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8 novembre 2025

"Poco zucchero", il cinico e tagliente Faust’O

A fine anni Settanta si affermarono nuovi volti nella fitta schiera del cantautorato nostrano. Personaggi diversi dal cliché dell'artista impegnato "di sinistra" che aveva furoreggiato nel decennio, i quali presentavano una proposta musicale diversa, spesso più vicina alle influenze straniere. Penso all'ironia graffiante di Alberto Fortis, oppure al mitteleurock di Gino D'Eliso, fino ad arrivare alle tentazioni art-rock di Garbo qualche anno dopo. Tra questi, una figura ancora più radicale che merita un discorso a parte è quella di Fausto Rossi, nativo di Sacile e più conosciuto con lo pseudonimo di Faust'O.
Aveva esordito nel 1978 con un album dalle tinte forti e dal titolo eloquente: Suicidio. Conteneva brani come Benvenuti tra i rifiuti, Godi, Bastardi e Il mio sesso, veri e propri gioielli di piccolo culto ancora ricordati da una sparuta schiera di fedelissimi, come si evince da una sommaria ricerca sulla rete. L'anno successivo fu la volta di Poco zucchero, secondo lavoro in studio pubblicato nel 1979 dall'etichetta Ascolto di Caterina Caselli. Fu registrato nei mesi di febbraio e marzo presso il "Radius Studio" sotto la sapiente produzione artistica dello stesso Faust'O e del compianto Alberto Radius. Nutrita e di livello la schiera dei musicisti coinvolti, tra cui Claudio Pascoli al sax, Walter Calloni e Tullio De Piscopo alle percussioni, Radius alla chitarra elettrica e il bassista statunitense Julius Farmer. Fausto Rossi, oltre a cantare, suona tastiere e sintetizzatori, tra cui l'italico polifonico Crumar.
Nell'iniziale Vincent Price, scritta a quattro mani con Oscar Avogadro, si nota il tocco di Radius: è un pezzo marcatamente rock con chitarra elettrica in evidenza, in cui la figura dell'istrionico attore statunitense, noto per aver interpretato celebri pellicole horror, diventa la metafora per esprimere un messaggio inquietante: è fuorviante cercare il mostro negli altri, il mostro è dentro di noi, anzi siamo noi.
«Ma quando alla mattina scopri allo specchio
la faccia che hai,
e mentre fai la barba giunge un suono all'orecchio:
sta russando anche lei.
Dubbi ormai non hai più,
quei due occhi e quel mostro sei tu.»
Spesso il nome di Faust'O è associato alla new wave, quantomeno per la prima fase della sua carriera di cui fa parte anche Poco zucchero. In questo LP le influenze del genere appaiono effettivamente marcate, soprattutto in virtù dell'ampio uso di tastiere e sintetizzatori che regalano quel suono algido tipico appunto della new wave. Si ascolti Il lungo addio, un'anomala canzone d'amore dalle atmosfere glaciali e rarefatte che sostengono la voce tagliente del cantautore. Il brano, forse il migliore della scaletta, ricorda Vienna degli Ultravox, con la precisazione che il capolavoro della band inglese fu pubblicato l'anno successivo. Altre canzoni si allontanano invece dal genere citato, come l'intensa Attori malinconici o la radiofonica Oh! Oh! Oh!, più vicine a un pop raffinato. Il canto si fa sussurro in Kleenex, altro pezzo di culto, con un testo che sfida la buona creanza e osa varcare i limiti della comune decenza. D'altronde, le liriche che inquietano sono il suo marchio di fabbrica, ora sinistramente ironiche, ora dirette come un gancio in faccia.
«La mia lingua su un tampax
sfiora la castità,
per servirti ho il mio Rolex,
per freddarti ho l'età.»
L'album, della durata di poco più di trenta minuti, si chiude con i sette minuti di Funerale a Praga. L'inizio è quasi di matrice progressiva, in stile Pink Floyd; quando però arriva la voce salmodiante di Faust'O, il pezzo assume un incedere funereo, fino alla meravigliosa coda finale di sintetizzatori e sassofono.
Provocazione, feroce sarcasmo e attitudine punk sono le chiavi di lettura di questo album e più in generale dell'intera produzione di Fausto Rossi, figura anomala e anarchica nel panorama cantautoriale nostrano. Conosciuto da pochi, idolatrato da un manipolo di irriducibili appassionati, di lui si può dire tanto, nel bene o nel male, ma di certo gli vanno riconosciute la coerenza e la capacità di seguire una strada diversa da quella battuta dagli altri. Poco zucchero è un disco cinico e tagliente, come lo sguardo sul mondo di questo artista.

12 ottobre 2025

"Aria", il Mediterraneo che abbraccia l'Inghilterra

Ripensando a certi dischi letteralmente consumati da adolescente, mi meraviglio della costanza che all'epoca avevo nell'ascoltare ripetutamente e assimilare album "difficili". La verità è che avevo più tempo e meno opportunità. Più tempo libero perché almeno due ore della giornata erano dedicate all'ascolto. Meno opportunità perché non c'era la varietà offerta gratuitamente da internet, i soldi erano di meno e quindi prima di archiviare un disco lo ascoltavo a ripetizione, soprattutto se la prima impressione non era stata positiva. Eppure ricordo che Aria di Alan Sorrenti (1972) mi conquistò subito.
Ne avevo sentito parlare in un articolo sul settimanale Musica!, all'epoca il mio principale punto di riferimento assieme a un altro pilastro dell'editoria musicale nostrana, il compianto Mucchio selvaggio. Ovviamente di Alan Sorrenti conoscevo le hit, i tormentoni pop che gli hanno garantito il successo. Quando appresi dell'esistenza di un album anomalo come Aria, la curiosità prese il sopravvento sul pregiudizio. Le recensioni erano così entusiastiche che non esitai ad acquistarne una ristampa in cd della Sony, credo fosse il 2005.
Quattro tracce in tutto, quaranta minuti, sufficienti per innalzare il musicista italo-gallese tra le stelle del progressive nostrano. Una suite di diciannove minuti che occupa l'intera prima facciata, una ballata acustica che si colloca tra le migliori canzoni d'amore della musica italiana, due pezzi tra il mistico e lo stralunato, tanto bastò a Sorrenti per firmare uno degli esordi più folgoranti che si ricordino. Aria fu una rivoluzione nel panorama musicale dell'epoca, un crogiolo di suoni e poesia, un disco d'avanguardia eppure per niente ostico. La suite che dà il titolo all'album, come detto, dura oltre diciannove minuti ma non conosce neppure un calo d'ispirazione. Aria è il Mediterraneo che incontra l'Inghilterra, la melodia di Napoli e la sperimentazione di Londra, la tradizione che abbraccia il futuro, una voce eccelsa e mai di maniera. Fosse stato pubblicato nel Regno Unito, oggi sarebbe ricordato come uno dei più grandi dischi prog di sempre.
Aria è un LP che profuma di India, d'incenso e misticismo. Le atmosfere sono rarefatte e il sentimento che domina è la malinconia, o forse sarebbe più corretto parlare di saudade, quel termine portoghese difficilmente traducibile nella nostra lingua che indica (anche ma non esaustivamente) uno struggimento verso qualcosa o qualcuno che è stato e ora non è più, il tendere verso un passato reso mitico dai ricordi. Questo senso di indeterminatezza è già nella copertina, di sicuro impatto visivo: una specie di selva stilizzata color blu, da cui emerge una figura inquietante di profeta, quasi un Cristo che avanza verso una specie di acquitrino. L'impressione è confermata dalle fotografie del libretto interno che ritraggono Alan nelle vesti di un mistico orientale. Qualcuno potrebbe opinare che si tratti di un immaginario "da fricchettone", ma io ritengo che questa scelta grafica abbia retto alla prova del tempo.
Per registrare questo primo lavoro, Sorrenti scelse un fidato manipolo di musicisti: Tony Esposito alla batteria, Vittorio Nazzaro al basso e alla chitarra solista, Albert Prince alle tastiere, con la partecipazione del violino di Jean Luc Ponty nel pezzo che dà il titolo all'album. Aria, la traccia che apre il disco, si dipana in un crescendo di suggestioni sonore e liriche. Alan usa la propria voce in falsetto come uno strumento, al pari di artisti del calibro di Peter Hammill o Tim Buckley; ne viene fuori una commistione perfetta di musica e parole. La lunga suite non si può descrivere, va ascoltata più volte e assimilata. Seguono altre tre canzoni dal minutaggio più basso. Vorrei incontrarti è una delicata ballata dell'amore perduto, un viaggio di quattro minuti fatto di voce e chitarra acustica, fino alla comparsa nel finale di una struggente fisarmonica.
«Vorrei incontrarti fuori i cancelli di una fabbrica,
vorrei incontrarti lungo le strade che portano in India.»
Un fiume tranquillo e La mia mente chiudono il disco. Sono due tracce sperimentali nella struttura e nel testo; non sono canzoni nel senso stretto del termine, perché non seguono il classico schema strofa-ritornello-strofa. Un fiume tranquillo è il punto d'arrivo del viaggio del mistico, dopo le dolorose peregrinazioni dell'eterno vagare. Ascoltarla dà un senso di pace e di definitivo.
«La mia scarpa la troverete vicino a un marciapiede
e il mio corpo lontano, nelle sale di un dormitorio,
la mia mano in un fosso e il mio occhio nel cielo.
Quel fiume sa dov'è la mia casa, quel fiume per me esiste.»
L'anno successivo Sorrenti ci provò di nuovo con un disco dal nome criptico: Come un vecchio incensiere all'alba di un villaggio deserto. Nonostante qualche ottimo spunto, il guizzo dell'esordio sembra già svanito e anche la lunga title-track, pur validissima, non ha il medesimo fascino della precedente. Dopo un terzo album di transizione, di cui va segnalata la splendida versione di Dicintecello vuje, il nostro approderà ai fortunati lidi del pop da classifica. E proprio questa inversione di rotta consacrerà Aria nell'olimpo delle cose più belle mai prodotte nel nostro Paese.

24 giugno 2024

Federico Fiumani, la solitudine è il privilegio della libertà

Tra gli appassionati è tuttora aperto il dibattito se i Diaframma siano preferibili con o senza Miro Sassolini, l'inconfondibile voce che ha impreziosito gli anni Ottanta della band toscana. Se Siberia, Tre volte lacrime e Boxe sono ricordati come vette della new wave italica, lo si deve anche alla capacità di Miro di interpretare gli splendidi testi di Fiumani, merito di una voce tra le più intense del panorama tricolore di quegli anni. Come sa bene chi conosce a fondo la discografia del gruppo, Boxe (1988) si chiudeva con Caldo, cantata da Fiumani a voler testimoniare un doloroso ma ineludibile passaggio di consegne. La sua voce "asimmetrica", come l'ha definita Brizzi in Jack Frusciante è uscito dal gruppo, è da oltre trent'anni un vero e proprio marchio di fabbrica. La si ama o la si odia, tertium non datur.
Dopo la rottura con Sassolini, Fiumani si era messo alla prova con l'EP Gennaio, contenente due tra le sue canzoni più amate dal pubblico: l'omonima che dà il titolo al mini-album e L'amore segue i passi di un cane vagabondo. Ma mentre Gennaio serviva per scaldare i motori, nel 1990 usciva il primo long playing dei rinnovati Diaframma, intitolato non a caso In perfetta solitudine. La formazione che lo incise era a tre: Fiumani alla chitarra e voce, Massimo Bandinelli al basso e Fabio Provazza alla batteria. L'appoggio di una grande casa discografica come la Ricordi, oltre alla produzione di Vince Tempera, dimostrava l'ambizione del progetto. Peraltro, è storia arcinota il rifiuto di Fiumani di partecipare al Festival di Sanremo con un brano più commerciale, evento che riportò il gruppo nell'underground, di cui è tuttora uno degli alfieri.
Tornando a In perfetta solitudine, già il titolo dà l'idea di una ripartenza, se non addirittura di una rinascita. Abbandonate le dinamiche da band, Fiumani abbracciò una dimensione più cantautoriale, tanto che spesso si è parlato di "cantautorato rock". Una solitudine perfetta perché ha dato al musicista la giusta concentrazione per reinventarsi e intraprendere strade che la dimensione della rockband non consentiva di affrontare. Non a caso, qualche anno dopo, in una canzone poco nota intitolata Francesca, 1986, Fiumani ha ricordato il sofferto periodo che precedette lo scioglimento della formazione storica.
«All'epoca facevo un disco che doveva intitolarsi Falso amore. E stavo sempre in mezzo a gente che adesso non mi va nemmeno di nominare.»
In perfetta solitudine è composto da tredici tracce, di cui almeno sei sono diventate nel tempo veri e propri classici dei concerti dei Diaframma. Per quanto riguarda il suono, la stagione new wave è definitivamente alle spalle: abbandonati i toni plumbei di Siberia e la furia di Tre volte lacrime, Fiumani mostra la sua vena più cantautoriale. Non mancano le cavalcate elettriche (Trecento balene, Diamante grezzo), sebbene il suono appaia più smussato rispetto al passato. In canzoni come Il portiere e Beato me, ad esempio, funziona bene la combinazione voce e chitarra acustica, benché il nostro non abbia un'intonazione particolarmente "educata". Il vecchio amore chiamato punk non è tuttavia dimenticato, come dimostrano il finale di Verde e il piglio deciso del cantato di Io amo lei. Quest'ultima è, a mio avviso, una delle più originali canzoni d'amore scritte in Italia, grazie a un testo mai banale e particolarmente profondo.
«Io amo lei, non tutti gli uomini che ha avuto per dare un senso al suo passato.»
Brutto orso è un pezzo sul pugilato, altra grande passione del chitarrista toscano. Risalta un verso che è la dichiarazione di intenti di un artista che non si è mai venduto al mercato e ha protetto gelosamente la propria libertà, a costo di essere messo ai margini del giro che conta.
«E se perdo, voglio farlo come dico io!»
Fiumani dimostrò concretamente di voler percorrere fino in fondo la propria strada due anni dopo, quando diede alle stampe il disco autoprodotto Anni luce, in cui, finalmente libero dai legacci di una major, tracciò ancora meglio i confini del cantautorato punk-rock che ha orgogliosamente portato avanti fino ai giorni nostri. In perfetta solitudine è pertanto un disco di transizione, ma sarebbe un errore sottovalutarlo. Ritengo infatti che sia un ottimo album, come dimostrano le felici intuizioni presenti anche nelle tracce meno note. Si ascolti in proposito Io ho freddo adesso.
«Lei era bella, ma bella davvero, e allora sai perché quando venni, venni dentro di me.»
Arrivato alla fine della recensione, mi rendo conto di non essere riuscito nell'intento propostomi, ovvero dare un'idea più precisa dello stile musicale dei primi Diaframma post Sassolini. E allora, è sufficiente dire che In perfetta solitudine è la colonna sonora di una giovinezza orgogliosa e sofferta, il canto di un'anima alla conquista dell'agognata emancipazione, dopo essere stata a lungo in gabbia. D'altronde, come scriveva Gian Piero Bona, «la solitudine non è sempre una rinuncia, può essere il privilegio della libertà».

12 aprile 2024

Il secondo battesimo rock di Eugenio Finardi

Intitolato semplicemente Finardi, il sesto album in studio del rocker milanese uscì nel 1981. Ascoltandolo, viene da chiedersi se sia stato l'ultimo della prima fase della sua carriera, oppure il primo di una nuova era. Roccando rollando (1979) aveva un nome tipicamente seventies, e infatti aveva chiuso quel decennio. Intitolare il disco successivo Finardi tradiva la volontà di ripartire da capo, o comunque di intraprendere una coraggiosa inversione di marcia. Ingaggiato il celebre produttore Angelo Carrara, l'album fu registrato nei mesi di novembre e dicembre 1980 nei gloriosi Stone Castle Studios al castello di Carimate. In origine il cantautore avrebbe voluto utilizzare l'inglese, anche per via dell'ottima padronanza della lingua (la madre era americana), ma la casa discografica si oppose e i testi furono tradotti in italiano. L'idea originaria venne tuttavia concretizzata l'anno successivo con Secret streets.
La copertina, realizzata graficamente dal grande Mario Convertino, mostra il viso di Finardi trasfigurato da una chitarra elettrica trasparente, una Exile custom realizzata dalla Glass Master che è possibile ammirare in uno speciale registrato per la Rai. In questo album sono tre gli indici di un cambio di direzione rispetto al passato. Il primo è nella scelta di farsi affiancare da un paroliere, il "quinto Pooh" Valerio Negrini. Quasi tutti i testi sono scritti in collaborazione con quest'ultimo, la cui mano si sente sia nei pezzi arrabbiati che in quelli più lirici (si pensi a Oltre gli anelli di Saturno), nonché nella distopia di Prima della guerra.
«Dicono di un congegno che sparava gli occhi sulle stelle,
che potevi guardare in un uomo attraverso la sua pelle,
e la gente accendeva certi specchi intelligenti
e arrivavano immagini e voci dai posti più distanti.»
La seconda novità riguarda i musicisti. I precedenti due album, Blitz e Roccando rollando, erano suonati dai Crisalide, band di supporto con il compianto Stefano Cerri, Mauro Spina, Luciano Ninzatti ed Ernesto Vitolo. In Diesel e Sugo, invece, suonavano il fido chitarrista Alberto Camerini, nonché musicisti del laboratorio Cramps come Tavolazzi e Fariselli degli Area. Per Finardi invece si optò per turnisti di rilevanza internazionale: Ray Fenwick alle chitarre (The Syndicats, The Spencer Davis Group), John Gustafson al basso (Quatermass, Roxy Music), Derek Austin e Mike Moran (poi con gli Heart) alle tastiere, nonché il mitico Les Binks (Judas Priest) dietro le pelli. Da ricordare anche il cameo di Lucio Dalla, clarinettista in Valeria come stai?
La terza novità rispetto ai precedenti lavori è nel suono. Sotto questo profilo, Finardi è un disco "ottantiano"; si potrebbe persino azzardare che sia figlio del punk e della nascente new wave, con accenni elettronici mai invasivi. Senza voler fare l'analisi traccia per traccia, le canzoni possono essere suddivise in tre gruppi. Nel primo ci sono dei pezzi rock tiratissimi: l'incalzante Trappole, la furiosa Mayday e l'incazzata F104, riproposta recentemente da Giorgio Canali. Valida anche Computer, che sembra anticipare l'attuale perniciosa moda degli influencer.
«Con il mio calcolatore abbiam capito com'è,
il segreto del successo è programmarsi da sé,
doppiarsi nello specchio e pettinarsi la grinta.
La gente si innamora solo della gente convinta.»
Poi ci sono le ballate d'amore; in primis il reggae di Valeria come stai?, nonché la dolcissima Patrizia, forse la canzone che tutti vorrebbero aver scritto per la donna amata. Degna di nota anche l'invettiva di Piccola stupida, con un testo tra l'ironico e l'irriverente che oggi verrebbe messo all'indice. Vanno infine menzionati tre brani di eccellente fattura, a metà strada tra il soft rock e il cantautorato più raffinato: Prima della guerra, Oltre gli anelli di Saturno e Le stelle stanno ad aspettare, con la seconda una spanna sopra le altre.
La mia opinione è che il disco avrebbe avuto ben altri riconoscimenti qualora l'avesse partorito un altro artista. Cercherò di spiegarmi meglio. Quando uscì il 33 giri, Finardi era in trincea da più di dieci anni, avendo realizzato due tra i migliori album italiani degli anni Settanta, Diesel e Sugo. Era stato un assoluto protagonista del decennio, al punto che brani come Musica ribelle e La radio erano inni del movimento studentesco. Inevitabile pertanto il confronto, che ha fatto passare sotto traccia questo disco del 1981, così diverso dai precedenti. Eppure dentro ci sono tante idee e il suono è più internazionale di molti lavori coevi. Sono sicuro che, qualora lo avesse pubblicato una band sconosciuta o un nuovo cantautore, avrebbe avuto maggiori riconoscimenti. Forse oggi sarebbe entrato di diritto in una classifica dei cento migliori dischi di rock italiano. Se non è così, è solo perché gli anni Settanta di Finardi sono talmente grandi da mettere in ombra ciò che è venuto dopo.

31 ottobre 2023

"Parole e musica" di Annalisa Balestrieri: l'effetto del testo nella canzone

Pensieri e parole è il titolo di un celeberrimo singolo di Lucio Battisti del 1971. Un titolo semplice che tuttavia racchiude il senso stesso dello scrivere canzoni; d'altronde, cos'è un testo se non un insieme di pensieri tradotti in parole? Il tema è al centro di Parole e musica: l'effetto del testo nella canzone, saggio di Annalisa Balestrieri di recentissima pubblicazione, che segue di qualche anno La mente in musica, già recensito su questo blog. Se col precedente saggio l'autrice ha voluto analizzare i processi mentali ed emotivi che si mettono in moto con la musica, il nuovo lavoro si occupa di indagare il rapporto tra tali processi e i testi delle canzoni. Un'analisi originale e si potrebbe dire persino necessaria, dato l'esiguo numero di pubblicazioni in materia.
Le tematiche affrontate nel libro sono di sicuro interesse per gli studiosi di psicologia, ma la Balestrieri è abile nel tradurle in concetti alla portata di tutti. Un'opera che non è dunque destinata soltanto agli addetti ai lavori, ma può essere agevolmente compresa e apprezzata anche da chi è semplicemente un appassionato di musica. Saper esporre concetti complessi attraverso un linguaggio comprensibile è il principale pregio dei saggi che si propongono un fine divulgativo, come in questo caso. Si consideri in proposito un estratto.
«Fate un esperimento: chiedete a un amico di ripetere una parola e di continuare a pronunciarla per un paio di minuti. Mentre lo starete ascoltando vi accorgerete che a poco a poco vi troverete a separare i suoni dal loro significato. Questo effetto si chiama sazietà semantica (un fenomeno che a causa della ripetizione ininterrotta di una parola, provoca la sensazione che quest'ultima abbia perso del tutto il suo significato) ed è stato documentato più di cento anni fa. Mano a mano che il significato della parola si perde, certi aspetti del suono (un tipo di pronuncia, una certa lettera), diventano stranamente importanti. La ripetizione consente di sperimentare un nuovo tipo di ascolto che conferisce una maggiore qualità sensoriale alle parole. Quando un suono viene ripetuto più volte la sensazione che ne deriva è che sia legato a quello successivo. Appena sentiamo “Yesterday” ci viene in mente “all my troubles seemed so far away”».
Apprezzabile è inoltre la soluzione di inserire una serie di brevi interviste ad autori e musicisti come Mico Argirò e Massimo Priviero, che raccontano il loro professionale punto di vista sul rapporto tra testo e musica. È un racconto a più voci, in cui le parole della studiosa si alternano a quelle degli artisti. Il libro segue pertanto un approccio multidisciplinare: si occupa di poesia, musica, psicologia, fisiologia, analisi del comportamento. Al tempo stesso le varie materie sono poste in connessione tra loro, per cui si può parlare più correttamente di un'attitudine interdisciplinare. A tal proposito è molto interessante la parte in cui l'autrice si occupa del rapporto tra testi "aggressivi" e apprendimento di condotte devianti e finanche violente. Ne riporto un breve estratto.
«Alcune ricerche si sono concentrate su come il testo di una canzone possa indurre specifici comportamenti, come il consumo di alcolici. Diffondendo nei bar musica con testi che facessero esplicito riferimento all'alcol, a distanza di alcune settimane si è notato un duplice effetto sui clienti: un maggior consumo di alcolici e una permanenza più prolungata nel locale (che a sua volta ha incrementato i consumi). Allo stesso modo in cui il testo di una canzone può indurre comportamenti legati all'aggressività o all'uso di alcolici, così può funzionare in senso opposto, favorendo comportamenti positivi.»
Di particolare rilievo è l'ultimo capitolo, in cui l'autrice chiarisce con esempi pratici quanto esposto in via teorica. Si avvale a tal proposito degli assiomi della psicologia positiva, un approccio scientifico allo studio dei pensieri, dei sentimenti e del comportamento umano che si focalizza sui punti di forza anziché sulle debolezze, ponendosi come obiettivo quello di costruire il bene e non semplicemente di riparare il male. Sulla base degli assunti della psicologia positiva, e in particolare del cosiddetto modello P.E.R.M.A., l'autrice analizza alcuni testi del celebre cantautore Massimo Priviero.
In conclusione, si tratta di un saggio breve ma denso di informazioni e intuizioni, dedicato soprattutto a quanti ancora oggi percepiscono la musica come una delle ragioni per cui vale la pena vivere. In calce al volume è riportata un'ampia sitografia per chi volesse risalire alle fonti e saperne di più sull'argomento.

26 luglio 2023

"Too close to the fire", l'album italiano di Lee Fardon

Nella fiera delle banalità non può mancare l'affermazione tranchant secondo cui nella vita conta più la fortuna che il talento, oppure che l'intraprendenza e la faccia tosta fanno più del genio. Amenità che andrebbero evitate, eppure quando si parla di artisti come Lee Fardon è impossibile sfuggirne. Di Lee ho già scritto tanti anni fa e l'ho anche contattato per una bella e sincera intervista. L'acquisto di Too close to the fire, il suo quarto disco pubblicato nel 1992, è l'occasione per parlarne di nuovo.
Chitarrista e cantante londinese, nel 1980 diede alle stampe Stories of adventure assieme ai fidi Legionaries, album dal sapore marcatamente rock, cui seguì l'ottimo The God given right, dalle tinte wave. Il successivo The savage art of love (1985), stampato anche in Italia dalla Ricordi, chiuse la sua prima stagione con un pop-rock d'autore. Da quel momento di Fardon si persero un po' le tracce: il grande successo non era arrivato, nonostante le buone recensioni sulle riviste di settore e un discreto seguito anche fuori dalla Gran Bretagna, Italia in testa. Vicissitudini varie e periodi trascorsi all'estero lo tennero lontano dalle sale di registrazione, mentre nel frattempo gli anni Ottanta finivano seppelliti dallo shoegaze, dal grunge, dal britpop.
Quando nel 1992 varcò le soglie del "Room with a view Studio", Lee aveva quasi quarant'anni e una manciata di ottime canzoni in tasca. Le incise con un gruppo di fedelissimi musicisti: Mick Cox alle chitarre, Chris Childs (oggi coi Thunder) al basso, Steve Smith alle tastiere e Paul Beavis alla batteria. Completavano la band un pugno di brave coriste, tra cui Jo Garrett che per qualche tempo è stata parte del Lee Fardon Trio assieme al chitarrista Cox. A dare fiducia al nuovo progetto dopo sette anni di silenzio discografico, fu una piccola etichetta nostrana, la Musique Records di Courmayeur. Un progetto tutto italiano coordinato da Aldo Pedron, come dimostra la foto sul retro scattata in Valle d'Aosta e il missaggio presso il BMS Studio di Castelfranco Emilia. La prova tangibile che il bravo musicista inglese era ancora amato e stimato nel nostro Paese.
Too close to the fire è un disco vario e ispirato, tra il pop d'autore e il soft rock. Le dodici tracce raccontano di amori lontani, desolazioni del presente e nostalgiche rimembranze del passato. Una soffusa malinconia aleggia su tutti i brani, specie quando Fardon racconta il dolore di una donna costretta a prostituirsi (Saturday night) o la poesia di un amore perduto (New State 51). I testi sono semplici eppure suggestivi, scarni ed essenziali come frammenti di vita vissuta.
Il brano di apertura, Someone like you, è un gioiellino pop di pregevole fattura, arricchito da un dialogo continuo tra pianoforte e organo. Deliziose sono poi le soluzioni ritmiche di Heaven can wait, di Strangeland e della title track. Il disco non conosce cali di ispirazione e si mantiene sullo stesso buon livello dall'inizio alla fine. Sono canzoni curate negli arrangiamenti, scritte e suonate bene, segno di una stagione particolarmente ispirata. Non si grida al capolavoro, eppure si percepisce lo spessore di un musicista che avrebbe meritato di più. La voce di Lee è l'assoluta protagonista: calda, avvolgente, lievemente arrochita, mai sopra le righe, assistita dall'ottima corista Jo Garrett (solista in Don't tie me down). Lee non è il classico cantautore voce e chitarra; nelle sue canzoni sa dare spazio agli altri musicisti, curando in particolare la sezione ritmica e le parti di chitarra.
È un album che conquista alla distanza. Dopo qualche ascolto "di rodaggio", le canzoni entrano in testa e si nota che, dietro l'apparenza dimessa, c'è la sostanza di un songwriter di razza: nessuna traccia dà l'idea di essere stata messa per riempitivo, come spesso fanno persino musicisti più celebri. 
Per chi volesse acquistare il disco, inutile girarci intorno: è di difficile reperibilità, perché l'unica stampa è la prima in cd e LP del 1992 (numeri di catalogo mrcd1191 e mr1191). Paradossalmente, gli album precedenti in vinile sono più facili da trovare, specialmente The God given right e The savage art of love. Too close to the fire uscì invece per una intraprendente ma piccola etichetta italiana, per cui bisogna cercare bene, ovviamente in un vero negozio di dischi e non nella grande distribuzione.
«But we were wrong, we are forever,
wherever two walls meet between two rooms,
wherever a father is crying
and soldiers are burning the homes.
Wherever the pressure makes a leader a liar,
wherever a child reaches out too close to the fire.»

30 giugno 2023

Una casa in Via dell'ironia: i primi album di Francesco Baccini

Una delle caratteristiche più apprezzate in un artista è la riconoscibilità. Che si tratti di un quadro o di una canzone, quando la paternità può essere attribuita anche senza conoscere l'opera, significa che l'artista ha raggiunto il suo obiettivo, ovvero essere originale. La musica che oggi va per la maggiore manca proprio di originalità: la contaminazione con la trap è più dannosa di quanto si sia disposti ad ammettere, soprattutto da parte di produttori e discografici. E quanto questa influenza sia ormai un'inarrestabile epidemia, è dimostrato dal fatto che persino cantanti d'esperienza sono cascati nel giochetto dei suoni preconfezionati. Meglio allora guardare al passato.
Quando nel 1989 uscì Cartoons, l'estroso album d'esordio di Francesco Baccini, gli addetti ai lavori furono piacevolmente stupiti nel trovarsi di fronte un artista così originale. Riprendendo la lezione di Jannacci e Rino Gaetano, il genovese Baccini univa spiccata ironia, testi mai banali e musiche coinvolgenti che spaziavano dallo ska allo swing, passando per le classiche ballate voce e piano. Il successivo LP del 1990, Il pianoforte non è il mio forte, confermò le ottime impressioni, regalando anche qualche inaspettata hit. Oltre a Baccini, che suona tutte le parti di pianoforte, i due dischi vedono la collaborazione di musicisti d'eccezione, su tutti Lele Melotti e Andrea Braido del giro di Vasco Rossi, Pier Michelatti storico bassista di de Andrè, nonché i Ladri di Biciclette nella celeberrima Sotto questo sole.
Cartoons e Il pianoforte non è il mio forte condividono la medesima formula e la stessa freschezza, tanto che potrebbero essere le quattro facciate di un immaginario disco doppio. Classificarli in un genere non è semplice e non avrebbe neppure senso; parlare di pop sofisticato è certamente corretto, eppure riduttivo. Il primo Baccini era un cantautore sui generis che aveva appreso la lezione dei grandi nomi degli anni Settanta, adeguandola alla rinnovata sensibilità di un'Italia alla ricerca di leggerezza e ancora speranzosa che tutto, in un modo o nell'altro, sarebbe andato per il verso giusto. In questi due album Baccini non risparmiava stilettate al Belpaese, eppure le nascondeva furbescamente dietro ritmi incalzanti e canzoni solo all'apparenza leggere. In Vendo tuto c'è una critica all'operato di alcuni esponenti delle forze dell'ordine, Fotomodelle è una staffilata al mondo vuoto della moda, Il mio nome è Ivo è un messaggio di responsabilità rivolto ai giovanissimi, Coatto melody schernisce le pecche del sistema giudiziario. Ad ascoltare bene queste canzoni, a saper leggere tra le righe, escono fuori i significati profondi, nascosti dietro la satira di costume con un sapiente gioco di scatole cinesi. Gradevole, spensierata e sardonica, la musica di Baccini è in realtà velata da una sottile malinconia: ci sono dentro i ricordi d'infanzia (La giostra di Bastian), intense ballate d'amore (Ti amo e non lo sai), torbide storie di vita vera (Tir) e persino un perfetto ritratto di Genova in duetto con de Andrè (Genova blues).
Quando si parla di cantautori, alcuni nomi vengono colpevolmente sottaciuti, ignorati per snobismo intellettuale o semplicemente messi da parte. Ciò accade soprattutto a quegli artisti che hanno fatto dell'ironia il loro marchio di fabbrica, se non addirittura un'arma. C'è quasi insofferenza verso chi si è volontariamente discostato dai canoni del cantautorato impegnato, tanto amato dall'intellighenzia del Belpaese. Alberto Fortis lo comprese prima di tutti, se già nel 1980 cantava un verso acuto e profetico.
«L'ho sempre detto che avrei fatto un grande sbaglio a comperare casa in Via dell'ironia.»
Per quanto sia un'affermazione a sua volta ironica, non si può tuttavia negare che nasconda un fondo di amarezza e di verità. Qualche mese fa Baccini è stato contestato durante un concerto, accusato di sessismo per il testo de Le donne di Modena. Un penoso fraintendimento, un equivoco, un malcelato tentativo di mettere sotto cattiva luce una canzone meravigliosa e, per l'appunto, ironica. L'epoca in cui viviamo sta sacrificando tutto, persino la creatività, a un pericoloso pensiero unico mascherato dietro l'apparenza del politicamente corretto a tutti i costi. Ci vogliono tutti uguali, nel senso però di un intollerabile appiattimento egualitario che è l'antitesi della democrazia. Sono passati trent'anni dall'uscita di questi due dischi, eppure mai come adesso ci sarebbe bisogno di album del genere, dedicati a chi prende tutto troppo seriamente.
Le copertine dei primi due LP di Baccini

12 febbraio 2021

"Venti": l'annus horribilis secondo Giorgio Canali & Rossofuoco

Già il titolo dell'ultimo disco di Giorgio Canali & Rossofuoco richiama il 2020, anno di merda, per usare una parola cara all'ex chitarrista del Consorzio Suonatori Indipendenti. E in effetti, Venti (La Tempesta Dischi) è il suono e il linguaggio del nostro tempo, per quanto sgradevoli possano essere questo tempo e questo linguaggio. Venti è nato durante il lungo confinamento di marzo-maggio, quando i Rossofuoco hanno scambiato a distanza spunti e idee. È un album figlio del presente, concepito in smart working e non nell'immediatezza dello studio di registrazione. Come ha rilevato lo stesso Canali, è venuto fuori un disco doppio, «fra chitarre registrate da Stewie che era bloccato a Miami, batterie sarde riprese da Luca in studio e anche nell'orto, bassi bolognesi e parole e chitarre nate a Bassano del Grappa dove ho passato tutto il periodo di segregazione». Si potrebbe dire che è sviluppato sopra un paradosso, nel senso che si sente l'unità di fondo e il lavoro d'equipe, sebbene i musicisti non si siano mai ritrovati insieme a suonarlo. La formazione è quella consolidata: Giorgio Canali (voce e chitarra), Luca Martelli (batteria), Marco Greco (basso), Steve Dal Col (chitarra) e Andrea Ruggiero (violino). 
Il disco si apre con Eravamo noi, una tra le più intense canzoni scritte da Canali, da collocare in un'ipotetica top ten. È una ballata malinconica e amara, che in poco più di quattro minuti ripercorre magistralmente gli ultimi cinquant'anni di storia italiana, tra immagini forti e citazioni di cantautori dimenticati («eravamo noi a fare bella la luna»). La seconda traccia, Morire perché, è profondamente “canaliana”, come intuisce al primo ascolto chiunque conosca la discografia del chitarrista di Predappio. Si potrebbe dire, con le dovute differenze, che è una canzone a metà strada tra le dolorose divagazioni di Precipito e le accelerazioni di Ci sarà, per citare due classici del passato. Nell'aria, impreziosita dall'armonica, è una disincantata descrizione dei nostri giorni, del presente stravolto dalla pandemia e dalle sue conseguenze sociali, economiche e psicologiche. Canali non nasconde il suo punto di vista critico, come si evince in particolare dai seguenti versi: «nell'aria l'odore della paura / cancella il profumo dei fiori / e resta attaccato ai vestiti / una vita intera. / E si sa che a tarda sera / le storie dei mostri in tivù / spaventano di più». Si può discutere a lungo sulle sue posizioni, su quanto si avvicinino a certe visioni complottiste; difficile però negare la potenza, anche e soprattutto visionaria, di quando canta che «l'ultimo alito di disobbedienza civile / è sepolto con le museruole / in un unico grande funerale». La verve polemica prosegue con la tiratissima Inutile e irrilevante, che pure è attraversata da una sottile ironia; difficile non dare ragione a Canali quando ci avvisa che il «nemico un po' più grande» che abbiamo di fronte, rende per l'appunto inutile e irrilevante ogni altro mostro del passato, dal terrorista islamico al black bloc
Il disco prosegue con Acomepidì, una ballata semplice e d'effetto che a qualcuno ricorderà La solita tempesta, anche se manca la calda voce di Angela Baraldi; di certo, qualora l'avesse scritta un autore più in vista, oggi sarebbe in classifica. Si alternano poi brani combat-rock tra Bennato, Finardi e i Clash (Raptus e Circondati) e pezzi più malinconici e riflessivi (Meteo in cinque quarti e Vodka per lo spirito santo). D'altronde, Canali possiede una squisita vena poetica, che spesso nasconde dietro la maschera del polemista. Si ascolti in proposito la lenta ballata Requiem per i gatti neri, che in pochi minuti ci regala alcune immagini di devastante potenza: «e i turisti americani, / una birra in ogni mano / turbano il sonno dei poeti morti / con il loro accento osceno. / E la sirena dei pompieri / è un requiem per i gatti neri / che si portano sfortuna / e attraversano la strada / distratti dalla luna». Senza voler cadere nella trappola della recensione traccia per traccia, meritano però di essere citate almeno altre tre perle: Canzone sdrucciola, Come quando non piove più e Cartoline nere
Venti è la conferma delle doti di scrittura di Giorgio Canali, che tira fuori dal cilindro un album doppio con cinque o sei pezzi ai vertici della sua produzione. Il punto di forza è nella lucida capacità di raccontare il presente e il 2020 annus horribilis, senza abbandonare il riferimento della scuola cantautoriale italiana (e non solo); a riprova, il disco è infarcito di citazioni, da Lolli a Bennato, passando per Rino Gaetano, Finardi, Vasco Brondi e persino Bauhaus e Noir Désir. Inutile nascondere che non tutte le canzoni sono sullo stesso livello; a mio avviso ci sono episodi trascurabili, che danno l'impressione di essere un riempitivo (Dodici, Viene avanti fischiando, Raptus). Ritengo poi che la registrazione a distanza abbia un tantino penalizzato il suono; sarebbe interessante ascoltare le stesse canzoni suonate dal vivo, o comunque a studio in presa diretta, per scoprire particolari che altrimenti rischiano di passare sottotono. Di sicuro, Giorgio Canali e i Rossofuoco si confermano una delle realtà più solide del rock nostrano, tra i primi dieci per interpretazione della realtà e capacità di scrittura.
Giorgio Canali & Rossofuoco - Venti - La Tempesta Dischi (2020)

23 maggio 2019

Massimo Priviero e il racconto di una vita (con un'intervista)

Amore e rabbia, l'autobiografia di Massimo Priviero, è uscita il 30 aprile per i tipi della Vololibero Edizioni. Ho detto autobiografia, ma sarebbe meglio parlare di un romanzo nella forma di memoriale. L'introduzione è di Matteo Strukul, che già qualche anno fa aveva curato una biografia del musicista. Per saperne di più, seguite il blog dedicato al libro, con approfondimenti, estratti e continui aggiornamenti. Inoltre, a conferma della vocazione di artista vicino al suo pubblico, una sezione del sito ufficiale è dedicata alle recensioni dei lettori.
Priviero è uno dei pochi veri rocker nostrani. Ha esordito nel 1988 con San Valentino, cui ha fatto seguito Nessuna resa mai (1990), che si è avvalso della produzione di Little Steven. Dopo tanti anni su e giù dai palchi e altri album, a novembre ha festeggiato i primi trent'anni di carriera con un concerto/evento a Milano; il libro è un altro fondamentale tassello dell'importante ricorrenza.
Vorrei iniziare partendo dal sottotitolo, che è semplicemente “il racconto della mia vita”. Ritengo che la parola “racconto”, oltre a rendere l'idea del ritmo dell’opera, si adatti bene all'autore, sia cioè plasmata intorno alla sua concezione del fare canzone, così simile a quella dei cantastorie, che per l'appunto declamavano veri e propri racconti in versi. Il titolo è Amore e rabbia, a descrivere efficacemente le due anime di un'intera carriera. L'amore è il sentimento per eccellenza, rivolto non solo agli esseri umani, ma anche alla musica, così immateriale eppure capace di diventare ragione di vita. È dunque (anche) l'amore per Dylan e Springsteen, gli inevitabili maestri e punti di riferimento. La rabbia è un sentimento altrettanto intenso, il marchio di fabbrica di ogni rocker che si rispetti; non si tratta solo di ribellione giovanile, ma più in generale della capacità di saper vedere oltre le verità preconfezionate e di mantenere un punto di vista personale eppure equilibrato sulle storture del mondo che ci circonda. Il titolo mi ha riportato alla mente la «rabbia come passione d’amore» di cui parlava il grande scrittore milanese Carlo Castellaneta: due sentimenti apparentemente distanti, ma che ben possono costituire ottime ragioni per campare. Le due anime di Priviero sono riassunte nella quarta di copertina, dove si parla della «fotografia di un uomo felicemente fuori dagli schemi: non etichettabile, che […] ha tenacemente seguito per trent'anni la sua vocazione in costante equilibrio tra musica e poesia».
A differenza di molti libri simili, Priviero compie un'operazione più complessa e, se si vuole, ambiziosa: non racconta solo se stesso e la propria famiglia, ma ricostruisce abilmente un pezzo di storia (e di provincia) italiana, con la consapevolezza di chi l'ha vissuto e l'intelligenza di chi ha saputo interpretarlo. Non mancano i riferimenti alla società, alla storia recente, alla politica, le riflessioni ironiche e commoventi, i giudizi aspri e senza infingimenti di un artista che è prima di tutto un uomo libero. E anche quando ci parla del mondo della musica, lo fa dalla prospettiva privilegiata di chi nuota da oltre trent'anni in quel mare, cercando di evitare le correnti inquinate per trovare una propria oasi pulita.
Non è facile scrivere di sé, perché è pur sempre un modo di mettersi a nudo, soprattutto se si è portatori di verità scomode. Per questa ragione non è un caso che Priviero abbia scritto il libro durante una pausa dagli impegni musicali, in inverno, in riva all'Adriatico; un'operazione al tempo stesso rievocativa e terapeutica.
Personalmente ho sempre amato le autobiografie dei musicisti, forse perché invidio un po' la loro vita errabonda on the road, la possibilità di entrare in contatto con tante persone e, soprattutto, di essere apprezzati e ricordati per il lavoro che amano. Che forse, come testimonia Massimo, è anche uno dei più difficili al mondo.

Segue l'intervista che Massimo mi ha gentilmente concesso in occasione della pubblicazione del libro. Lo ringrazio per la disponibilità e vi lascio alle sue parole.

Domanda. Ho sempre pensato che l'autobiografia sia al tempo stesso un modo per farsi conoscere dagli altri e per conoscere meglio se stessi. Forse perché scrivendo si attua una sorta di distacco, e si possono vedere le cose secondo un'altra prospettiva. Quanto hai “scoperto di te stesso” raccontandoti agli altri?
Risposta. Sai, ho scritto senza pensare che quel che facevo dovesse per forza essere pubblicato. Non ho neppure cercato un editore. Solo questa cosa ha dato un taglio diverso a tutto. Questo per esempio ha tolto alcuni veli possibili. Non c'è fiction, diciamo, non c'è inganno. Ho guardato lo specchio, meglio sarebbe dire ho guardato i riflessi delle onde del mare dove sono cresciuto e il racconto ha preso forma da solo. Forse guardando non ho scoperto cose nuove, ma ho toccato quel che in gran parte sapevo con anima chiara. Forte e fragile allo stesso tempo come io sono.

D. Puoi parlarci brevemente della gestazione del libro? Scriverlo è stato come un fiume in piena, oppure è il frutto di lunghe meditazioni?
R. Scriverlo è stato parecchio un flusso emotivo ben poco arrestabile. Poi, ad un certo punto, chiaro che lasci decantare tutto qualche mese e rimetti le mani con un po' di razionalità. Sono stato più a lungo del solito nel tratto di costa veneta dove sono cresciuto e poi ho immaginato di fermarmi lì per qualche mese, per riannodare i fili della mia vita. Ho incominciato a scrivere. Questa volta una storia che non prevedeva la musica. Il resto è venuto di conseguenza.

D. Sei conosciuto come un artista schietto, che ha fatto della sincerità la strada maestra di un'intera carriera. Anche nel libro non ti sei certo risparmiato, raccontando la tua versione delle cose. Sei soddisfatto del risultato? E soprattutto, pensi che il libro ti rispecchi, così come ti rispecchiano i tuoi dischi?
R. Sono essenzialmente un uomo libero. Che dice quel che pensa considerando poco le conseguenze di questo, tanto più in un paese assai conformista e parecchio corrotto culturalmente e umanamente come il nostro. Ho raccontato la mia vita e il mondo dove sono cresciuto, prima e dopo i dischi e i concerti. Sì, Amore e Rabbia è tanto di quel che sono. Cadute e ripartenze. Sogni e idealità. Forza e fragilità. Non parlo mai di medaglie né di premi che ho pure preso, per esempio. Non accuso. Darei in quel modo a qualcuno un peso nella mia vita che non meriterebbe di avere, e questo non mi interessa per niente. Traccio un quadro. Senza sconti a me stesso. Ma anche probabilmente con un po' di orgoglio.

D. Il titolo, come ho scritto nella recensione, mi fa pensare ai due perni intorno a cui ruota la tua carriera: la volontà di raccontare i sentimenti e la capacità di arrabbiarsi per quanto non va su questa terra. Perché hai scelto, tra i tanti possibili, proprio un titolo così suggestivo?
R. L'amore e la rabbia sono da tradurre soprattutto in un ambito che chiameresti esistenziale. Sono due sentimenti che nella mia vita si sono alternati spesso. Sono concetti forti, parecchio totalizzanti se mi passi il termine. Ho spesso cercato un punto di equilibrio tra questi due aspetti che hanno timbrato il mio posto nel mondo. Qualche volta mi è riuscito di trovarlo. Altre volte ho alzato le mani, ma sono comunque andato avanti. Vivere è un mestiere talvolta parecchio difficile ma che resta meraviglioso.

D. Sono previste delle presentazioni del libro, oppure altre iniziative legate alla sua promozione?
R. Guarda, abbiamo un piano di presentazioni che prevede una trentina di appuntamenti solo nei primi due mesi. Mi piace molto incontrare la gente in questa nuova modalità. Mi piace che ci guardiamo negli occhi prima di tutto. Molte mie canzoni sono entrate dentro l'esistenza della gente che mi è vicina. Voglio anche dir loro grazie. Sperando di essere all’altezza del loro  amore.
Per approfondimenti, http://www.priviero.com/

23 aprile 2019

"Storie di whisky andati": la strada italiana dello swing

In un'interessante e sanguigna intervista rilasciata al mensile Rolling Stone in occasione dei trentacinque anni di Un sabato italiano, Sergio Caputo ha descritto l'atmosfera che si respirava ai suoi esordi. Erano gli anni Ottanta dell'ottimismo sfrenato e del benessere ostentato, della Milano da bere, di una crisi sotterranea che c'era ma non mordeva (ancora) quanti desideravano fare la bella vita. Storie di whisky andati (1988), il suo quinto LP, si pone decisamente come uno spartiacque, eppure ancora risente dei vizi e degli eccessi dei primordi, quando Caputo era soltanto un giovane pubblicitario trasferitosi dalla Capitale a Milano, che lavorava di giorno e trascorreva la notte ciondolando da un locale all'altro.
Un disco “alcolico”, dunque, come testimoniano la foto di copertina e quella della busta interna, che ritraggono l'artista intento ad accendersi una sigaretta, appoggiato mollemente al bancone di un bar. Nonostante l'alta gradazione alcolica, è un disco coerente e compiuto, unitario nelle fonti di ispirazione (il jazz e lo swing) e nelle tematiche trattate, attraversato da una sottile ironia. Mi spingo finanche ad affermare che è un LP divertente e mai scontato, impreziosito da testi che sono veri e propri inni del nonsense. Si leggano i versi che aprono Oh mama della jungla blu: «è mezzanotte, mama, e sai che c'è? C'è un anaconda dentro il frigidaire, ho un coccodrillo nella doccia, e sul parquet gli gnomi ballano la rumba». O ancora, il fulminante attacco di Anche i detective piangono: «Grazie, niente arsenico, fa venire l'ulcera». Sono testi paradossali e umoristici, che descrivono la realtà filtrata attraverso gli occhi di un disincantato viveur, che dorme di giorno e si accende di notte. Eppure non mancano le riflessioni profonde, come nell'ipnotica Quando l’amore va, da molti definita l'unica canzone d'amore, nel senso tradizionale del termine, nel repertorio dell'artista romano. Ricordi d'infanzia emergono poi nella nostalgica Maccheroni amari: «guardo le foto di quand'ero freak; ero un altro me, ero un altro chi?».
Come ho detto, jazz e swing sono gli ovvi punti di riferimento, sia pure riletti attraverso una sgangherata verve italica, che fa il verso alla musica americana, educandola secondo una sensibilità tutta latina. È un suono moderno e “americaneggiante”, una vena ispirata e mai troppo battuta da altri cantautori nostrani, che resta nella memoria a lungo e si mantiene attuale a distanza di oltre trent'anni. Il lato A si apre con la spumeggiante Non bevo più tequila, che se la gioca, quale migliore del disco, con la ritmata e fantascientifica Bingo torna giù. Onnipresenti basso e tastiere, mentre i fiati fanno capolino qui e lì, come nella splendida coda strumentale di Quando l’amore va. Merita una menzione anche Vieni a salvare la mia anima, rilettura in chiave ironica della leggenda di Aladino.
Storie di whisky andati non è il 33 giri più celebre di Caputo, eppure colpisce già al primo ascolto. Rimanere indifferenti non è possibile, perché se è vero che lo swing possa piacere o meno, è altrettanto indubbio che il disco abbia personalità da vendere. Ascoltarlo significa entrare in bar equivoci, frequentati da personaggi che sembrano usciti dalle canzoni di Carosone, dandies in «giacca a quadri di tweed», che regalano alle donne amate «rose rosse al plastico»; uomini duri solo all'apparenza, che affogano nell'alcool le delusioni della banalità del quotidiano.
Copertina e busta interna del 33 giri (CGD, 1988)

15 gennaio 2019

"Essere uomini liberi è un mestiere difficile e in verità ben poco praticato": intervista a Massimo Priviero

Iniziamo l’anno col botto, ospitando Massimo Priviero con un’appassionante intervista. Priviero non necessita di presentazioni; tuttavia, per chi non lo conoscesse, basti dire che si tratta di uno dei più importanti artisti rock italiani, uno dei pochi veri rocker nostrani. Ha esordito nel 1988 con San Valentino, cui ha fatto seguito l’importante LP Nessuna resa mai (1990), che si è avvalso della produzione di Little Steven. Dopo tanti anni su e giù dai palchi e altri album, a novembre ha festeggiato i primi trent’anni di carriera con un concerto/evento a Milano. Senza aggiungere altro, vi lascio alle sue parole, con un’anticipazione in anteprima per i lettori del blog. Colgo l’occasione per ringraziarlo di cuore per la gentilezza e la disponibilità.

Domanda. Partiamo dal presente. A novembre hai festeggiato a Milano, con un concerto-evento, i tuoi primi trent’anni di carriera. Quali emozioni ti rimarranno impresse di questo concerto?
Risposta. La bellezza degli occhi di quella che chiamo la mia gente che ha riempito anche stavolta un teatro. I sorrisi dei ragazzi della band. L’amore di mio figlio che è salito sul palco per suonare la chitarra in una canzone di suo padre. La forza che forse ancora una volta sono riuscito a far arrivare e che come sempre è tornata verso di me.

D. Coerenza e libertà sono i titoli onorifici della tua carriera, “Nessuna resa mai” ne è invece il manifesto. Si dice che essere liberi e fuori dalle regole del mercato discografico abbia un prezzo da pagare. D’altronde, nelle note biografiche sul tuo sito è scritto che sei «scappato dalla Warner con la necessità di essere prima di tutto un uomo libero anche a scapito di certo successo commerciale». A posteriori e con il senno di poi, ritieni sia stata una scelta giusta? Oppure pensi che si possa barattare un po’ della propria libertà per un maggiore successo commerciale?
R. Ogni uomo e ogni artista a domanda si definirebbe libero. Nessuno ti direbbe che è prigioniero di un sistema. Ma sono le balle che la gente ama raccontare e raccontarsi. Essere uomini liberi e uomini veri, provarci fino in fondo intendo, è un mestiere difficile e in verità ben poco praticato. A posteriori? A posteriori, posto che ognuno di noi fa i conti nella vita con dei compromessi che ipotizza di scegliersi, probabile che avrei dovuto alzare la mia voce e dire certe cose quando avessi avuto più forza contrattuale per farlo. Si può fare più paura quando sei più ascoltato. Ma in generale fai errori sempre, cadi e ti rialzi. Solo un coglione, e son tanti ahimè, ti dice rifarei tutto quel che ho fatto nella vita. Diffida di chi parla così. Comunque non baratterei mai un po’ di successo in più con la mia anima. Anche se chi ha fatto questo, certamente lo negherebbe. Perché se ne avesse del tutto coscienza potrebbe buttarsi sotto un treno.

D. Una domanda sugli esordi. Nessuna resa mai è uno dei pochi dischi italiani ad essersi avvalso della produzione di un grande della musica internazionale, Little Steven della E Street Band. La circostanza è rimarchevole, soprattutto perché eri un artista giovane al secondo LP. Ne è uscito fuori un disco importante, uno dei pochi pilastri di un certo rock cantato in italiano. Potresti raccontarci qualcosa di Little Steven? Che tipo è e quale contributo ha dato alla definizione del suono del disco?
R. Fu un bellissimo tempo e Steve era ed è persona adorabile, oltre che gran musicista. Tutto nacque in modo fortuito per un’amicizia comune, Guido Harari; io non ero convinto della produzione di quell’album e lui si dichiarò orgoglioso di affiancarmi dopo che ebbe ascoltato le canzoni. Virammo insieme verso un suono molto minimale, senza alcun artefatto, costruendo tutto sulle chitarre e su qualche strumento folk. Se vuoi come suono è un disco folk-rock ma anche  grunge. Era anche qualcosa che accadeva negli Usa ad inizio novanta mentre da noi si inseguiva ancora il suono fesso e finto degli ottanta. Non fu scelta facile e certo i capi della Warner non si strapparono i capelli per questo. Fessi e finti pure loro, del resto. Io e Steven siamo ancora legati da grande stima e affetto e in tutti questi anni non sono mancate occasioni di incontri felici e profondi.

D. Il disco che amo di più è Testimone, del 2003. A mio avviso è un lavoro emblematico, anche per il suo collocarsi esattamente a metà strada dei primi trent’anni di carriera. È dunque uno spartiacque, che contiene canzoni straordinarie per profondità di scrittura, come Fratellino, Nikolajevka, Cielo chiaro e Alice. Hai ricordi particolari legati alla realizzazione del disco, oppure alla stesura delle canzoni?
R. Mi fa piacere che parli di Testimone. Si, hai ragione. E’ un album che vedo molto come spartiacque e se vuoi inizio di una seconda carriera, se così la vuoi chiamare. Diciamo che da Testimone mi riesce di diventare “tanto per pochi”, anche se per esempio riempire a Milano Alcatraz e teatri da indipendente e senza particolari supporti ti assicuro che non è impresa facile. Credo che Testimone sia l’album in cui mi approprio in prima persona parecchio del mio linguaggio e del mio suono, al di là della forza maggiore o minore delle canzoni. Ecco, tornando a bomba, ti direi che è l’album in cui sono quasi del tutto un artista libero. Ho molti ricordi. In particolare sulla scrittura di Nikolajevka legata alla frequentazione di Mario Rigoni Stern. Si può essere molto più “rock” parlando di alpini in Russia che di bar in Emilia. Almeno questa è la mia opinione.

D. Il tuo ultimo album di inediti, All’Italia, è una profonda riflessione sul nostro Paese. Tu che lo giri in lungo e in largo per mestiere, probabilmente hai una visione privilegiata dei cambiamenti che sono intervenuti negli ultimi trent’anni. Restando sul discorso musicale, pensi che ci sia ancora tra le persone quella vera e propria sete di musica che c’era un tempo? In parole povere, ha ancora un senso essere cantautori (o come dir si voglia) nell’epoca che stiamo vivendo, così poco poetica?
R. Sono felice di aver fatto All’Italia. Felice di essere andato dentro alle sue storie e di essermi spostato ad osservarle. Immagina uno che si appoggia ad un muro e vede delle storie che gli passano davanti così forti che lo portano a mettere da parte se stesso. Comunque la mia opinione, venendo alla tua domanda, è che viviamo un mondo da dividere 90 e 10. Nel senso che il 90% della massa, che così pure ha prodotto chi ci governa, è fatto da idioti. La stessa cosa la puoi trasportare nella musica, in quello che senti e che vedi. Nel sistema di valori, nella prassi quotidiana, nei rapporti umani. Decidi tu. La domanda da farti è se ha senso essere quello che sei e fare quello che fai per quel 10 per cento dentro il quale pensi, e a volti ti illudi, di essere. Se la riposta, come è nel mio caso, è positiva, allora vai avanti. Il 10 per cento può anche essere tanto e può essere pure bellissimo bussare alla loro porta.

D. La tua discografia è intesa come una linea retta, cioè ha una direzione precisa, oppure segue i moti momentanei del cuore e dello spirito?
R. La mia musica è prima di tutto la parte emotiva. Poi, è per principio matematica ed emozione. In questo mix possono nascere, talvolta, cose irripetibili e meravigliose che danno un senso alla vita. Così è accaduto per me. Diciamo, per quel che mi riguarda, che ancora tendo a far vincere la parte emozionale senza mettere davanti il mestiere che ormai faccio da 30 anni. Anzi, a dirla tutta, il giorno che in me vincerà il mestiere sarà forse il momento in cui dovrò trovarmene un altro.

D. Se dovessi dare una definizione di te come artista, quale useresti?
R. Meglio che lo facciano gli altri! Tornando ai concetti di prima forse ti direi che amo e cerco di essere prima di ogni cosa un uomo vero, da lì poi discende tutto il resto. Poi ognuno può dire ovviamente la sua su come scrivo, suono, canto o come sto su un palco. Ecco, diciamo che sono nella vita molto quello che scrivo, suono e canto. Nelle mie canzoni trovi quel che sono, se decidi di cercarmi Nel mio bene e nel mio male.

D. Chiudiamo guardando al futuro. Quali progetti hai in cantiere, sul palco e su disco?
R. Ah, tra qualche mese uscirà un libro che ho scritto. Fai conto una cosa tra autobiografia, autocoscienza, romanzo. Pensa a un uomo che prova dopo tanti anni di strada a vedere i propri occhi riflessi sull’acqua. Anzi, sull’acqua del mare dove è cresciuto tanto tempo fa. Sul versante musicale sto ragionando in questi giorni e in futuro prossimo saprò essere più preciso. Grazie e a presto.
Massimo Priviero sul palco per i trent'anni di carriera (foto tratta dal sito ufficiale)

4 dicembre 2018

"Nessuna resa mai": un manifesto del rock italiano

Nessuna resa mai non è solo il titolo del secondo album di Massimo Priviero, uscito nel 1990. È piuttosto il manifesto di un artista che ha avuto la coerenza e il coraggio di non conformarsi alle dinamiche del mercato e di seguire la propria strada, anche a costo di rinunciare ad una più ampia popolarità. Nessuna resa mai è dunque prima di tutto uno slogan, divenuto negli anni titolo onorifico, a garanzia di una musica indipendente e senza compromessi.
Grande era l’attesa intorno a Priviero quando il disco uscì, dopo gli ottimi riscontri di pubblico e di critica che aveva suscitato il lavoro d’esordio, San Valentino (1988). Il musicista si presentò alla seconda prova con il peso di una grande responsabilità sulle spalle; basti pensare che l’etichetta discografica, la Warner, si prodigò parecchio nella produzione e nella promozione del nuovo LP dello “Springsteen italiano”. Non a caso, produzione e arrangiamenti furono affidati al grande Little Steven, storico chitarrista della E Street Band, chiamato direttamente dagli Stati Uniti per definire e perfezionare il suono. Little Steven suonò anche le parti di chitarra acustica in diversi brani, assieme ad una formazione di tutto rispetto che comprendeva, tra gli altri, Lele Melotti alla batteria, Lucio “Violino” Fabbri e Flavio Premoli alla fisarmonica.
Nove le tracce. Apre Angel, una classica ballata rock con le chitarre in evidenza, che fa da preludio all’incalzante Dormirò (quando sarò morto), in cui Priviero sfodera il suo piglio aggressivo. Un discorso a parte merita la celebre title-track, un vero e proprio inno che incita a seguire la propria strada senza arrendersi. Egualmente ispirate le ballate prevalentemente acustiche, come La storia di Jerry e la conclusiva Un amico irlandese. Priviero racconta la vita vera, non fa politica e non è il menestrello di un’ideologia; nel solco della tradizione del rock di oltreoceano, la strada è la vera protagonista del disco, crocevia di storie e abbandoni (Un amico irlandese), cornice di una vita ai margini (Suonando sui marciapiedi) o di vicende di emigrazione (La storia di Jerry). Il suo è un rock senza fronzoli, ammansito dal gusto della melodia, in cui predominano le chitarre acustiche ed elettriche. Il linguaggio, essenziale e diretto, contribuisce a definire il quadro d’insieme del disco, forse poco incisivo in alcuni punti, ma certamente coeso dall’inizio alla fine.
“Steven, non ho parole per dirti grazie”, scrive Priviero nei ringraziamenti dell’album, a voler rafforzare l’impronta decisiva del musicista e produttore italo-americano. Se certamente la mano di Little Steven si fa sentire negli arrangiamenti, la buona riuscita del disco è dovuta principalmente alle doti di scrittura di Priviero, capace di allontanarsi dalla gabbia del cantautorato italiano per intraprendere una strada innovativa e in salita. Nessuna resa mai è un LP che in alcuni momenti risente un po’ del peso degli anni, ma a distanza di quasi sei lustri resta uno dei pochi pilastri del rock cantato in italiano, o meglio, di una certa canzone rock all’italiana.
 La copertina dell'album
Massimo Priviero e Little Steven (foto tratte dalla busta interna del disco)

8 agosto 2018

Gino D’Eliso, un rocker italiano tra santi ed eroi

Non si può negare che il successo segua sovente strade imprevedibili. Certo, il talento e la fortuna rivestono un ruolo decisivo, ma non sono gli unici elementi in gioco. In un Paese dalle molte periferie qual è l’Italia, nascere ed esprimersi artisticamente al di fuori dei grandi centri può essere un handicap; se poi la proposta musicale è pure atipica, raggiungere il grande pubblico diventa una chimera. Questo è successo a Gino D’Eliso, chitarrista e cantautore nato a Trieste nel 1951. Un rocker nostrano con quattro LP all'attivo: Il mare (1976), Ti ricordi Vienna? (1977, con echi new-wave), Santi ed eroi (1979) e l’ultimo Cattivi pensieri (1983).
Il terzo disco, Santi ed eroi, fu pubblicato dall’etichetta sussidiaria della Philips, la Phonogram, nel 1979. Accattivante la copertina in stile fumettistico, con l'artista in primo piano in posa da duro, chitarra elettrica bianca e sigaretta tra le dita. A leggere i crediti c’è da rimanere stupiti della qualità dei musicisti coinvolti, a dimostrazione della stima di cui godeva il bravo cantante triestino. Il disco si avvale della collaborazione di musicisti di primissimo piano della scena rock italiana degli anni Settanta: Walter Calloni alla batteria, Claudio Dentes alla chitarra, Paolo Donnarumma e Bob Callero al basso, Tony Soranno alle chitarre elettriche, Claudio Pascoli ai fiati, nonché il grande Lucio “Violino” Fabbri. Stiamo parlando di musicisti sopraffini, gente che suonava con artisti del calibro di PFM, Area, Fossati, Finardi, Camerini, Daniele, De Andrè, Battisti, Dalla, Stratos, Bennato. Secondo le parole dello stesso D'Eliso, il disco venne suonato in un festoso «clima da jam session», cosa di cui non dubitiamo data la straordinaria qualità degli strumentisti.
Santi ed eroi è un lavoro originale e interessante, tuttavia di difficile classificazione. Già dai primi solchi emergono i punti di riferimento di D’Eliso, che sono in egual misura la canzone italiana e il rock and roll americano, entrambi filtrati attraverso una sensibilità mediterranea e balcanica, tipica di una Trieste crocevia di identità e culture differenti. Una musica in continua evoluzione e in cerca di una definizione, che lo stesso artista chiamerà poi mitteleurock, come il titolo di un singolo pubblicato nel 1980.
Il lato A è decisamente ispirato e vario. I due pezzi forti sono marcatamente rock, con le chitarre elettriche in evidenza: la pimpante Quelli più belli e l’inno ribelle L’età migliore. Altrettanto efficaci e intriganti sono L’ora del tè e Iole antica Iole, che ricorda un po’ lo stile di Ivan Graziani, mentre La notte si esalta in un azzeccato ritornello. I cinque brani mostrano i vari volti di un artista originale e non classificabile, che sapeva passare con eguale disinvoltura dalla rock song alla canzone d’autore.
La seconda facciata inizia con la riflessiva Come sempre primavera, all’epoca lanciata come singolo. La canzone che dà il titolo all’album, Santi ed eroi, si apre con ritmi balcanici, per poi espandersi in un efficace riff di chitarra elettrica. Ricordi di vita triestina emergono invece nella commovente Povera gente, nella ironica Capitan Domenico, nonché nella riflessiva Casa mia (Cuĉa moja).
Non bisogna farsi ingannare dal fatto che in pochi ricordino l’artista triestino: Santi ed eroi è davvero un bel disco, suonato bene e con testi sopra la media. In un panorama piuttosto desolante quanto a rocker nostrani, Gino D’Eliso avrebbe meritato molto più spazio. Se riuscite, procuratevi questo 33 giri o il successivo Cattivi pensieri.
La copertina di Santi ed eroi e il retro del 33 giri