In passato era usanza di alcune ricche famiglie francesi quella di abitare in falsi manieri di gusto medievaleggiante. Questi finti castelli erano il simbolo di una nobiltà decaduta o, più spesso, di una ricchezza conquistata grazie al commercio e agli affari. In una di queste dimore, la Belle Angerie, vivono i protagonisti dell'incendiario romanzo di Hervé Bazin (1911-1996), che alla sua uscita nel 1948 destò grande scalpore, ma al tempo stesso raccolse i favori del pubblico e della critica.
Vipera in pugno è un romanzo di formazione al contrario, il racconto di un'educazione contrapposta ai canoni della pedagogia moderna. A impartire questa educazione autoritaria e rigidamente reazionaria è Paule Pluvignec, la tiranna della Belle Angerie, moglie del padrone di casa, il pavido e accidioso Jacques Rezeau. Vittime predestinate sono i tre figli della coppia: Ferdinand, detto il Moscio, Jean, detto Teppa, e Marcel, soprannominato Scricciolo. Paule impone dentro casa un vero e proprio regime totalitario che le vale i soprannomi di Bastarda e Pazza. Gli ingredienti di questa educazione farebbero inorridire ogni pedagogista: sveglia alle cinque, rigorosa programmazione degli orari e delle attività, studio sotto la sferza di un rigido precettore, messa quotidiana e preghiere più volte al dì, pubblica confessione dei peccati ogni sera, punizioni corporali, umiliazioni fisiche e morali, assoluta mortificazione di ogni piacere della gola e della carne. In parole povere, un'educazione fatta di soli obblighi e divieti, che nega qualsiasi capacità di autodeterminazione del bambino. Sebbene la vicenda sia ambientata negli anni del primo dopoguerra, la Belle Angerie sembra ferma a un'epoca antecedente all'Età dei Lumi.
Con questo romanzo, in parte autobiografico, Bazin ha denunciato gli esiti più estremi di un cattolicesimo intransigente che si fa radicalismo moraleggiante. Il cattolicesimo "pre Concilio Vaticano II" non è tuttavia l'unico bersaglio dei suoi strali. Vipera in pugno è prima di tutto un impietoso e ironico atto d'accusa contro un'aristocrazia morente (quella dei Rezeau) che per sopravvivere doveva scendere a patti con l'odiata classe dei borghesi arricchiti (rappresentata dai Pluvignec).
«Il mondo è in subbuglio, non si fida più devotamente della Croix, sbeffeggia l'Indice, vuole giustizia, non bigotteria; diritti e non elemosina; si affolla su treni suburbani che lentamente spopolano queste campagne servili, sbaglia l'ortografia dei nomi dei grandi, pensa male perché non pensa come voi, eppure è vivo, e noi siamo moribondi.»
Bazin ha scritto un vero e proprio elogio della ribellione adolescenziale, paragonabile per intensità a Il giovane Holden. Jean, protagonista e io narrante, è l'unico dei tre fratelli che si ribella apertamente al regime imposto dalla madre, ingaggiando con lei una vera e propria battaglia che sconfina nel reato e finanche nel tentato omicidio. In ciò sta lo scandalo che questo romanzo destò, nell'aver presentato una figura di madre crudele e ingiusta, lontana dall'immaginario tradizionale, un mostro perverso che trasforma Jean, il figlio più odiato e tuttavia a lei più simile, in un adolescente amorale e cinico che si affaccia al mondo brandendo metaforicamente una vipera in pugno, pronta a mordere chiunque osi ostacolare i suoi piani. Paule, nell'ossessione punitiva che sconfina nella patologia psichiatrica, ha nutrito un aspide in seno. Ed è lo stesso Jean a rendersene conto nelle pagine finali del romanzo.
«Ogni fede mi sembra un inganno, ogni autorità una disgrazia, ogni sentimento un calcolo. Dubiterò, allontanerò, rinnegherò le amicizie più sincere, la buona disposizione, gli affetti che mi verranno offerti. L'uomo vive solo. Amare è una debolezza, odiare significa imporsi. Io vivo, dunque attacco, distruggo.»
Di figure di genitori autoritari è piena la letteratura; mi viene in mente Padre padrone. Eppure, nel romanzo di Ledda lo scontro generazionale è tra due visioni del mondo, ciascuna dotata di una propria verità e dignità: il mondo arcaico e pastorale del padre che si contrappone agli ideali progressisti del figlio. Per quanto discutibile, l'educazione che il pastore impone al figlio è, almeno nelle intenzioni, orientata al suo benessere e a garantirgli un posto sicuro nel mondo, protetto dalle braccia immutabili della tradizione. Ne La vipera in pugno, invece, manca proprio l'idea del bene: è un'educazione crudele e ingiusta che sfida le leggi umane e divine, nonché i principi della logica. Per questo motivo ho parlato di un romanzo di formazione al contrario.
Il libro di Bazin è stato ristampato nel 2025 da Feltrinelli in un'elegante veste grafica nella nuova collana "I grammatici", destinata a «pubblicare opere che, nel vasto ambito della letteratura, siano capaci di illuminare un aspetto fondamentale ancora nascosto del nostro presente oppure, all'opposto, l'origine lontana di ciò che è sotto gli occhi di tutti». La recente e meritoria ristampa diventa così un'occasione per riscoprire un'opera mai davvero dimenticata, che tuttavia da troppo tempo mancava sugli scaffali delle librerie italiane.









