È bene partire subito con una precisazione: Splendor (1989) non è il miglior film di Ettore Scola, né il migliore con protagonisti Marcello Mastroianni e Massimo Troisi, in quanto il coevo Che ora è, a mio avviso, gli è superiore. Splendor è una pellicola riuscita a metà che probabilmente soffre il confronto con Nuovo Cinema Paradiso, grande successo di critica e pubblico dell'anno precedente, con un soggetto simile.
Jordan, interpretato da Mastroianni, è il titolare dello storico cinema Splendor di Arpino, in provincia di Frosinone. Il legame tra Jordan e la settima arte è indissolubile e risale alla sua infanzia, in pieno ventennio fascista, quando assieme al padre girava per i paesi del Meridione a bordo di uno scassato furgoncino per proporre spettacoli di cinema itinerante, con proiezioni approssimative su un telo bianco perennemente scosso dal vento. Lo Splendor, fondato dal padre di Jordan, ha attraversato indenne un bel pezzo di storia d'Italia. I fasti del dopoguerra e degli anni del boom economico sono però irripetibili e così, soprattutto a causa della concorrenza della televisione e di altre forme di intrattenimento, alla fine degli anni Ottanta è sull'orlo della chiusura, con l'immobile già venduto a un imprenditore del posto. Costretto ad abbandonare il luogo che ha amato più di ogni altro, Jordan durante il triste trasloco rievoca nella memoria i principali eventi degli ultimi quarant'anni, confermando ancora una volta come il suo destino e quello della sala siano inestricabilmente legati. Ed è così che facciamo la conoscenza degli altri due protagonisti del film: il proiezionista Luigi (Massimo Troisi) e la maschera Chantal (Marina Vlady).
Il lungometraggio di Scola presenta evidenti punti di forza, ma con altrettanta evidenza sconta alcune debolezze. Iniziando da queste ultime, non si può non menzionare l'uso disinvolto, se non eccessivo, della tecnica del flashback. Il ritmo della narrazione viene continuamente interrotto per mostrare eventi del passato, a volte vere e proprie digressioni che dilatano il racconto e non sempre aggiungono elementi decisivi o imprescindibili. In secondo luogo, vi è un ampio utilizzo di spezzoni tratti da altri film (Metropolis, L'albero degli zoccoli, Amarcord, per citarne alcuni) che vengono proiettati allo Splendor. Anche questa scelta rallenta il ritmo della narrazione, sebbene rappresenti un sentito omaggio di Scola ai capolavori che l'hanno segnato. Delude poi il finale: un lieto fine banale e poco coerente rispetto a quanto accaduto fino a quel momento. Queste note critiche non devono tuttavia far passare in secondo piano i punti di forza. In primis, va rimarcata l'ottima interpretazione di Mastroianni e Troisi. Il primo con grande mestiere dà spessore al personaggio di Jordan, sebbene non sia la più celebre delle sue interpretazioni. Il secondo veste i panni del proiezionista con tenerezza e malinconia profonda. Ci sono poi almeno due scene memorabili: la partita a carte con i notabili del paese e Troisi che tenta di procacciare dei clienti con risultati esilaranti.
Splendor è una sentita e sincera dichiarazione d'amore verso il cinema, sia come forma d'arte che come scelta di vita. Eppure, a parte l'incongruo finale, il clima della pellicola è tutt'altro che festoso. Scola ha infatti utilizzato il genere della commedia per lanciare un atto d'accusa contro gli eccessi della modernità. Nel 1989 il "nemico" era la televisione, ma l'impoverimento culturale era solo agli inizi e, visti col senno di poi, quegli anni oggi ci appaiono come l'età dell'oro. A dare il colpo di grazia ai cinema (e aggiungo, alle edicole, ai negozi di dischi e alle librerie) ci hanno infatti pensato internet, i social network e le piattaforme di streaming. Per questo motivo una pellicola come Splendor, pur con i suoi difetti, è in grado di lanciare un messaggio ancora attuale, anzi più attuale oggi che non nel 1989.









