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13 giugno 2026

"La fine della strada" di Joseph O'Connor: due solitudini

Come già aveva fatto con l'esordio di Cowboys and Indians e in maniera più potente con il successivo Il rappresentante, anche in questo romanzo O'Connor ha affrontato le tematiche dell'abbandono, dell'incomunicabilità e del dolore esistenziale. E probabilmente l'ha fatto nel modo più maturo, profondo e vero; non a caso il libro, alla sua uscita nel 2000, venne salutato come il migliore tra quelli scritti fino ad allora dall'autore irlandese.
La fine della strada è l'emozionante racconto dell'incontro tra due solitudini. Ellen ha quarantasette anni, eppure le resta poco da vivere a causa di una diagnosi implacabile; è irlandese di nascita ma è stata adottata negli Stati Uniti, dove tuttora vive assieme al marito fedifrago e ai due figli problematici. Martin è invece un poliziotto in disgrazia di Dublino, un tempo tra i più brillanti della squadra speciale; la morte di un figlio e il naufragio del matrimonio l'hanno ridotto all'ombra di se stesso. È il caso a farli incontrare, lo stesso caso per cui si scoprono più simili di quanto avrebbero mai potuto credere. Entrambi, infatti, vogliono raggiungere la penisola di Inishowen, nella contea del Donegal: lì è sepolto il figlio di Martin, lì vive la madre naturale di Ellen, che la donna vorrebbe conoscere prima di morire.
Inizia così un emozionante viaggio da Dublino al Donegal, attraverso le strade gelate di un'Irlanda su cui si è abbattuta un'eccezionale ondata di freddo. Il contesto storico e temporale è ben definito: la vicenda si svolge tra il 23 dicembre 1994 e il primo gennaio 1995. In Irlanda si respira timidamente un'aria nuova, in virtù del cessate il fuoco che sembra aver sopito gli animi devastati da decenni di guerriglia e terrorismo. O'Connor ricostruisce perfettamente il clima di quei giorni travagliati, raffigurando il volto di un paese diviso tra le spensierate celebrazioni del Natale e le ferite ancora aperte dei Troubles. Ellen e Martin durante il viaggio incontrano posti di blocco della Garda, murales che incitano all'IRA o all'UVF, echi di vecchie stragi e controversie irrisolte. La questione irlandese, pur toccando entrambi i protagonisti, è tuttavia solo la cornice che racchiude una questione strettamente privata, per usare quasi alla lettera un titolo di Fenoglio.
O'Connor, sebbene non ancora quarantenne, dimostrò di essere un autore di razza e una delle voci più interessanti della letteratura europea del nuovo Millennio. Bisogna peraltro tenere conto della mole del volume, quasi cinquecento pagine che scorrono grazie alla sapiente alternanza tra lunghi dialoghi – in cui l'autore prova di essere un acuto conoscitore del parlato quotidiano – e le parti descrittive che restituiscono il sapore di un'Irlanda dolceamara. Emergono le mille contraddizioni di una terra che sa essere madre e matrigna, di un popolo al tempo stesso tollerante e intransigente, santo e bestemmiatore, ironico e tremendamente serio.
Dal punto di vista più squisitamente lirico, La fine della strada è un inno al potere salvifico dell'amore, nella sua accezione più ampia che non comprende solo il legame tra un uomo e una donna o tra genitori e figli. Emerge la consapevolezza che solo questo sentimento può dare un significato all'aridità del quotidiano. A ben vedere, tuttavia, non si tratta di un messaggio riduttivo o banalmente consolante; sia Martin che Ellen sono infatti destinati al fallimento. Nondimeno, l'esperienza vissuta insieme, pur non avendo effetti taumaturgici, restituisce il significato a due vite che oramai erano segnate. Conta soltanto l'aver amato o l'essere stati amati, anche per una sola settimana nel corso di un'intera vita; un incontro come quello tra Ellen e Martin, sia pur breve, può offrire un riscatto, suturare molte ferite, lenire la solitudine estrema che prova chiunque abbia la ventura di affacciarsi al mondo.
La fine della strada è sicuramente un ottimo romanzo, sebbene alcune ingenuità narrative impediscano di definirlo un grande libro. Mi riferisco in particolare a due eventi poco credibili che accadono verso il finale; si tratta, a mio avviso, di parti che avrebbero potuto essere anche omesse o modificate senza incidere sul senso complessivo della storia. Ad ogni buon conto, con le ultime pagine O'Connor si riscatta, tornando a quel tono drammatico e profondamente umano che è il punto di forza di questo libro.

22 maggio 2026

"Al limite estremo" di Joseph Conrad: cercare luce nelle tenebre

La tragica vicenda del capitano Whalley è a suo modo esemplare nella produzione di Conrad, in quanto è una summa dei temi più cari allo scrittore polacco di lingua inglese. Questo lungo racconto, dilatato quasi sino alle dimensioni del romanzo, apparve per la prima volta nel 1902 a puntate su un giornale, come era d'uso all'epoca. Nello stesso anno fu raccolto in un volume che comprendeva anche Giovinezza e il celebre Cuore di tenebra, a comporre un'ideale trilogia delle fasi della vita umana. Se infatti Giovinezza rappresenta l'età verde e Cuore di tenebra la vita adulta (o, se si vuole, la maturità), Al limite estremo è invece il racconto della senescenza, non intesa tuttavia come acquisizione di un livello superiore di saggezza o consapevolezza, ma descritta nelle sue manifestazioni più prosaiche di disfacimento del corpo e dello spirito.
Henry Whalley ha sessantasette anni e un glorioso passato alle spalle: è stato uno dei più celebri capitani di lungo corso che abbiano navigato nei mari del Sud-est asiatico, al punto da aver persino dato il nome a un isolotto. Rimasto vedovo dopo la morte dell'amata moglie, al mondo non ha altri che la figlia, sposata con un uomo inetto e costretta a vivere ai limiti dell'indigenza in Australia. Whalley sogna una vecchiaia serena, ma il fallimento della banca dove aveva depositato i risparmi di una vita, unitamente alle difficili condizioni economiche della figlia, lo costringono a cambiare i suoi piani. Con gli ultimi denari, frutto della vendita di una piccola nave, decide di entrare in società con un uomo chiamato Massy, proprietario del Sofala, un vecchio piroscafo adatto soltanto al piccolo cabotaggio lungo le coste malesi. In virtù di alcune clausole vessatorie inserite nel contratto, Whalley assume il comando dell'imbarcazione, con l'impegno di mantenerlo per un certo numero di viaggi per non perdere la cifra investita, che lui vuole preservare per la figlia. Il capitano, però, nasconde un terribile segreto che non può rivelare e che emergerà soltanto nel finale.
Il nucleo centrale del racconto è il conflitto intimo tra senso dell'onore, onestà e bisogno, dove quest'ultimo si impone in modo così netto e volgare da far derogare ai valori di una vita intera. Anche Whalley ha una colpa da espiare, come il Lord Jim dell'omonimo altro romanzo di Conrad; al pari di quest'ultimo, sconta la propria colpa azzannato dai morsi della coscienza. Si può dunque affermare che il "limite estremo" del titolo non vada semplicemente inteso come ultima fase del viaggio terreno; è piuttosto la consapevolezza che nella vita ci sono eventi che costringono anche il più retto degli uomini a venire a patti con la propria coscienza. Quel limite è una linea d'ombra, per citare un altro grande romanzo di Conrad, oltre la quale c'è la bestialità, l'abdicazione ai valori più profondi. Whalley è un eroe tragico che si affaccia oltre quella soglia, ma al tempo stesso cerca la luce nelle tenebre, uscendone alfine pienamente riscattato.
L'autore ha prediletto l'introspezione rispetto all'azione. La navigazione del Sofala lungo le coste malesi è pigra, lenta e noiosa; di questo ritmo risente anche la narrazione, che per l'appunto si concentra prevalentemente sugli stati d'animo, i ricordi e le elucubrazioni di Whalley e degli altri personaggi. Rispetto ad altri racconti di Conrad, qui l'azione è ridotta alle ultime, convulse pagine, in cui il grande scrittore regala un travolgente coup de théâtre, di sicuro effetto anche se non del tutto inaspettato, dato che il peso della tragedia incombeva già dall'inizio. La narrazione segue il flusso dei pensieri dei personaggi, per cui non sempre è rispettato il corso cronologico degli eventi. Seduto sulla sua poltrona in vimini sul ponte del piroscafo, il capitano ripercorre con la memoria i dolori, le gioie, le glorie e i fallimenti di una vita intera; a ciò, naturalmente, corrisponde un ampio uso della digressione.
Al limite estremo non è un libro facile, né il più accessibile o appassionante tra i racconti lunghi di Conrad. Tuttavia, vale la pena leggerlo, perché nella dolente figura del capitano Whalley le tematiche della colpa e del tradimento (Lord Jim), della solitudine (La linea d'ombra) e dell'oscurità del cuore umano (Cuore di tenebra) vengono portate alla loro massima espressione.

28 marzo 2026

"Mi hanno assassinato" di Gertrude Mary Wilson: un giallo tinto d'occulto

Non amo i gialli, non mi appassionano perché, in linea di massima, non ho mai avuto la curiosità di sapere da chi e perché taluno è stato ammazzato. Ci sono però delle eccezioni, come spesso accade quando qualcosa non ci piace. Dürrenmatt rientra nella categoria, d'altronde stiamo parlando di un giallista anomalo e soprattutto di un genio, per quanto questa parola sia ai giorni nostri decisamente abusata. Un'altra eccezione è rappresentata dai volumetti della collana I Bassotti di Polillo Editore, collana che presenta al pubblico italiano una serie di romanzi della cosiddetta "età dell'oro del giallo" di area anglosassone, ossia quelli scritti a cavallo tra le due guerre mondiali. Mi hanno assassinato, di Gertrude Mary Wilson, fa parte di questa collana, sebbene sia stato pubblicato in un'epoca successiva, ovvero nel 1957. Inedito in Italia fino al 2025, ci consente di conoscere una scrittrice di cui sulla rete ci sono pochissime tracce.
Gertrude Bryant, poi coniugata con il fumettista Roy Wilson da cui prese il cognome, nacque nel 1899 a Norwich, nella contea di Norfolk. Lavorò come insegnante, fino a quando, spronata dal marito, iniziò a collaborare con riviste letterarie e illustrate, dando inizio a una prolifica carriera come autrice di fumetti. Parallelamente all'attività di sceneggiatrice di nuvole parlanti, la Wilson pubblicò oltre venti romanzi di genere poliziesco con incursioni nel soprannaturale, dando vita specialmente a due personaggi che spesso compaiono nelle stesse storie: l'ispettore Lovick e la scrittrice Miss Purdy. La Wilson, rimasta vedova, morì nel 1986.
Miss Purdy è la protagonista di questo romanzo dal titolo forse poco accattivante ma certamente suggestivo. Alla ricerca di un luogo tranquillo dove poter scrivere il suo nuovo libro e desiderosa di allontanarsi dal caos di Londra, la cinquantacinquenne scrittrice decide di avvalersi della consulenza di un agente immobiliare, il quale le propone una deliziosa casetta sulle rive di un fiume nelle amene campagne del Norfolk. Waterside Cottage, questo il nome della dimora, è isolata quanto basta per potersi concentrare senza essere disturbati. Eppure, è abitata da un'inquietante presenza, il fantasma di Lilian Kemp, una ragazza che qualche mese prima era annegata nel tratto di fiume su cui si affaccia Waterside Cottage. L'inchiesta è stata sbrigativa e il caso è stato chiuso come un banale incidente, sebbene nessuno abbia compreso perché la giovane si sia avventurata da sola su una barchetta in una gelida notte di gennaio. Miss Purdy, pur non essendo una medium, viene contattata dal fantasma di Lilian, la quale guida le mani della scrittrice che, senza volerlo, batte sulla propria macchina da scrivere tre inquietanti parole: "mi hanno assassinato". Inizia così una discreta indagine fondata solo su presunzioni e percezioni, fino a quando un altro annegamento non fa precipitare gli eventi.
Il romanzo della Wilson è sicuramente originale, in quanto innesta elementi soprannaturali su un impianto tradizionale. Ciò non basta evidentemente per parlare di una storia di fantasmi, cosa che non era certamente nelle intenzioni dell'autrice. L'introduzione di elementi occulti che contribuiscono a risolvere il caso caratterizza un romanzo che altrimenti scorrerebbe senza sussulti e su binari piuttosto ordinari. Anche la scoperta che l'assassino è il più insospettabile tra i sospettati non desta particolare sorpresa, rientrando nei cliché del giallo classico. Neppure la presenza del soprannaturale è un'assoluta novità, sebbene la Wilson abbia avuto quantomeno il buon gusto di dosare gli elementi ultraterreni senza scivolare nel grottesco. Pur mantenendosi una certa dose di scetticismo, condivisa persino dai protagonisti, la rivelazione della vera natura dello spirito di Lilian nel finale riesce a regalare qualche brivido ai lettori.
Superfluo dire che non ci troviamo di fronte a un classico, né tantomeno un libro imprescindibile. Nello stesso catalogo della Polillo ci sono sicuramente titoli più validi. Ad ogni modo, il romanzo della Wilson presenta una buona caratterizzazione dei personaggi e contiene vivide descrizioni di un delizioso angolo di campagna inglese sconvolto da un duplice delitto. Una lettura piacevole se non si hanno alte pretese.

28 febbraio 2026

"Vipera in pugno" di Hervé Bazin: contro ogni pedagogia

In passato era usanza di alcune ricche famiglie francesi quella di abitare in falsi manieri di gusto medievaleggiante. Questi finti castelli erano il simbolo di una nobiltà decaduta o, più spesso, di una ricchezza conquistata grazie al commercio e agli affari. In una di queste dimore, la Belle Angerie, vivono i protagonisti dell'incendiario romanzo di Hervé Bazin (1911-1996), che alla sua uscita nel 1948 destò grande scalpore, ma al tempo stesso raccolse i favori del pubblico e della critica.
Vipera in pugno è un romanzo di formazione al contrario, il racconto di un'educazione contrapposta ai canoni della pedagogia moderna. A impartire questa educazione autoritaria e rigidamente reazionaria è Paule Pluvignec, la tiranna della Belle Angerie, moglie del padrone di casa, il pavido e accidioso Jacques Rezeau. Vittime predestinate sono i tre figli della coppia: Ferdinand, detto il Moscio, Jean, detto Teppa, e Marcel, soprannominato Scricciolo. Paule impone dentro casa un vero e proprio regime totalitario che le vale i soprannomi di Bastarda e Pazza. Gli ingredienti di questa educazione farebbero inorridire ogni pedagogista: sveglia alle cinque, rigorosa programmazione degli orari e delle attività, studio sotto la sferza di un rigido precettore, messa quotidiana e preghiere più volte al dì, pubblica confessione dei peccati ogni sera, punizioni corporali, umiliazioni fisiche e morali, assoluta mortificazione di ogni piacere della gola e della carne. In parole povere, un'educazione fatta di soli obblighi e divieti, che nega qualsiasi capacità di autodeterminazione del bambino. Sebbene la vicenda sia ambientata negli anni del primo dopoguerra, la Belle Angerie sembra ferma a un'epoca antecedente all'Età dei Lumi.
Con questo romanzo, in parte autobiografico, Bazin ha denunciato gli esiti più estremi di un cattolicesimo intransigente che si fa radicalismo moraleggiante. Il cattolicesimo "pre Concilio Vaticano II" non è tuttavia l'unico bersaglio dei suoi strali. Vipera in pugno è prima di tutto un impietoso e ironico atto d'accusa contro un'aristocrazia morente (quella dei Rezeau) che per sopravvivere doveva scendere a patti con l'odiata classe dei borghesi arricchiti (rappresentata dai Pluvignec).
«Il mondo è in subbuglio, non si fida più devotamente della Croix, sbeffeggia l'Indice, vuole giustizia, non bigotteria; diritti e non elemosina; si affolla su treni suburbani che lentamente spopolano queste campagne servili, sbaglia l'ortografia dei nomi dei grandi, pensa male perché non pensa come voi, eppure è vivo, e noi siamo moribondi.»
Bazin ha scritto un vero e proprio elogio della ribellione adolescenziale, paragonabile per intensità a Il giovane Holden. Jean, protagonista e io narrante, è l'unico dei tre fratelli che si ribella apertamente al regime imposto dalla madre, ingaggiando con lei una vera e propria battaglia che sconfina nel reato e finanche nel tentato omicidio. In ciò sta lo scandalo che questo romanzo destò, nell'aver presentato una figura di madre crudele e ingiusta, lontana dall'immaginario tradizionale, un mostro perverso che trasforma Jean, il figlio più odiato e tuttavia a lei più simile, in un adolescente amorale e cinico che si affaccia al mondo brandendo metaforicamente una vipera in pugno, pronta a mordere chiunque osi ostacolare i suoi piani. Paule, nell'ossessione punitiva che sconfina nella patologia psichiatrica, ha nutrito un aspide in seno. Ed è lo stesso Jean a rendersene conto nelle pagine finali del romanzo.
«Ogni fede mi sembra un inganno, ogni autorità una disgrazia, ogni sentimento un calcolo. Dubiterò, allontanerò, rinnegherò le amicizie più sincere, la buona disposizione, gli affetti che mi verranno offerti. L'uomo vive solo. Amare è una debolezza, odiare significa imporsi. Io vivo, dunque attacco, distruggo.»
Di figure di genitori autoritari è piena la letteratura; mi viene in mente Padre padrone. Eppure, nel romanzo di Ledda lo scontro generazionale è tra due visioni del mondo, ciascuna dotata di una propria verità e dignità: il mondo arcaico e pastorale del padre che si contrappone agli ideali progressisti del figlio. Per quanto discutibile, l'educazione che il pastore impone al figlio è, almeno nelle intenzioni, orientata al suo benessere e a garantirgli un posto sicuro nel mondo, protetto dalle braccia immutabili della tradizione. Ne La vipera in pugno, invece, manca proprio l'idea del bene: è un'educazione crudele e ingiusta che sfida le leggi umane e divine, nonché i principi della logica. Per questo motivo ho parlato di un romanzo di formazione al contrario.
Il libro di Bazin è stato ristampato nel 2025 da Feltrinelli in un'elegante veste grafica nella nuova collana "I grammatici", destinata a «pubblicare opere che, nel vasto ambito della letteratura, siano capaci di illuminare un aspetto fondamentale ancora nascosto del nostro presente oppure, all'opposto, l'origine lontana di ciò che è sotto gli occhi di tutti». La recente e meritoria ristampa diventa così un'occasione per riscoprire un'opera mai davvero dimenticata, che tuttavia da troppo tempo mancava sugli scaffali delle librerie italiane.

18 gennaio 2026

"Il gigante sepolto" di Kazuo Ishiguro: oltre i confini del fantasy

È forse vero che il fantasy sia nato e morto con Tolkien. Per avvedersene è sufficiente leggere Lo hobbit o Il signore degli anelli e confrontarli con uno qualsiasi dei loro epigoni; il paragone sarà impari. Ciò vale anche quando a commisurarsi con il genere sia un premio Nobel come Ishiguro, che nel 2015 pubblicò Il gigante sepolto, libro che per tematiche e ambientazione può essere avvicinato al genere fantasy.
La vicenda è ambientata in un'Inghilterra dilaniata dall'odio tra Sassoni e Britanni, un odio profondo e inestinguibile che provoca lutti e devastazioni. In un misero villaggio vivono due coniugi, Axl e Beatrice, quasi emarginati dalla propria comunità, ai cui bisogni comunque contribuiscono con il duro lavoro. Axl e Beatrice hanno un figlio, sebbene non ricordino né il suo nome né che fine abbia fatto. La loro memoria, come quella di tutti gli abitanti di quelle lande selvagge, è stata infatti annebbiata da un oscuro e sconosciuto maleficio. Nessuno ha memoria del proprio passato, che pure ogni tanto ricompare sotto forma di vaghi ricordi, brumosi e inafferrabili come la nebbia che ha cagionato l'incantesimo. Guidati da uno di questi ricordi, i coniugi decidono di lasciare casa e intraprendere un periglioso viaggio alla ricerca del figlio disperso. Durante il tragitto vivranno ogni sorta di esperienza e avventura, fino al sorprendente finale che riordina tutti i fili della complicata matassa.
Ishiguro in questo romanzo ha operato una commistione tra elementi tipici del fantasy e altri legati alla storia locale. Tra i primi va menzionata la presenza di orchi, elfi, draghi e altre figure misteriose ed esoteriche, nonché i richiami alla leggenda di Re Artù. Appartengono invece alla storia i rimandi al Cristianesimo, la rivalità tra Sassoni e Britanni, la descrizione delle condizioni di vita del popolo minuto e delle diffuse superstizioni. Il gigante sepolto è dunque ambientato in una sorta di Medioevo immaginario: una cornice realistica entro la quale si sviluppano situazioni di matrice fantastica. Il cuore del libro è ovviamente nel viaggio intrapreso dai due coniugi; il viaggio, come noto, assieme alle battaglie, è il tema portante di ogni fantasy che si rispetti. A differenza dei classici del genere, però, Il gigante sepolto presenta un elemento originale: i protagonisti non sono giovani e forti, non assomigliano alla classica figura dell'eroe, bensì sono due anziani malandati e zoppicanti, già duramente provati dalla sventura.
Certo Il gigante sepolto è qualcosa di più di un romanzo dalle tinte fantasy: è soprattutto una riflessione su temi profondi come l'amore coniugale e filiale, la vecchiaia, la vendetta e il perdono, nonché sulla capacità tutta umana di saper riparare i torti per il tramite della misericordia. Pur non essendo d'ispirazione religiosa, si può affermare che per certi versi sia un libro profondamente cristiano. Queste tematiche forti non sono affrontate da Ishiguro in forma diretta, ma trasfigurate, per così dire, grazie all'utilizzo del mito e di elementi fantastici. É dunque un libro che spinge alla riflessione su temi antichissimi e universali che appartengono all'umanità sin dai suoi albori. È un romanzo sulla memoria e sulla colpa, in cui con un coup de théâtre la nebbia che provoca la smemoratezza diventa quasi un bene, perché fa dimenticare tutti i torti. Ecco dunque che il lieto fine con la sconfitta del "mostro", pur rientrando nel più classico dei cliché del fantasy, in realtà nasconde una radice di male. In ciò, senza voler svelare troppo, sta il messaggio che Ishiguro ha voluto lanciare.
Eppure, nonostante la profondità del significato, il ritmo della narrazione è spesso rallentato, oppure si invischia in dialoghi verbosi e finanche stucchevoli, soprattutto, spiace dirlo, quando a parlare sono i due protagonisti. A mio modesto avviso, è un libro riuscito a metà.

3 gennaio 2026

"Anniversario dell'esame di maturità" di Franz Werfel: la colpa giovanile

Tra i tanti cantori della finis Austriae, Franz Werfel (1890-1945) non è uno dei più noti. Eppure in tutti i suoi romanzi si sente il canto del cigno di una civiltà in rovina, un tempo gloriosa e infine travolta sotto la marcia inesorabile della Storia. Degno rappresentante di questa società defunta è il protagonista del romanzo Anniversario dell'esame di maturità, il giudice istruttore Sebastian. Figlio del presidente della Corte Suprema, egli è tutto sommato un uomo mediocre che deve la propria carriera all'ingombrante figura del padre.
Una sera Sebastian viene invitato a una cena di ex compagni di scuola, venticinque anni dopo l'esame di maturità. Tra tutti gli ex scolari dell'Imperial Regio Ginnasio "San Nicola" manca però Franz Adler, il più talentuoso, l'intellettuale che a soli sedici anni aveva composto un dramma dedicato agli ultimi giorni dell'imperatore Federico II, l'unico tra i compagni che possedesse il sommo dono della poesia.
«Io compresi per la prima volta la potenza emotiva di ogni umana opera d'arte. Adler con la sua fantasia creava uomini, ne guidava i destini, e non si limitava a scribacchiare brano a brano le sue creazioni, ma le conduceva a termine secondo un piano prestabilito. […] Nella sua testa rossa, troppo grande, io scopersi il divenire di una bellezza superiore. Una bellezza spirituale, carismatica, si diffondeva sopra di lui, mentre leggeva.»
Adler possedeva un'intelligenza sopraffina, un pensiero originale che rifuggiva dalle strade consuete del sapere accademico, per intrufolarsi in vicoli secondari, percorsi laterali e obliqui che producevano idee non convenzionali ma geniali. Sebastian negli ultimi lustri aveva quasi dimenticato il vecchio compagno, ma di colpo il passato torna prepotentemente a fargli visita, nelle vesti di un uomo accusato dell'omicidio di una prostituta che il giudice istruttore deve sottoporre a interrogatorio. Quell'uomo si chiama Franz Adler, come il vecchio compagno di classe. Ma è davvero lui? Scosso da quell'incontro presago, il giudice, nel corso di una tormentosa notte, si lascia andare a una lunga confessione in forma di memoriale, la confessione di una grande ingiustizia di cui Adler è stato vittima ai tempi del ginnasio. Il memoriale del giudice diventa così il sofferto racconto di una terribile colpa giovanile.
«La mia risata era germogliata come una semente. Ora sbocciava in molte gole. Quel riso improvviso era riuscito a distruggere l'autorità di Adler. […] Aveva annientato come per incanto il rispetto che si tributava a un'intellettualità superiore, e aveva posto termine alla benevolenza che perfino i ragazzi concedono a un corpo sgraziato.»
Werfel ha affrontato in questo romanzo un tema terribile e drammatico: il tragico destino degli eletti, la travagliata esistenza di chi, baciato dal talento e caro agli dèi, viene fatto vittima dei soprusi e delle angherie degli umani, dettate dall'invidia. E ciò è ancora più evidente tra gli adolescenti, quando la crudeltà verso i coetanei più dotati può raggiungere forme impensabili di cinismo e sopraffazione. Franz è indubbiamente il migliore della sua classe, dotato di una sensibilità fuori dal comune. Per questo viene bersagliato dai compagni, perché persino essere un grande spirito può diventare causa di dannazione. Il male, sembra dirci Werfel, si annida nell'animo umano a ogni età e l'invidia può essere la scintilla che lo fa deflagrare. La soluzione è solo nell'amore, ma Sebastian arriva a comprenderlo troppo tardi, quando ormai la colpa giovanile si è incancrenita e il passato non può più essere messo in ordine. "Di fronte alla grande superiorità di un altro non c'è mezzo di salvezza al di fuori dell'amore", scriveva Goethe, citazione che viene ripresa e ragionata nel romanzo di Werfel. 
Anniversario dell'esame di maturità è, a mio avviso, un grandissimo libro. Squisitamente novecentesco, è un romanzo di formazione sui generis, in quanto il raggiungimento della maturità non passa attraverso le esperienze giovanili, bensì tramite un'acquisizione di consapevolezza postuma, giunta praticamente fuori tempo massimo. Werfel sembra voler legare il destino dei suoi personaggi a quella società in rovina che li ha visti adolescenti; egli ci ammonisce che quel mondo doveva morire affinché Sebastian, divenuto giudice, potesse finalmente espiare la sua colpa. Ecco che il mito dell'Austria felix declina anche moralmente nel tramonto della finis Austriae, che copre col manto dell'oblio ogni colpa e vergogna.

Edizione Guanda del 1988

24 novembre 2025

"L'isola misteriosa" di Jules Verne: il più classico tra i classici

«Maestro, quanti sogni avventurosi
sognammo sulle trame dei tuoi libri!
[…]
Pace al tuo grande spirito disperso,
tu che illudesti molti giorni grigi
della nostra pensosa adolescenza.»
In morte di Giulio Verne non è la più famosa tra le poesie di Gozzano, eppure è un piccolo gioiello che vibra di sincera commozione e gratitudine. Un tempo erano i romanzi d'avventura ad accendere la fantasia dei giovani, ancora prima del cinema e dei fumetti. Gli scrittori erano dunque considerati dei miti, come poi accadrà con attori e rockstar.
Tra tutti i romanzi di Verne, L'isola misteriosa è uno dei più celebri, nonché uno dei migliori a giudizio di critici e lettori. È un classico intramontabile che merita di essere letto a tutte le età, perché oltre al piano squisitamente narrativo contiene riflessioni sempre valide che si possono apprezzare anche da adulti. La vicenda si svolge durante la Guerra civile americana, a metà dell'Ottocento. Cinque uomini vengono fatti prigionieri dai sudisti e condotti nella città di Richmond, dove possono muoversi liberamente ma da cui non possono allontanarsi. Durante una notte di tempesta riescono tuttavia a imbarcarsi a bordo di un pallone aerostatico, mollano le zavorre e scompaiono tra le nubi. Dopo un lungo e faticoso viaggio naufragano su un'isola apparentemente deserta, da loro ribattezzata Isola Lincoln.
Con questo libro Jules Verne cantò la cieca fiducia nelle sorti progressive dell'umanità. I cinque protagonisti infatti, sbarcati coi soli vestiti addosso e poco altro, col duro lavoro e avvalendosi della propria intelligenza riescono a insediarsi nella terra in cui il caso li ha gettati, trasformandola da landa desolata in colonia autosufficiente. Questa fiducia assoluta nell'uomo e nei suoi mezzi è un valore tipicamente ottocentesco, quando il rapido progresso della scienza e della tecnologia dava l'idea che tutto fosse possibile. Purtuttavia Verne, da precursore dei tempi qual era, anticipò anche alcuni principi ecologisti che si sarebbero fatti largo nel secolo successivo, come la consapevolezza della limitatezza delle risorse naturali, una certa coscienza ambientalista e l'amaro convincimento che il potere dell'ingegno umano è destinato ad arrendersi di fronte alle sovrane leggi di madre natura.
I cinque protagonisti della vicenda sono uomini del loro tempo. Cyrus Smith, il capo indiscusso, è un ingegnere; la sua sapienza tecnica e scientifica è illimitata e non esiste campo del sapere in cui non sia versato. Il secondo più autorevole è Gideon Spilett, giornalista di professione che non disdegna di abbandonare la penna per dedicarsi ai lavori manuali. Harbert, il più giovane del gruppo, è un ragazzo che studia da naturalista: piante e animali non hanno segreti per lui. Pencroff è invece un burbero marinaio, che sotto la scorza del lupo di mare nasconde un cuore d'oro. Infine c'è Nab, cuoco abilissimo e anch'egli espertissimo di tutti i lavori manuali. Nab è un uomo di colore ed è il personaggio che parla di meno e spesso si esprime con una disarmante ingenuità. Questa caratterizzazione stereotipata, persino velatamente razzista, è tuttavia figlia del suo tempo e come tale va inquadrata. Ciò non rispecchia però le idee dei suoi compagni, tutti convinti antischiavisti che trattano Nab con massimo rispetto e amicizia. Un sesto membro della spedizione è il cane Top, quadrupede fedele e intelligente che in più di un'occasione si rivela un aiuto preziosissimo. Infine non si può dimenticare l'Isola Lincoln, forse il vero protagonista del romanzo. Verne l'ha descritta così minuziosamente che i suoi paesaggi rimangono scolpiti nella mente del lettore, dando quasi l'impressione di trovarsi lì a condividere le peripezie del gruppo di coloni.
L'isola misteriosa è un libro su cui si è scritto di tutto, né è possibile aggiungere alcunché. Come tutti i grandi classici, però, ha sempre qualcosa da dire. In primis è una storia senza tempo che contiene tutti gli ingredienti dell'Avventura con la A maiuscola: un'isola sperduta e non segnata sulle carte, alcuni eventi inspiegabili e persino inquietanti, un rompicapo da risolvere, una misteriosa e invisibile presenza salvifica, lotte contro animali feroci e invasioni di pirati, burrasche ed eruzioni vulcaniche. Tutti ingredienti che sanno accendere la fantasia dei lettori a prescindere dalla data di nascita, purché abbiano voglia di lasciarsi trasportare dalla formidabile penna del Maestro Jules Verne.
Una recente edizione Feltrinelli

31 agosto 2025

"Sulla collina nera" di Bruce Chatwin: il respiro di due vite

Questo libro è la prova che Chatwin non era solo un cronista di viaggi, veste in cui di solito viene ricordato, ma principalmente un ottimo narratore. Il racconto della vita dei fratelli Jones possiede infatti il respiro delle grandi saghe familiari, nonché un'impronta di perfetta compiutezza letteraria che appartiene soltanto ai grandi romanzi. Per quanto forse sia un giudizio azzardato, ritengo che Sulla collina nera non possa mancare in un'ideale biblioteca del Novecento europeo.
La vicenda è ambientata in Galles, ma potrebbe allo stesso modo svolgersi negli Stati Uniti rurali o in uno qualsiasi dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, oppure in Estremo Oriente; è infatti una storia profondamente britannica ma al tempo stesso universale. Chatwin ha saputo raccontarla secondo un punto di vista "locale" e tuttavia non provinciale, se è vero che, al netto dell'ambientazione, alcune delle tematiche trattate sono comuni a buona parte della letteratura novecentesca. Curioso è il fatto che proprio lui che ha girato il mondo e ha sempre prediletto gli spazi immensi e senza confini (si legga In Patagonia), abbia poi ambientato il suo più grande romanzo in uno spazio confinato, un lembo di terra gallese ai piedi della Black Hill, l'altura del titolo.
Sulla collina nera è principalmente la storia dei gemelli Benjamin e Lewis Jones. Invero il romanzo segue pedissequamente l'esistenza dei due, dalla nascita alla fine dell'Ottocento fino ai loro ultimi giorni negli anni Ottanta dello scorso secolo. Tuttavia si tratta di un'affermazione riduttiva, per quanto corretta. Chatwin infatti ha costruito un grande romanzo corale, cosicché si può ben dire che Sulla collina nera sia la storia di una comunità rurale che attraversa quasi senza accorgersene le grandi rivoluzioni del Ventesimo secolo: due guerre mondiali, la diffusione delle automobili, la nascita e lo sviluppo del trasporto aereo, le controculture, i movimenti di protesta, il subbuglio politico dell'epoca thatcheriana, le crisi economiche dei dopoguerra e le rinascite. Tutti questi eventi passano sopra quel pezzo di terra gallese e lo scalfiscono a poco a poco, pur non riuscendo a mutarne le solide radici più profonde. 
Lewis e Benjamin sono nati all'ombra della collina nera e ivi trascorrono tutta la loro esistenza, senza mai abbandonare la fattoria ereditata dai genitori, chiamata icasticamente "La Visione". Apparentemente indistinguibili, sono in realtà profondamente diversi. Lewis è un sognatore riottoso, recalcitrante ma infine sottomesso alle regole stabilite prima dai genitori e poi dal fratello; egli vorrebbe fuggire dalla Visione e condurre un'esistenza diversa, ma obtorto collo finisce per soccombere. Benjamin è pratico, poco avvezzo al mondo esterno e per nulla desideroso di conoscerlo; ama il gemello ai limiti dell'ossessione e lo lega a sé, in un'esistenza sempre uguale scandita soltanto dal ritmo delle stagioni. Benjamin è la catena che lega l'uomo alla terra, Lewis il cane che vorrebbe morderla per fuggire via. Ciononostante, gli anni passano uno dopo l'altro senza che i grandi cambiamenti della storia mutino le sorti degli abitanti della Visione e delle terre intorno.
Chatwin descrive una Gran Bretagna rurale in parte diversa da quella a cui ci avevano abituato scrittori come Hardy (La brughiera); egli rappresenta una campagna amena ma avara come quella dell'americano Caldwell, abitata da uomini e donne che conducono spesso un'esistenza misera e brutale. Benjamin e Lewis grazie al duro lavoro possono dirsi finanche agiati, eppure nulla godono delle loro ricchezze: rosi dall'ossessione dell'accumulare nuova terra, consumano la vita nell'ansia di sprofondare nella medesima miseria di alcuni loro vicini. Per questo non hanno tempo di volgere lo sguardo al progresso e si chiudono sempre di più nelle loro abitudini. La Visione è dunque il loro hortus conclusus, uno spazio chiuso che al tempo stesso li preserva e li limita. Chatwin tuttavia non giudica i gemelli, posa uno sguardo benevolo su di loro, li tratta come gli ultimi eredi di una razza in via di estinzione, tenacemente refrattaria alla modernità e protagonista di una storia senza tempo.
Lo stile merita una riflessione a parte. Dialoghi e parti descrittive sono perfettamente dosati, soluzione tanto più necessaria in quanto il libro copre più di ottant'anni in poco meno di trecento pagine. Dense e vivide sono poi le descrizioni del paesaggio rurale inglese, arricchite da innumerevoli nomi di arbusti, fiori rari, alberi e uccelli.
Sebbene non sia consigliabile a chi cerca nei libri le emozioni forti, Sulla collina nera è un romanzo potente e armonioso, che conquista alla distanza.

19 agosto 2025

"Quattro amici" di David Trueba: l'inutile fuga

La letteratura picaresca, come noto, è nata in Spagna, dove gode di lunga tradizione. Nei romanzi picareschi il protagonista e io narrante di solito intraprende un viaggio, spesso per fuggire da qualcuno o qualcosa e comunque senza una meta predefinita, oppure semplicemente per cercare fortuna. Si imbarca così in ogni sorta di avventura, anche di tipo erotico o delittuoso. Il picaro è caratterizzato da intraprendenza e furbizia, è un intrepido, uno sfrontato che vive di espedienti e improvvisazione. Ogni sua giornata è costellata di imprevisti, peripezie al tempo stesso divertenti, tragiche e grottesche.
Quattro amici, del madrileno Trueba, presenta qualche affinità con il genere picaresco, ne è una sorta di appendice contemporanea con tutte le differenze del caso. Pubblicato per la prima volta nel 1999, può essere definito un romanzo "estivo" secondo una duplice accezione. In primis perché racconta una vicenda ambientata in un torrido agosto di fine secolo; in secondo luogo perché è un libro disimpegnato che si legge con disinvoltura, come nella migliore tradizione delle letture da ombrellone. E invero, sebbene contenga anche delle riflessioni profonde, l'elemento preponderante è quello dell'avventura scollacciata, raccontata con uno stile leggero che spesso trascende nello scurrile.
I quattro amici del titolo hanno tre elementi in comune: sono madrileni, alla soglia dei trent'anni e percepiscono la propria esistenza come una successione di fallimenti. Anzi, è proprio l'idea del fallimento esistenziale che cementa la loro amicizia, nella compassione che ciascuno prova per se stesso e per gli altri. Il primo è Solo, l'io narrante; giornalista d'insuccesso, è reduce dalla fine di una storia d'amore che lo ha lasciato inerme e depresso. Nutre inoltre una forte ostilità nei confronti dei genitori, che invece possono definirsi persone di successo. Poi c'è Blas, studente fuori corso e figlio di un militare franchista; è ossessionato dal sesso e dall'incapacità di soddisfare i propri desideri. Il terzo è Raúl, all'apparenza l'unico realizzato in quanto è sposato e ha due gemelli; in verità, vive il matrimonio e la paternità come due gabbie da cui non può uscire. Infine c'è Claudio, il bello del gruppo, che passa da una relazione fugace all'altra senza volersi realmente impegnare ed è intrappolato in un lavoro misero.
Il nucleo centrale del romanzo è il viaggio che i quattro amici decidono di intraprendere lungo le strade assolate della Spagna di fine agosto, senza una meta e a bordo di un furgoncino appartenuto a un rappresentante di prodotti caseari. Quindici giorni senza regole alla ricerca costante di sesso facile, alcool e divertimento estremo. Più che una vacanza, una vera e propria fuga da mogli, genitori e dai problemi: quindici giorni di pura anarchia nella speranza di ridare vita artificiosamente al fantasma della perduta adolescenza. I quattro simpatici personaggi tratteggiati da Trueba sono degli immaturi, uomini nel fisico ma ragazzini nell'animo. Essi non vogliono farsi carico delle responsabilità che la vita adulta impone e pertanto si rifugiano nel ventre caldo della loro antica amicizia, provando a rivivere le stesse esperienze ed emozioni di quando avevano dieci anni di meno e nessuna responsabilità sulle spalle. Il viaggio è disseminato di incontri grotteschi, epiche ubriacature e fugaci appuntamenti con donne, a loro volta preda di un'analoga solitudine esistenziale. I quattro attraversano paesaggi assolati, riposano su spiagge sporche e sovraffollate, dormono in tenda o in squallidi alberghi, frequentano locali notturni e night, si ubriacano fino a perdere coscienza e commettono anche qualche reato; eppure, nonostante tutte le peripezie, non riescono a trovare le emozioni che stavano cercando. Alla fine dovranno ammettere a se stessi che l'adolescenza è una stagione irripetibile e dolce, ma non prolungabile all'infinito. Ciò che resta è il valore dell'amicizia e dello stare insieme.
«Guardai Blas e Claudio seduti vicino a me, e compresi, in un certo senso, che cos'è l'amicizia. È una presenza che non ti evita di sentirti solo, ma rende il viaggio più leggero.»
Come ho già scritto, è una lettura leggera e senza grandi pretese. Il linguaggio utilizzato da Trueba è estremamente realistico, con abbondanza di parolacce e turpiloquio. Tuttavia, sarebbe semplicistico bollare il romanzo come un prodotto letterario di pura evasione. Quattro amici, infatti, fa divertire ma anche ragionare, perché contiene diversi spunti di riflessione – forse non particolarmente originali ma egualmente validi – su tematiche come il rapporto tra amore e amicizia, il ruolo delle convenzioni borghesi nell'orientare le scelte di ciascuno, la solitudine dell'uomo contemporaneo e la sua volontaria fuga dalle responsabilità. Un problema, quest'ultimo, già sentito venticinque anni fa e quanto mai attuale.

5 agosto 2025

"Viaggi con Charley alla ricerca dell'America" di John Steinbeck: un on the road a metà

Il viaggio in lungo e in largo attraverso gli Stati Uniti, coast to coast oppure da nord a sud, è un vero e proprio topos della letteratura nordamericana, da Kerouac fino ai giorni nostri. Tanti coloro i quali hanno tentato l'impresa per desiderio d'avventura utilizzando ogni mezzo, compresi quelli di fortuna; tra questi, numerosi giornalisti e scrittori che hanno lasciato dettagliati resoconti. Come noto, la letteratura di viaggio è ben più antica e conta opere decisamente più autorevoli e celebri, eppure è indubbio che gli States abbiano un fascino ineguagliabile che attira le anime inquiete o i semplici sognatori. Sarà per gli spazi immensi e la varietà del paesaggio, oppure per l'immaginario on the road costruito da decine di pellicole, oppure per la naturale seduttività di un territorio al tempo stesso fortemente antropizzato e selvaggio, fatto sta che non si contano i diari di viaggio e i romanzi dedicati al tema.
Persino un Premio Nobel ha voluto dare il suo personale contributo. Alla fine dell'estate del 1960 il cinquantottenne Steinbeck, già scrittore celebrato e famoso, decise di intraprendere un lungo viaggio nel suo Paese, seguendo un itinerario praticamente circolare che partiva da Sag Harbor, cittadina costiera dove aveva una seconda casa. Ciò che spinse Steinbeck a tentare l'impresa, sebbene non fosse più giovanissimo, fu l'urgenza di conoscere la propria patria, essendosi reso conto di non conoscerla affatto, o meglio di non conoscerla più. Negli ultimi tempi egli aveva vissuto prevalentemente a New York, in una dimensione artificiale, frenetica e multiculturale che nulla aveva a che vedere con lo spirito più profondo degli Stati Uniti. Il desiderio di recuperare quello spirito smarrito spinse dunque l'autore a organizzare meticolosamente un arduo viaggio in solitaria.
Oltre all'io narrante, due sono gli altri personaggi principali del libro, a cui ci si affeziona presto. Il primo è Charley, un cane di razza barbone francese che si rivela un'eccezionale compagnia soprattutto nelle fredde notti in solitaria. Ovviamente non parla, eppure è in grado di capire e di comunicare a modo suo. Il secondo è Ronzinante, nome perfetto per designare una specie di furgone camperizzato con potente motore V6 a benzina, dotato di ogni specie di comfort, compreso un letto doppio, una cucina, un tavolo ribaltabile e i servizi igienici. L'uomo, il cane e il furgone, come i tre amici del celebre romanzo di Jerome, partono così all'avventura, prediligendo le strade secondarie alle grandi arterie autostradali. Sul punto Steinbeck ha un'idea ben chiara: se vuoi conoscere e vedere il paese reale, non devi affidarti alle strade a grande e veloce scorrimento, in cui si passa senza guardarsi intorno, ma imboccare le vie secondarie, quelle che attraversano i villaggi, i boschi, le campagne, i motel e le rivendite di cianfrusaglie che crescono come funghi ai loro bordi. Una filosofia assai simile a quella di Least Heat-Moon nel suo altrettanto celebre (e forse finanche più bello) Strade blu.
Tuttavia, rispetto ad altri reportage simili, Viaggi con Charley non mi ha entusiasmato. Il motivo risiede nel fatto che il libro può essere suddiviso in due parti, la prima decisamente riuscita e la seconda meno coinvolgente. La prima parte copre pressappoco il primo quarto dell'itinerario seguito da Steinbeck, ossia la parte nord-orientale e quella settentrionale degli Stati Uniti, al confine con il Canada. La scrittura è trascinante, soprattutto quando l'autore racconta le lunghe nottate passate in solitaria ai bordi delle strade in bivacchi improvvisati: sembra quasi di essere al suo fianco a condividere l'avventura. Steinbeck si dilunga in particolari, descrive i paesaggi e le persone incontrate, condivide col lettore la sua quotidianità anche negli aspetti più prosaici. In parole povere, si percepisce il suo entusiasmo iniziale. La seconda metà, invece, sebbene copra la gran parte del tragitto, è frettolosa, come se la stanchezza avesse preso il sopravvento. L'autore ne è consapevole e non nasconde questo senso di fatica che lo colse in itinere; sebbene se ne apprezzi l'onesta, ne esce fuori un libro poco equilibrato nelle sue parti. L'entusiasmo delle prime pagine cede il passo alla stanchezza, le descrizioni da dettagliate diventano frettolose, si percepisce la voglia di Steinbeck di tornare a casa e mettere una pietra sopra quell'idea balzana, realizzata forse fuori tempo massimo. È dunque un on the road riuscito a metà, così come l'obiettivo ultimo del viaggio, riscoprire il vero spirito americano, che non può dirsi pienamente realizzato.
Al di là di questo aspetto, va rimarcato che il libro è ricco di riflessioni profonde e ancora attuali sul rapporto tra passato e presente, sull'inquinamento, l'urbanizzazione selvaggia, l'eterna lotta tra innovazione e tradizione, tra rispetto delle radici e desiderio di tagliarle una volta per tutte. È inoltre una feroce critica al consumismo, alla globalizzazione del pensiero, del linguaggio e dei bisogni, nonché un durissimo atto d'accusa contro le discriminazioni razziali che negli anni Sessanta del ventesimo secolo ancora infestavano gli Stati del Sud, Texas e Louisiana su tutti. Se volete ascoltare una voce autorevole su queste tematiche, lo consiglio; se invece cercate soltanto la pura evasione, meglio dirigersi su altri romanzi, come il celeberrimo Sulla strada, il citato Strade blu, oppure una qualsiasi delle opere di Bill Bryson.

26 maggio 2025

"Niente di nuovo sul fronte occidentale" di Erich Maria Remarque: la generazione tradita

Voler parlare su queste pagine di un romanzo così celebre e celebrato ha poco senso. D'altronde, cosa mai si potrà dire di nuovo? Al tempo stesso, però, quando un libro è un classico ha sempre qualcosa da raccontare, anche a distanza di anni e di migliaia di recensioni e saggi critici.
Dell'opera principale di Remarque, vero e proprio classico moderno, è stato scritto tutto; tradotta in tante lingue e venduta in milioni di copie, non c'è bancarella dell'usato in cui non se ne trovi anche più di un esemplare. La trama è arcinota: alcuni giovani studenti tedeschi, infiammati dalla propaganda sciovinista, si arruolano volontari per combattere nella Prima guerra mondiale, inconsapevoli di ciò che li attende una volta giunti al fronte. Moriranno quasi tutti, schiantati dalle artiglierie, colpiti da proiettili vaganti, dilaniati dalle schegge, avvelenati dai gas, perfino pugnalati nei terribili assalti all'arma bianca nelle trincee nemiche. Il libro nulla nasconde degli orrori visti e delle sofferenze patite da tutti quei giovani, alcuni poco più che bambini. Un resoconto autentico, duro e tagliente come sa essere solo la verità.
Consapevole di non poter dire nulla di nuovo o di originale, voglio concentrarmi soltanto su un aspetto, quello che mi ha colpito di più. Perché se è vero che Niente di nuovo sul fronte occidentale è principalmente un grido d'accusa contro l'insensatezza della guerra e uno straordinario manifesto pacifista, c'è un altro tema che a Remarque stava particolarmente a cuore, ovvero il tradimento generazionale. Paul e gli altri sono convinti ad arruolarsi dal loro professore di liceo, il nazionalista Kantorek. Questi è un uomo tutto sommato insignificante, che tuttavia grazie a doti retoriche e al carisma esercitato sugli studenti per via del suo ruolo, li persuade ad arruolarsi volontari, di fatto spedendoli al macello. È lui il vero traditore, secondo Remarque, un uomo che ha barattato il suo ruolo di educatore con gli ideali stantii del nazionalismo e del bellicismo.
«Essi dovevano essere per noi diciottenni introduttori e guide dell'età virile, condurci al mondo del lavoro, al dovere, alla cultura e al progresso; insomma all'avvenire. […] Al concetto dell'autorità di cui erano rivestiti, si univa nelle nostre menti un'idea di maggiore prudenza, di più umano sapere. Ma il primo morto che vedemmo mandò in frantumi questa convinzione. Dovemmo riconoscere che la nostra età era più onesta della loro. […] Il primo fuoco tambureggiante ci rivelò il nostro errore, e dietro ad esso crollò la concezione del mondo che ci avevano insegnata.»
Questo è, secondo me, il tema centrale del romanzo, un significato forse più nascosto rispetto al palese messaggio pacifista (o meglio, antimilitarista tout court), eppure altrettanto se non addirittura più potente. I valori propagandati dalla classe dirigente crollano al ritmo del disvelamento delle loro menzogne, cadono nelle trincee fangose, sebbene i "professori" continuino imperterriti a propagandarli. E così i civili rimasti a casa non conoscono nulla del fronte, se non le mezze verità e le clamorose bugie raccontate dagli organi di stampa e dalla propaganda. Si opera pertanto un brusco taglio generazionale, destinato a non ricucirsi più. Gli adulti, coloro che avrebbero dovuto istruire i giovani e prepararli al futuro, li hanno invece condotti al massacro sull'onda di discorsi patriottici che si sono rivelati fallaci e menzogneri. La loro colpa è gravissima, quella di aver "contaminato i più schietti sentimenti giovanili", come argutamente riportato nell'introduzione di una vecchia edizione Oscar Mondadori. È la rottura di un patto generazionale, il tradimento della missione educativa, il traviamento dei ragazzi, portati su una strada sanguinosa che da soli mai avrebbero intrapreso. Il grido di rabbia di Remarque è dunque diretto contro quei burattinai che, ben nascosti nelle retrovie, hanno fomentato nei giovani un artificioso spirito belluino che in natura non gli apparteneva.
I soldati di Remarque sono costretti a sparare contro il proprio futuro; il loro è un destino di desolazione, anche per quanti sono all'apparenza scampati alla morte. La migliore gioventù ridotta a un bivacco di profughi lacerati nell'anima, una generazione annientata nel corpo e nello spirito, al punto che anche chi rimane non è davvero un sopravvissuto. Ragazzi a cui la porta dell'avvenire è stata definitivamente chiusa in faccia, perché anche quando torneranno a casa non troveranno che macerie.

31 gennaio 2025

"Fuga senza fine" di Joseph Roth: tra reduci e rovine

Ci sono opere che possono lasciare il lettore indifferente, oppure sconvolgerlo, a seconda della fase di vita che sta attraversando. Fuga senza fine è una di queste. La storia di Franz Tunda potrebbe infatti apparire come una vicenda a noi aliena, da leggere per semplice diletto e nulla più, "una storia vera" come tiene a precisare l'autore, ma al tempo stesso appartenente a un'epoca lontana. Se invece si astrae la vicenda dal contesto storico e ci si concentra sulla figura del protagonista, allora le cose cambiano. Se poi il lettore si trova in una fase della vita in cui le domande non sembrano trovare risposta, se si sente irrisolto e senza speranza di redenzione, allora nel libro potrà trovare una parte di sé e rimanerne sconvolto. Ciò perché Fuga senza fine è la cronaca di un dramma, quello di chi un giorno si scopre smarrito, di chi non ha più passato e non avrà mai un futuro, di chi si sente schiacciato dal peso di un presente che non gli appartiene.
Franz Tunda è un ex ufficiale dell'esercito austroungarico, fatto prigioniero dai russi durante la Prima guerra mondiale e fuggito dal campo di prigionia. Per anni, fino al 1919, si nasconde in una remota isba siberiana, grazie all'aiuto di un uomo che lo tratta come un fratello. La patria è lontana, l'Impero asburgico non esiste più, nulla egli sa del fratello e soprattutto della fidanzata Irene, che pure secondo il buoncostume borghese ha atteso per anni che egli ritornasse dalla prigionia. Quando Franz apprende che la guerra è finita, il mondo che conosceva è dissolto. Egli è un esule, un relitto storico, un uomo ancora giovane eppure appartenente al passato, un reduce costretto a vagare senza meta per l'Europa nella speranza di incontrare qualcosa che possa restituirgli l'identità perduta, forse proprio grazie alla vecchia fidanzata che egli non ha mai dimenticato.
Il viaggio intrapreso porta Tunda ad attraversare un'Europa in profondo cambiamento: dalla Russia rivoluzionaria passando per la Vienna depressa del post-Impero, dalla fragile Repubblica di Weimar fino ad arrivare in una Parigi decadente che ancora vive dei fasti del suo passato. C'è dunque una segreta corrispondenza tra uomini e luoghi, o sarebbe meglio dire tra uomini ed epoca storica. La crisi non è infatti solo individuale: è una crisi di valori e identità che riguarda l'intero continente. Di uomini come Tunda ce ne sono centinaia di migliaia, tra ex soldati dei contrapposti eserciti, intellettuali frustrati e borghesi impoveriti dal conflitto.
Ovviamente nulla da dire sullo stile di Roth (1894-1939), raffinato, tagliente ed essenziale come è proprio dei grandi scrittori. Alcuni passaggi tuttavia sembrano quasi frettolosi; il romanzo infatti copre poco più di centocinquanta pagine, nel corso delle quali il protagonista gira mezza Europa. Giocoforza ci sono parti, su tutte il ritorno a Vienna o il soggiorno a Baku, in cui alcuni particolari sono dati per scontati e poco approfonditi, aspetto che rende a tratti poco comprensibile l'evolversi della vicenda. Se poi non è così, ma si tratta di una mia erronea impressione, chiedo venia.
C'è chi considera Fuga senza fine uno dei più importanti romanzi del Novecento, assieme a La cripta dei cappuccini del medesimo autore. A mio modesto avviso si tratta di un'affermazione un po' pretenziosa. Certo è invece che si tratta di un libro capace come pochi di captare lo spirito di un'epoca e di un'umanità persa e sofferta. Franz Tunda, in questo senso, è uno dei più emblematici personaggi del Novecento letterario, ben più solido della storia che Roth gli ha fatto vivere.

17 gennaio 2025

"Una scrittura femminile azzurro pallido" di Franz Werfel: una catastrofe umana

Mentre nel romanzo Nella casa della gioia Franz Werfel aveva descritto una società in crisi e un mondo in sfacelo, in questo libro egli si è fatto cronista di un disordine tutto individuale. Leonida, alto funzionario del Ministero dell'istruzione austriaco negli anni immediatamente precedenti l'Anschluss, conduce una vita altisonante come il suo nome. Proviene da una famiglia modesta e grazie a un insperato colpo di fortuna ha sposato Amelie Paradini, una delle donne più ricche del Paese. Ciò gli consente di vivere decisamente al di sopra di quanto gli permetterebbe il suo stipendio da impiegato pubblico. Un'esistenza all'apparenza priva di macchie che è messa in discussione il giorno in cui gli viene recapitata una lettera vergata con scrittura femminile azzurro pallido, da cui il titolo del romanzo. Leonida riconosce subito la mittente, prima ancora di aprire la busta: la missiva è stata scritta da una sua vecchia amante. Sono i fantasmi del passato che si fanno inaspettatamente avanti, rischiando di compromettere l'esistenza agiata del funzionario statale.
Il protagonista è un eroe negativo, in quanto presenta tutti i vizi di certi esponenti della classe dirigente: è dozzinale, fedifrago, calcolatore, cinico, schiavo del dio denaro. Egli è l'incarnazione del parvenu, un uomo tutto sommato mediocre che ha raggiunto la ricchezza e una posizione sociale invidiabile grazie a un matrimonio fortunato. Eppure anche a lui viene offerta un'opportunità di redenzione; proprio quando la sua vita sembra inesorabilmente incardinata nei binari dell'agiatezza e del conformismo, l'arrivo della missiva lo pone di fronte a un bivio. Disinteressarsene distruggendola, come già aveva fatto nel passato, oppure aprirla e rispondere all'esortazione di aiuto ivi contenuta, rischiando tutto in un lancio di dadi. Nessuno può aiutarlo a trovare una soluzione, perché certi rovelli bisogna affrontarli da soli. Tuttavia Leonida non sa cogliere l'estrema opportunità celata tra le pieghe della lettera. E così l'ultima speranza di redenzione si dissolve, lasciandolo più solo e colpevole, a ennesima conferma della sua inettitudine morale.
Franz Werfel (1890-1945) ha dimostrato con questo romanzo di essere stato uno dei più fini narratori della sua generazione, in grado come pochi di trascrivere su carta paure, ossessioni e idiosincrasie dell'uomo europeo a cavallo tra i due conflitti mondiali. Cantore poco conosciuto della finis Austriae, in realtà non aveva nulla da invidiare a grandi contemporanei come Joseph Roth o Arthur Schnitzler.
Tutto il libro ruota intorno a tre soli personaggi principali, attorniati da una manciata di comparse. Leonida è una figura che ispira antipatia sin dalle prime pagine e con l'incedere della storia la prima impressione è confermata e anzi rafforzata. La moglie Amelie è una donna insulsa, piagnucolosa, succube dei capricci del marito e incapace di slanci vitali. Poi c'è la misteriosa autrice della lettera che, nonostante appaia soltanto nelle pagine finali, lascia il segno più profondo nel ricordo del lettore, in quanto è lei il vero deus ex machina dell'azione. E infine c'è Vienna, quasi un quarto personaggio, descritta da Werfel con pochi rapidi tocchi, perché se è vero che la vicenda si svolge quasi tutta in interni, gli scorci della città che si intravedono dalle finestre bastano per costruire uno scenario di grande fascino.
Una scrittura femminile azzurro pallido è la storia di un tormento, nonché un'impietosa critica al culto tutto borghese dell'apparenza e all'ipocrisia che spesso si cela dietro i rapporti umani, soprattutto tra i membri della classe dirigente. Werfel osserva con sguardo lucido e spietato la catastrofe umana del suo protagonista, senza tuttavia assumere toni moraleggianti o paternalistici. Il narratore non giudica, lascia che sia Leonida a firmare ed eseguire la sua stessa condanna, quella di un uomo che acquisisce consapevolezza quando è ormai troppo tardi e il fuoco è morto sotto la cenere. Il libro raggiunge dunque il suo punto più alto nello struggente finale, in cui Leonida, seduto su una poltrona del teatro, cade preda di un sonno convulso e animato da fantasmi. Sono i ricordi e le opportunità del passato, tutte quelle che non ha saputo cogliere e che non torneranno più. A lui, però, uomo mediocre e incapace di un sentire poetico, non resta neppure la gozzaniana consolazione del malinconico rimpianto, il «non amo che le rose che non colsi, non amo che le cose che potevano essere e non sono state».

23 dicembre 2024

"Sogni di Bunker Hill" di John Fante: un testamento spirituale

Fa riflettere che un libro così pieno di vita sia stato scritto quasi in punto di morte. Quando John Fante dettò alla moglie Joyce il suo ultimo romanzo, era ormai cieco e privo di una gamba a causa del diabete. Fu pubblicato nel 1982 e un anno dopo il più grande degli scrittori italoamericani lasciò questo mondo.
Sogni di Bunker Hill è il capitolo conclusivo della saga di Arturo Bandini, alter ego dell'autore e suo personaggio più amato. Può essere letto anche senza conoscere gli altri romanzi con il medesimo protagonista. Io stesso ricordo poco di Chiedi alla polvere e La strada per Los Angeles, letti da adolescente, mentre ancora non ho avuto occasione di leggere Aspetta primavera, Bandini. Nato a Boulder in Colorado e figlio di immigrati italiani, Bandini è un aspirante scrittore di dubbio talento e pressoché di nessun successo, salvo qualche breve racconto pubblicato su rivista. In questa sua ultima avventura è ancora un giovane squattrinato che approda a Los Angeles e si stabilisce in un alberghetto del distretto di Bunker Hill. Il libro narra le sue peripezie alla ricerca di un lavoro, o meglio, di un posto al sole in un mondo che arride a quanti hanno il coraggio di rischiare. La sua carriera sembra decollare quando un racconto viene notato da un agente letterario; da cameriere diventa così correttore di bozze, iniziando una rapida (ma effimera) scalata sociale, ottenendo infine un invidiabile contratto come scrittore di sceneggiature.
Fante conosceva bene il mondo di Hollywood, per avervi lavorato a lungo come sceneggiatore. Il romanzo, al di là di un apparente disimpegno, è una feroce critica a quel mondo falso, spietato e fondato sul culto dell'apparenza. Già negli anni Venti l'industria cinematografica muoveva in America un giro d'affari colossale e Hollywood era la Mecca di quanti ambivano anche solo ad accarezzare il successo. Arturo è uno di questi e in poco tempo capisce che la regola è una soltanto: adeguarsi o soccombere. Accettare di firmare col proprio nome pessime sceneggiature per un pubblico di stolti, oppure vedersi sbattere porte in faccia ed essere additati come ingrati. C'è un punto del romanzo, a mio avviso il più significativo, in cui Bandini si impegna per settimane per scrivere una sceneggiatura soddisfacente; ci mette tutto se stesso e alla fine la completa e ne è orgoglioso. Quando però la sottopone al suo supervisore, viene completamente stravolta e trasformata in un filmaccio western di terzo ordine. Arturo si ribella e non vuole che il suo nome sia associato a quell'obbrobrio. Il sistema allora lo punisce: il film sbanca i botteghini e a lui non spetta un centesimo di diritti d'autore. La Hollywood descritta da Fante è un leviatano che ammazza il talento, a cui è inane opporsi nell'illusione di preservare la propria integrità. Chi ci prova viene additato come l'ennesimo illuso, un Don Chisciotte che sacrifica gli agi del successo pur di non prostituirsi al mercato.
Sogni di Bunker Hill è un romanzo struggente come una lettera d'addio che conclude una lunga storia d'amore. Leggero nello stile ma profondo nei significati, fa sorridere e riflettere, sferrando poi un colpo inaspettato nell'amarissimo finale. A ragione viene considerato il testamento spirituale di Fante, il suo libro della maturità e della consapevolezza, un inno alla bellezza della vita e al disincanto. Non a caso nel finale assistiamo al ritorno di Arturo in seno alla sua famiglia; sono poche pagine, eppure restituiscono un commosso ricordo dell'infanzia di Fante. Il ritorno alle origini di Arturo è il ritorno alle origini di John, che si sentiva vicino alla morte e forse al ricongiungimento con i suoi amati genitori; non bisogna infatti dimenticare che la religiosità semplice e contadina della madre e della nonna è un tema ricorrente nei suoi libri. Così Arturo torna nella vecchia casa in Colorado che profuma di buon cibo, di infanzia, di una terra lontana. E lì, ancora una volta, il velo dell'illusione cade e gli viene amaramente ricordato che lui sarà sempre un diverso, un italiano, un minus, un figlio di immigrati.

20 novembre 2024

"Greco cerca greca" di Friedrich Dürrenmatt: la caduta degli dei

Ho deciso di acquistare questo libro perché favorevolmente impressionato dalla lettura di altre opere dello scrittore svizzero. Romanzo giustamente considerato "minore", Greco cerca greca, a mio avviso, non ha il pathos che ritroviamo ad esempio ne Il sospetto, né la potenza narrativa de La panne, per citarne due. Ritorna la tesi del caso come arbitro e gerente dei destini umani, vero e proprio leitmotiv della produzione di Dürrenmatt, sebbene qui venga inserita una forza, quella dell'amore, non presente negli altri libri citati.
Il greco del titolo è Arnolph Archilochos, misero sottocontabile di una grande azienda meccanica. Sebbene sia di origini greche, come suggerisce il nome, egli è nato e cresciuto in Svizzera, né ha mai visto la terra paterna. È un uomo di mezza età, celibe, inibito, vessato dai colleghi e dal fratello Bibi, che non perde occasione per estorcergli denaro. Sebbene la sua sia un'esistenza grama, è tuttavia fondata su solidi principi. Arnolph infatti si è costruito un'inscalfibile piramide delle autorità, un vero e proprio ordinamento morale al cui vertice è posto il Presidente della Repubblica. A seguire, altre personalità verso cui ripone massima fiducia: il vescovo, il rettore dell'università, un pittore astrattista, l'ambasciatore americano e via discorrendo. Una sorta di intangibile pantheon personale: niente può minare la fiducia che Arnolph nutre verso questi personaggi. Quando però incontra Chloé, come lui di origini greche, il mondo ideale che si era costruito è destinato ad andare in frantumi. Man mano che procede la sua scalata nella buona società per mezzo di Chloé, gli immutabili ideali cadono uno a uno, lasciandolo orfano di quel mondo fittizio che si era costruito, un po' come accade al protagonista de Il busto di gesso, grande e purtroppo dimenticato romanzo di Gaetano Tumiati.
Come è evidente dalla sinossi, Greco cerca greca è un'opera particolare, una storia che si avvale degli stilemi della favola per lanciare poderosi attacchi contro la società borghese e i suoi idoli effimeri. Dürrenmatt accantona dunque le usate vesti del giallista e compone una vicenda fin troppo chiara nel suo lineare svolgimento, l'ascesa e la drammatica caduta di un uomo che ha sempre riposto nelle mani altrui le chiavi del proprio destino. Ed ecco che, non appena tenta di diventare egli stesso arbitro delle proprie sorti, il sistema etico e rigorosamente gerarchico che aveva costruito va in pezzi, lasciandolo solo e sgomento. Tutti i personaggi del suo pantheon, da lui immaginati come figure eteree e senza peccato, uno dopo l'altro svelano il vero volto, così distante dall'immagine che il greco si era fatto di loro.
Come già detto, torna in questo romanzo il grande tema del caso, un classico della poetica dello scrittore svizzero. La cieca casualità e il gioco delle fortune/sfortune sono il motore dell'azione, come a un certo punto è costretto a riconoscere anche il protagonista, quando, all'apice della sua repentina scalata sociale, si rende conto lucidamente di essere la pedina di un gioco cui non può opporsi, perché tutto ciò che accade sfugge al nostro controllo. Il tema del caso viene tuttavia arricchito da altri elementi, perché Greco cerca greca è in primis una feroce satira contro il convenzionalismo borghese e il culto dell'apparenza. Archilochos crede nell'incorruttibilità dei simboli del suo ordinamento morale: il vescovo, il presidente, il rettore e via dicendo. A malincuore dovrà però rendersi conto che quello dell'incorruttibilità era per l'appunto solo un parto della fantasia. Alla prova del vero, il suo sistema etico cadrà a pezzi, in uno con l'acquisizione di una nuova consapevolezza di sé e del mondo. Il potere, la religione, l'arte e la cultura si dimostrano realtà imperfette e viziate, come imperfetto e viziato è colui che le ha create, l'uomo. Ecco dunque che il caso lascia spazio al caos, perché in questo mondo imperfetto non c'è distinzione tra pubbliche virtù e vizi privati, le une e gli altri sono facce della stessa medaglia contraffatta.
Ritengo che non sia il libro più adatto per chi voglia avvicinarsi al grande scrittore svizzero. È per l'appunto un'opera minore che, pur riprendendo alcune tematiche care all'autore, difficilmente può far venire voglia di leggere altro di Dürrenmatt. Per chi invece già lo conosce e apprezza, è bene averla perché eccentrica rispetto alla sua produzione più famosa.

26 ottobre 2024

"Cowboys & Indians" di Joseph O' Connor: l'impietosa giovinezza

Acerbo è forse l'aggettivo più adatto per descrivere con un'unica parola il romanzo d'esordio dell'irlandese O' Connor, edito nel 1991, quando lo scrittore aveva soltanto ventotto anni. Ciò non significa affatto che sia un cattivo romanzo; anzi, la storia è molto coinvolgente, i personaggi sono decisamente credibili e lo stile è colloquiale senza rinunciare a qualche slancio lirico. Tuttavia, pur emergendo le tracce del futuro scrittore di razza, qualche ingenuità e forzatura nella trama tradiscono l'essere un romanzo d'esordio. Il che non è necessariamente un male; anzi, è il segno di una libertà compositiva che spesso col tempo si tende a perdere, pur di inseguire i gusti del pubblico e i desiderata delle case editrici.
Eddie Virago, il protagonista, della rockstar ha solo il nome e i sogni di grandezza. Punk della prima ora con tanto di cresta da mohicano, a ventiquattro anni decide di lasciare la natia e sonnolenta Dublino per cercare fortuna a Londra. Siamo nei primi anni Ottanta, l'Irlanda del Nord è nel pieno dei Troubles e l'eco della guerriglia si fa sentire anche nella Repubblica, dove molti sono i nazionalisti e sostenitori dell'I.R.A. Eddie però ha in testa solo la musica e vede Londra come il centro di ogni cosa, il luogo dove i suoi sogni di successo potranno diventare realtà. Sul traghetto che lo porta in Inghilterra conosce Marion, una ragazza dell'Ulster con cui inizierà una tormentata e torbida relazione, consumata nelle stanze di un sordido albergo della Capitale gestito da un affabile indiano. La loro storia d'amore, sebbene non sia proprio corretto definirla tale, è il fulcro incontro a cui ruota l'intreccio.
Cowboys & Indians è un romanzo che vorrebbe inglobare in poco meno di trecento pagine tutta la potenza incendiaria della giovinezza, la sete di vita e di obiettivi – spesso irraggiungibili – che caratterizza l'età più verde. Eddie e Marion, però, mancano proprio della freschezza della gioventù. Più o meno dipendenti dall'alcool e dalle sostanze, tormentati da un demone innominato, rosi dall'instabilità emotiva, portano addosso e nell'anima i segni di profonde cicatrici che provano a nascondere proiettandosi nell'altro, da cui cercano una risposta alle proprie domande insolute. Il loro è un rapporto tossico sin dalle prime fasi e O' Connor ne è l'impietoso cronista.
I personaggi del romanzo fanno parte di una generazione perduta, al pari di quella beat che l'ha preceduta, o forse reduce da una sconfitta persino più grande. Se infatti i beat trovavano nella musica, nella droga e nell'impegno politico delle vere e proprie ragioni di vita, la generazione post-punk descritta da O' Connor patisce il riflusso delle ideologie, è decimata dall'eroina e ascolta un genere (il punk appunto) che già nel nome si autodefinisce come musica da due soldi, di scarso valore. Eddie ne è il prototipo: arrabbiato col mondo ma privo di un'ideologia di riferimento, vuole essere underground a tutti i costi ma in fondo anela al successo. Anche il rapporto con Marion vive di questa ambivalenza: maledice il giorno in cui l'ha incontrata, eppure quando lei non c'è ne sente visceralmente la mancanza. I protagonisti e tutte le figure di contorno sono personaggi non risolti, alla ricerca di qualcuno o qualcosa in cui possano identificarsi. Per O' Connor il romanzo diventa anche un'occasione per lanciare appuntiti strali contro i suoi connazionali, quegli irlandesi che desiderano fuggire dalla terra natale ma poi, una volta a Londra, non rinunciano a frequentare i medesimi pub e a consumare pinte di Guinness nell'illusione di trovarsi ancora a casa.
Il libro a qualcuno potrebbe sembrare un relitto storico, se pensiamo a come le nuove generazioni siano cambiate nell'arco di soli trent'anni. La musica ad esempio, in uno con l'avanzare del digitale, ha perso la centralità che aveva per chi è nato fino ai primissimi anni Novanta. Eddie dunque è figlio della sua epoca e forse oggi non c'è più spazio per i suoi capelli alla mohicana. Cowboys & Indians è un romanzo che può essere apprezzato da chi ha fatto proprio il manifesto del "no future": crudo e doloroso, non lascia spazio alla speranza, come prova il drammatico finale.

29 settembre 2024

"Rondò" di Kazimierz Brandys: una rischiosa finzione

Ci sono libri di piccolo culto, sconosciuti ai più eppure amatissimi da una ristretta cerchia di ammiratori. A volte si tratta davvero di capolavori nascosti, in altri casi servono soltanto a gonfiare l'ego di quanti vogliono spacciarsi per intenditori. Rondò appartiene sicuramente alla prima categoria, come dimostrano gli autorevoli pareri di chi lo ha eletto a grande opera. «Un libro ricchissimo e a mio giudizio bellissimo», ha sentenziato il celebre critico Geno Pampaloni; «i signori di Stoccolma dovrebbero dargli il Nobel», ha azzardato Grazia Cherchi.
Kazimierz Brandys (1916-2000) è stato uno dei più importanti scrittori polacchi del Novecento, autore di opere che hanno descritto il clima politico e culturale del Paese natale nei durissimi anni tra l'occupazione tedesca e il dopoguerra con l'avvento del comunismo. Rondò è uno dei suoi lavori più acclamati.
«La carriera, la fortuna, il successo, non ho mai voluto pensarci, in tutta la mia vita non ho avuto nemmeno un successo, né del resto l'ho cercato. Mi si potrebbe definire un perdente, uno che ha sprecato le proprie possibilità.»
Così si definisce impietosamente Tom, protagonista e io narrante della vicenda. È un giovane nato in provincia, figlio di un insegnante e orfano di madre, la cui vita cambia radicalmente quando si trasferisce nella vivace Varsavia degli anni Trenta per studiare legge all'università. Qui, per il tramite di un amico, conosce Tola, un'attrice di teatro di cui si innamora perdutamente. Sarà l'incontro che gli cambierà per sempre la vita.
«Tola Mohoczy era allora all'inizio della sua grande carriera teatrale, io invece potevo solo vantarmi di essere stato ammesso al secondo anno di Legge. Cosa mai ci unì? L'unica risposta che posso dare: il destino.»
Destino è la parola chiave del romanzo. Tola è una donna libera, eccentrica, emancipata, spregiudicata; pur concedendosi talvolta a Tom, non accetta legami stabili, anche perché a sua volta è innamorata dell'enigmatico Cezar. Allora Tom decide di giocare una partita impari col destino: per soddisfare il desiderio di avventura di Tola, finge di essere promotore e capo di un inesistente gruppo di resistenza armata contro l'invasore nazista, chiamato appunto Rondò. Affida alla ragazza compiti all'apparenza rischiosi, ma in realtà del tutto innocui. Attraverso questo stratagemma crede di mostrarsi interessante agli occhi di Tola e soprattutto spera di poter diventare arbitro dei suoi destini, legandola indissolubilmente a sé. Il destino però non si lascia governare e il gioco si ritorce contro il suo inventore. Brandys ci insegna che nessuno può sfuggire alla tirannide di un fato che è già scritto e non può essere mutato. Anzi, forzare gli eventi in nome di un presunto libero arbitrio è controproducente e pericoloso.
La Varsavia occupata del lustro 1939-1945 è il palcoscenico della storia. Una città che prosegue la propria vita nonostante l'occupazione nazista; anzi, in tutto il romanzo non compare neppure un tedesco. Bar, teatri, appartamenti e tram sono il centro dell'azione; Brandys riesce a ricostruire con mille dettagli il clima di un'epoca e lo spirito di una città occupata dall'invasore, precaria ma al tempo stesso sempre uguale a se stessa.
Rondò si è rivelato un libro tutt'altro che semplice. L'ho acquistato perché incuriosito dalla trama, eppure ho faticato molto per arrivare alla conclusione. La lettura non è agevole a causa dei continui salti temporali: l'io narrante si muove sempre su almeno due piani, il periodo dell'occupazione e quello post-bellico, intrecciandoli spesso. Ciò mi ha sovente confuso, costringendomi a rileggere più volte alcuni passaggi. Il romanzo peraltro non è suddiviso in capitoli o paragrafi: è un lungo monologo di oltre trecento pagine scritto sotto forma di lettera al direttore di un giornale, senza pause o interruzioni. Leggerlo è un'esperienza immersiva ma faticosa; a tratti sembra quasi di essere investiti dalle parole di Brandys e di non riuscire a prendere fiato. Ovviamente non metto in discussione la grandezza dell'opera, se tanti e più autorevoli di me l'hanno giudicata grandiosa. Verosimilmente, Rondò si è rivelato al di sopra delle mie possibilità, forse anche perché, ignorando la storia, la letteratura e il teatro polacchi, non ho saputo cogliere tutti gli spunti culturali di cui il libro è ricco.