Di solito diffido delle recensioni entusiastiche, perché in più di un'occasione sono rimasto deluso dopo aver letto un libro caldamente consigliato. Questa volta i miei pregiudizi sono stati smentiti, perché Le ceneri di Angela è esattamente come viene descritto da centinaia di lettori sulla rete: un romanzo bellissimo e indimenticabile che fa sorridere e commuovere. Si tratta di un'opera autobiografica, il racconto della prima stagione di vita dello scrittore, fino al compimento dei diciannove anni.
Frank McCourt nacque negli Stati Uniti da una famiglia di emigrati irlandesi cattolici; tuttavia, quando era ancora un bambino, i genitori decisero sciaguratamente di tornare nella madrepatria, nella speranza che nel paese natale avrebbero potuto superare un grave lutto. Mai speranza fu più mal riposta. In questo romanzo McCourt rievoca gli anni trascorsi in Irlanda, nella cittadina di Limerick, in una condizione di forte indigenza che rasentava la miseria più nera. Come scrive nel celebre incipit, la sua non è stata "un'infanzia infelice qualunque", ma un'infanzia infelice irlandese e cattolica, il che è peggio ancora. Il romanzo è scritto secondo il punto di vista di un bambino, Frank per l'appunto, che racconta con occhio ingenuo ma non privo di acume le tragiche vicende della propria famiglia. Il padre era uno scansafatiche ubriacone che non riusciva mai a tenersi un lavoro e sperperava al pub i pochi soldi che guadagnava; ciononostante, era un padre affettuoso e in qualche misura presente nella vita dei figli. Frank non usa mai parole dure nei suoi confronti, come se la distanza tra il tempo degli avvenimenti e il tempo della narrazione avesse appianato i contrasti e mitigato i giudizi. Angela è la madre di Frank, una donna che tra lutti e desolazione cerca in tutti i modi di proteggere gli amati figli; il suo sguardo muto e attonito davanti alle ceneri del focolare è l'immagine che dà il titolo al libro. Infine ci sono i fratelli del protagonista: Malachy, Michael e Alphonsus, a cui il libro è dedicato.
L'infanzia di Frank è caratterizzata da innumerevoli eventi dolorosi: la morte di due fratelli gemelli e una sorella, la miseria più nera, la convivenza con topi e pidocchi, la fame implacabile, le angherie di vicini e insegnanti, il freddo, la malattia e l'abbandono. Eppure, le pagine sono attraversate da una commovente tenerezza; il libro stesso, si potrebbe dire, è una stupenda dichiarazione d'affetto verso i suoi familiari. Rimangono impresse in particolare le parti che descrivono il rapporto con i fratelli: un legame profondo e sincero, cementato proprio dalle comuni sofferenze.
Non mancano strali contro l'Irlanda, madre e matrigna. L'Irlanda degli anni Trenta e Quaranta è descritta come un paese ormai libero dal giogo inglese, ma caratterizzato da ampie sacche di miseria, dove numerosi nuclei familiari sopravvivono grazie agli esigui sussidi statali, mentre la tubercolosi miete ancora tante vittime. McCourt descrive una nazione che si fa vanto dell'indipendenza conquistata di recente e tuttavia non riesce a fermare un flusso migratorio verso l'Inghilterra e gli Stati Uniti che assume l'aspetto di un'emorragia. Il cattolicesimo intransigente è un altro bersaglio delle frecciate di McCourt, sebbene egli adotti un atteggiamento ambivalente, che è un po' la cifra dello spirito irlandese. Da un lato, vengono descritti gli aspetti più castranti di una fede assolutizzante, dall'altro, il cattolicesimo è riconosciuto come parte essenziale dell'identità di un popolo, porto sicuro in cui rifugiarsi nei momenti di sconforto.
C'è da interrogarsi su quali siano state le ragioni di un successo inaspettato che nel 1996 portò alla ribalta questo semisconosciuto insegnante, vincitore del Premio Pulitzer con un memoir autobiografico che ha il taglio dei grandi romanzi di formazione del Novecento. A mio avviso, la principale ragione del successo è nel tono tragicomico della narrazione. McCourt ha la rara capacità di raccontare persino le tragedie con un tocco leggero e mai lacrimevole, usando il filtro dell'ironia tipico dell'adulto, unitamente allo sguardo disincantato del bambino. E ciò non toglie drammaticità alla narrazione, anzi la esalta. Si pensi a una delle scene più forti, quando il padre di Frank va a comprare una piccola bara bianca per uno dei suoi bambini morti e, prima di ritornare a casa, si ferma al pub, usando la cassa come tavolino per appoggiare il boccale di birra. Una scena di un estremo squallore e sacrilegio che tuttavia McCourt descrive attraverso gli occhi del sé bambino, attenuando così il senso di profanazione.
Un paio d'anni dopo, l'autore pubblicò la seconda parte di questa storia, 'Tis, tradotto in italiano come Che paese, l'America. Penso che chiunque abbia letto e apprezzato Le ceneri di Angela vorrà procurarsi anche il seguito, cosa che io farò sicuramente.









