per questo romanzo: Pinketts ci restituisce con vivide pennellate gli umori e i dolori di una Milano nevrotica e nera, nonché lo spirito di un'epoca, la metà degli anni Novanta, che oscillava tra gli ultimi palpiti di un passato dorato e l'avanzare del futuro scialbo e impoetico che costituisce ormai il nostro presente. Le scene si svolgono nei luoghi che lo scrittore conosceva bene: appartamenti signorili del centro, palazzoni informi di periferia, bar, caffè, discoteche, locali notturni e persino chiese e oratori.
Se avete letto altri romanzi dello scrittore milanese, Il conto dell'ultima cena non può mancare alla collezione. Scoprirete un Lazzaro maturo, più riflessivo, permeato finanche da un sincero afflato religioso. Per chi invece non ha mai letto Pinketts, consiglio di iniziare dal primo volume della saga, Lazzaro, vieni fuori. Sul blog non ne ho parlato, ma vi assicuro che è un libro straordinario, il fulminante esordio di uno scrittore di razza che ci manca tanto.
Ultima edizione Oscar Gialli (2018)

10 aprile 2022

"La donna in bianco" di Wilkie Collins: la rivincita del romanzo vittoriano

Ci sono libri che ti prendono a tradimento: si presentano sotto mentite spoglie, nascondendosi dietro un'apparenza dimessa, per poi rivelare a poco a poco la loro natura. Rientrano in questa categoria alcuni corposi romanzi dell'Ottocento, originariamente pubblicati a puntate su qualche rivista destinata a un pubblico di estrazione borghese. Chi scriveva questi romanzi, cosiddetti di appendice, sapeva come tenere i lettori incollati alle pagine. Bastava infarcire le storie di amori scabrosi, tradimenti, inganni, scambi di persona, finte morti e resurrezioni, qualche elemento soprannaturale, e il gioco era fatto. Molti di questi libri non sono sopravvissuti alla fine dell'epoca in cui vennero concepiti, e oggi sono a malapena ricordati da qualche archeologo da mercatino dell'usato. Altri, invece, sono tuttora stampati e incontrano nuovi e fedeli ammiratori.
Mi sono approcciato a La donna in bianco di Wilkie Collins (1824-1889) con qualche pregiudizio, sebbene la stretta amicizia del suo autore con Charles Dickens fosse già di per sé una sufficiente garanzia. Uscì a puntate sulla rivista All the year round tra il 1859 e il 1860, nella migliore tradizione del feuilleton. Fu, manco a dirlo, uno strepitoso successo di pubblico. Anche io ne sono stato prima ammaliato e infine conquistato, ansioso di conoscere la conclusione dell'intricata vicenda. Al pari degli antenati di un secolo e mezzo fa, ho sofferto e gioito assieme ai protagonisti, mi sono rammaricato dei loro dispiaceri e ho tirato un sospiro di sollievo a ogni pericolo scampato. Leggere La donna in bianco è un'esperienza che definirei "ottocentesca", sebbene l'aggettivo non abbia alcun significato proprio. Eppure non mi viene in mente parola migliore. Fatto sta che il volume scorre nonostante le oltre seicento pagine, ti invischia in un intreccio dai tratti parossistici, dalle tinte fosche e rosa, una via di mezzo tra una telenovela e un giallo. Mi scuso se sembro sarcastico, perché non è mia intenzione. In verità provo grande ammirazione e rispetto per la mente che ha saputo concepire una storia così avvincente, in grado di ammaliare i lettori a distanza di un secolo e mezzo dalla sua pubblicazione. La società di cui parla Collins non esiste più, il mondo dominato da un'aristocrazia vacua e sciovinista si è dissolto sotto le picconate della democrazia e dell'egualitarismo, eppure questo volume ha ancora tanto da dirci. Un classico che più classico non si può, sebbene non sia universalmente conosciuto al pari di altre opere di minore levatura.
Riassumere in poche righe la trama non avrebbe senso e sarebbe persino fuorviante. Basti dire che la complicata vicenda si snoda tra la caotica Londra e le placide campagne dell'Hampshire e del Cumberland. Proprio in quest'ultima regione, in un'avita dimora conosciuta come Limmeridge House, vivono Laura e Marian, sorelle per parte di madre. La prima è dolce e sensibile, erede di una grossa fortuna e promessa in sposa al bieco Sir Percival Glyde. La seconda è forte ed energica e vive solo per amore della sorella, il cui benessere è l'obiettivo della sua vita. L'arrivo nella casa di un maestro di disegno, Walter Hartright, sconvolge il cuore di Laura, gettando pesanti ombre sul suo prossimo matrimonio. A scompigliare ulteriormente le carte, una misteriosa donna vestita completamente di bianco, che appare e scompare all'improvviso e sembra essere indissolubilmente legata a un terribile segreto del passato di Sir Glyde. Su queste basi piuttosto classiche ha inizio un turbinio di avvenimenti che si dipanano pagina dopo pagina. 
Terminata la lettura, mi sono chiesto cos'è che più affascina di questo romanzo, quali sono i punti di forza al di là della trama e dei colpi di scena. Ritengo che le ragioni del suo successo siano principalmente tre. La prima risiede nella tecnica narrativa utilizzata: Collins optò infatti per un racconto a più voci. Non c'è un unico narratore onnisciente, sono gli stessi personaggi ad alternarsi nell'esposizione dei fatti secondo quanto è di loro conoscenza. Ciascuno narra un pezzo della storia, attraverso memoriali, resoconti, testimonianze e pagine di diario. A differenza di ciò che si potrebbe pensare, l'intreccio non risulta ostico o appesantito; anzi, La donna in bianco è un racconto corale perfettamente riuscito. Altro pregio è la modernità del linguaggio: la scrittura è scorrevole, non si dilunga in particolari non necessari, è perfettamente funzionale all'intenso incedere della trama. Tra tutti gli scrittori dell'epoca vittoriana, Collins è forse il più moderno. Il suo stile essenziale non indulge in ampollose divagazioni, né quando descrive i luoghi, né quando si addentra nell'animo dei personaggi. Questi ultimi sono il terzo, grande punto di forza del libro. Tutti sono perfettamente delineati, dai protagonisti alle figure di contorno. Collins dimostra una encomiabile capacità di approfondimento psicologico, che rende credibili tanto i protagonisti quanto i personaggi minori. Su tutti, svetta l'italianissimo conte Fosco, il vero "cattivo" del romanzo. A lui voglio dedicare le ultime righe di questa recensione. La sua è una figura straordinaria, oserei dire monumentale, destinata a rimanere impressa nella mente del lettore, sebbene qualcuno potrebbe obiettare che incarni tutti gli odiosi pregiudizi degli inglesi verso gli italiani. È un gentiluomo impeccabile che segue una propria discutibile morale: è scaltro, voltagabbana, astuto, un finissimo pensatore e al tempo stesso un uomo d'azione. Il conte Fosco è capace al contempo di grandi infamie e disinteressati gesti d'altruismo: egli è la somma di mille contraddizioni e per questo è la prova tangibile della straordinaria penna di Wilkie Collins.

2 dicembre 2021

"Il sospetto" di Friedrich Dürrenmatt: la libertà è un delitto

Sospetto, caso e libertà sono i tre concetti intorno a cui ruota questo celebre romanzo, edito in volume per la prima volta nel 1953. La tesi del caso come arbitro e gerente dei destini umani non è nuova per chi conosce la produzione dello scrittore svizzero: è il nucleo ideologico di libri come La promessa o La panne. Per Dürrenmatt il mondo è un pezzo di terra che per ventura ruota intorno al sole, la realtà è un mistero inestricabile, come un codice solo parzialmente decifrabile dalla ragione o dominabile dalla volontà. Ne Il sospetto questa teoria si rivela in tutta la sua drammaticità.
«Tutto quello che si combina, le buone azioni come i delitti, succede così, per conto suo, il bene e il male cadono in tasca alla gente per caso, come a una lotteria; è per caso che uno diventa giusto e per caso che diventa un malvagio.»
È dal caso che nasce il sospetto, è da un evento casuale che prende il via l'indagine poliziesca. Il commissario della Polizia Criminale di Berna, Hans Bärlach, è ricoverato in ospedale per una grave patologia, assistito dal dottor Hungertobel, suo caro amico. Una sera, per puro caso, Bärlach sfoglia davanti all'amico un vecchio numero della rivista Life, ove campeggia una foto paurosa e disturbante che ritrae un medico nazista in un campo di concentramento, intento a operare senza narcosi un prigioniero. Hungertobel, nell'osservare la fotografia, ha un'impercettibile reazione di disagio che non sfugge all'occhio allenato del poliziotto Bärlach. Interrogato dal commissario, il medico afferma che l'assassino ritratto nella fotografia gli ricorda Emmenberger, un suo vecchio compagno di studi, primario in una clinica privata di Zurigo. Questa osservazione casuale è sufficiente per innescare il sospetto nella mente di Bärlach. Sembra impossibile che Emmenberger e Nehle, il medico nazista ritratto nella fotografia, siano la stessa persona; eppure il sospetto si ingigantisce, guadagna terreno e verosimiglianza, fino a occupare ogni fibra del cervello del vecchio commissario. Ha così inizio l'indagine poliziesca, quella scienza che si avvale in egual misura di “matematica e fantasia”, che porterà Bärlach a confrontarsi con i ciechi disegni del caso, a perdersi nelle spire del sospetto.
La verità a cui giungerà Bärlach è ancora più spaventosa delle sue supposizioni. Per arrivarci, dovrà scavare sino alle radici dell'inferno, conoscere un mostro che non uccide per noia o sadismo, ma per affermare la propria libertà al di sopra degli abusati concetti del bene e del male. La scoperta è sconvolgente: in un mondo regolato dal caso e dominato dal sospetto, persino il delitto può essere una manifestazione della libertà, uno strumento perverso di affermazione di sé.
«Non esiste una giustizia – come potrebbe essere giusta la materia? – esiste soltanto una libertà che nessuno si è meritata, una libertà che ognuno deve prendersi. La libertà è il coraggio del delitto, perché è essa stessa un delitto.»
Sebbene il romanzo sia ambientato quasi interamente nel chiuso di due stanze d'ospedale, è attraversato dall'inizio alla fine da una tensione strisciante, che avvince il lettore pagina dopo pagina. Addirittura il commissario Bärlach non si muove dal suo letto; come un ragno, tesse la sua trama senza allontanarsi dalla tela. Mentre nei gialli classici è il protagonista che si muove alla ricerca del colpevole, in questo romanzo sono gli altri personaggi (ivi compreso il colpevole) a ruotare intorno al letto dell'investigatore, a conferma del fatto che Dürrenmatt non era un giallista come gli altri. Forse è persino riduttivo annoverarlo tra i giallisti, perché attribuirgli un'etichetta significherebbe ignorare la profondità della sua analisi della società e del mondo. Per lui il poliziesco non era un fine, ma un mezzo. Nei suoi romanzi l'inchiesta fuoriesce dai limiti entro cui è storicamente confinata: non è uno strumento per individuare l'assassino, ma un mezzo per indagare il senso ultimo della realtà, per inchiodarla alle sue menzogne e contraddizioni. Il sospetto, per quanto sia un'opera giovanile, brilla per compiutezza e maturità di pensiero; è un giallo filosofico, o forse un trattato sull'umanità sotto forma di novella. In parole povere, è una delle prove narrative che meglio descrivono lo smarrimento e la crisi di coscienza del Novecento. E ancora oggi sorprende la lucidità dello sguardo dello scrittore elvetico, se si pensa che all'epoca della pubblicazione gli orrori del conflitto e del nazismo erano troppo recenti, vividi e pulsanti nell'animo degli europei.

28 luglio 2021

Brass prima di Tinto: "Col cuore in gola"

Prima di diventare il maestro indiscusso del cinema erotico italiano, Tinto Brass è stato un regista d'avanguardia, immerso nel fermento culturale europeo ed americano e deciso a portarlo in Italia. E prima ancora di scandalizzare il Belpaese con Caligola (1979), aveva esordito dietro la macchina da presa con una pellicola fortemente ideologizzata e d'impegno civile, Chi lavora è perduto (In capo al mondo), selezionata persino nella prestigiosa lista dei “100 film italiani da salvare”.
Col cuore in gola, uscito nelle sale nel 1967, è forse l'emblema della prima produzione che ho definito d'avanguardia o, se si vuole, modernista. Il taglio di rottura rispetto alla cinematografia nazionale coeva è innanzitutto nella scelta dell'ambientazione: Brass optò per Londra, sulla scia di Blow-Up di Antonioni, non a caso citato sia direttamente che figurativamente. A Londra vive Bernard, un giovane francese interpretato da un tenebroso Jean-Louis Trintignant, che si guadagna da vivere come modello e attore. In un locale notturno incontra la bellissima Jane (Ewa Aulin), ancora giovane eppure già segnata da torbide vicende familiari e personali. La sera stessa Jane scopre il cadavere del proprietario del night club, ucciso da uno sconosciuto sicario; da quel momento strani personaggi iniziano a darle la caccia. Affascinato dalla ragazza, Bernard si offre di aiutarla, finendo trascinato in una serie di rocambolesche avventure, fino al drammatico finale.
Al di là di questi pochi cenni, la trama del film è effettivamente debole, a tratti complicata da seguire per l'astrusità di alcune circostanze. Col cuore in gola è un giallo anomalo, nel senso che il suo punto di forza non è nella costruzione dell'intreccio, né nel disvelamento dell'assassino, che a dire la verità non interessa più di tanto né allo spettatore né agli stessi protagonisti. Il cuore pulsante della pellicola è nella fotografia, nella cura maniacale dei dettagli su cui indugia la telecamera, negli intensi primissimi piani, nella folle alternanza di colore e bianco/nero. Chi conosce, sia pur parzialmente, la successiva produzione erotica di Brass, noterà una serie di intuizioni che saranno portate alle estreme conseguenze nei decenni successivi: le inquadrature degli specchi (specie se rotondi), l'obiettivo che indugia sui buchi delle serrature, l'ossessiva sovrapposizione di slogan e cartelloni pubblicitari, i primi piani di comparse grottesche che sembrano prese a piene mani dalla commedia dell'arte. Eppure in questa pellicola c'è qualcosa di più. Dovessi definirla con un solo aggettivo, utilizzerei “psichedelica”. Col cuore in gola è un caleidoscopio di colori, rumori e suoni che stimolano una percezione più profonda. E questa componente “lisergica” è così dominante da far passare in secondo piano la trama. La forma dunque prevale sulla sostanza, l'apparenza ruba la scena al senso e alla stessa verosimiglianza degli eventi narrati. 
Il film è una summa delle forme espressive in voga nel periodo: musica, fumetto e correnti artistiche. La colonna sonora passa dal beat alla fiorente scena psichedelica, che proprio nel biennio 1967-1968 vedeva nascere i suoi tre capolavori: Forever changes dei Love, Sgt. Pepper dei Beatles e S.F. Sorrow dei Pretty Things. Il tema portante della colonna sonora è l'insinuante Love girl, meravigliosa ballata del maestro Trovajoli cantata da Gianni Davoli, che non avrebbe sfigurato in un LP dei Doors o dei Procol Harum. Decisiva è poi l'influenza del fumetto, anche mutuato dalla pop art d'oltreoceano; non a caso molte tavole della storyboard sono opera di Guido Crepax, e in una scena fa persino capolino l'inconfondibile volto di Valentina. Le scenografie degli interni sono particolarmente curate, con muri tappezzati di poster, tazebao, manifesti e stampe, che spesso riproducono scene a fumetti. Altra fondamentale influenza è l'optical art, sia nella ricostruzione di alcune scene d'interni (si pensi all'atelier del fotografo), che negli spericolati tagli e inquadrature che creano un effetto straniante nel pubblico.
Due parole anche sugli straordinari protagonisti. Trintignant sembra un alieno, con la sua allure seriosa, fumosa e decadente, del tutto decontestualizzata rispetto all'atmosfera elettrica della Swinging London. Eppure è perfetto nei panni del melanconico Bernard, a cui riesce a dare profondità e realismo anche solo con uno sguardo o un impercettibile movimento delle ciglia. L'attore francese fa di questa estraneità il punto di forza della sua interpretazione. Ewa Aulin è semplicemente una dea, dolce e maliziosa come una lolita. Dare un giudizio definitivo sulla pellicola è un'operazione non priva di ostacoli. Si corre il rischio di attestarsi su posizioni tranchant, tra chi bolla il film come un prodotto del suo tempo, per giunta invecchiato male, e chi viceversa ne elogia la componente giocosamente anarchica e le innovative soluzioni tecniche che sono una gioia per gli occhi. Senza voler sembrare democristiani e salomonici, mai come in questo caso in medio stat virtus: Col cuore in gola non è un classico, ma proprio questo ci consente di gustarlo col giusto distacco, a distanza di oltre cinquant'anni dalla sua uscita. Da riscoprire.
Jean-Louis Trintignant e Ewa Aulin in una scena del film

30 gennaio 2021

"Il vizio dell'agnello" di Andrea G. Pinketts: il Male indossa una maschera

Ho acquistato un altro libro di Pinketts dopo tanti anni dalla lettura de Il senso della frase, che all'epoca mi aveva colpito molto. Da allora avevo perso di vista lo scrittore milanese, né avevo seguito le sue fortune, anche televisive. Da quando ho appreso la triste notizia della sua morte, però, mi sono ripromesso di riprendere il discorso interrotto. L'occasione si è presentata qualche giorno fa, quando ho adocchiato una copia de Il vizio dell'agnello in uno dei chioschi di usato e remainders che ancora sopravvivono. Devo riconoscere che, a distanza di tanti anni, l'esperienza si è rivelata entusiasmante. Peraltro, sono legato a Pinketts da un aneddoto personale, per quanto minimo, avendo avuto occasione di parlare con lui al telefono. Fu gentile e mi dispensò preziosi consigli, dandomi la felice impressione di un artista autentico e disincantato nonostante il successo, come confermano le persone che gli sono state più vicine.
Il vizio dell'agnello (1994) è il secondo romanzo della lunga saga con protagonista Lazzaro Santandrea (o Sant'Andrea), dopo l'esordio di Lazzaro, vieni fuori (1991). Lazzaro, vero e proprio alter ego dell'autore, è un ventottenne con un passato turbolento, che si guadagna da vivere scrivendo qualche articolo da freelance o posando come modello per fotoromanzi softcore destinati al mercato estero. Da qualche tempo, però, ha aperto un'altra attività, ai confini della liceità. Sotto lo pseudonimo di dottor Totem, offre consulenze a persone con “problemi psicologici”, senza avere né il titolo né l'esperienza in una materia così delicata. Un giorno si presenta al suo studio – in verità la casa della nonna – una strampalata coppia di origini iugoslave, disperata perché la figlia Branka, un tempo bambina buona e obbediente, ha cominciato ad avvelenare per sadismo i piccioni di Piazza Duomo, fino a puntare alla preda più grande, l'uomo. È stata davvero Branka, ex bambina buona ora affetta dal “vizio dell'agnello”, ad avvelenare anche i due barboni morti in circostanze misteriose negli ultimi giorni? Lazzaro si trova coinvolto suo malgrado in un'indagine all'apparenza inestricabile. Al suo fianco gli strampalati amici di una vita: il neo tassista Duilio Pogliaghi e l'aspirante attore depresso Antonello Cairoli. Lazzaro e la sua cricca si muovono in una Milano ad alta gradazione alcolica, malinconica e poetica, una “città di pazzi e di cani”, in cui persino la violenza è riconducibile a gesto artistico. 
Colpisce la qualità della scrittura di Pinketts, dote rara in un autore “di genere”. Accade spesso che, chi si cimenta nel giallo, il noir o l'hard-boiled, prediliga la trama rispetto allo stile, concentrandosi sull'intreccio a discapito della forma. È questo il motivo per cui il poliziesco e la fantascienza sono stati a lungo snobbati dalla critica e dai lettori più intransigenti. Pinketts, invece, era uno scrittore vero, prestato a un genere. L'aveva capito Fernanda Pivano, che lo elogiò pubblicamente con parole di stima: «caro Pinketts, mio caro giovane pazzo amico, quanto sei bravo!». Il vizio dell'agnello ne è la prova. Pinketts ci restituisce con vivide pennellate gli umori di una Milano nevrotica e nera, i dolori di un'epoca, la fine degli anni Ottanta, che oscilla tra gli ultimi palpiti di un mondo che fu e l'avanzare della contemporaneità scialba e impoetica. Lo fa con una scrittura moderna, senza retorica e agile, eppure priva degli eccessi “giovanilistici” che caratterizzeranno parte della produzione letteraria nostrana degli ultimi vent'anni. Questa cura nello stile e nella ricerca delle parole, unitamente alla costruzione di dialoghi credibili e articolati, sebbene a tratti surreali, accomuna lo scrittore milanese a un altro autore di razza che ci ha lasciati troppo presto, Pier Vittorio Tondelli. 
Pinketts descriveva un mondo che conosceva bene, la Milano dei quartieri a ridosso del centro storico, divisi tra l'antica vocazione popolare e il richiamo borghese del lusso e del successo. I suoi personaggi si muovono in teatri, cinema di seconda categoria, appartamenti signorili in palazzi decadenti e soprattutto bar, caffè, pub, locali notturni, vinerie, mescite. Pinketts descrive l'atmosfera in cui è cresciuto e diventato uomo. Non è un caso, poi, che questo sia un romanzo dove hanno un ruolo centrale le madri, mentre sono del tutto assenti i padri. Si tratta di un ulteriore richiamo autobiografico, come ben sa chi conosce il simbiotico rapporto tra lo scrittore e la mamma, ribadito anche in una delle sue ultime interviste. 
Non solo consiglio vivamente la lettura del romanzo, anche e soprattutto a chi non è un amante del noir, ma mi sento di suggerire l'acquisto in blocco del trittico iniziale della saga di Lazzaro Santandrea. Lazzaro, vieni fuori, Il vizio dell'agnello e Il senso della frase sono romanzi freschi e divertenti, espressione del talento smisurato di uno degli ultimi scrittori di razza. 

18 settembre 2020

"La promessa" di Friedrich Dürrenmatt: la morte del romanzo poliziesco

Raramente leggo romanzi gialli, non sono mai stato un appassionato del genere, salvo qualche incursione fumettistica (Nick Raider, Diabolik). Per Dürrenmatt faccio volentieri un'eccezione, forse perché non era un giallista puro, né i suoi romanzi possono essere confinati entro i ristretti limiti di un genere. Si leggano due capolavori come Il giudice e il suo boia e La panne: il caso da risolvere c'è, ma è un pretesto per affrontare problematiche giuridiche tra le più profonde, quali il rapporto tra colpevolezza e punizione, o il conflitto tra la verità processuale e le ingarbugliate implicazioni del reale. La promessa merita invece un discorso a parte, perché lo scrittore svizzero scopre subito le carte in tavola e annuncia già nel sottotitolo di voler scrivere un “requiem per il romanzo poliziesco”.
Gli scrittori di gialli, sostiene Dürrenmatt, ignorano colpevolmente il ruolo che la casualità gioca nell'intreccio del reale. Credono ciecamente nella ragione, aderiscono fideisticamente al mito dell'intelletto, quale unica forza in grado di decifrare misteri apparentemente insolubili. Per loro l'indagine è un affare squisitamente umano, un balocco della ragione, che da sola e senza l'aiuto di circostanze esterne sa dipanare il garbuglio. Sherlock Holmes è l'esempio tipico di questa impostazione. E invece lo scrittore svizzero ritiene che tale approccio sia fallace, o comunque riduttivo e insufficiente.
«Alla realtà si accede solo in parte con la logica. […] Spesso solo la fortuna o il caso intervengono in nostro favore. O in nostro sfavore. E invece nei vostri romanzi il caso non interviene mai, e se qualche elemento sembra casuale lo si attribuisce a una coincidenza o al destino. È sempre stato così, voi scrittori la verità la gettate in pasto alle regole drammaturgiche. […] Di un fatto non si potrà mai venire a capo nel modo in cui si risolve un calcolo matematico, se non altro perché non arriviamo mai a conoscere tutti gli elementi necessari ma disponiamo solo di alcuni dati, per lo più marginali. E troppa importanza assumono allora il caso, l'imprevisto, l'imponderabile.»
Ne La promessa, per dimostrare questa teoria, Dürrenmatt costruisce un intreccio esemplare. Matthäi è uno dei più brillanti commissari di Zurigo, destinato a una luminosa carriera fuori dalla Federazione; i funzionari elvetici l'hanno infatti scelto per una delicata missione istituzionale in Giordania. Il giorno prima di partire per Amman si verifica un evento che muta completamente il suo destino. Una bambina, Gritli Moser, viene brutalmente assassinata in un bosco, come era già accaduto anni prima a due sue coetanee. Matthäi, giunto sul luogo del delitto, promette solennemente ai genitori della piccola che troverà l'assassino e lo consegnerà alla Giustizia. La promessa diventa ossessione, in grado di scardinare la mente razionale e fredda del commissario. Viene arrestato von Gunten – anch'egli un perfetto zero come suggerisce il nome –, un venditore ambulante già conosciuto dalle forze dell'ordine. Contro di lui ci sono indizi e persino una confessione (estorta), ma manca la prova della colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio. Matthäi non è convinto della responsabilità di von Gunten e inizia una sua personale indagine alla ricerca del vero assassino. In mancanza di appigli logici e non disponendo di elementi probatori da poter approfondire, Matthäi si affida al Caso, lasciando che sia quest'ultimo a lavorare per lui, a far cadere il vero assassino entro una tela di ragno meticolosamente tessuta. L'ossessiva ricerca del commissario va di pari passo con il suo abbrutimento fisico e morale, al punto che finisce per essere considerato un pazzo anche dalle persone a lui più vicine. E invece alla fine la sua intuizione si rivelerà azzeccata, e sarà per l'appunto la casualità a dare una risposta definitiva alle domande lasciate aperte.
Dürrenmatt era uno scrittore dalle intuizioni geniali, come dimostra anche questo romanzo. Per lui il mondo – e più in generale la realtà – era un mistero inestricabile, un codice solo parzialmente decifrabile dalla ragione. Ne La promessa questa tesi viene portata alle estreme conseguenze, nella parte in cui giustappunto si afferma che «la nostra ragione getta una luce insufficiente sul mondo; nella penombra dei suoi confini si insedia tutto ciò che è paradossale». Ecco perché i romanzi dello scrittore elvetico hanno il sapore di una scoperta per chi vi si imbatte, magari proprio casualmente. Sono così ricchi di significati reconditi che meritano di essere letti e riletti, magari a distanza di tempo. 

31 ottobre 2019

La Storia passa per Vienna: il nuovo albo di Martin Mystère

Nel numero di agosto/settembre, nello spazio dedicato alle anticipazioni, Alfredo Castelli aveva risposto con la consueta ironia agli uccelli del malaugurio che da anni puntualmente annunciano – o forse addirittura auspicano – la chiusura della serie. Il creatore di Martin Mystère ha rivelato che senza dubbio la serie chiuderà, ma solo perché, come tutte le creazioni umane, ha avuto un inizio e avrà una fine. Nessuna chiusura imminente, dunque, a beneficio degli appassionati. Soprattutto, si spera che le parole di Castelli mettano a tacere una volta per tutte le malelingue.
Il numero 365 (ottobre/novembre 2019) attualmente in edicola, intitolato La grande epidemia, è in qualche misura il segno della vitalità della testata, sebbene sia fisiologico un calo di ispirazione dopo trentasette anni di presenza costante nelle edicole italiane. Ho parlato di vitalità del personaggio perché Martin sembra vivere una seconda giovinezza: è atletico, poco propenso a dilungarsi in lunghi monologhi, pronto invece a fare a botte e persino a calarsi da un condotto di aerazione grazie ad una tecnica appresa ad Agarthi. Al tempo stesso, però, si ravvisa un calo d'ispirazione per l'utilizzo di alcuni espedienti narrativi ormai abusati, un ritornello sentito troppe volte. Parlo dell'irruzione dell'ennesima setta segreta non meglio identificata, oppure dell'esplosione finale che risolve tutti i problemi, soluzione forse catartica ma fin troppo sbrigativa. Al di là dei limiti, se si legge l'albo senza preoccuparsi della continuity pretesa dagli appassionati di lungo corso, si riscontrano almeno tre punti di forza. Il primo è nei disegni di Romanini, che si mantiene fedele al personaggio e al contempo ci regala una molteplicità di figure di sfondo e contorno, ivi compresa una manciata di belle ragazze. Mi è poi piaciuta la maggiore propensione all'azione rispetto ad alcuni albi del recente passato, in cui predominavano i toni eruditi e gli immancabili “spiegoni”. La grande epidemia è invece un'avventura incentrata sul presente, che possiede il serrato andamento di una storia di spionaggio e sorprende con diversi colpi di scena. Inoltre, viene affrontato un tema quanto mai attuale, ossia il cambiamento climatico e le strategie da attuare al più presto per salvare il pianeta.
La vicenda, sceneggiata da Belli con i disegni di Romanini, è interamente ambientata a Vienna, dove il Buon Vecchio Zio Marty è invitato a presentare l'edizione austriaca in versione economica dei suoi libri. Nella città asburgica, tanto per cambiare, si sta verificando un evento senza precedenti, una vera e propria epidemia di suicidi che colpisce inspiegabilmente persone che non hanno una ragione per togliersi la vita. Partendo da questa “grande epidemia”, la storia prende una piega imprevista, che porterà il Detective dell'impossibile a venire a contatto con un oggetto antichissimo dalle proprietà esoteriche, che i cattivi di turno vogliono utilizzare per indirizzare le sorti del mondo e conformare l'umanità sotto un pensiero unico monolitico.
È un'avventura vissuta quasi interamente in solitaria, mancando i soliti comprimari; Martin ha così modo di esaltare le proprie doti, su tutte l'intuito, l'altruismo e la totale libertà di pensiero. Il nostro eroe viene messo di fronte ad un quesito: è giusto barattare la libertà per la salvezza? O meglio, è giusto salvare l'umanità e la Terra pagando il prezzo di un pensiero unico, della sottomissione e dell'annullamento di ogni individualità? Martin non ha dubbi e risponde di no, perché per lui la libertà viene prima di ogni cosa e la salvezza dell'umanità non può essere imposta, ma deve essere il risultato di scelte ponderate e condivise. Il punto più interessante dell'albo è proprio questo: i cattivi sono paradossalmente quelli che vorrebbero salvare il pianeta, sia pure attraverso un progetto aberrante. Martin Mystère, invece, si oppone al loro piano, perché sa vedere le cose da un profilo morale più elevato.
Sperando di non aver svelato troppo della trama, consiglio la lettura di questo numero 365, che peraltro ci rinfresca la memoria su uno degli eventi decisivi della storia europea e della nostra cultura, ossia l'assedio di Vienna del 1638 da parte degli Ottomani. Unico neo, come già detto, il finale troppo frettoloso. Spero che in futuro vengano adottate soluzione diverse, per garantire ancora longevità e successo alla serie.
Martin Mystère n. 365 - La grande epidemia - Ott/Nov 2019

17 dicembre 2018

"La panne" di Friedrich Dürrenmatt: un delitto si trova sempre

La lettura de La panne ha confermato l’impressione che già avevo avuto con Il giudice e il suo boia: a Dürrenmatt interessavano specialmente gli aspetti patologici della giustizia umana, lo intrigavano le implicazioni distorte della funzione giudiziaria. Secondo lo scrittore svizzero, il diritto non è das Recht, la strada dritta verso la verità, quanto piuttosto una linea contorta, che può essere piegata a piacimento lungo le direttrici del giusto o dell’abuso. E mentre ne Il giudice e il suo boia la domanda è se possa esistere un delitto perfetto, ne La panne l’interrogativo riguarda la possibilità di accusare taluno di un reato che non ha mai commesso, fino a convincerlo della propria (insussistente) colpevolezza. D’altronde, uno dei principali personaggi del romanzo, il pubblico ministero, dichiara senza mezzi termini che un delitto si trova sempre, basta indagare nel vissuto di ogni uomo.
Alfredo Traps, un modesto rappresentante di commercio, è costretto a fermarsi per la notte in un villaggio svizzero, a causa di una panne alla sua automobile. Viene ospitato dall'anziano proprietario di una dimora signorile, che lo invita a partecipare ad un gioco insieme ai suoi tre più cari amici. I quattro vegliardi sono pensionati che hanno calcato le aule di giustizia nelle vesti di giudice, pubblico ministero, avvocato e boia. Il loro gioco preferito consiste nel rinverdire i fasti del passato, inscenando finti processi a personaggi storici; quando però si presenta un ospite a cena, è quest’ultimo a venir coinvolto nel gioco, in veste di imputato. Traps si sottopone volentieri alla farsa, divertito e convinto della propria innocenza. Il pubblico ministero, invece, con una requisitoria logicamente impeccabile, anche se giuridicamente infondata, finirà per inchiodarlo ad una terribile verità, convincendolo di aver commesso un turpe delitto. È a questo punto che si verifica una panne anche nel cervello del povero Traps, un vero e proprio cortocircuito emotivo che lo condurrà ad esiti tragici.
Il breve romanzo lancia diversi interrogativi e spunti di riflessione. In primo luogo, centrale è il ruolo del caso, che per Dürrenmatt è il vero gerente dei destini umani. Il fatto che dà il via ad una concatenazione di eventi irreversibili e drammatici è una semplice panne, un guasto meccanico che genera conseguenze imprevedibili. Il titolo è dunque centrale nell'analisi del romanzo, perché richiama un tema assai caro all'autore svizzero: quello dell’evento fortuito e apparentemente marginale, che diviene il fulcro di coincidenze imponderabili.
Ad una lettura più approfondita, il libro è un'acuta riflessione sulla sacralità della giustizia, un affare troppo serio per diventare oggetto di giochi o spettacoli. Ed è proprio questo l’aspetto di più stretta attualità del romanzo; viviamo in un’epoca che ha fatto dei processi mediatici un vero e proprio affare milionario, ad uso e consumo di spettatori del tragico che cercano nella condanna altrui una catarsi dalle proprie meschinità. Dürrenmatt, sia pur involontariamente, anticipa i tempi e vuole dirci che la sala da pranzo del giudice in pensione, così come i moderni studi televisivi, non sono aule di udienza. Eppure, allo stesso modo e con la stessa effettività, possono decidere i destini umani. Sta dunque a noi, alla nostra intelligenza e sensibilità, fare in modo che ciò non accada.