4 agosto 2026

L'orrore e la bellezza: "Torneranno i prati"

L'ultima regia di Ermanno Olmi non è propriamente un film di guerra, bensì un film sulla guerra, quella "brutta bestia che gira il mondo e non si ferma mai", come la definì un fante citato nei titoli di coda. Torneranno i prati fu salutato da opinioni contrastanti alla sua uscita nel 2014: da un lato, quelli che ne elogiavano l'aspetto più squisitamente poetico, dall'altro, quanti lo contestavano in punto di verosimiglianza storica. Al di là di ogni considerazione, resta il testamento visivo di uno dei grandi protagonisti e innovatori del cinema mondiale.
Siamo nel 1917, sul fronte italiano, poco prima del disastro di Caporetto. In uno sperduto avamposto trincerato del nord-est presta servizio un gruppo di soldati del Regio Esercito, comandati da un capitano gravemente malato. Oltre la terra di nessuno, così vicino che se ne può sentire la voce, c'è il nemico. Gli austro-ungarici non si vedono mai nel corso della pellicola; tuttavia, a differenza del nemico mai giunto del Deserto dei Tartari, ogni tanto fanno sentire la loro presenza con i colpi dei cecchini e i pesanti bombardamenti di artiglieria. Tutt'intorno immensi boschi e montagne innevate, una natura selvaggia e magnifica, purtroppo stuprata dalla guerra degli uomini. È pieno inverno e la trincea è sommersa dalla neve; all'interno, i soldati passano il tempo intabarrati e infreddoliti, alternando i turni di guardia alle lunghe nottate di veglia. La distribuzione della posta e del rancio sembrano essere gli unici eventi rilevanti, in quell'avamposto che pare dimenticato da Dio e dagli alti comandi. L'arrivo improvviso di un maggiore e di un giovane tenente cambia però le sorti dei poveri fanti. I due ufficiali sono latori di un ordine suicida: c'è da piazzare un cavo telefonico oltre la terra di nessuno, in modo da poter riferire al Comando i movimenti del nemico. Da quel momento, la brutalità della guerra irrompe anche nel piccolo avamposto.
Come ho scritto all'inizio della recensione, Torneranno i prati non è propriamente un film di guerra: non ci sono combattimenti, il nemico non si vede e, a parte la terribile scena del bombardamento, non ci sono accelerazioni brusche. La pellicola mantiene un ritmo lento, nonostante la durata inferiore all'ora e mezza. Se dunque si vuole vedere un film di guerra nel senso più classico del termine, meglio orientarsi su altre pellicole, come, per limitarsi alla Grande Guerra, il recente 1917, le varie versioni di Niente di nuovo sul fronte occidentale, oppure l'epocale Uomini contro. Questo è, invece, un film sulla guerra, ossia un racconto di straordinaria intensità drammatica sul senso di precarietà degli uomini al fronte, sulla miseria del quotidiano (il rancio, il freddo, la malattia), sulle attese snervanti, sugli sguardi resi lucidi dalla follia, sull'impressione che la vita sia appesa a un filo e che la Morte vi armeggi intorno con le forbici in mano. E infatti, nonostante la quasi totale assenza di combattimenti, i poveri fanti contadini pagano egualmente un tributo altissimo e muoiono suicidi, di malattia, sacrificati in inutili sortite dall'ottusità dello Stato Maggiore.
Alcuni attenti osservatori hanno evidenziato la poca verosimiglianza storica di alcuni dettagli. Sottigliezze, a mio avviso, se ci si sofferma sul senso profondo della pellicola. Olmi ha utilizzato la guerra come scenografia per raccontare una storia che, pur non mancando di brutalità, è prima di tutto un inno alla poeticità dell'esistenza e alla potenza del sentire umano e della compassione, anche nelle peggiori tragedie. Si pensi alla scena del soldato napoletano che canta sul parapetto della trincea, applaudito dagli stessi nemici; poco verosimile, forse, eppure di grande intensità lirica. Torneranno i prati racconta bene il dolore, la paura e l'angoscia dei poveri fanti contadini, grazie a una buona prova di tutti gli attori, tra cui Claudio Santamaria, Francesco Formichetti e Camillo Grassi (davvero evocativo il suo mutismo nel ruolo dell'attendente). Al tempo stesso, come suggerisce il titolo, c'è anche un fondo di fiducia nel futuro, nella consapevolezza che la guerra finirà e la natura riprenderà il suo silente e indifferente dominio, seppellendo il corpo dei morti e la memoria dei vivi.
Un discorso a parte merita la splendida fotografia, curata dal Maestro assieme al figlio Fabio. Il film è stato girato a colori, ma in fase di post-produzione si è proceduto a una sorta di "sottrazione" digitale di alcuni toni. I colori prevalenti sono dunque il marrone delle divise, il grigio della bruma e dei fumi, il bianco accecante della neve, l'azzurro del cielo e il blu cupo delle montagne. Il risultato finale è un'atmosfera algida, una sorta di bianco e nero su cui spiccano improvvisi barbagli di colore, come il rosso del sangue, il giallo delle esplosioni e l'oro del larice in una delle scene di maggiore lirismo. Sempre in merito alla fotografia, colpisce la contrapposizione tra l'angustia della trincea e gli spazi immensi delle catene montuose all'esterno; per un voluto paradosso visivo, sembra quasi che la guerra esista solo all'interno del rifugio, dove teoricamente si è al sicuro, mentre gli spazi aperti sono rassicuranti e ammantati di pace, sebbene è lì che si muoia.
Pur con alcuni limiti giustamente evidenziati dalla critica, è indubbio che Ermanno Olmi abbia chiuso la sua straordinaria carriera con una pellicola che racchiude molte delle tematiche a lui più care: l'attenzione verso gli ultimi, l'amore per la natura e la montagna, il profondo rispetto verso i dialetti e la capacità di guardare il mondo con un occhio poetico, contemplativo, colmo di stupore quasi religioso.

26 luglio 2026

Abbiamo (ancora) bisogno di Nick Raider

Pensavo che rileggere Nick Raider a distanza di tanti anni si sarebbe rivelata soltanto un'operazione nostalgia, sebbene, a dirla tutta, non sia mai stato un assiduo lettore della testata. Era uno di quei fumetti che acquistavo di rado, soprattutto per avere compagnia durante i viaggi in treno. Chiunque abbia frequentato le vecchie edicole delle stazioni ferroviarie sa di cosa parlo: all'epoca vendevano a prezzi stracciati i fumetti rimasti invenduti e confezionati ex novo, anche due o tre testate diverse avvolte nel cellophane. La cosa era più comune con la Disney o con fumetti come Geppo, Braccio di Ferro e Tiramolla, ma poteva capitare anche con gli albi di casa Bonelli. Pur avendo conosciuto e apprezzato Nick Raider in questo modo, per me è stata una lettura occasionale e mai approfondita.
Il mese scorso, tuttavia, la Sergio Bonelli ha presentato una novità editoriale che ha risvegliato il mio interesse per il personaggio. Sto parlando dei Bonelli Pocket, volumetti di 320 pagine in formato ridotto (14,5 x 17 cm) che ristampano a prezzo popolare (5 euro) alcune storie da tempo assenti dalle edicole. I primi tre albi, finora gli unici, sono dedicati a Martin Mystère, Legs Weaver e, per l'appunto, Nick Raider. Sono libretti in formato economico ma di buona fattura, con carta sottile ma morbida e un'ottima definizione dei dettagli, nonostante le dimensioni delle vignette siano ridotte rispetto agli standard della casa di Via Buonarroti. Non ci sono rubriche, solo uno stringato redazionale con la descrizione del volume. Un'iniziativa pensata semplicemente per il piacere della lettura del fumetto e, forse proprio per questo, particolarmente gradita e riuscita.
Tre le storie dell'agente della Squadra Omicidi che sono state ristampate: la celebre Il caso Geronimo (Nizzi-Ramella, n. 6 del 1988), il giallo classico di Un volto nella notte (Nizzi-Trigo, n. 14 del 1989) e la spettacolare Una giornata nera (D'Antonio-Brindisi, tratta dallo Speciale del 1995). Per chi volesse iniziare a conoscere il personaggio, si tratta di un buon viatico. Nella prima storia tre persone, tutte a vario titolo legate alla produzione di un film western, vengono uccise da una freccia navajo alla gola, scoccata da un misterioso arciere; è un viaggio negli aspetti più torbidi della mente umana, un caso apparentemente inspiegabile con un impeccabile finale a sorpresa. Un volto nella notte, come ho già detto, è un giallo dalla struttura più classica. Una sessantenne viene uccisa nel proprio letto per una rapina finita male; la verità, ancora una volta, dimostrerà che nulla è come sembra e che l'apparenza delle cose spesso nasconde l'impensabile. Una giornata nera è invece una storia lunga rispetto al classico formato delle 94 tavole, un meccanismo narrativo a orologeria di rara perfezione. Attraverso gli occhi della recluta Stone, assistiamo a un giorno di ordinaria follia alla centrale della Squadra Omicidi di New York; una storia corale dura e amara che lascia un segno profondo nel lettore.
Nick Raider oggi potrebbe apparire come un personaggio datato. In linea di massima sono d'accordo con questa definizione, ma non ritengo che l'aggettivo vada inteso in senso negativo, tutt'altro. La testata ha il fascino delle vecchie stazioni di polizia piene di "scartoffie", con le sigarette sempre accese, un tocco di machismo e qualche battuta da caserma. Conserva intatto quel linguaggio d'antan che può anche apparire politicamente scorretto, dove abbondano parole che oggi fanno sorridere, come "sbirro" e "piedipiatti". E ancora, ricordiamo gli inseguimenti che rasentano l'incredibile, la pistola sempre in pugno, la spalla dell'eroe con tratti macchiettistici (il mitico Marvin Brown), il colpo d'accetta che divide i buoni dai cattivi con qualche lieve sfumatura di "grigio", e così via. Ebbene, tutto ciò è indiscutibilmente vecchio. Eppure è bello, divertente e persino rilassante, quantomeno per una fascia di persone che, di fatto, costituiscono lo zoccolo duro di chi ancora legge i fumetti da edicola. In un mercato dominato da graphic novel costosissime, dove i ragazzini oramai seguono altre forme di intrattenimento e hanno quasi dimenticato il fumetto, ci vorrebbe qualcuno che pensasse a quella nicchia di resistenti (ma siamo davvero così pochi?) che ancora si entusiasmano per un poliziesco hard-boiled della vecchia scuola.
Per quale motivo, dico io, dobbiamo sempre ragionare con gli occhi della contemporaneità? Ritenere che ciò che è nuovo sia per forza migliore o "più bello" è una deriva pericolosa, quantomeno per il nostro senso estetico. La Bonelli recentemente ha lanciato un sondaggio, chiedendo ai suoi lettori, tra le altre cose, quale vecchio personaggio vorrebbero vedere di nuovo in edicola. Nick Raider qualche tempo fa ha fatto capolino con una miniserie, ma sarebbe davvero gradita la ristampa cronologica della serie completa.
L'albo Bonelli pocket dedicato a Nick Raider

13 luglio 2026

"Le ceneri di Angela" di Frank McCourt: miserie d'Irlanda

Di solito diffido delle recensioni entusiastiche, perché in più di un'occasione sono rimasto deluso dopo aver letto un libro caldamente consigliato. Questa volta i miei pregiudizi sono stati smentiti, perché Le ceneri di Angela è esattamente come viene descritto da centinaia di lettori sulla rete: un romanzo bellissimo e indimenticabile che fa sorridere e commuovere. Si tratta di un'opera autobiografica, il racconto della prima stagione di vita dello scrittore, fino al compimento dei diciannove anni.
Frank McCourt nacque negli Stati Uniti da una famiglia di emigrati irlandesi cattolici; tuttavia, quando era ancora un bambino, i genitori decisero sciaguratamente di tornare nella madrepatria, nella speranza che nel paese natale avrebbero potuto superare un grave lutto. Mai speranza fu più mal riposta. In questo romanzo McCourt rievoca gli anni trascorsi in Irlanda, nella cittadina di Limerick, in una condizione di forte indigenza che rasentava la miseria più nera. Come scrive nel celebre incipit, la sua non è stata "un'infanzia infelice qualunque", ma un'infanzia infelice irlandese e cattolica, il che è peggio ancora. Il romanzo è scritto secondo il punto di vista di un bambino, Frank per l'appunto, che racconta con occhio ingenuo ma non privo di acume le tragiche vicende della propria famiglia. Il padre era uno scansafatiche ubriacone che non riusciva mai a tenersi un lavoro e sperperava al pub i pochi soldi che guadagnava; ciononostante, era un padre affettuoso e in qualche misura presente nella vita dei figli. Frank non usa mai parole dure nei suoi confronti, come se la distanza tra il tempo degli avvenimenti e il tempo della narrazione avesse appianato i contrasti e mitigato i giudizi. Angela è la madre di Frank, una donna che tra lutti e desolazione cerca in tutti i modi di proteggere gli amati figli; il suo sguardo muto e attonito davanti alle ceneri del focolare è l'immagine che dà il titolo al libro. Infine ci sono i fratelli del protagonista: Malachy, Michael e Alphonsus, a cui il libro è dedicato.
L'infanzia di Frank è caratterizzata da innumerevoli eventi dolorosi: la morte di due fratelli gemelli e una sorella, la miseria più nera, la convivenza con topi e pidocchi, la fame implacabile, le angherie di vicini e insegnanti, il freddo, la malattia e l'abbandono. Eppure, le pagine sono attraversate da una commovente tenerezza; il libro stesso, si potrebbe dire, è una stupenda dichiarazione d'affetto verso i suoi familiari. Rimangono impresse in particolare le parti che descrivono il rapporto con i fratelli: un legame profondo e sincero, cementato proprio dalle comuni sofferenze.
Non mancano strali contro l'Irlanda, madre e matrigna. L'Irlanda degli anni Trenta e Quaranta è descritta come un paese ormai libero dal giogo inglese, ma caratterizzato da ampie sacche di miseria, dove numerosi nuclei familiari sopravvivono grazie agli esigui sussidi statali, mentre la tubercolosi miete ancora tante vittime. McCourt descrive una nazione che si fa vanto dell'indipendenza conquistata di recente e tuttavia non riesce a fermare un flusso migratorio verso l'Inghilterra e gli Stati Uniti che assume l'aspetto di un'emorragia. Il cattolicesimo intransigente è un altro bersaglio delle frecciate di McCourt, sebbene egli adotti un atteggiamento ambivalente, che è un po' la cifra dello spirito irlandese. Da un lato, vengono descritti gli aspetti più castranti di una fede assolutizzante, dall'altro, il cattolicesimo è riconosciuto come parte essenziale dell'identità di un popolo, porto sicuro in cui rifugiarsi nei momenti di sconforto.
C'è da interrogarsi su quali siano state le ragioni di un successo inaspettato che nel 1996 portò alla ribalta questo semisconosciuto insegnante, vincitore del Premio Pulitzer con un memoir autobiografico che ha il taglio dei grandi romanzi di formazione del Novecento. A mio avviso, la principale ragione del successo è nel tono tragicomico della narrazione. McCourt ha la rara capacità di raccontare persino le tragedie con un tocco leggero e mai lacrimevole, usando il filtro dell'ironia tipico dell'adulto, unitamente allo sguardo disincantato del bambino. E ciò non toglie drammaticità alla narrazione, anzi la esalta. Si pensi a una delle scene più forti, quando il padre di Frank va a comprare una piccola bara bianca per uno dei suoi bambini morti e, prima di ritornare a casa, si ferma al pub, usando la cassa come tavolino per appoggiare il boccale di birra. Una scena di un estremo squallore e sacrilegio che tuttavia McCourt descrive attraverso gli occhi del sé bambino, attenuando così il senso di profanazione.
Un paio d'anni dopo, l'autore pubblicò la seconda parte di questa storia, 'Tis, tradotto in italiano come Che paese, l'America. Penso che chiunque abbia letto e apprezzato Le ceneri di Angela vorrà procurarsi anche il seguito, cosa che io farò sicuramente.

27 giugno 2026

Nanni Loy e la Resistenza come "affare del Sud"

Le quattro giornate di Napoli (1962, regia di Nanni Loy) è un perfetto esempio di film corale, un racconto a più voci in cui non c'è un vero protagonista. Oppure, in antitesi, si potrebbe affermare che protagonista e unico personaggio è il popolo napoletano, con i suoi mille volti: quelli dei bassi e dei quartieri alti, degli scugnizzi e dei professori, dei giovani, dei vecchi, dei poveri e dei benestanti. Non a caso nei titoli di testa non sono riportati i nomi degli attori, ma solo un sentito ringraziamento a quanti «in omaggio al popolo napoletano – vero interprete delle Quattro giornate – hanno aderito a partecipare in anonimo al film». Nel cast scelto da Nanni Loy figuravano infatti persone comuni accanto a celebri attori professionisti. Tra questi ultimi bisogna certamente menzionare Gian Maria Volonté, straordinario nei panni di un capitano del Regio Esercito, Aldo Giuffré, Regina Bianchi e persino Enzo Cannavale in un inusuale ruolo drammatico.
La pellicola è il racconto dell'insurrezione della città partenopea contro l'invasore tedesco che l'aveva occupata dopo l'armistizio dell'otto settembre 1943 e lo sbandamento dei reparti del Regio Esercito che la presidiavano. Nonostante la superiorità militare, le truppe della Wehrmacht vennero cacciate grazie a un'eroica lotta di popolo che combinò azioni di guerriglia e di resistenza non armata. Ovviamente non tutti i napoletani imbracciarono le armi, ma la maggioranza rifiutò comunque di collaborare con gli occupanti; di fatto, quando gli Alleati vi giunsero, la città si era già liberata da sola. Le quattro giornate valsero a Napoli la Medaglia d'oro al valor militare e spesso sono considerate la prima scintilla della Resistenza.
La sceneggiatura segue i fatti del settembre 1943, descritti in modo molto fedele. Tra gli eventi menzionati nella pellicola appartengono alla storia, tra gli altri, la fucilazione di un ignoto marinaio a cui il popolo fu costretto ad assistere, i rastrellamenti nelle case e il concentramento dei prigionieri nello Stadio del Vomero, le battaglie nelle strade, lo sgombero dei palazzi in prossimità del lungomare, la morte del dodicenne Gennaro Capuozzo. Accanto a questi fatti reali, sono stati introdotti personaggi ed eventi di fantasia, sia pur verosimili; sto parlando di tutte quelle storie minime di contorno che servono ad arricchire la trama (la mamma che consola il figlio morto, il soldato che torna a casa dalla guerra, il direttore del carcere minorile). Nonostante ciò, la principale critica che viene mossa alla pellicola è quella di avere un taglio troppo documentaristico. Se ciò fosse vero, ci sarebbe comunque da chiedersi se si tratti realmente di un limite, oppure di una precisa scelta narrativa degli sceneggiatori, come tale da rispettare. In realtà, la professionalità degli attori consumati e la spontaneità di quelli non professionisti evita, a mio avviso, l'effetto-documentario; non ci sono scene didascaliche e anche quelle dei combattimenti mantengono il pathos che è lecito aspettarsi da un film.
Le scene destinate a rimanere impresse nella memoria sono molte; mi sembra d'obbligo elencarne tre. La prima è la straziante scena del riconoscimento del figlio morto da parte dei genitori. In un silenzio carico di dolore e impressione, il padre si carica sulle spalle il corpo del ragazzo ucciso dai tedeschi per riportarlo a casa, attraversando due ali di astanti ammutoliti dalla rabbia, dallo sconforto e dalla dignità dei due poveri genitori. Da ricordare poi una sottotrama, che costituisce una sorta di film nel film. Sto parlando dei detenuti del carcere minorile che, guidati dal giovane camorrista Aiello, evadono per unirsi ai partigiani sotto gli occhi del direttore, il quale li implora di ritornare al sicuro nelle celle. Il rapporto tra Aiello e il direttore (il bravissimo Georges Wilson) avrebbe forse meritato un film a parte, per quanto è potente e intenso. Prima nemici, in quanto rappresentanti di due dimensioni in eterno conflitto, finiscono poi per combattere insieme e sarà proprio Aiello a portare in ospedale il direttore, ferito dal piombo tedesco. Infine, non è possibile non menzionare il finale con la morte di Gennarino: il regista è stato abile a non cadere nel facile sentimentalismo, girando una scena asciutta che mostra il vero volto della lotta degli scugnizzi, a cui non è possibile attribuire una definita coscienza politica.
Le quattro giornate di Napoli è un lungometraggio del 1962 che ha lasciato una traccia profonda nella memoria collettiva, scardinando il falso mito che la Resistenza sia stata soltanto "un affare del Nord". Se l'obiettivo era quello di ricordare il sacrificio di un popolo, ritengo che Nanni Loy l'abbia pienamente raggiunto. A distanza di sessant'anni è ancora un film vivo e palpitante, come la città che ne è protagonista. E se pure non mancano bozzetti caricaturali e qualche stereotipo, ciò non toglie valore al senso complessivo della pellicola.
Gian Maria Volonté in una scena del film

13 giugno 2026

"La fine della strada" di Joseph O'Connor: due solitudini

Come già aveva fatto con l'esordio di Cowboys and Indians e in maniera più potente con il successivo Il rappresentante, anche in questo romanzo O'Connor ha affrontato le tematiche dell'abbandono, dell'incomunicabilità e del dolore esistenziale. E probabilmente l'ha fatto nel modo più maturo, profondo e vero; non a caso il libro, alla sua uscita nel 2000, venne salutato come il migliore tra quelli scritti fino ad allora dall'autore irlandese.
La fine della strada è l'emozionante racconto dell'incontro tra due solitudini. Ellen ha quarantasette anni, eppure le resta poco da vivere a causa di una diagnosi implacabile; è irlandese di nascita ma è stata adottata negli Stati Uniti, dove tuttora vive assieme al marito fedifrago e ai due figli problematici. Martin è invece un poliziotto in disgrazia di Dublino, un tempo tra i più brillanti della squadra speciale; la morte di un figlio e il naufragio del matrimonio l'hanno ridotto all'ombra di se stesso. È il caso a farli incontrare, lo stesso caso per cui si scoprono più simili di quanto avrebbero mai potuto credere. Entrambi, infatti, vogliono raggiungere la penisola di Inishowen, nella contea del Donegal: lì è sepolto il figlio di Martin, lì vive la madre naturale di Ellen, che la donna vorrebbe conoscere prima di morire.
Inizia così un emozionante viaggio da Dublino al Donegal, attraverso le strade gelate di un'Irlanda su cui si è abbattuta un'eccezionale ondata di freddo. Il contesto storico e temporale è ben definito: la vicenda si svolge tra il 23 dicembre 1994 e il primo gennaio 1995. In Irlanda si respira timidamente un'aria nuova, in virtù del cessate il fuoco che sembra aver sopito gli animi devastati da decenni di guerriglia e terrorismo. O'Connor ricostruisce perfettamente il clima di quei giorni travagliati, raffigurando il volto di un paese diviso tra le spensierate celebrazioni del Natale e le ferite ancora aperte dei Troubles. Ellen e Martin durante il viaggio incontrano posti di blocco della Garda, murales che incitano all'IRA o all'UVF, echi di vecchie stragi e controversie irrisolte. La questione irlandese, pur toccando entrambi i protagonisti, è tuttavia solo la cornice che racchiude una questione strettamente privata, per usare quasi alla lettera un titolo di Fenoglio.
O'Connor, sebbene non ancora quarantenne, dimostrò di essere un autore di razza e una delle voci più interessanti della letteratura europea del nuovo Millennio. Bisogna peraltro tenere conto della mole del volume, quasi cinquecento pagine che scorrono grazie alla sapiente alternanza tra lunghi dialoghi – in cui l'autore prova di essere un acuto conoscitore del parlato quotidiano – e le parti descrittive che restituiscono il sapore di un'Irlanda dolceamara. Emergono le mille contraddizioni di una terra che sa essere madre e matrigna, di un popolo al tempo stesso tollerante e intransigente, santo e bestemmiatore, ironico e tremendamente serio.
Dal punto di vista più squisitamente lirico, La fine della strada è un inno al potere salvifico dell'amore, nella sua accezione più ampia che non comprende solo il legame tra un uomo e una donna o tra genitori e figli. Emerge la consapevolezza che solo questo sentimento può dare un significato all'aridità del quotidiano. A ben vedere, tuttavia, non si tratta di un messaggio riduttivo o banalmente consolante; sia Martin che Ellen sono infatti destinati al fallimento. Nondimeno, l'esperienza vissuta insieme, pur non avendo effetti taumaturgici, restituisce il significato a due vite che oramai erano segnate. Conta soltanto l'aver amato o l'essere stati amati, anche per una sola settimana nel corso di un'intera vita; un incontro come quello tra Ellen e Martin, sia pur breve, può offrire un riscatto, suturare molte ferite, lenire la solitudine estrema che prova chiunque abbia la ventura di affacciarsi al mondo.
La fine della strada è sicuramente un ottimo romanzo, sebbene alcune ingenuità narrative impediscano di definirlo un grande libro. Mi riferisco in particolare a due eventi poco credibili che accadono verso il finale; si tratta, a mio avviso, di parti che avrebbero potuto essere anche omesse o modificate senza incidere sul senso complessivo della storia. Ad ogni buon conto, con le ultime pagine O'Connor si riscatta, tornando a quel tono drammatico e profondamente umano che è il punto di forza di questo libro.

22 maggio 2026

"Al limite estremo" di Joseph Conrad: cercare luce nelle tenebre

La tragica vicenda del capitano Whalley è a suo modo esemplare nella produzione di Conrad, in quanto è una summa dei temi più cari allo scrittore polacco di lingua inglese. Questo lungo racconto, dilatato quasi sino alle dimensioni del romanzo, apparve per la prima volta nel 1902 a puntate su un giornale, come era d'uso all'epoca. Nello stesso anno fu raccolto in un volume che comprendeva anche Giovinezza e il celebre Cuore di tenebra, a comporre un'ideale trilogia delle fasi della vita umana. Se infatti Giovinezza rappresenta l'età verde e Cuore di tenebra la vita adulta (o, se si vuole, la maturità), Al limite estremo è invece il racconto della senescenza, non intesa tuttavia come acquisizione di un livello superiore di saggezza o consapevolezza, ma descritta nelle sue manifestazioni più prosaiche di disfacimento del corpo e dello spirito.
Henry Whalley ha sessantasette anni e un glorioso passato alle spalle: è stato uno dei più celebri capitani di lungo corso che abbiano navigato nei mari del Sud-est asiatico, al punto da aver persino dato il nome a un isolotto. Rimasto vedovo dopo la morte dell'amata moglie, al mondo non ha altri che la figlia, sposata con un uomo inetto e costretta a vivere ai limiti dell'indigenza in Australia. Whalley sogna una vecchiaia serena, ma il fallimento della banca dove aveva depositato i risparmi di una vita, unitamente alle difficili condizioni economiche della figlia, lo costringono a cambiare i suoi piani. Con gli ultimi denari, frutto della vendita di una piccola nave, decide di entrare in società con un uomo chiamato Massy, proprietario del Sofala, un vecchio piroscafo adatto soltanto al piccolo cabotaggio lungo le coste malesi. In virtù di alcune clausole vessatorie inserite nel contratto, Whalley assume il comando dell'imbarcazione, con l'impegno di mantenerlo per un certo numero di viaggi per non perdere la cifra investita, che lui vuole preservare per la figlia. Il capitano, però, nasconde un terribile segreto che non può rivelare e che emergerà soltanto nel finale.
Il nucleo centrale del racconto è il conflitto intimo tra senso dell'onore, onestà e bisogno, dove quest'ultimo si impone in modo così netto e volgare da far derogare ai valori di una vita intera. Anche Whalley ha una colpa da espiare, come il Lord Jim dell'omonimo altro romanzo di Conrad; al pari di quest'ultimo, sconta la propria colpa azzannato dai morsi della coscienza. Si può dunque affermare che il "limite estremo" del titolo non vada semplicemente inteso come ultima fase del viaggio terreno; è piuttosto la consapevolezza che nella vita ci sono eventi che costringono anche il più retto degli uomini a venire a patti con la propria coscienza. Quel limite è una linea d'ombra, per citare un altro grande romanzo di Conrad, oltre la quale c'è la bestialità, l'abdicazione ai valori più profondi. Whalley è un eroe tragico che si affaccia oltre quella soglia, ma al tempo stesso cerca la luce nelle tenebre, uscendone alfine pienamente riscattato.
L'autore ha prediletto l'introspezione rispetto all'azione. La navigazione del Sofala lungo le coste malesi è pigra, lenta e noiosa; di questo ritmo risente anche la narrazione, che per l'appunto si concentra prevalentemente sugli stati d'animo, i ricordi e le elucubrazioni di Whalley e degli altri personaggi. Rispetto ad altri racconti di Conrad, qui l'azione è ridotta alle ultime, convulse pagine, in cui il grande scrittore regala un travolgente coup de théâtre, di sicuro effetto anche se non del tutto inaspettato, dato che il peso della tragedia incombeva già dall'inizio. La narrazione segue il flusso dei pensieri dei personaggi, per cui non sempre è rispettato il corso cronologico degli eventi. Seduto sulla sua poltrona in vimini sul ponte del piroscafo, il capitano ripercorre con la memoria i dolori, le gioie, le glorie e i fallimenti di una vita intera; a ciò, naturalmente, corrisponde un ampio uso della digressione.
Al limite estremo non è un libro facile, né il più accessibile o appassionante tra i racconti lunghi di Conrad. Tuttavia, vale la pena leggerlo, perché nella dolente figura del capitano Whalley le tematiche della colpa e del tradimento (Lord Jim), della solitudine (La linea d'ombra) e dell'oscurità del cuore umano (Cuore di tenebra) vengono portate alla loro massima espressione.

9 maggio 2026

"Above", quel dolore che ancora brucia

Non è detto che un'ipotetica squadra formata dagli undici calciatori più forti del campionato sia destinata a vincere lo scudetto. Il calcio è governato da strane alchimie e la prova dei fatti spesso contraddice quanto ipotizzato sulla carta. Potrebbe ben accadere che i migliori undici calciatori del mondo non riescano a esprimere tutto il loro potenziale, ove inseriti nella stessa squadra. Questo è vero nel calcio, come nella musica. La storia del rock è costellata di "supergruppi", ovvero quelli composti da musicisti già celebri per aver militato in altre band di successo. Formazioni dalle alterne fortune che non sempre hanno brillato, nonostante le grandi individualità.
Anche la scena grunge di Seattle ebbe la sua superband: si chiamavano Mad Season, autori di un unico LP pubblicato nel 1995, Above. Come noto, per cui mi limiterò soltanto a brevissimi cenni, l'idea nacque in una clinica per la disintossicazione dalla tossicodipendenza. L'obiettivo dei musicisti era quello di dare vita a un progetto che riflettesse il desiderio di rinascita già portato avanti nei rispettivi programmi di recupero. I quattro erano Layne Staley (Alice in Chains) alla voce, Mike McCready (Pearl Jam) alle chitarre, John Baker Saunders (The Walkabouts) al basso e Barrett Martin (Skin Yard e Screaming Trees) alla batteria. Il disco si avvalse inoltre della collaborazione di Mark Lanegan, anch'egli degli Screaming Trees.
C'è chi ha scritto che Above, per uno strano paradosso, rappresenterebbe la quintessenza del grunge. Un paradosso perché il "Seattle sound" richiama alla mente qualcosa di selvaggio e duro, laddove questo disco vive anche di momenti di quiete. La celebre River of deceit, ma anche per buona parte l'iniziale Wake up, sono lì a dimostrarlo. E allora si può parlare di grunge non solo per il retroterra artistico dei membri della band, ma soprattutto per il carattere introspettivo, doloroso e struggente dei testi di Staley. Si ascolti Long gone day.
«So much blood, I'm starting to drown. […]
Am I the only one who remembers that summer?
Oh-oh, I remember
every day, each time the place was saved,
the music that we made,
the wind has carried all of that away.»
Above è un disco che si regge su un perfetto equilibrio, come la puntina di un giradischi in posizione di floating. Pezzi duri si alternano a momenti di quiete, l'impronta hard-rock si stempera in influenze psichedeliche e persino blues (Artificial red). Il cupo giro di basso di Wake up apre l'album: un soffuso tappeto di chitarre e al minuto 1:13 irrompe la dolorante voce di Staley, in una performance di grande intensità. È un brano ipnotico che si sviluppa in crescendo, un viaggio di oltre sette minuti da intraprendere a occhi chiusi, lasciandosi guidare solo dall'ispirato canto. X-ray mind è invece un pezzo solido e quadrato, in cui si affilano gli strumenti in vista delle due canzoni successive, River of deceit e I'm above. La prima è il singolo di maggior successo estratto dall'album, una ballata semi-acustica il cui testo risente dell'influenza de Il profeta di Gibran. I'm above è invece un pezzo marcatamente grunge, mentre nella successiva Artificial red il suono di Seattle viene contaminato con il blues. La citata Long gone day è un'altra perla del disco, lo struggente ricordo di un'estate fuggita via, come molti dei protagonisti di quell'età verde. Niente elettricità: dominano le chitarre acustiche e fa capolino persino un sassofono. Non è grunge, forse nemmeno rock, eppure è uno dei vertici della produzione del supergruppo. La strumentale e furiosa November Hotel e la lenta All alone chiudono il disco, con parole che sono sigilli di cemento sopra una pietra tombale.
«All alone, we're all alone.»
I Mad Season sono durati un'unica, breve stagione. Forse il loro destino era già scritto nel nome. Ma se il progetto è stato effimero, ciò non è certo un demerito; i quattro semplicemente hanno detto tutto quello che sentivano di dover dire e, così facendo, si sono consegnati alla storia. Il grunge è stato l'espressione di una rivolta giovanile "introspettiva"; a distanza di trent'anni si prova tenerezza nei confronti di questi giovani che hanno sacrificato se stessi sull'altare della musica, senza la pretesa di cambiare il mondo. Quel dolore ancora brucia, come provano i testi dell'unico album dei Mad Season, già compreso e celebrato alla sua uscita, ma che col passare del tempo ha acquistato un altro e più profondo significato. Con l'addio di Staley, Baker Saunders e Lanegan, la vicenda umana e artistica di questo supergruppo brilla come testimonianza di un'epoca irripetibile.
La copertina, opera dello stesso Staley

26 aprile 2026

"L'amara scienza" di Luigi Compagnone: l'arte della sopravvivenza

Questo romanzo del 1965, da alcuni considerato il capolavoro di Luigi Compagnone (1915-1998), è l'equivalente letterario di una pellicola neorealista, sebbene sia ambientato in pieno boom economico e dunque in un periodo successivo. Si può tuttavia ugualmente parlare di neorealismo, perché è il racconto crudo e senza orpelli, quasi scientifico, della miseria materiale e umana di quanti erano esclusi dal sogno del benessere.
Augusto Alinei, capitano di lungo corso in pensione, è anziano e malato: sono finiti i tempi in cui gettava sul tavolo della cucina i mazzetti di banconote da mille lire ("la tovaglia più bella del mondo"). È moroso e rischia lo sfratto dall'appartamento che abita da tanti anni, presso Via dei Tribunali. Assieme a lui vivono i tre figli: il maggiore Isidro, mentalmente minorato a causa della meningite, l'intellettuale Egidio, un idealista incapace di azioni concrete, e l'ultimogenita Lucia, la più avveduta e saggia. Su questi tre giovani poggiano le ultime speranze di Don Augusto: i figli devono trovare entro ventiquattro ore una somma di denaro sufficiente a coprire le pigioni insolute, altrimenti sarà sfratto. L'amara scienza è il dettagliato racconto delle peregrinazioni, tra il tragico e il grottesco, dei tre germani attraverso le strade e i vicoli di Napoli, alla ricerca del denaro.
La vicenda si dipana in un'unica, lunga giornata, dalle prime luci dell'alba fino a notte fonda. Il resoconto si sposta dall'uno all'altro dei quattro protagonisti, grazie all'espediente del narratore terzo e onnisciente. In questo senso, si può parlare quasi di una costruzione cinematografica, come se ci fosse un regista che sposta la macchina da presa per raccontare vicende che si svolgono in simultanea, ma in quattro luoghi diversi della città: nell'angusto appartamento in zona Tribunali, ove languisce il capofamiglia, nonché nelle strade di Napoli, ove si muovono con diseguale impegno i tre figli. Anche il registro varia: si passa dalle elucubrazioni sociali e intellettuali di Egidio, al linguaggio popolaresco di Isidro, fino a giungere ai toni carichi di pathos di Lucia e del suo ex fidanzato Pasquale.
Il romanzo tocca tanti temi profondi, sia umani che sociali. In primis, il dramma della miseria e dell'ineguale distribuzione della ricchezza, nonché quello dell'emergenza abitativa. In secondo luogo, è una crudele disamina dell'ipocrisia e del tradimento che spesso inquinano i rapporti umani. Tuttavia, in questo quadro desolante emergono i valori della famiglia e del sapersi arrangiare; è questa "l'amara scienza" che occorre imparare per sopravvivere.
«Forse perché anch'egli si batte per il pezzo di pane, e per un tetto di casa; non per vivere, si batte, ma per sopravvivere; non per un ideale eroico, ma per la conservazione della vita come scopo a se stante. È questa la sua amara scienza.»
Compagnone, con questo libro, diede l'immagine di una Napoli in rapida evoluzione, una città in trasformazione che voleva scrollarsi di dosso le macerie del secondo conflitto mondiale per entrare nel "salotto buono" della nuova società italiana del boom. Una "Napoli megalopoli" che si affacciava alla luminosa finestra dell'avvenire, senza tuttavia dimenticare la propria storia e identità. Non a caso, i protagonisti del romanzo si muovono sia nei vicoli del centro storico che nelle strade tracciate o rimodellate dopo la guerra, ove incombono i nuovissimi grattacieli del Rione Carità. Lo scrittore partenopeo ha voluto evidenziare le intime contraddizioni di questo processo di modernizzazione: la sua Napoli è al tempo stesso sazia e affamata, razionale e superstiziosa, borghese e popolare, cinica e generosa, madre e matrigna. Emblema di questo contrasto tra l'antico e il moderno sono le processioni che affollano le vie, cortei che invocano San Gennaro affinché conceda il tanto atteso miracolo del suo sangue. I tre giovani Alinei si imbattono innumerevoli volte in questi cortei, oscillando tra lo scetticismo di Egidio e la popolaresca fiducia di Isidro nella benevolenza del Santo.
Oggi Napoli, come tutte le città del mondo, è cambiata a causa dell'uniformazione imposta dalla globalizzazione. Tuttavia, più di altri luoghi, è riuscita a mantenersi fedele alla propria identità profonda. Forse proprio per questo motivo, L'amara scienza è un romanzo che, pur essendo perfettamente calato nell'epoca in cui fu scritto, è tutt'oggi interessante, perché sa cogliere il nucleo sempiterno e immutabile del popolo napoletano.
Prima edizione Vallecchi del 1965

10 aprile 2026

"Meglio la vita ad allevare porci": una poesia di Franco Costabile

Tanti anni fa, quando avevo più curiosità e tempo libero, mi capitava spesso di sfogliare una storia della letteratura italiana del Novecento della casa editrice Lucarini, tre volumi che citavano anche autori meno noti, accanto alle figure più importanti. Uno spazio, piccolo come sempre accade, era dedicato ad alcuni poeti meridionali, oggi vieppiù dimenticati. E non sto ovviamente parlando dei "grandi", come Gatto, Sinisgalli e Scotellaro, ma di poeti valentissimi, eppure poco conosciuti, che hanno lasciato una traccia flebile ma significativa nella nostra letteratura. Tra questi, mi colpì specialmente la tragica vicenda umana di Franco Costabile, calabrese di Sambiase, nato nel 1924 e morto suicida a Roma nel 1965. Nella Capitale strinse alcuni importanti legami d'amicizia, come quelli con Raffaello Brignetti e Giuseppe Ungaretti; quest'ultimo, in occasione della morte dello sfortunato poeta calabrese, scrisse alcuni versi poi trascritti sulla tomba. In particolare, Costabile era amico del pittore Enotrio Pugliese, noto semplicemente come Enotrio.
Avevo quasi dimenticato questa vicenda e persino il nome del poeta, fino a quando, un paio di mesi fa, ho acquistato un'opera di Enotrio Pugliese, una tempera su carta che raffigura un treno merci fermo in prossimità di un casello. L'ho acquistata perché mi piaceva il soggetto e solo dopo mi sono informato in merito all'autore. Quando ho letto che Costabile donò i suoi ultimi versi proprio al pittore Enotrio, ho finalmente rammentato il poeta calabrese. Riannodando i fili del passato, ho cercato sulla rete qualche poesia di Costabile. Una in particolare mi ha colpito, la stessa che mi aveva impressionato tanti anni fa e che avevo dimenticato, o che forse giaceva in qualche andito polveroso della memoria. Si intitola Calabria infame, ma basta sostituire la parola "Calabria" con "Meridione" per avere un testo dal valore universale.
«Un giorno
anche tu lascerai
queste case,
dirai addio,
Calabria infame.»
Il poeta si rivolge a un interlocutore immaginario con una facile profezia: un giorno anche tu andrai via e lascerai questa terra infame che porta addosso il peso di una cattiva reputazione. È un destino ineluttabile quello del meridionale, così almeno sostiene Costabile, il destino dell'emigrante. Nessuna famiglia può dirsi indenne da questa iattura, tutti hanno un figlio, un nipote, un fratello o un caro amico che è partito alla ricerca di fortuna. Il poeta scrive nell'immediatezza del secondo dopoguerra, quando le campagne del Mezzogiorno andarono incontro a un ulteriore, rapido spopolamento. Eppure, non c'è pietà in questi primi versi e neppure nostalgico rimpianto; c'è anzi risentimento nei confronti di una terra aspra e ingrata che non ha saputo conquistarsi una fama positiva (per l'appunto, "infame"). Nemmeno emerge carezzevole affettuosità nei confronti del paese natio o delle case, ridotte a luoghi di partenza, come un'anonima stazione ferroviaria.
«Solo
ma leale,
servizievole,
ti cercherai
un'amicizia,
vorrai sentirti
un po' civile,
uguale a ogni altro uomo.»
In questo secondo gruppo di versi assistiamo all'arrivo dell'emigrante nella terra promessa, facilmente identificabile con l'industrioso Nord. Qui l'emigrante sperimenta per la prima volta la solitudine, così diversa dalle chiassose compagnie dei luoghi d'origine. Castigato ogni istinto e repressa ogni antica abitudine, egli tenta invano di ingraziarsi quelli che non sono suoi simili, ma i nuovi padroni. Leale e servizievole, reprimendo ogni moto di ribellione e sussulto di dignità, l'emigrante proverà a integrarsi nella nuova realtà, tentando di farsi amiche quelle persone così diverse da lui.
Il punto più drammatico della poesia è nei versi seguenti, in quel «vorrai sentirti / un po' civile, / uguale a ogni altro uomo». La vittima fa propri i pregiudizi del carnefice, anziché indignarsi si convince che, in fin dei conti, la preclusione verso i meridionali sia comprensibile, se non addirittura giustificata. Egli allora prova a negare le proprie origini, a nascondere la propria provenienza pur di sentirsi uguale agli altri, agli uomini "civili".
«Ma quante volte
sentirai risuonarti
bassitalia,
quante volte
vorrai tu restare solo
e ripeterti
meglio la vita
ad allevare porci.»
Il picco di tragicità viene toccato nei versi finali. L'emigrante, nonostante tutti i goffi tentativi di apparire diverso e migliore, viene smascherato. Quelli che aveva preso a modello, gli uomini civili, non gli perdonano la sua provenienza geografica, stampata sulla pelle come un marchio d'infamia, come uno stigma d'inferiorità e di sospetto. Per loro sarà sempre un "terrone", un "meridionale", "uno della bassa". E allora egli rifuggirà la compagnia degli uomini a cui aveva cercato di assomigliare; rimasto solo, questa volta per scelta, ricorderà con nostalgia la terra d'origine, dove persino allevando maiali sarebbe stato più libero e felice. Si pentirà di aver preso quel treno, lo stesso treno, così mi piace immaginare, tante volte immortalato nei paesaggi di Enotrio Pugliese.

28 marzo 2026

"Mi hanno assassinato" di Gertrude Mary Wilson: un giallo tinto d'occulto

Non amo i gialli, non mi appassionano perché, in linea di massima, non ho mai avuto la curiosità di sapere da chi e perché taluno è stato ammazzato. Ci sono però delle eccezioni, come spesso accade quando qualcosa non ci piace. Dürrenmatt rientra nella categoria, d'altronde stiamo parlando di un giallista anomalo e soprattutto di un genio, per quanto questa parola sia ai giorni nostri decisamente abusata. Un'altra eccezione è rappresentata dai volumetti della collana I Bassotti di Polillo Editore, collana che presenta al pubblico italiano una serie di romanzi della cosiddetta "età dell'oro del giallo" di area anglosassone, ossia quelli scritti a cavallo tra le due guerre mondiali. Mi hanno assassinato, di Gertrude Mary Wilson, fa parte di questa collana, sebbene sia stato pubblicato in un'epoca successiva, ovvero nel 1957. Inedito in Italia fino al 2025, ci consente di conoscere una scrittrice di cui sulla rete ci sono pochissime tracce.
Gertrude Bryant, poi coniugata con il fumettista Roy Wilson da cui prese il cognome, nacque nel 1899 a Norwich, nella contea di Norfolk. Lavorò come insegnante, fino a quando, spronata dal marito, iniziò a collaborare con riviste letterarie e illustrate, dando inizio a una prolifica carriera come autrice di fumetti. Parallelamente all'attività di sceneggiatrice di nuvole parlanti, la Wilson pubblicò oltre venti romanzi di genere poliziesco con incursioni nel soprannaturale, dando vita specialmente a due personaggi che spesso compaiono nelle stesse storie: l'ispettore Lovick e la scrittrice Miss Purdy. La Wilson, rimasta vedova, morì nel 1986.
Miss Purdy è la protagonista di questo romanzo dal titolo forse poco accattivante ma certamente suggestivo. Alla ricerca di un luogo tranquillo dove poter scrivere il suo nuovo libro e desiderosa di allontanarsi dal caos di Londra, la cinquantacinquenne scrittrice decide di avvalersi della consulenza di un agente immobiliare, il quale le propone una deliziosa casetta sulle rive di un fiume nelle amene campagne del Norfolk. Waterside Cottage, questo il nome della dimora, è isolata quanto basta per potersi concentrare senza essere disturbati. Eppure, è abitata da un'inquietante presenza, il fantasma di Lilian Kemp, una ragazza che qualche mese prima era annegata nel tratto di fiume su cui si affaccia Waterside Cottage. L'inchiesta è stata sbrigativa e il caso è stato chiuso come un banale incidente, sebbene nessuno abbia compreso perché la giovane si sia avventurata da sola su una barchetta in una gelida notte di gennaio. Miss Purdy, pur non essendo una medium, viene contattata dal fantasma di Lilian, la quale guida le mani della scrittrice che, senza volerlo, batte sulla propria macchina da scrivere tre inquietanti parole: "mi hanno assassinato". Inizia così una discreta indagine fondata solo su presunzioni e percezioni, fino a quando un altro annegamento non fa precipitare gli eventi.
Il romanzo della Wilson è sicuramente originale, in quanto innesta elementi soprannaturali su un impianto tradizionale. Ciò non basta evidentemente per parlare di una storia di fantasmi, cosa che non era certamente nelle intenzioni dell'autrice. L'introduzione di elementi occulti che contribuiscono a risolvere il caso caratterizza un romanzo che altrimenti scorrerebbe senza sussulti e su binari piuttosto ordinari. Anche la scoperta che l'assassino è il più insospettabile tra i sospettati non desta particolare sorpresa, rientrando nei cliché del giallo classico. Neppure la presenza del soprannaturale è un'assoluta novità, sebbene la Wilson abbia avuto quantomeno il buon gusto di dosare gli elementi ultraterreni senza scivolare nel grottesco. Pur mantenendosi una certa dose di scetticismo, condivisa persino dai protagonisti, la rivelazione della vera natura dello spirito di Lilian nel finale riesce a regalare qualche brivido ai lettori.
Superfluo dire che non ci troviamo di fronte a un classico, né tantomeno un libro imprescindibile. Nello stesso catalogo della Polillo ci sono sicuramente titoli più validi. Ad ogni modo, il romanzo della Wilson presenta una buona caratterizzazione dei personaggi e contiene vivide descrizioni di un delizioso angolo di campagna inglese sconvolto da un duplice delitto. Una lettura piacevole se non si hanno alte pretese.