L'ultima regia di Ermanno Olmi non è propriamente un film di guerra, bensì un film sulla guerra, quella "brutta bestia che gira il mondo e non si ferma mai", come la definì un fante citato nei titoli di coda. Torneranno i prati fu salutato da opinioni contrastanti alla sua uscita nel 2014: da un lato, quelli che ne elogiavano l'aspetto più squisitamente poetico, dall'altro, quanti lo contestavano in punto di verosimiglianza storica. Al di là di ogni considerazione, resta il testamento visivo di uno dei grandi protagonisti e innovatori del cinema mondiale.
Siamo nel 1917, sul fronte italiano, poco prima del disastro di Caporetto. In uno sperduto avamposto trincerato del nord-est presta servizio un gruppo di soldati del Regio Esercito, comandati da un capitano gravemente malato. Oltre la terra di nessuno, così vicino che se ne può sentire la voce, c'è il nemico. Gli austro-ungarici non si vedono mai nel corso della pellicola; tuttavia, a differenza del nemico mai giunto del Deserto dei Tartari, ogni tanto fanno sentire la loro presenza con i colpi dei cecchini e i pesanti bombardamenti di artiglieria. Tutt'intorno immensi boschi e montagne innevate, una natura selvaggia e magnifica, purtroppo stuprata dalla guerra degli uomini. È pieno inverno e la trincea è sommersa dalla neve; all'interno, i soldati passano il tempo intabarrati e infreddoliti, alternando i turni di guardia alle lunghe nottate di veglia. La distribuzione della posta e del rancio sembrano essere gli unici eventi rilevanti, in quell'avamposto che pare dimenticato da Dio e dagli alti comandi. L'arrivo improvviso di un maggiore e di un giovane tenente cambia però le sorti dei poveri fanti. I due ufficiali sono latori di un ordine suicida: c'è da piazzare un cavo telefonico oltre la terra di nessuno, in modo da poter riferire al Comando i movimenti del nemico. Da quel momento, la brutalità della guerra irrompe anche nel piccolo avamposto.
Come ho scritto all'inizio della recensione, Torneranno i prati non è propriamente un film di guerra: non ci sono combattimenti, il nemico non si vede e, a parte la terribile scena del bombardamento, non ci sono accelerazioni brusche. La pellicola mantiene un ritmo lento, nonostante la durata inferiore all'ora e mezza. Se dunque si vuole vedere un film di guerra nel senso più classico del termine, meglio orientarsi su altre pellicole, come, per limitarsi alla Grande Guerra, il recente 1917, le varie versioni di Niente di nuovo sul fronte occidentale, oppure l'epocale Uomini contro. Questo è, invece, un film sulla guerra, ossia un racconto di straordinaria intensità drammatica sul senso di precarietà degli uomini al fronte, sulla miseria del quotidiano (il rancio, il freddo, la malattia), sulle attese snervanti, sugli sguardi resi lucidi dalla follia, sull'impressione che la vita sia appesa a un filo e che la Morte vi armeggi intorno con le forbici in mano. E infatti, nonostante la quasi totale assenza di combattimenti, i poveri fanti contadini pagano egualmente un tributo altissimo e muoiono suicidi, di malattia, sacrificati in inutili sortite dall'ottusità dello Stato Maggiore.
Alcuni attenti osservatori hanno evidenziato la poca verosimiglianza storica di alcuni dettagli. Sottigliezze, a mio avviso, se ci si sofferma sul senso profondo della pellicola. Olmi ha utilizzato la guerra come scenografia per raccontare una storia che, pur non mancando di brutalità, è prima di tutto un inno alla poeticità dell'esistenza e alla potenza del sentire umano e della compassione, anche nelle peggiori tragedie. Si pensi alla scena del soldato napoletano che canta sul parapetto della trincea, applaudito dagli stessi nemici; poco verosimile, forse, eppure di grande intensità lirica. Torneranno i prati racconta bene il dolore, la paura e l'angoscia dei poveri fanti contadini, grazie a una buona prova di tutti gli attori, tra cui Claudio Santamaria, Francesco Formichetti e Camillo Grassi (davvero evocativo il suo mutismo nel ruolo dell'attendente). Al tempo stesso, come suggerisce il titolo, c'è anche un fondo di fiducia nel futuro, nella consapevolezza che la guerra finirà e la natura riprenderà il suo silente e indifferente dominio, seppellendo il corpo dei morti e la memoria dei vivi.
Un discorso a parte merita la splendida fotografia, curata dal Maestro assieme al figlio Fabio. Il film è stato girato a colori, ma in fase di post-produzione si è proceduto a una sorta di "sottrazione" digitale di alcuni toni. I colori prevalenti sono dunque il marrone delle divise, il grigio della bruma e dei fumi, il bianco accecante della neve, l'azzurro del cielo e il blu cupo delle montagne. Il risultato finale è un'atmosfera algida, una sorta di bianco e nero su cui spiccano improvvisi barbagli di colore, come il rosso del sangue, il giallo delle esplosioni e l'oro del larice in una delle scene di maggiore lirismo. Sempre in merito alla fotografia, colpisce la contrapposizione tra l'angustia della trincea e gli spazi immensi delle catene montuose all'esterno; per un voluto paradosso visivo, sembra quasi che la guerra esista solo all'interno del rifugio, dove teoricamente si è al sicuro, mentre gli spazi aperti sono rassicuranti e ammantati di pace, sebbene è lì che si muoia.
Pur con alcuni limiti giustamente evidenziati dalla critica, è indubbio che Ermanno Olmi abbia chiuso la sua straordinaria carriera con una pellicola che racchiude molte delle tematiche a lui più care: l'attenzione verso gli ultimi, l'amore per la natura e la montagna, il profondo rispetto verso i dialetti e la capacità di guardare il mondo con un occhio poetico, contemplativo, colmo di stupore quasi religioso.









