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4 agosto 2026

L'orrore e la bellezza: "Torneranno i prati"

L'ultima regia di Ermanno Olmi non è propriamente un film di guerra, bensì un film sulla guerra, quella "brutta bestia che gira il mondo e non si ferma mai", come la definì un fante citato nei titoli di coda. Torneranno i prati fu salutato da opinioni contrastanti alla sua uscita nel 2014: da un lato, quelli che ne elogiavano l'aspetto più squisitamente poetico, dall'altro, quanti lo contestavano in punto di verosimiglianza storica. Al di là di ogni considerazione, resta il testamento visivo di uno dei grandi protagonisti e innovatori del cinema mondiale.
Siamo nel 1917, sul fronte italiano, poco prima del disastro di Caporetto. In uno sperduto avamposto trincerato del nord-est presta servizio un gruppo di soldati del Regio Esercito, comandati da un capitano gravemente malato. Oltre la terra di nessuno, così vicino che se ne può sentire la voce, c'è il nemico. Gli austro-ungarici non si vedono mai nel corso della pellicola; tuttavia, a differenza del nemico mai giunto del Deserto dei Tartari, ogni tanto fanno sentire la loro presenza con i colpi dei cecchini e i pesanti bombardamenti di artiglieria. Tutt'intorno immensi boschi e montagne innevate, una natura selvaggia e magnifica, purtroppo stuprata dalla guerra degli uomini. È pieno inverno e la trincea è sommersa dalla neve; all'interno, i soldati passano il tempo intabarrati e infreddoliti, alternando i turni di guardia alle lunghe nottate di veglia. La distribuzione della posta e del rancio sembrano essere gli unici eventi rilevanti, in quell'avamposto che pare dimenticato da Dio e dagli alti comandi. L'arrivo improvviso di un maggiore e di un giovane tenente cambia però le sorti dei poveri fanti. I due ufficiali sono latori di un ordine suicida: c'è da piazzare un cavo telefonico oltre la terra di nessuno, in modo da poter riferire al Comando i movimenti del nemico. Da quel momento, la brutalità della guerra irrompe anche nel piccolo avamposto.
Come ho scritto all'inizio della recensione, Torneranno i prati non è propriamente un film di guerra: non ci sono combattimenti, il nemico non si vede e, a parte la terribile scena del bombardamento, non ci sono accelerazioni brusche. La pellicola mantiene un ritmo lento, nonostante la durata inferiore all'ora e mezza. Se dunque si vuole vedere un film di guerra nel senso più classico del termine, meglio orientarsi su altre pellicole, come, per limitarsi alla Grande Guerra, il recente 1917, le varie versioni di Niente di nuovo sul fronte occidentale, oppure l'epocale Uomini contro. Questo è, invece, un film sulla guerra, ossia un racconto di straordinaria intensità drammatica sul senso di precarietà degli uomini al fronte, sulla miseria del quotidiano (il rancio, il freddo, la malattia), sulle attese snervanti, sugli sguardi resi lucidi dalla follia, sull'impressione che la vita sia appesa a un filo e che la Morte vi armeggi intorno con le forbici in mano. E infatti, nonostante la quasi totale assenza di combattimenti, i poveri fanti contadini pagano egualmente un tributo altissimo e muoiono suicidi, di malattia, sacrificati in inutili sortite dall'ottusità dello Stato Maggiore.
Alcuni attenti osservatori hanno evidenziato la poca verosimiglianza storica di alcuni dettagli. Sottigliezze, a mio avviso, se ci si sofferma sul senso profondo della pellicola. Olmi ha utilizzato la guerra come scenografia per raccontare una storia che, pur non mancando di brutalità, è prima di tutto un inno alla poeticità dell'esistenza e alla potenza del sentire umano e della compassione, anche nelle peggiori tragedie. Si pensi alla scena del soldato napoletano che canta sul parapetto della trincea, applaudito dagli stessi nemici; poco verosimile, forse, eppure di grande intensità lirica. Torneranno i prati racconta bene il dolore, la paura e l'angoscia dei poveri fanti contadini, grazie a una buona prova di tutti gli attori, tra cui Claudio Santamaria, Francesco Formichetti e Camillo Grassi (davvero evocativo il suo mutismo nel ruolo dell'attendente). Al tempo stesso, come suggerisce il titolo, c'è anche un fondo di fiducia nel futuro, nella consapevolezza che la guerra finirà e la natura riprenderà il suo silente e indifferente dominio, seppellendo il corpo dei morti e la memoria dei vivi.
Un discorso a parte merita la splendida fotografia, curata dal Maestro assieme al figlio Fabio. Il film è stato girato a colori, ma in fase di post-produzione si è proceduto a una sorta di "sottrazione" digitale di alcuni toni. I colori prevalenti sono dunque il marrone delle divise, il grigio della bruma e dei fumi, il bianco accecante della neve, l'azzurro del cielo e il blu cupo delle montagne. Il risultato finale è un'atmosfera algida, una sorta di bianco e nero su cui spiccano improvvisi barbagli di colore, come il rosso del sangue, il giallo delle esplosioni e l'oro del larice in una delle scene di maggiore lirismo. Sempre in merito alla fotografia, colpisce la contrapposizione tra l'angustia della trincea e gli spazi immensi delle catene montuose all'esterno; per un voluto paradosso visivo, sembra quasi che la guerra esista solo all'interno del rifugio, dove teoricamente si è al sicuro, mentre gli spazi aperti sono rassicuranti e ammantati di pace, sebbene è lì che si muoia.
Pur con alcuni limiti giustamente evidenziati dalla critica, è indubbio che Ermanno Olmi abbia chiuso la sua straordinaria carriera con una pellicola che racchiude molte delle tematiche a lui più care: l'attenzione verso gli ultimi, l'amore per la natura e la montagna, il profondo rispetto verso i dialetti e la capacità di guardare il mondo con un occhio poetico, contemplativo, colmo di stupore quasi religioso.

24 novembre 2025

"L'isola misteriosa" di Jules Verne: il più classico tra i classici

«Maestro, quanti sogni avventurosi
sognammo sulle trame dei tuoi libri!
[…]
Pace al tuo grande spirito disperso,
tu che illudesti molti giorni grigi
della nostra pensosa adolescenza.»
In morte di Giulio Verne non è la più famosa tra le poesie di Gozzano, eppure è un piccolo gioiello che vibra di sincera commozione e gratitudine. Un tempo erano i romanzi d'avventura ad accendere la fantasia dei giovani, ancora prima del cinema e dei fumetti. Gli scrittori erano dunque considerati dei miti, come poi accadrà con attori e rockstar.
Tra tutti i romanzi di Verne, L'isola misteriosa è uno dei più celebri, nonché uno dei migliori a giudizio di critici e lettori. È un classico intramontabile che merita di essere letto a tutte le età, perché oltre al piano squisitamente narrativo contiene riflessioni sempre valide che si possono apprezzare anche da adulti. La vicenda si svolge durante la Guerra civile americana, a metà dell'Ottocento. Cinque uomini vengono fatti prigionieri dai sudisti e condotti nella città di Richmond, dove possono muoversi liberamente ma da cui non possono allontanarsi. Durante una notte di tempesta riescono tuttavia a imbarcarsi a bordo di un pallone aerostatico, mollano le zavorre e scompaiono tra le nubi. Dopo un lungo e faticoso viaggio naufragano su un'isola apparentemente deserta, da loro ribattezzata Isola Lincoln.
Con questo libro Jules Verne cantò la cieca fiducia nelle sorti progressive dell'umanità. I cinque protagonisti infatti, sbarcati coi soli vestiti addosso e poco altro, col duro lavoro e avvalendosi della propria intelligenza riescono a insediarsi nella terra in cui il caso li ha gettati, trasformandola da landa desolata in colonia autosufficiente. Questa fiducia assoluta nell'uomo e nei suoi mezzi è un valore tipicamente ottocentesco, quando il rapido progresso della scienza e della tecnologia dava l'idea che tutto fosse possibile. Purtuttavia Verne, da precursore dei tempi qual era, anticipò anche alcuni principi ecologisti che si sarebbero fatti largo nel secolo successivo, come la consapevolezza della limitatezza delle risorse naturali, una certa coscienza ambientalista e l'amaro convincimento che il potere dell'ingegno umano è destinato ad arrendersi di fronte alle sovrane leggi di madre natura.
I cinque protagonisti della vicenda sono uomini del loro tempo. Cyrus Smith, il capo indiscusso, è un ingegnere; la sua sapienza tecnica e scientifica è illimitata e non esiste campo del sapere in cui non sia versato. Il secondo più autorevole è Gideon Spilett, giornalista di professione che non disdegna di abbandonare la penna per dedicarsi ai lavori manuali. Harbert, il più giovane del gruppo, è un ragazzo che studia da naturalista: piante e animali non hanno segreti per lui. Pencroff è invece un burbero marinaio, che sotto la scorza del lupo di mare nasconde un cuore d'oro. Infine c'è Nab, cuoco abilissimo e anch'egli espertissimo di tutti i lavori manuali. Nab è un uomo di colore ed è il personaggio che parla di meno e spesso si esprime con una disarmante ingenuità. Questa caratterizzazione stereotipata, persino velatamente razzista, è tuttavia figlia del suo tempo e come tale va inquadrata. Ciò non rispecchia però le idee dei suoi compagni, tutti convinti antischiavisti che trattano Nab con massimo rispetto e amicizia. Un sesto membro della spedizione è il cane Top, quadrupede fedele e intelligente che in più di un'occasione si rivela un aiuto preziosissimo. Infine non si può dimenticare l'Isola Lincoln, forse il vero protagonista del romanzo. Verne l'ha descritta così minuziosamente che i suoi paesaggi rimangono scolpiti nella mente del lettore, dando quasi l'impressione di trovarsi lì a condividere le peripezie del gruppo di coloni.
L'isola misteriosa è un libro su cui si è scritto di tutto, né è possibile aggiungere alcunché. Come tutti i grandi classici, però, ha sempre qualcosa da dire. In primis è una storia senza tempo che contiene tutti gli ingredienti dell'Avventura con la A maiuscola: un'isola sperduta e non segnata sulle carte, alcuni eventi inspiegabili e persino inquietanti, un rompicapo da risolvere, una misteriosa e invisibile presenza salvifica, lotte contro animali feroci e invasioni di pirati, burrasche ed eruzioni vulcaniche. Tutti ingredienti che sanno accendere la fantasia dei lettori a prescindere dalla data di nascita, purché abbiano voglia di lasciarsi trasportare dalla formidabile penna del Maestro Jules Verne.
Una recente edizione Feltrinelli

31 agosto 2025

"Sulla collina nera" di Bruce Chatwin: il respiro di due vite

Questo libro è la prova che Chatwin non era solo un cronista di viaggi, veste in cui di solito viene ricordato, ma principalmente un ottimo narratore. Il racconto della vita dei fratelli Jones possiede infatti il respiro delle grandi saghe familiari, nonché un'impronta di perfetta compiutezza letteraria che appartiene soltanto ai grandi romanzi. Per quanto forse sia un giudizio azzardato, ritengo che Sulla collina nera non possa mancare in un'ideale biblioteca del Novecento europeo.
La vicenda è ambientata in Galles, ma potrebbe allo stesso modo svolgersi negli Stati Uniti rurali o in uno qualsiasi dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, oppure in Estremo Oriente; è infatti una storia profondamente britannica ma al tempo stesso universale. Chatwin ha saputo raccontarla secondo un punto di vista "locale" e tuttavia non provinciale, se è vero che, al netto dell'ambientazione, alcune delle tematiche trattate sono comuni a buona parte della letteratura novecentesca. Curioso è il fatto che proprio lui che ha girato il mondo e ha sempre prediletto gli spazi immensi e senza confini (si legga In Patagonia), abbia poi ambientato il suo più grande romanzo in uno spazio confinato, un lembo di terra gallese ai piedi della Black Hill, l'altura del titolo.
Sulla collina nera è principalmente la storia dei gemelli Benjamin e Lewis Jones. Invero il romanzo segue pedissequamente l'esistenza dei due, dalla nascita alla fine dell'Ottocento fino ai loro ultimi giorni negli anni Ottanta dello scorso secolo. Tuttavia si tratta di un'affermazione riduttiva, per quanto corretta. Chatwin infatti ha costruito un grande romanzo corale, cosicché si può ben dire che Sulla collina nera sia la storia di una comunità rurale che attraversa quasi senza accorgersene le grandi rivoluzioni del Ventesimo secolo: due guerre mondiali, la diffusione delle automobili, la nascita e lo sviluppo del trasporto aereo, le controculture, i movimenti di protesta, il subbuglio politico dell'epoca thatcheriana, le crisi economiche dei dopoguerra e le rinascite. Tutti questi eventi passano sopra quel pezzo di terra gallese e lo scalfiscono a poco a poco, pur non riuscendo a mutarne le solide radici più profonde. 
Lewis e Benjamin sono nati all'ombra della collina nera e ivi trascorrono tutta la loro esistenza, senza mai abbandonare la fattoria ereditata dai genitori, chiamata icasticamente "La Visione". Apparentemente indistinguibili, sono in realtà profondamente diversi. Lewis è un sognatore riottoso, recalcitrante ma infine sottomesso alle regole stabilite prima dai genitori e poi dal fratello; egli vorrebbe fuggire dalla Visione e condurre un'esistenza diversa, ma obtorto collo finisce per soccombere. Benjamin è pratico, poco avvezzo al mondo esterno e per nulla desideroso di conoscerlo; ama il gemello ai limiti dell'ossessione e lo lega a sé, in un'esistenza sempre uguale scandita soltanto dal ritmo delle stagioni. Benjamin è la catena che lega l'uomo alla terra, Lewis il cane che vorrebbe morderla per fuggire via. Ciononostante, gli anni passano uno dopo l'altro senza che i grandi cambiamenti della storia mutino le sorti degli abitanti della Visione e delle terre intorno.
Chatwin descrive una Gran Bretagna rurale in parte diversa da quella a cui ci avevano abituato scrittori come Hardy (La brughiera); egli rappresenta una campagna amena ma avara come quella dell'americano Caldwell, abitata da uomini e donne che conducono spesso un'esistenza misera e brutale. Benjamin e Lewis grazie al duro lavoro possono dirsi finanche agiati, eppure nulla godono delle loro ricchezze: rosi dall'ossessione dell'accumulare nuova terra, consumano la vita nell'ansia di sprofondare nella medesima miseria di alcuni loro vicini. Per questo non hanno tempo di volgere lo sguardo al progresso e si chiudono sempre di più nelle loro abitudini. La Visione è dunque il loro hortus conclusus, uno spazio chiuso che al tempo stesso li preserva e li limita. Chatwin tuttavia non giudica i gemelli, posa uno sguardo benevolo su di loro, li tratta come gli ultimi eredi di una razza in via di estinzione, tenacemente refrattaria alla modernità e protagonista di una storia senza tempo.
Lo stile merita una riflessione a parte. Dialoghi e parti descrittive sono perfettamente dosati, soluzione tanto più necessaria in quanto il libro copre più di ottant'anni in poco meno di trecento pagine. Dense e vivide sono poi le descrizioni del paesaggio rurale inglese, arricchite da innumerevoli nomi di arbusti, fiori rari, alberi e uccelli.
Sebbene non sia consigliabile a chi cerca nei libri le emozioni forti, Sulla collina nera è un romanzo potente e armonioso, che conquista alla distanza.

5 agosto 2025

"Viaggi con Charley alla ricerca dell'America" di John Steinbeck: un on the road a metà

Il viaggio in lungo e in largo attraverso gli Stati Uniti, coast to coast oppure da nord a sud, è un vero e proprio topos della letteratura nordamericana, da Kerouac fino ai giorni nostri. Tanti coloro i quali hanno tentato l'impresa per desiderio d'avventura utilizzando ogni mezzo, compresi quelli di fortuna; tra questi, numerosi giornalisti e scrittori che hanno lasciato dettagliati resoconti. Come noto, la letteratura di viaggio è ben più antica e conta opere decisamente più autorevoli e celebri, eppure è indubbio che gli States abbiano un fascino ineguagliabile che attira le anime inquiete o i semplici sognatori. Sarà per gli spazi immensi e la varietà del paesaggio, oppure per l'immaginario on the road costruito da decine di pellicole, oppure per la naturale seduttività di un territorio al tempo stesso fortemente antropizzato e selvaggio, fatto sta che non si contano i diari di viaggio e i romanzi dedicati al tema.
Persino un Premio Nobel ha voluto dare il suo personale contributo. Alla fine dell'estate del 1960 il cinquantottenne Steinbeck, già scrittore celebrato e famoso, decise di intraprendere un lungo viaggio nel suo Paese, seguendo un itinerario praticamente circolare che partiva da Sag Harbor, cittadina costiera dove aveva una seconda casa. Ciò che spinse Steinbeck a tentare l'impresa, sebbene non fosse più giovanissimo, fu l'urgenza di conoscere la propria patria, essendosi reso conto di non conoscerla affatto, o meglio di non conoscerla più. Negli ultimi tempi egli aveva vissuto prevalentemente a New York, in una dimensione artificiale, frenetica e multiculturale che nulla aveva a che vedere con lo spirito più profondo degli Stati Uniti. Il desiderio di recuperare quello spirito smarrito spinse dunque l'autore a organizzare meticolosamente un arduo viaggio in solitaria.
Oltre all'io narrante, due sono gli altri personaggi principali del libro, a cui ci si affeziona presto. Il primo è Charley, un cane di razza barbone francese che si rivela un'eccezionale compagnia soprattutto nelle fredde notti in solitaria. Ovviamente non parla, eppure è in grado di capire e di comunicare a modo suo. Il secondo è Ronzinante, nome perfetto per designare una specie di furgone camperizzato con potente motore V6 a benzina, dotato di ogni specie di comfort, compreso un letto doppio, una cucina, un tavolo ribaltabile e i servizi igienici. L'uomo, il cane e il furgone, come i tre amici del celebre romanzo di Jerome, partono così all'avventura, prediligendo le strade secondarie alle grandi arterie autostradali. Sul punto Steinbeck ha un'idea ben chiara: se vuoi conoscere e vedere il paese reale, non devi affidarti alle strade a grande e veloce scorrimento, in cui si passa senza guardarsi intorno, ma imboccare le vie secondarie, quelle che attraversano i villaggi, i boschi, le campagne, i motel e le rivendite di cianfrusaglie che crescono come funghi ai loro bordi. Una filosofia assai simile a quella di Least Heat-Moon nel suo altrettanto celebre (e forse finanche più bello) Strade blu.
Tuttavia, rispetto ad altri reportage simili, Viaggi con Charley non mi ha entusiasmato. Il motivo risiede nel fatto che il libro può essere suddiviso in due parti, la prima decisamente riuscita e la seconda meno coinvolgente. La prima parte copre pressappoco il primo quarto dell'itinerario seguito da Steinbeck, ossia la parte nord-orientale e quella settentrionale degli Stati Uniti, al confine con il Canada. La scrittura è trascinante, soprattutto quando l'autore racconta le lunghe nottate passate in solitaria ai bordi delle strade in bivacchi improvvisati: sembra quasi di essere al suo fianco a condividere l'avventura. Steinbeck si dilunga in particolari, descrive i paesaggi e le persone incontrate, condivide col lettore la sua quotidianità anche negli aspetti più prosaici. In parole povere, si percepisce il suo entusiasmo iniziale. La seconda metà, invece, sebbene copra la gran parte del tragitto, è frettolosa, come se la stanchezza avesse preso il sopravvento. L'autore ne è consapevole e non nasconde questo senso di fatica che lo colse in itinere; sebbene se ne apprezzi l'onesta, ne esce fuori un libro poco equilibrato nelle sue parti. L'entusiasmo delle prime pagine cede il passo alla stanchezza, le descrizioni da dettagliate diventano frettolose, si percepisce la voglia di Steinbeck di tornare a casa e mettere una pietra sopra quell'idea balzana, realizzata forse fuori tempo massimo. È dunque un on the road riuscito a metà, così come l'obiettivo ultimo del viaggio, riscoprire il vero spirito americano, che non può dirsi pienamente realizzato.
Al di là di questo aspetto, va rimarcato che il libro è ricco di riflessioni profonde e ancora attuali sul rapporto tra passato e presente, sull'inquinamento, l'urbanizzazione selvaggia, l'eterna lotta tra innovazione e tradizione, tra rispetto delle radici e desiderio di tagliarle una volta per tutte. È inoltre una feroce critica al consumismo, alla globalizzazione del pensiero, del linguaggio e dei bisogni, nonché un durissimo atto d'accusa contro le discriminazioni razziali che negli anni Sessanta del ventesimo secolo ancora infestavano gli Stati del Sud, Texas e Louisiana su tutti. Se volete ascoltare una voce autorevole su queste tematiche, lo consiglio; se invece cercate soltanto la pura evasione, meglio dirigersi su altri romanzi, come il celeberrimo Sulla strada, il citato Strade blu, oppure una qualsiasi delle opere di Bill Bryson.

23 agosto 2024

"Notizie da un'isoletta" di Bill Bryson: la Gran Bretagna che non ti aspetti

Bill Bryson non è solo un giornalista e uno scrittore di reportage di viaggio, ma è un vero e proprio compagno di avventure. Col suo stile ironico e l'innata curiosità, unitamente alla capacità di far rivivere sulla carta persone e luoghi, si propone al lettore quasi come un vecchio amico che snocciola racconti di viaggio davanti a un focolare e una tazza di caffè bollente. Avevo già avuto modo di apprezzare queste doti in America perduta e soprattutto nel meraviglioso Una passeggiata nei boschi, dettagliato resoconto di una lunghissima escursione sul celebre Sentiero degli Appalachi.
Notizie da un'isoletta (prima edizione, 1995) racconta il viaggio di otto settimane da lui intrapreso in Gran Bretagna a metà degli anni Novanta, partendo dal sud e arrivando fino in Scozia, passando per l'affascinante Galles. Bryson non era tuttavia un turista o un escursionista improvvisato, avendo vissuto e lavorato in Inghilterra per circa vent'anni. Prima di lasciare definitivamente il Paese adottivo per fare ritorno negli Stati Uniti, decise dunque di intraprendere questo viaggio e di scrivere un libro sull'esperienza. L'isoletta del titolo è ovviamente la Gran Bretagna ed è tale agli occhi di un americano, abituato agli sterminati spazi della madrepatria. La parola non ha tuttavia un significato sminuente; anzi, lo scrittore mette proprio in evidenza quante meraviglie storiche, naturalistiche e artistiche siano presenti in un territorio relativamente piccolo. Treni, alberghi, strade, sentieri e viali cittadini sono lo sfondo delle avventure di Bryson, che si diffonde ampiamente su particolari storici e paesaggistici, non disdegnando dissertazioni colte e strali polemici, sempre tuttavia mediati dall'ironia. Predilige i mezzi pubblici e le proprie gambe, per cui ne risulta un viaggio lento, a misura d'uomo, ricco di deviazioni e soste anche in luoghi meno noti.
Partendo dal porto di Dover e arrivando a John O'Groats, località che segna il punto più settentrionale della Scozia, Bryson descrive i luoghi e le persone, elencando curiosità e aneddoti, talvolta in maniera fin troppo troppo dettagliata. Ne viene fuori un ritratto insolito e pittoresco della Gran Bretagna e del modo di vivere dei suoi abitanti, così diversi dagli stereotipi cui siamo abituati. Attraversando sia le zone rurali che i medi e grandi centri urbani, il viaggio di Bryson desta curiosità nel lettore, proponendo un originale quadro d'insieme dell'isola. Scopriamo così una terra che non ha nulla da invidiare ad altri luoghi, spesso superficialmente giudicati "più belli".
A mio avviso le parti più gustose sono quelle in cui l'autore racconta le sue disavventure durante i tragitti sui treni della British Railways, nonché in alcuni alberghi e pensioni dove ha pernottato. Tra cronici ritardi, coincidenze mancate, gestori inospitali, condizioni igieniche precarie e pasti disastrosi, queste pagine strappano più di un sorriso e, soprattutto, trasmettono l'impressione di cui ho parlato prima, quella di ascoltare le irresistibili peripezie di un vecchio amico.
Lo sguardo di Bryson, in questo come in altri suoi libri, è al contempo impegnato e disincantato. Impegnato perché lo statunitense non esita a lanciare le sue critiche contro le brutture della modernità e i mostri architettonici che avrebbero, a suo avviso, tradito lo spirito più profondo dell'isola. Disincantato perché il giornalista americano ha il pregio di non seguire un itinerario tracciato, ma di affidarsi all'intuito e alla sensazione del momento, scoprendo luoghi poco noti al grande pubblico, rivelando con estrema naturalezza e senza pregiudizi lo spirito più profondo di un Paese e della sua gente.
Il libro è piacevole, sebbene in alcuni punti l'autore si dilunghi su particolari e aneddoti di storia locale non sempre interessanti, almeno per il lettore italiano. Per queste ragioni, per chi avesse voglia di leggere qualcosa di Bryson, consiglio di cominciare con il citato Una passeggiata nei boschi, più divertente e godibile.

12 febbraio 2024

"La fonte ai confini del mondo" di William Morris: dove tutto è cominciato

Quando si parla di generi letterari o correnti artistiche, c'è sempre divergenza di opinioni circa l'individuazione dell'artista capostipite o dell'opera archetipica. Ciò vale anche per la letteratura fantastica, specialmente per il suo sottogenere noto come fantasy. Se infatti la storia del fantastico è antica quanto l'uomo, come ci insegna Todorov in un suo celebre saggio, il fantasy è invece relativamente recente, risalendo alla seconda metà dell'Ottocento. Sia pure con le dovute cautele, molti concordano che La fonte ai confini del mondo (1896) dell'inglese William Morris possa essere considerato il primo romanzo fantasy della storia, tanto che fu di ispirazione per i grandi maestri del genere, Tolkien e Lewis. Morris nacque a Walthamstow nel 1834 e morì nel 1896; fu scrittore di prosa, poeta, architetto, editore e pittore legato al movimento preraffaellita, nonché attivista politico vicino al socialismo. La fonte ai confini del mondo è stata a lungo inedita in Italia; la prima edizione Fanucci è infatti del 2005, poi ristampata nel 2019.
La trama riprende pedissequamente alcuni tòpoi della letteratura cortese e cavalleresca. In un'epoca che somiglia al Medioevo c'è una terra immaginaria su cui regnano diversi sovrani. Uno di questi è Peter, un regulus che regna sulla felice Upmeads. Peter ha quattro figli e i tre maggiori lasciano la terra dei padri per fare fortuna nel mondo. Il più piccolo, Ralph, è destinato a rimanere a Upmeads; tuttavia il suo temperamento temerario lo spinge ad allontanarsi di nascosto dagli amorevoli genitori. Così un bel giorno parte senza una meta precisa. Inizialmente segue un indefinito desiderio d'avventura, fino a quando viene a conoscenza di una miracolosa fonte che dona eterna giovinezza, salute, felicità e avvenenza a chiunque riesca a bere le sue acque. Senza esitazioni Ralph parte alla ricerca della sorgente, tra mille peripezie che gli faranno acquisire fama, sapere e gloria.
Il tema centrale del romanzo è proprio il viaggio; in ciò si ravvisa l'influenza maggiore che Morris ha avuto sugli altri maestri del genere. Il suo protagonista è perennemente in movimento, a piedi o a cavallo; egli visita città e castelli, attraversa boschi e deserti, valica montagne e supera colline, guada torrenti e fiumi impetuosi, conosce uomini e donne di ogni risma. Le descrizioni delle peregrinazioni di Ralph sono a mio avviso il punto forte del romanzo; forse soltanto Tolkien riuscirà a rendere con maggiore realismo e vividezza lande selvagge e paesaggi immaginari. Morris è, sotto questo aspetto, uno scrittore "ottocentesco", minuzioso nelle descrizioni e attento nei particolari; molte pagine offrono davvero un'esperienza immersiva, sicché sembra di camminare assieme ai suoi personaggi in terre lontane e amene. I dialoghi invece sono spesso verbosi, oltre che improntati a un tono moraleggiante che appesantisce la lettura. Tutti i personaggi, anche i più umili, sfoggiano un linguaggio forbito da poeta cortese che appare poco credibile, rendendo indistinguibile il misero bracciante dal potente abate, il rozzo guerriero dal letterato.
Un altro aspetto poco convincente è che i personaggi sono stereotipati secondo una rigida visione manichea che esaspera gli aspetti buoni e quelli cattivi, senza vie di mezzo. Mi duole dire che in alcuni frangenti ho trovato insopportabile il protagonista. Ralph è l'emblema dell'eroe senza macchia e senza paura: bello, coraggioso, saggio, giusto, in una parola perfetto. A tratti tracotante, non ha l'ingenuità della giovinezza che me l'avrebbe reso più simpatico; nessun dubbio lo sfiora, nessuna difficoltà sembra insormontabile per lui. Per queste ragioni diventa difficile immedesimarsi o anche solo empatizzare con lui, in quanto Morris non instilla mai il dubbio che Ralph possa fallire nella sua missione, per cui l'esito della vicenda appare scontato già dalle prime pagine. Anche gli altri personaggi hanno una psicologia poco approfondita e risultano appiattiti su un'unica dimensione: Ursula è l'incarnazione del bene, il signore di Utterbol quella del male, e così via.
La vera originalità dell'opera, quella che ci fa dire che con Morris "tutto è cominciato", è il perfetto assemblaggio di miti, leggende, tradizioni orali, poemi epici e amor cortese in una storia complessa e abbastanza avvincente. Lo scrittore inglese comprese prima di ogni altro il grande potenziale racchiuso in queste storie tramandate da secoli, purché venissero rielaborate in chiave più moderna per adattarsi ai gusti del pubblico. L'apprezzamento dei suoi colleghi conferma la validità dell'intuizione di Morris.
Mi sono approcciato alla lettura del libro con grande entusiasmo, memore delle piacevoli ore trascorse in compagnia di Tolkien. Le mie aspettative sono rimaste parzialmente deluse per le ragioni anzidette. Non sono un esperto di letteratura fantasy, eppure ritengo che la mancanza di elementi quali la magia, il soprannaturale e l'orrido non consenta di ascrivere completamente il libro al genere. Peraltro il volume è ricco di riferimenti al cristianesimo, per cui il mondo inventato da Morris non è poi così diverso dal nostro Medioevo. La fonte ai confini del mondo è un racconto d'avventura, o meglio un romanzo cavalleresco dalle tinte fantastiche, ma non un fantasy a tuttotondo. Se si accetta questa premessa, resta un libro godibile perché narra una storia senza età che sa accendere la fantasia dei lettori.

19 agosto 2023

"Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?" di Johan Harstad: una magnifica desolazione

Quando i tecnici della NASA domandarono al secondo uomo sceso sulla Luna, Buzz Aldrin, quali fossero le sue impressioni sul luogo in cui si trovava, l'astronauta pronunciò tre semplici parole, destinate a entrare nella storia per la loro forza descrittiva: «desolazione, una magnifica desolazione». Aldrin è il rappresentante del popolo dei secondi, delle medaglie d'argento, di quelli che arrivano dopo il primo e sono destinati a essere dimenticati dai più. Come i gregari nel ciclismo: gambe d'acciaio che preparano la volata ai velocisti e si defilano dopo aver pedalato in avanscoperta per decine di chilometri.
Aldrin è l'idolo di Mattias, protagonista del romanzo d'esordio di questo scrittore norvegese, edito nel 2005 e pubblicato in Italia da Iperborea. Mattias vive a Stavanger, città industriale tra le più grandi della Norvegia. In pochi giorni la sua vita capitola: prima viene lasciato dalla storica fidanzata dopo tredici anni di relazione e successivamente perde l'amato lavoro da vivaista. Egli non comprende subito che i ripetuti fallimenti dipendono dalla sua scelta di isolarsi piano piano, di abbandonare il palcoscenico della vita per essere un semplice ingranaggio del sistema, un gregario alla Aldrin che porta avanti il suo compito senza essere visto. Il suo atteggiamento è il "vivere nascostamente" di Epicuro, cui ha disatteso un'unica volta nella vita, quando ha cantato alla festa del liceo, cogliendo persino un successo inaspettato. Rimasto solo e senza lavoro, Mattias accetta l'invito di un amico musicista che lo vuole come tecnico del suono della sua band in tour nelle Isole Faroe. Sia pur riluttante, si imbarca per le remote isole e, a causa di una serie di vicende che non anticipo, si ritrova a soggiornare a tempo indeterminato in una casa famiglia per malati psichiatrici. Qui ha inizio la seconda stagione della sua vita, inaspettata e sorprendente.
In parte romanzo di formazione e in parte amaro resoconto di una catastrofe, il racconto assesta più di un pugno allo stomaco del lettore. Inizia come un'ordinaria storia dei nostri tempi, per poi affrontare tematiche complesse come la salute mentale, il fallimento del modello scandinavo del welfare State, la solitudine, l'emarginazione, la profonda crisi dell'uomo contemporaneo. Il punto di svolta è l'arrivo alle Isole Faroe, una terra meravigliosa, verdissima ma senza alberi, la trasposizione terrena della magnifica desolazione di cui parlava Aldrin allunato nel Mare della Tranquillità. Il libro diventa così l'occasione per conoscere un Paese a noi quasi ignoto, ricordato dai più per la rappresentativa calcistica che ogni tanto ha incontrato la nostra nazionale.
Harstad costruisce un magnifico paradosso: il suo Mattias, convintosi a rimanere alle Faroe per essere finalmente invisibile, si rende invece importante agli occhi degli altri proprio in quella terra desolata. Il messaggio del romanzo sembra dunque essere questo: si può tentare di fuggire, allontanarsi da tutto e da tutti e vivere come eremiti, eppure ci sarà sempre qualcuno ad attenderci, qualcuno per cui siamo importanti e che non accetterà di perderci per sempre. Mattias ritrova se stesso quando si riappropria del senso di appartenenza alla comunità umana, che aveva perduto nella natia Stavanger. Egli si scopre dunque malato, affetto da un male dell'anima che aveva sempre confuso per inclinazione caratteriale. La cura è nell'uscire allo scoperto e condividere un progetto con altre persone, per quanto si tratti di un progetto folle, come avrà modo di capire chi leggerà il volume.
Harstad aveva soltanto ventisei anni quando pubblicò Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?. Eppure, leggendo il volume si direbbe che sia stato scritto da un autore più maturo: Harstad sa dosare i registri drammatico e comico, rifugge dal consolante lieto fine e approfondisce adeguatamente alcune tematiche scomode. Neppure si rinvengono quelle ingenuità nello stile e nei contenuti che di solito caratterizzano le opere prime. Il finale in tal senso è esemplare: onirico e utopistico, ha la consistenza dei sogni eppure è perfettamente credibile.

6 giugno 2023

"La voce delle onde" di Yukio Mishima: la poetica dei semplici

Negli anni Cinquanta del Novecento il Giappone non era ancora la potenza economica che conosciamo. Il Paese era uscito devastato e sconfitto dalla guerra, conclusasi col disastro atomico di Hiroshima e Nagasaki. E se nelle grandi città si iniziavano a vedere i primi segni del miracolo economico, nelle campagne si conduceva ancora un'esistenza agra, legata a cicli naturali e riti arcaici. In quei luoghi il benessere cittadino era un miraggio, a maggior ragione nelle tante piccole isole dell'arcipelago. In una di queste è ambientato il romanzo di Mishima, edito nel 1954.
A Uta-jima, un'isoletta del Pacifico, tutto è immutato da secoli: gli uomini ogni notte escono a pesca di polipi, le donne si tuffano alla ricerca delle ostriche perlifere, i ragazzi seguono le orme dei padri senza alcuna possibilità di scalata sociale. Tutte le case si assomigliano, persino quelle dei notabili del villaggio: un atrio in terra battuta su sui si appoggiano le stuoie, la cucina a destra e il gabinetto a sinistra che emana un puzzo stantio a causa dell'assenza delle fognature. Le uniche modeste attrazioni sono i bagni pubblici, l'Associazione giovanile, un tempio in collina e un cumulo di pietre che si dice essere la tomba di un antico principe. In una casupola dell'unico villaggio vive Shinji, assieme alla madre e al fratellino. Ha solo diciannove anni, ma dopo la morte del padre è diventato il capofamiglia. Grazie all'ingaggio su un battello impiegato nella pesca dei polipi, riesce a mantenere i suoi cari, conducendo un'esistenza grama ma dignitosa. La sua è una condizione di quieto immobilismo, sennonché il ritorno a Uta-jima di Hatsue, figlia dell'uomo più ricco dell'isola, cambia un destino che sembra già scritto. I due si innamorano e tuttavia non possono vedersi liberamente, a causa delle maldicenze e della decisa contrarietà del padre di lei.
La trama è classica, forse persino banale, eppure La voce delle onde è un romanzo capace di imprimersi nella mente del lettore. È una storia minima raccontata con grande partecipazione e delicatezza; la penna di Mishima accarezza i personaggi, empatizza con loro e sembra volerli difendere dalle avversità della vita. Nulla è tragedia in questo libro: persino la miseria e la morte sono descritte con tocco leggero, senza enfasi. Le onde di Uta-jima nel loro moto sempiterno lambiscono le spiagge e rincuorano gli abitanti del villaggio, ricordando che c'è speranza oltre la tragedia e che dopo la tempesta torna sempre il sereno. Il romanzo trasmette questo senso consolatorio, come se il lieto fine fosse preannunciato già dalle prime pagine.
Con questo romanzo Mishima dà voce agli ultimi. La sua è la poetica dei semplici, gli eroi del quotidiano che lottano per conquistare il proprio posto nel mondo, oppure semplicemente aspirano a una modesta felicità. La storia d'amore di Hatsue e Shinji è una tra le tante, né straordinaria né particolarmente contrastata; eppure il semplice fatto di venir narrata dalla penna delicata ed evocativa di Mishima, la rende degna di essere raccontata, conferendole una straordinaria potenza lirica. Al tempo stesso, il romanzo è un elogio degli antichi valori della società tradizionale giapponese, cui lo scrittore era profondamente legato: l'amore esclusivo per la propria terra, il culto degli avi, l'abnegazione, lo spirito di sacrificio, il rispetto dei vincoli familiari. Shinji è un giovane pescatore, eppure incarna perfettamente tutti questi immutabili principi.
In parte favola e in parte romanzo di formazione, La voce delle onde occupa un posto speciale nella produzione di Mishima, autore spesso accusato di cieco nazionalismo, se non addirittura di sciovinismo. Quando però scriveva di sentimenti comuni a ogni latitudine, come in questo racconto, la sua prosa riusciva a superare ogni barriera culturale, diventando voce dell'universale.

30 aprile 2023

"Il mondo perduto" di Arthur Conan Doyle: l'altopiano del tempo smarrito

In questa società impoetica che guarda ossessivamente al futuro e considera il voltarsi indietro come una debolezza, leggere o riprendere in mano i classici della letteratura d'avventura è quasi un gesto eversivo. Eppure non bisogna dimenticare che il filone avventuroso di fine Ottocento è stato il brodo di coltura in cui sono nate molte idee successivamente sviluppate dal cinema e dai fumetti. Il mondo perduto di Conan Doyle ne è l'esempio perfetto: non si contano le opere letterarie, cinematografiche e figurative che ha ispirato in oltre un secolo, a cominciare da Jurassic Park, uno dei più grandi successi degli anni Novanta. Nonostante sia indubbiamente figlio dell'epoca in cui fu scritto, rimane un classico godibile ed emozionante.
La vicenda è arcinota. Edward Malone, giovane reporter della Daily Gazette, vuole realizzare un'impresa eccezionale per dimostrare alla donna che ama di essere un eroe senza macchia e senza paura. L'occasione della vita gli si presenta nelle vesti del professor Challenger, un antropologo e zoologo dal carattere difficile, un misantropo ignorato dalla comunità scientifica. L'ostilità nei suoi confronti origina dal fatto che qualche anno prima, di ritorno da una spedizione in Sud America, aveva raccontato di essere approdato in una terra sconosciuta abitata da animali preistorici, senza tuttavia fornirne alcuna prova. Ovviamente nessuno gli aveva creduto; anzi, i suoi colleghi l'avevano irriso pubblicamente, facendolo sprofondare in uno stato di apatia e frustrazione. Il giornalista invece mostra di credere alla bislacca storia e così il professore, desideroso di riscatto, organizza una seconda spedizione nella terra perduta. Anche Malone si imbarca, assieme a un soldato di ventura di nome Roxton e al professor Summerlee, acerrimo rivale di Challenger. Dopo un viaggio estenuante, i quattro raggiungono nel cuore dell'Amazzonia il misterioso acrocoro, ossia l'altopiano circondato da ripidi contrafforti montuosi dove vivrebbero le creature preistoriche. Senza svelare altro della trama, basti dire che le scoperte dei coraggiosi esploratori superano di gran lunga quanto è lecito immaginare.
Il mondo perduto fu pubblicato nel 1912, in un'Europa gaia e giuliva che di lì a poco sarebbe precipitata nella tragedia della Grande Guerra. Come ho scritto, il libro è figlio del suo tempo, in senso positivo e negativo. In primis, emerge dalle sue pagine una sconfinata fiducia nella scienza, nella tecnica e nell'intelligenza umana. La Londra dei treni e delle ciminiere si erge come il polo della civiltà, cui si contrappone la rozza e selvaggia foresta amazzonica, amena ma pericolosa, insidiosa e primitiva. Conan Doyle inoltre fu influenzato dalle letture di Darwin e Spencer, le cui teorie evoluzionistiche sono oggetto di dibattito tra i membri della spedizione. Anche il tema delle ricerche antropologiche e delle straordinarie scoperte archeologiche era d'attualità in quegli anni; con ogni probabilità lo scrittore scozzese trasse ispirazione dalla vicenda reale di Hiram Bingham, archeologo statunitense che nel 1911 "riscoprì" le rovine di Machu Picchu destando meraviglia e interesse in tutto il mondo.
Altri aspetti del romanzo, invece, si scontrano con la sensibilità moderna. In primo luogo, emerge dalle pagine una certa ideologia colonialista e finanche razzista. Basti pensare alla sufficienza con cui i protagonisti trattano gli aiutanti indigeni, oppure al senso di superiorità che manifestano nei confronti del fedele aiutante di colore Zambo, lasciato ai piedi dell'acrocoro sia per fornire assistenza in caso di emergenza, sia perché non considerato degno di far parte di una spedizione scientifica. Ho trovato inoltre disturbanti le pagine in cui viene descritto il massacro degli uomini-scimmia, a cui partecipano anche i quattro membri della spedizione. Malone e soci non perdono occasione per rimarcare la loro superiorità di europei, sebbene questa presunta superiorità sia tecnica e niente affatto morale. E invero, i quattro prima invadono un territorio vergine e sconosciuto, poi con armi terribili e moderne sovvertono l'equilibrio che da millenni vi regnava.
Si prendano con le dovute precauzioni queste mie considerazioni da osservatore contemporaneo, che non vogliono essere una sterile critica. Come ho già ribadito, Il mondo perduto è un libro che va contestualizzato nell'epoca in cui fu scritto, per cui sarebbe davvero fuori luogo muovere accuse a Conan Doyle. Quel che conta è che, a distanza di oltre un secolo, le sue pagine ancora solleticano il gusto per l'esotismo, il viaggio e l'avventura.
Vecchia edizione Newton Compton (1993)

31 gennaio 2023

"Una passeggiata nei boschi" di Bill Bryson: a spasso nel cuore dell'America

«Allora per esempio c'era un libro che si chiamava "Sulla strada" di Jack Kerouac ed era bellissimo: tutti a fare l'autostop. Ed era molto bello letto in italiano, però con i nomi americani. Dice "quella sera partimmo John, Dean e io sulla vecchia Pontiac del '55 del babbo di Dean e facemmo tutta una tirata da Omaha a Tucson". E poi lo traduci in italiano e dici: "quella sera partimmo sulla vecchia 1100 del babbo di Giuseppe e facemmo tutta una tirata da Piumazzo a Sant'Anna Pelago". Non è la stessa cosa! Gli americani ci fregano con la lingua.»
Così ironizzava Guccini nell'introduzione alla sua Statale 17, nel celebre Album concerto del 1979 registrato assieme ai Nomadi. In queste parole è racchiusa l'idea che romanzi, film e fumetti ci hanno trasmesso degli Stati Uniti, la terra del viaggio e dell'avventura più di ogni altra al mondo. Tutti abbiamo sognato almeno una volta di fare un viaggio coast to coast attraversando cittadine sonnolente e grandi metropoli, deserti e boschi, percorrendo lingue di asfalto che sembrano voler raggiungere l'orizzonte; insomma, il mito di Kerouac, Chatwin e Least Heat-Moon è più che mai vivo nell'immaginario collettivo. La narrativa di viaggio è un genere tradizionale e ben più antico degli autori che ho citato; e se il Novecento è il secolo dei nuovi mezzi di trasporto, i viaggiatori del passato si muovevano confidando principalmente nelle proprie gambe.
Nel 1996 lo scrittore e giornalista statunitense Bill Bryson, all'epoca quarantacinquenne, decise di cimentarsi in un'avventura dal sapore classico: l'attraversamento a piedi dell'intero Sentiero degli Appalachi, da sud a nord. Sebbene fosse fuori forma e praticamente digiuno di escursionismo, non si scoraggiò di fronte alle evidenti difficoltà: si informò adeguatamente su dozzine di volumi e guide, acquistò l'attrezzatura essenziale e trovò persino un alleato disposto a seguirlo, un vecchio amico di nome Stephen Katz. Il Sentiero degli Appalachi (in inglese, Appalachian Trail) è uno dei percorsi escursionistici più celebri del mondo. Collega la Georgia con il Maine, dalla Springer Mountain fino al Mount Katahdin, attraversando ben quattordici Stati. È lungo oltre 3.400 chilometri e ogni anno centinaia di escursionisti tentano di percorrerlo impiegando quattro o cinque mesi di marcia serrata. Gli inverni rigidi degli Appalachi suggeriscono di partire agli inizi di aprile, ma c'è chi si muove alla fine dell'inverno per evitare l'altrettanto insidioso caldo torrido di luglio e agosto. La pista è larga in media un metro e attraversa principalmente aree demaniali: poco meno dell'un per cento del percorso corre su terreni privati su cui insistono servitù di passaggio. Le aree attraversate sono selvagge: colline, montagne, oscure foreste, forre, crinali scoscesi, cime e valloni. Ogni tanto si superano dighe, ponti o strade secondarie che tagliano gli Appalachi da est a ovest e consentono agli escursionisti di raggiungere qualche sparuto centro abitato per riposarsi o acquistare i generi necessari al tragitto.
Una passeggiata nei boschi (1998) è il brillante resoconto di quell'impresa. Bryson non era un esordiente della narrativa di viaggio, avendo già dato alle stampe il celebre America perduta (1989) e Notizie da un'isoletta (1996) sul suo viaggio in Gran Bretagna. È una banalità affermare che un libro faccia viaggiare col pensiero; eppure non c'è frase più efficace di questa per rendere l'idea. Bryson e Katz camminano per giorni nei boschi, dormono all'addiaccio tra bufere di neve e orsi affamati, soffrono e faticano per erte infinite, scambiano pensieri e impressioni con quanti incontrano lungo la pista, gioiscono per una cena più sostanziosa o per una mezz'ora di insperato riposo. E a noi lettori sembra di essere con loro, come se fossero davvero compagni di viaggio e non semplici personaggi di un romanzo.
La scrittura di Bryson è arguta e brillante, lo stile spazia sapientemente dal registro umoristico a quello scientifico, senza tuttavia cadere mai nel nozionismo o nello sterile enciclopedismo. Come aveva già fatto in America perduta, lo scrittore americano arricchisce il racconto con tante informazioni di carattere storico, politico, etnografico e naturalistico. La descrizione di un'autostrada che costeggia per un tratto la pista, diventa ad esempio l'incentivo per una divagazione di più ampio respiro sul processo di motorizzazione di massa negli Stati Uniti. O ancora, la vista di alcuni alberi caduti dà il via a un'amara riflessione sulle piogge acide e sul disboscamento selvaggio. Bryson è prima di tutto un acuto osservatore che in ogni situazione sa cogliere uno spunto di riflessione o anche semplicemente l'abbrivio per qualche considerazione semiseria o umoristica. L'ironia e l'autoironia sono sicuramente il registro prevalente della narrazione: tanti sono i siparietti che strappano un sorriso e a volte si ride davvero di gusto. Ci sono poi digressioni colte e considerazioni polemiche, nonché pagine di pura narrativa d'avventura. Tutti questi elementi sono perfettamente dosati, sicché Una passeggiata nei boschi è appassionante come un romanzo d'avventura, interessante come un saggio, arguto come una raccolta di aforismi, "cinematografico" come un documentario. Senza tema di smentita si può dunque affermare che l'equilibrio tra le diverse componenti sia il pregio più evidente del romanzo.

18 agosto 2022

L'anello del Monte Stella: un itinerario ciclo-turistico nel Cilento antico

Il Monte Stella (o della Stella) è un rilievo del Subappennino lucano che ha rivestito un ruolo centrale nella storia locale, sebbene la sua ridotta altezza di 1.131 metri non lo collochi tra le vette più alte del Cilento, che sono il Cervati (1.899 m), il Panormo (1.742 m) e il Faiatella (1.710 m). Mentre queste cime sono di grande interesse naturalistico, "la Stella" ha soprattutto una centralità storico-antropologica. E invero, l'area che si estende alle sue pendici corrisponde ai confini originari del Cilento, il cosiddetto Cilento antico. Non a caso gli unici paesi a cui è stato aggiunto nel nome il suffisso "Cilento" sono quelli che si trovano nelle vicinanze della Stella: Sessa, San Mango, Laureana, San Mauro, Prignano, Ogliastro, Mercato, San Martino. L'importanza del monte è confermata dal ritrovamento sulla cima di megaliti sicuramente disposti da mano umana. Secondo alcuni si tratterebbe dei resti di Petilia, la leggendaria capitale della confederazione dei Lucani che sarebbe stata circondata da mura spesse e inespugnabili. Secondo altri studi, i lastroni sarebbero più recenti, ruderi di una fortezza di epoca medioevale nota come Castrum Cilenti. Sulla cima inoltre si trovano due ulteriori punti di interesse: il piccolo santuario medioevale della Madonna della Stella e una grande base radar di proprietà Enav, la cui caratteristica cupola bianca (o radome) è visibile da tutto il circondario. La cima è raggiungibile a piedi, percorrendo numerosi sentieri, oppure in automobile seguendo la stretta ma panoramica strada asfaltata di sette chilometri che parte dall'abitato di Omignano.
La zona del Monte Stella si presta al ciclo-turismo ed è tradizionalmente battuta dagli appassionati delle due ruote. Solitamente i ciclisti seguono due itinerari principali: l'ascesa alla vetta e il cosiddetto anello. È chiamato "anello del monte Stella" un percorso circolare di circa ventinove chilometri che abbraccia le pendici della montagna. Lungo il suo tracciato si incrociano ben otto centri abitati: Mercato Cilento, San Mauro Cilento, Galdo, San Giovanni di Stella, Guarrazzano, Omignano, Sessa Cilento e San Mango. Il percorso è caratterizzato dall'alternanza di ripide salite e altrettante discese, con brevissimi tratti pianeggianti di solito in corrispondenza dei centri abitati.
Mappa del circuito noto come "anello del Monte Stella"

Partendo da Mercato, al bivio in cima al paese si deve svoltare a destra in direzione Serramezzana. Questo può essere convenzionalmente considerato l'inizio del giro per chi proviene dalla vecchia strada statale 18. I primi due chilometri, interamente nel bosco, sono di salita piuttosto intensa fino ad arrivare al valico in prossimità di Punta Carpinina.
Il bivio da cui inizia il percorso
Il tratto boscoso che conduce al valico di Punta Carpinina
Segnaletica in prossimità di Punta Carpinina

Superato il valico inizia una lunga e panoramica discesa: sulla sinistra il versante del Monte Stella con il radome in evidenza, sulla destra il dolce declivio che conduce alle zone costiere. In una curva prima di arrivare all'abitato di San Mauro, sulla sinistra è facilmente riconoscibile un punto di sosta nel bosco con una provvidenziale fontana. La strada prosegue e si attraversa il grazioso comune di San Mauro Cilento, in località detta Casal Soprano. Poco dopo il municipio si arriva a un altro bivio: svoltando a destra si va verso il mare, mentre l'anello prosegue a sinistra.
La fontana prima di San Mauro
Verso San Mauro

Lasciato San Mauro, il percorso continua in falsopiano tra boschi e orti per raggiungere Galdo, frazione della celebre Pollica. Superata la piazzetta di Galdo, bisogna svoltare a sinistra al bivio per San Giovanni. Da qui inizia la parte più selvaggia e panoramica dell'anello, attraversando un lungo tratto praticamente disabitato in mezzo alla natura. Un raccordo quasi pianeggiante conduce alle due frazioni del comune di Stella Cilento, San Giovanni e Guarrazzano: due villaggi ameni e silenziosi alle pendici del monte.
Ingresso a Galdo
Il bivio dopo Galdo

Verso San Giovanni e Guarrazzano

L'ultimo tratto del percorso conduce a Omignano, dove ci si può ristorare alla Fontana dei Santi, celebre in tutto il circondario per le sue acque fresche. La strada riprende a salire e si passa per Sessa Cilento e la sua frazione San Mango, casale fondato nell'anno Mille e ricco di storia e di fresche sorgenti. Superato San Mango, si affronta l'ultimo tratto in costante e regolare salita. Si giunge così nuovamente al punto di partenza di Mercato Cilento, dopo aver pedalato per quasi trenta chilometri nel cuore del Cilento antico. Ovviamente l'anello può essere percorso anche a piedi o in moto, ma è la bicicletta il mezzo più adatto per coglierne appieno ogni sfumatura.
Sessa Cilento vista da Omignano

2 ottobre 2021

I giganti silenziosi del Monte Stella

Il Monte Stella (o della Stella) è un rilievo del Subappennino lucano che ha rivestito un ruolo centrale nella storia locale, sebbene non appartenga alla schiera dei giganti del Cilento, ossia il Cervati (1.899 m), il Panormo (1.742 m), il Faiatella (1.710 m) e il Gelbison (1.705 m). Nonostante la ridotta altezza di 1.131 metri, "la Stella" ha una centralità storico-antropologica che la rende più importante dei rilievi citati.

In primo luogo, va ricordato che l'area che si estende alle sue pendici corrisponde ai confini originari del Cilento, il cosiddetto "Cilento antico". Nei tempi passati, la regione era identificata con il territorio "al di qua del fiume Alento", dunque in prossimità del monte. Non è un caso che gli unici paesi a cui sia stato aggiunto nel nome il suffisso "Cilento" siano quelli che si trovano alle pendici o nelle vicinanze della Stella: Sessa, San Mango, Laureana, San Mauro, Prignano, Ogliastro, San Martino. Secondo alcune ricostruzioni storiche, sulla cima del monte sorgeva Petilia, mitica capitale della confederazione dei Lucani, circondata da mura megalitiche e inespugnabili di cui tuttora rimangono tracce. Secondo altri quei massi sarebbero i resti di una fortezza di epoca medioevale, nota come Castrum Cilenti; anche in questo caso ritorna il legame tra la montagna e l'area di riferimento.
Oggi la vetta è raggiungibile percorrendo a piedi numerosi sentieri, oppure seguendo una comoda strada asfaltata di sette chilometri che parte dall'abitato di Omignano. Arrivati in cima si gode un magnifico panorama che spazia dalla Piana del Sele a Capo Palinuro, nonostante la presenza di un'ingombrante base radar di proprietà Enav. Sulla vetta troneggia inoltre la chiesa della Madonna del Monte della Stella, una delle "sette sorelle" della tradizione locale, oggetto di secolare devozione.
Panorama dalla vetta
Tra i tanti punti di interesse storico-naturalistico del monte, segnalo un percorso breve, agevole e facilmente raggiungibile, che conduce a tre alberi di castagno millenari. I cosiddetti castagnoni cilentani sono dei veri e propri monumenti naturali. Sono tra i castagni più antichi d'Europa, in quanto la loro messa a dimora sarebbe avvenuta tra il V e il X secolo dopo Cristo, oltre mille anni fa. I tre giganti hanno una circonferenza alla base che va dai quindici ai ventuno metri; le parole e le fotografie danno un'idea, ma soltanto vedendoli dal vivo è possibile comprenderne davvero l'eccezionalità. La strada più agevole per raggiungerli è quella asfaltata che parte da Omignano e arriva sulla vetta; i castagnoni si trovano più o meno a metà del percorso, a circa tre chilometri dal centro abitato. L'imbocco del sentiero si trova presso un tornante ed è ben segnalato da un cartello in legno e da alcuni massi scolpiti che raffigurano la Madonna del Monte. Il sentiero è stretto ma facilmente percorribile e i tre castagnoni sono a breve distanza l'uno dall'altro, sulla sinistra. Come ho detto, le parole e le immagini non rendono l'idea di cosa significhi trovarsi di fronte a esseri viventi che hanno attraversato epoche e mutamenti storici, che erano lì ai tempi dei Longobardi e degli Angioini. Se i tronchi rugosi potessero parlare, potrebbero chiarirci tanti punti oscuri della storia cilentana, raccontarci del Castrum Cilenti, dei monaci basiliani e finanche dei briganti che cercavano rifugio nei boschi della Stella. Purtroppo questi giganti serbano gelosamente il loro silenzio e chiedono che venga rispettato, almeno per altri mille anni.
Ringrazio Irene Nigro per avermi accompagnato e per le fotografie. Le immagini sono liberamente utilizzabili, purché venga indicata la fonte.
Il tornante da cui parte il sentiero per i castagnoni
Il cippo all'imbocco del sentiero


Il primo castagno gigante


Il secondo castagnone



Particolare del tronco del terzo albero

28 agosto 2021

Percorsi cilentani: la Preta Perciata e il punto panoramico Postiglione

Il percorso “Magliano Nuovo – Postiglione” è uno dei più suggestivi itinerari naturalistici del Parco Nazionale del Cilento. Parte da Magliano Nuovo, frazione di Magliano Vetere, casale arditamente aggrappato a una cresta rocciosa, teatro nel 1863 di uno degli episodi più drammatici della storia locale, ossia lo scontro tra i legittimisti guidati dall'avvocato/brigante Giuseppe Tardio e le truppe unitarie e della Guardia nazionale. Il sentiero termina alle Gole del Calore, altro gioiello naturalistico situato nel territorio comunale di Felitto.

Il percorso è suddiviso in quattro tratti, di lunghezza e difficoltà variabili. Il primo va dal paese di Magliano al passo di Preta Perciata, il secondo arriva fino al punto panoramico detto Postiglione, il terzo giunge al ponte medievale di Magliano e l'ultimo si conclude alle Gole del Calore. Per ragioni di tempo ho potuto percorrere solo i primi due tratti, che presentano alcuni punti di sicuro interesse naturalistico: il valico della Preta Perciata e l'area panoramica del Postiglione.

In cilentano “preta perciata” significa “pietra bucata”, toponimo che potrebbe avere due differenti origini. In primis, il nome deriverebbe dal fatto che il passo è scavato nella roccia e che anticamente si trattava di un breve tunnel, fino all'epoca in cui la copertura di pietra è stata rimossa per favorire la moderna viabilità veicolare. In alternativa, il toponimo potrebbe essere un riferimento dialettale all'adiacente piccola grotta, per l'appunto una “roccia bucata”. La cavità è visitabile ed è possibile sostare su uno spiazzo con area ristoro da cui si gode una splendida vista; il valico infatti separa le valli di due importanti fiumi cilentani, il Calore Salernitano e il nobile Alento (come lo definì Cicerone).
Il passo della Preta Perciata

La grotta
L'area di ristoro adiacente al passo

Dal passo ha inizio la seconda parte del percorso, immerso in una natura rigogliosa e selvaggia. Per i primi duecento metri il sentiero è pavimentato in pietra, poi diventa sterrato. Si arriva quindi a un primo bivio. Svoltando a sinistra si va verso il punto panoramico del Postiglione, mentre a destra si entra in un bosco di castagni e si intraprende il lungo itinerario in discesa che porta al ponte medievale e infine alle Gole del Calore.
Come dicevo, ho optato per il punto panoramico, svoltando a sinistra. Subito dopo il bivio c'è un rifugio in legno, con la porta aperta, che offre ricetto agli escursionisti. Superata la costruzione, il sentiero si restringe e si entra nella macchia. Da questo punto la stradina prosegue sotto l'ombra degli alberi ad alto fusto. Il percorso è abbellito da alcune teste scolpite in pietra ed è segnalato da provvidenziali staccionate, che oltre a offrire un sostegno nei punti più impervi, servono anche a delimitare il sentiero, azzerando il rischio di smarrirsi. Dopo una discesa di mezz'ora circa, si arriva al punto panoramico Postiglione, che conclude questo tratto dell'itinerario. Per chi volesse proseguire verso il ponte medievale, l'unica soluzione è quella di risalire e tornare al bivio. L'area panoramica ha la forma di un vasto emiciclo irregolare sgombro di vegetazione; vi sono alcuni spalti in legno dove è possibile sedersi e riposare. Il panorama che si gode dalla terrazza abbraccia la valle del Calore, le montagne intorno, i crinali boscosi e i centri abitati del Cilento interno. La spettacolare visuale spazia dal cielo al fondovalle, dove scroscia il placido fiume Calore.
Ringrazio Sara Nigro per le fotografie.
Particolare del sentiero verso il punto panoramico
Il punto panoramico Postiglione
Particolare del panorama