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18 gennaio 2026

"Il gigante sepolto" di Kazuo Ishiguro: oltre i confini del fantasy

È forse vero che il fantasy sia nato e morto con Tolkien. Per avvedersene è sufficiente leggere Lo hobbit o Il signore degli anelli e confrontarli con uno qualsiasi dei loro epigoni; il paragone sarà impari. Ciò vale anche quando a commisurarsi con il genere sia un premio Nobel come Ishiguro, che nel 2015 pubblicò Il gigante sepolto, libro che per tematiche e ambientazione può essere avvicinato al genere fantasy.
La vicenda è ambientata in un'Inghilterra dilaniata dall'odio tra Sassoni e Britanni, un odio profondo e inestinguibile che provoca lutti e devastazioni. In un misero villaggio vivono due coniugi, Axl e Beatrice, quasi emarginati dalla propria comunità, ai cui bisogni comunque contribuiscono con il duro lavoro. Axl e Beatrice hanno un figlio, sebbene non ricordino né il suo nome né che fine abbia fatto. La loro memoria, come quella di tutti gli abitanti di quelle lande selvagge, è stata infatti annebbiata da un oscuro e sconosciuto maleficio. Nessuno ha memoria del proprio passato, che pure ogni tanto ricompare sotto forma di vaghi ricordi, brumosi e inafferrabili come la nebbia che ha cagionato l'incantesimo. Guidati da uno di questi ricordi, i coniugi decidono di lasciare casa e intraprendere un periglioso viaggio alla ricerca del figlio disperso. Durante il tragitto vivranno ogni sorta di esperienza e avventura, fino al sorprendente finale che riordina tutti i fili della complicata matassa.
Ishiguro in questo romanzo ha operato una commistione tra elementi tipici del fantasy e altri legati alla storia locale. Tra i primi va menzionata la presenza di orchi, elfi, draghi e altre figure misteriose ed esoteriche, nonché i richiami alla leggenda di Re Artù. Appartengono invece alla storia i rimandi al Cristianesimo, la rivalità tra Sassoni e Britanni, la descrizione delle condizioni di vita del popolo minuto e delle diffuse superstizioni. Il gigante sepolto è dunque ambientato in una sorta di Medioevo immaginario: una cornice realistica entro la quale si sviluppano situazioni di matrice fantastica. Il cuore del libro è ovviamente nel viaggio intrapreso dai due coniugi; il viaggio, come noto, assieme alle battaglie, è il tema portante di ogni fantasy che si rispetti. A differenza dei classici del genere, però, Il gigante sepolto presenta un elemento originale: i protagonisti non sono giovani e forti, non assomigliano alla classica figura dell'eroe, bensì sono due anziani malandati e zoppicanti, già duramente provati dalla sventura.
Certo Il gigante sepolto è qualcosa di più di un romanzo dalle tinte fantasy: è soprattutto una riflessione su temi profondi come l'amore coniugale e filiale, la vecchiaia, la vendetta e il perdono, nonché sulla capacità tutta umana di saper riparare i torti per il tramite della misericordia. Pur non essendo d'ispirazione religiosa, si può affermare che per certi versi sia un libro profondamente cristiano. Queste tematiche forti non sono affrontate da Ishiguro in forma diretta, ma trasfigurate, per così dire, grazie all'utilizzo del mito e di elementi fantastici. É dunque un libro che spinge alla riflessione su temi antichissimi e universali che appartengono all'umanità sin dai suoi albori. È un romanzo sulla memoria e sulla colpa, in cui con un coup de théâtre la nebbia che provoca la smemoratezza diventa quasi un bene, perché fa dimenticare tutti i torti. Ecco dunque che il lieto fine con la sconfitta del "mostro", pur rientrando nel più classico dei cliché del fantasy, in realtà nasconde una radice di male. In ciò, senza voler svelare troppo, sta il messaggio che Ishiguro ha voluto lanciare.
Eppure, nonostante la profondità del significato, il ritmo della narrazione è spesso rallentato, oppure si invischia in dialoghi verbosi e finanche stucchevoli, soprattutto, spiace dirlo, quando a parlare sono i due protagonisti. A mio modesto avviso, è un libro riuscito a metà.

9 giugno 2025

Daryl Zed: chi sono i mostri?

La pubblicazione in unico volume della miniserie dedicata a Daryl Zed era attesa dal 2020, ma ha visto la luce soltanto a maggio di quest'anno. L'albo tutto a colori di 192 pagine, ovviamente a cura di Sergio Bonelli Editore, è disponibile in edicola al prezzo di 7,90 euro. Il volume era già pronto da anni, come detto, ma non era mai stato distribuito. Le ragioni del ritardo sono state spiegate da Tiziano Sclavi in una lettera aperta che potete trovare sul sito della Bonelli.
Daryl Zed è un'opera di meta-fumetto, nel senso che si tratta di un espediente narrativo per cui un fumetto (Dylan Dog) contiene al suo interno un'altra testata (Daryl Zed), che a sua volta contiene un terzo fumetto (ancora una volta Dylan Dog). Nella finzione letteraria di Dylan Dog, Daryl Zed è un fumetto scritto da un amico di Dylan ispirandosi proprio alla figura dell'Indagatore dell'incubo. E nella finzione letteraria di Daryl Zed c'è un amico del protagonista, un fumettista chiamato Tiz con le sembianze di Sclavi, che ha creato un fumetto chiamato Dylan Dog, ispirandosi alle avventure di Daryl. Insomma, un complicato gioco di scatole cinesi in cui Dylan è fonte di ispirazione per Daryl che a sua volta è fonte di ispirazione per un altro Dylan.
Il personaggio fece la propria comparsa nell'albo 69 di Dylan Dog, intitolato Caccia alle streghe, celebre soprattutto perché si inserì nella vera e propria crociata che taluni esponenti della politica e dell'associazionismo lanciarono all'epoca contro alcuni fumetti, ritenuti un'incitazione alla violenza, se non addirittura un'istigazione a delinquere. Quelle prese di posizione, lo dico per inciso, fanno quantomeno sorridere se pensiamo ai giorni nostri, in cui smartphone e social stanno creando un esercito di veri e propri zombies privi di fantasia, al confronto dei quali i tanto bistrattati fumetti avevano quantomeno la capacità di stimolare l'immaginazione dei lettori.
Daryl Zed non è altri che un personaggio secondario (anzi, del tutto marginale) che diventa protagonista di una propria serie. L'albo della Bonelli ora in edicola contiene tre storie, tutte legate da un filo conduttore: I mostri sono loro (Faraci/Mari), Il sangue è acqua (Faraci/Stano) e Cerchio chiuso (Faraci/Dell'Edera). Il tutto condito da una vivace colorazione in stile pop art con le pagine deliziosamente ingiallite, a dare un'aura rétro.
Il protagonista è semplicemente un cacciatore di mostri, come chiarisce anche il titolo dell'albo, un uomo tutto d'un pezzo dalla mascella squadrata e dai modi bruschi che per lavoro libera il mondo da ogni sorta di creatura malvagia: alieni, rettiliani, licantropi e soprattutto vampiri. Una specie di Maurizio Merli o Luc Merenda nei panni del commissario di ferro dei poliziotteschi italiani degli anni Settanta. Daryl si muove in un mondo che potrebbe appartenere al recente passato o al prossimo futuro, caratterizzato da atmosfere cupe e spesso violente, un mondo che è messo in pericolo dai crimini efferati commessi da bizzarre creature, per l'appunto i mostri. È pertanto necessario l'intervento repressivo della polizia, coadiuvata dal nostro eroe. Una trama semplice, una struttura classica e lineare, potremmo dire tagliata con l'accetta, tutto il contrario delle raffinatezze di Dylan Dog. Daryl infatti non è un personaggio con velleità artistiche o letterarie; ha lo sguardo cinico e duro, porta sempre in bella vista una pistola e parla come un qualsiasi piedipiatti di un romanzo hard boiled.
Ci sono delle somiglianze tra Dylan e Daryl: entrambi hanno un amico poliziotto, sono schivi e solitari, vivono situazioni al limite con personaggi ricorrenti (su tutti, Johnny Freak). È però diversa, anzi antitetica, la filosofia dei due personaggi, la prospettiva da cui osservano la realtà. Dylan è un uomo tormentato che sa di non avere la verità in tasca; per lui il mondo non è solo bianco e nero, ma fatto di tante gradazioni di grigio, al punto che non è facile capire chi siano davvero i mostri. «I mostri siamo noi» è solito ripetere, a voler significare che il male può albergare in tutti, qualunque significato possa avere il concetto di "male", che per Dylan non è universale. Daryl invece ha una visione manichea del mondo, fatto di buoni e cattivi, dove i primi sono indiscutibilmente positivi e i secondi sono irrimediabilmente malvagi; non esistono sfumature, non è possibile sbagliare e i mostri vanno liquidati senza pietà né ripensamenti. «I mostri sono loro» è solito affermare, né ammette che tale assunto possa essere messo in dubbio.
Leggere Daryl Zed è come affrontare Dylan Dog in una prospettiva rovesciata, un gioco degli specchi in cui l'orrore è il medesimo ma senza possibilità di redenzione o di differenti interpretazioni. La domanda allora resta aperta: ma chi sono veramente i mostri, noi o loro?

17 aprile 2025

Uno sguardo "fantastico" sulla guerra

Soldato ignoto, ultima prova dietro la macchina da presa per Marcello Aliprandi (1934-1997), può essere definito un gioiello nascosto del nostro cinema. Nel 1995 fu persino premiato al Festival Internazionale del Cinema di Salerno, eppure oggi è una pellicola quasi dimenticata. Buona la prova di un cast che annoverava ottimi interpreti, tra cui Martin Balsam, Giovanni Guidelli e un bravissimo Angelo Orlando.
La trama ci riporta agli ultimi anni della Seconda guerra mondiale. Sono i giorni confusi che seguono l'armistizio dell'otto settembre del 1943: il Regio Esercito è sbandato e l'Italia diventa improvvisamente teatro di una feroce guerra che vede contrapposti gli Alleati alle truppe nazifasciste. La vicenda si svolge in un luogo imprecisato del Meridione, sebbene sia possibile collocarlo nella provincia di Salerno, in virtù di due riferimenti geografici menzionati dai protagonisti, Pontecagnano e Capaccio. Nel bel mezzo di una battaglia si forma una nebbia così fitta che alcuni soldati degli opposti schieramenti si smarriscono e sono infine costretti a rifugiarsi in un'antica magione in stile neoclassico. Il palazzo è vuoto, eppure vi sono tracce di vita recente, come il fuoco che arde nei caminetti. Qui e lì sono inoltre ammonticchiati elmetti, divise e armi risalenti a diverse epoche storiche.
Alla spicciolata arrivano tutti: due ufficiali e un soldato inglesi, un soldato italiano, uno tedesco, un disertore americano, una crocerossina e un ambiguo corrispondente di guerra italiano. Il palazzo è come una prigione dorata, perché non è possibile uscirne a causa della fittissima nebbia, ma al tempo stesso è riscaldato e dotato di ogni comfort. Che ci sia qualcosa di anomalo è evidente a tutti, ma nessuno è davvero preparato a scoprire la verità, ovvero di essere rimasti uccisi nel corso della battaglia. Essi sono tutti morti e il palazzo è una sorta di luogo di transito dove vanno le anime dei defunti di guerra, forse prima di raggiungere l'aldilà.
Soldato ignoto non è dunque un film di guerra, almeno non nel senso classico. Si tratta infatti di un lungometraggio che potremmo tranquillamente catalogare nel genere fantastico, sia pure entro una cornice realistica. Anzi, a pensarci bene, cosa c'è di più reale e concreto di una guerra? La guerra è proprio la tragedia collettiva in cui sono più forti le esigenze del reale; per questo l'opera di Aliprandi è particolarmente originale, per aver commisto elementi fantastici a una vicenda fortemente realistica. É un'opera di denuncia che porta avanti un chiaro messaggio antimilitarista, avvalendosi tuttavia di un espediente fantastico.
Sebbene sia stato girato tutto in interni, il film scorre senza annoiare mai e senza tempi morti. I dialoghi tra i personaggi prevalgono rispetto all'azione; la stessa guerra è più evocata dai rumori che provengono dall'esterno, quali spari e boati, che realmente vissuta dai protagonisti, se non attraverso i ricordi. Nella condizione di convivenza forzata in cui si vengono a trovare, essi raccontano scampoli della propria esistenza, consci del fatto che presto dimenticheranno tutto, una volta chiamati a lasciare quel limbo che è il palazzo. E proprio nel racconto si scoprono diversi eppure uguali, perché al di là della bandiera e della divisa esistono valori universali che accomunano tutti gli uomini. Lo stesso concetto del "nemico" svanisce, al punto che persino il riottoso tedesco diventa parte del gruppo e alle regole del gruppo si adegua.
In questi tempi bui si è tornato a parlare di guerra in maniera spregiudicata, come purtroppo dimostrano non solo le tragedie dell'Ucraina e della Palestina, ma anche le voci imperiose dei potenti della Terra che incitano all'odio tra i popoli e al riarmo. Guardare un film come Soldato ignoto, a maggior ragione in quanto sconosciuto ai più, diventa allora quasi un atto politico, una forma di ribellione ideologica a chi, colpevolmente immemore degli orrori del passato, vorrebbe ancora farci credere che la guerra sia una soluzione ai problemi del mondo e non un'immane tragedia collettiva.
Una suggestiva foto di scena (tratta da www.angeloorlando.com)

29 novembre 2024

L'amore al tempo dei Cult

Difficile trovare un disco che sia al contempo figlio della sua epoca e ancora attuale, soprattutto quando si parla degli anni Ottanta. Il sound di quel decennio, prima amato, poi odiato e infine (parzialmente) riabilitato, da sempre divide gli appassionati. A mio avviso, ciò dipende dal fatto che molte rockband di successo degli anni '60 e '70 tentarono di reinventarsi nella decade successiva con risultati discutibili, cedendo senza troppa convinzione alle lusinghe dell'elettronica e dando alle stampe lavori con un suono artefatto. Forse è questa la ragione per cui molti album di quel periodo hanno resistito poco alle ingiurie del tempo, apparendo oggi datati. Motivo per cui le eccezioni sono ancora più sorprendenti.
Love, il secondo album dei britannici The Cult, è una di queste eccezioni. Pubblicato esattamente a cavallo dei due lustri, nel 1985, suona dannatamente eighties senza che ciò debba intendersi come un difetto. È un lavoro figlio del suo tempo, come l'orecchio più allenato noterà già dai primi solchi di Nirvana, eppure in quasi quarant'anni non ha perso il suo smalto. Con questo LP il gruppo dimostrò di essere una solida realtà che sapeva parlare un linguaggio universale, non impastoiato dalle ristrettezze di un sottogenere. Love smaschera infatti l'erronea convinzione che i Cult fossero un gruppo dark o gothic.
Probabilmente il più amato della loro produzione, è un anello di congiunzione tra i suoni cupi di Dreamtime e il nuovo corso segnato da Electric del 1987. Forse per queste ragioni è considerato il loro migliore, anche da parte di chi critica Astbury & soci, accusandoli di essere poco originali e di aver inseguito le mode del momento. Di certo Love appariva più rétro alla sua uscita che non oggi, per via degli evidenti richiami ai mostri sacri del rock anni Settanta, Led Zeppelin su tutti. Bandite le tastiere, sono le chitarre di William "Billy" Duffy a dominare la scena, oltre ovviamente al basso possente di Jamie Stewart. Dietro le pelli si alternarono Mark Brzezicki e Nigel Preston, sebbene i due non compaiano nelle foto interne. The Cult era però soprattutto la straordinaria presenza scenica di Ian Astbury, qui all'apice della forma. Ombroso come Jim Morrison, glam come il primo Bowie, con uno stile a metà strada tra un pirata e un nativo d'America, Astbury sfoggia le sue indubbie qualità canore, sia nei pezzi più dilatati come Brother wolf, sister moon, che in quelli più grintosi come nell'immortale She sells sanctuary. Accattivante anche la grafica del disco: in copertina e nel libretto interno abbondano simboli esoterici, ripresi sia dalla tradizione degli Indiani d'America che dai geroglifici egizi, elementi riportati anche nelle fotografie che ritraggono i tre musicisti.
Come ho già detto, l'attacco di Nirvana fionda immediatamente l'ascoltatore in atmosfere ottantiane, ma già la successiva Big neon glitter è un pezzo senza tempo di solido rock che, pur non essendo derivativo, attinge a piene mani da band come Stooges o, si potrebbe persino azzardare, New York Dolls. Brother wolf, sister moon, invece, è l'unica traccia gotica o dark-wave; qui la voce di Astbury si eleva incontrastata sul tappeto di basso e chitarra, regalando una delle migliori performance della sua carriera, almeno in studio. Di Rain e She sells sanctuary c'è poco da dire, tanto sono celebri e da sempre osannate dal pubblico. A me piace molto anche Hollow man, che vola a livelli altissimi grazie a un azzeccato riff di chitarra di Duffy, oltre a fornirci, se mai ce ne fosse bisogno, l'ennesima prova della voce camaleontica di Astbury, capace di passare da un registro all'altro nella stessa canzone. Ad ogni modo non voglio diffondermi in un'analisi traccia per traccia che avrebbe poco senso per un LP compiuto e coerente come questo.
Come noto, il disco fu baciato dal successo, di vendite più che di critica, raggiungendo alte posizioni in classifica. Poi col tempo è stato dimenticato, forse in ragione dei grandi cambiamenti che il rock ha visto tra la fine degli anni Ottanta e la prima metà dei Novanta: il britpop, il grunge, in misura minore lo shoegaze. Di colpo i Cult passarono di moda, considerati quasi un retaggio di un'epoca finta, vuota d'ideali, legata solo all'apparenza. L'oblio che ha coperto a lungo una parte della produzione rock degli anni Ottanta ha colpito ingiustamente anche Astbury & soci, sebbene Love, l'apice della loro carriera, sia semplicemente un grande disco rock, niente di più ma niente di meno.
La celebre copertina dell'album

12 febbraio 2024

"La fonte ai confini del mondo" di William Morris: dove tutto è cominciato

Quando si parla di generi letterari o correnti artistiche, c'è sempre divergenza di opinioni circa l'individuazione dell'artista capostipite o dell'opera archetipica. Ciò vale anche per la letteratura fantastica, specialmente per il suo sottogenere noto come fantasy. Se infatti la storia del fantastico è antica quanto l'uomo, come ci insegna Todorov in un suo celebre saggio, il fantasy è invece relativamente recente, risalendo alla seconda metà dell'Ottocento. Sia pure con le dovute cautele, molti concordano che La fonte ai confini del mondo (1896) dell'inglese William Morris possa essere considerato il primo romanzo fantasy della storia, tanto che fu di ispirazione per i grandi maestri del genere, Tolkien e Lewis. Morris nacque a Walthamstow nel 1834 e morì nel 1896; fu scrittore di prosa, poeta, architetto, editore e pittore legato al movimento preraffaellita, nonché attivista politico vicino al socialismo. La fonte ai confini del mondo è stata a lungo inedita in Italia; la prima edizione Fanucci è infatti del 2005, poi ristampata nel 2019.
La trama riprende pedissequamente alcuni tòpoi della letteratura cortese e cavalleresca. In un'epoca che somiglia al Medioevo c'è una terra immaginaria su cui regnano diversi sovrani. Uno di questi è Peter, un regulus che regna sulla felice Upmeads. Peter ha quattro figli e i tre maggiori lasciano la terra dei padri per fare fortuna nel mondo. Il più piccolo, Ralph, è destinato a rimanere a Upmeads; tuttavia il suo temperamento temerario lo spinge ad allontanarsi di nascosto dagli amorevoli genitori. Così un bel giorno parte senza una meta precisa. Inizialmente segue un indefinito desiderio d'avventura, fino a quando viene a conoscenza di una miracolosa fonte che dona eterna giovinezza, salute, felicità e avvenenza a chiunque riesca a bere le sue acque. Senza esitazioni Ralph parte alla ricerca della sorgente, tra mille peripezie che gli faranno acquisire fama, sapere e gloria.
Il tema centrale del romanzo è proprio il viaggio; in ciò si ravvisa l'influenza maggiore che Morris ha avuto sugli altri maestri del genere. Il suo protagonista è perennemente in movimento, a piedi o a cavallo; egli visita città e castelli, attraversa boschi e deserti, valica montagne e supera colline, guada torrenti e fiumi impetuosi, conosce uomini e donne di ogni risma. Le descrizioni delle peregrinazioni di Ralph sono a mio avviso il punto forte del romanzo; forse soltanto Tolkien riuscirà a rendere con maggiore realismo e vividezza lande selvagge e paesaggi immaginari. Morris è, sotto questo aspetto, uno scrittore "ottocentesco", minuzioso nelle descrizioni e attento nei particolari; molte pagine offrono davvero un'esperienza immersiva, sicché sembra di camminare assieme ai suoi personaggi in terre lontane e amene. I dialoghi invece sono spesso verbosi, oltre che improntati a un tono moraleggiante che appesantisce la lettura. Tutti i personaggi, anche i più umili, sfoggiano un linguaggio forbito da poeta cortese che appare poco credibile, rendendo indistinguibile il misero bracciante dal potente abate, il rozzo guerriero dal letterato.
Un altro aspetto poco convincente è che i personaggi sono stereotipati secondo una rigida visione manichea che esaspera gli aspetti buoni e quelli cattivi, senza vie di mezzo. Mi duole dire che in alcuni frangenti ho trovato insopportabile il protagonista. Ralph è l'emblema dell'eroe senza macchia e senza paura: bello, coraggioso, saggio, giusto, in una parola perfetto. A tratti tracotante, non ha l'ingenuità della giovinezza che me l'avrebbe reso più simpatico; nessun dubbio lo sfiora, nessuna difficoltà sembra insormontabile per lui. Per queste ragioni diventa difficile immedesimarsi o anche solo empatizzare con lui, in quanto Morris non instilla mai il dubbio che Ralph possa fallire nella sua missione, per cui l'esito della vicenda appare scontato già dalle prime pagine. Anche gli altri personaggi hanno una psicologia poco approfondita e risultano appiattiti su un'unica dimensione: Ursula è l'incarnazione del bene, il signore di Utterbol quella del male, e così via.
La vera originalità dell'opera, quella che ci fa dire che con Morris "tutto è cominciato", è il perfetto assemblaggio di miti, leggende, tradizioni orali, poemi epici e amor cortese in una storia complessa e abbastanza avvincente. Lo scrittore inglese comprese prima di ogni altro il grande potenziale racchiuso in queste storie tramandate da secoli, purché venissero rielaborate in chiave più moderna per adattarsi ai gusti del pubblico. L'apprezzamento dei suoi colleghi conferma la validità dell'intuizione di Morris.
Mi sono approcciato alla lettura del libro con grande entusiasmo, memore delle piacevoli ore trascorse in compagnia di Tolkien. Le mie aspettative sono rimaste parzialmente deluse per le ragioni anzidette. Non sono un esperto di letteratura fantasy, eppure ritengo che la mancanza di elementi quali la magia, il soprannaturale e l'orrido non consenta di ascrivere completamente il libro al genere. Peraltro il volume è ricco di riferimenti al cristianesimo, per cui il mondo inventato da Morris non è poi così diverso dal nostro Medioevo. La fonte ai confini del mondo è un racconto d'avventura, o meglio un romanzo cavalleresco dalle tinte fantastiche, ma non un fantasy a tuttotondo. Se si accetta questa premessa, resta un libro godibile perché narra una storia senza età che sa accendere la fantasia dei lettori.

30 ottobre 2022

Jinx, il killer del tempo

Le Grandi Storie Bonelli è una nuova collana trimestrale da edicola che si propone di ripubblicare in unico volume alcuni classici moderni della casa editrice, esauriti o addirittura introvabili. I volumi, di oltre trecento pagine, sono arricchiti da esaustivi redazionali. Il prezzo è di quasi dieci euro cadauno, giustificato a mio avviso dalla consistente foliazione. I primi due albi sono dedicati a Zagor, il terzo a Tex, il quarto a Mister No. Il protagonista del numero attualmente in edicola è Martin Mystère, alle prese con uno dei suoi più temibili nemici: Mister Jinx. Il volume, intitolato per l'appunto Mister Jinx, ristampa due celebri storie. La prima è Tempo Zero, originariamente pubblicata nel 1986 sui numeri 47 e 48 della serie regolare, con soggetto e sceneggiatura di Castelli e disegni di Freghieri. Medesimi gli autori della seconda storia, Operazione Dorian Gray, apparsa in origine sugli albi 63 e 64 del 1987.
Jinx è il cattivo per eccellenza: mefistofelico, geniale, cinico, spietato, dotato di un'astuzia non comune. Ha l'aspetto e le movenze del gentiluomo e assomiglia vagamente all'attore Burgess Meredith. Il suo gesto tipico consiste nell'accendere il sigaro con lo schiocco delle dita, trucco ereditato dal suo vecchio mestiere di illusionista, o forse indice di una natura diabolica. È il grande antagonista di Martin Mystère, come Mefisto per Tex o Hellingen per Zagor. A differenza dei "cattivi" tradizionali del fumetto e del cinema, Jinx appare come un imprenditore che offre un servizio a facoltosi clienti. L'originalità del personaggio sta nel presentarsi come una sorta di benefattore al servizio dell'umanità. I suoi clienti soffrono l'ossessione del tempo, vuoi perché hanno grandi responsabilità e pochissimo tempo libero, oppure perché sono vicini alla fine e vorrebbero riconquistare la gioventù perduta. Jinx ha una soluzione miracolosa a questi problemi all'apparenza insormontabili. In Tempo Zero lo vediamo alla guida di una società che propone ai suoi facoltosi clienti un'occasione allettante: grazie a uno speciale liquido iniettabile che accelera il metabolismo, potranno vivere ventiquattro ore come se fossero un mese intero. Quale soluzione migliore per il manager fuso dal lavoro, oppure per chi ha un progetto da terminare in tempi brevissimi? A Tempo Zero, una specie di resort di lusso, potranno trascorrere un mese intero mentre il mondo "di fuori" avanzerà di sole ventiquattro ore. Unica piccola controindicazione: un'overdose di siero determina la morte per autocombustione. In Operazione Dorian Gray, invece, Jinx mette in atto un progetto degno della mente di Wilde, dando ai suoi anziani clienti la possibilità di appropriarsi di un corpo giovane e forte, pur mantenendo i ricordi e l'esperienza di un ottuagenario. Anche in questo caso c'è un solo piccolo problema: Jinx non ha scrupoli a far sparire clochard, alcolizzati o individui ai margini, al fine di dare un nuovo corpo ai propri clienti. Sarà Martin Mystère a tentare di intralciare i piani del perfido personaggio.
La ristampa viene proposta in un momento importante della storia editoriale della testata, che da poco ha festeggiato i quarant'anni ed è prossima a tagliare il traguardo del numero 400. Se dunque è un'occasione per invogliare chi ancora non conosce il Detective dell'impossibile, al tempo stesso è un'uscita che spinge i lettori storici a qualche riflessione di tipo comparativo. Tempo Zero e Operazione Dorian Gray, come d'altronde tutte o quasi le storie degli anni Ottanta, possiedono una forza espressiva dirompente che col tempo e il progredire della serialità è andata affievolendosi. Niente di anomalo o biasimevole, lo tengo a precisare: è praticamente impossibile mantenere lo stesso livello dopo quarant'anni nelle edicole. Voglio piuttosto dire che i due episodi dello speciale su Mister Jinx sono veramente grandiosi (in qualche misura, insuperabili) per scrittura, resa delle immagini e tensione emotiva. Confermano a pieno quanto la serie ideata da Castelli sia una pietra miliare del fumetto italiano, l'anello di congiunzione tra i personaggi classici e le inquietudini contemporanee, che troveranno in Dylan Dog il massimo rappresentante. Una sottile trepidazione accompagna il lettore dalla prima all'ultima vignetta, perché Jinx non è un cattivo stereotipato, ma una figura complessa che ci turba perché sfrutta a proprio vantaggio alcuni dei nostri desideri più reconditi. D'altronde, chi non ha desiderato almeno una volta di ringiovanire, oppure di trascorrere giornate più lunghe delle canoniche ventiquattro ore? Jinx trasmette angoscia proprio per la sua imprevedibilità e l'impossibilità di ricondurlo entro i confini del classico antagonista: non è uno scienziato pazzo e non vuole diventare il padrone del mondo, sebbene sia indubbiamente geniale e desideri acquisire una posizione di primato sui propri simili.
Consiglio vivamente l'acquisto del volume, arricchito peraltro da corposi redazionali che ricostruiscono la storia editoriale del personaggio.

16 gennaio 2021

I fantasmi romani di Eduardo e Mastroianni

Roma, primi anni Sessanta. In un avito palazzo del centro storico vive il sessantacinquenne principe Annibale di Roviano (Eduardo De Filippo), erede di un'antichissima stirpe che annovera tra le sue fila notabili e cardinali. Nel palazzo è persino conservata una “sedia papale”, a ricordo delle passate visite dei pontefici. Don Annibale però non se la passa bene: pur mantenendo ostinatamente il suo orgoglio principesco, possiede pochissime sostanze, appena sufficienti per pagare un portiere tuttofare e per il quotidiano pasto al ristorante. Il Paese si sta trasformando, sono gli anni del boom economico; di pari passo con il declino delle famiglie nobiliari c'è la rapida ascesa di un'imprenditoria moderna, scaltra, disposta a tutto pur di fare quattrini. Il decadente palazzo dei Roviano, posto com'è al centro di Roma, diventa l'obiettivo di immobiliaristi senza scrupoli, che vorrebbero raderlo al suolo per costruire un supermercato con annesso garage coperto. Don Annibale non è disposto a cedere alle sirene del progresso e si rifiuta di vendere il palazzo, nonostante le generose offerte. La sua ostinazione ne accresce la fama di uomo strampalato, già consolidata per via dell'abitudine di parlare da solo, o meglio, con invisibili presenze che lui chiama “fantasmi”. 
Nonostante lo scetticismo che lo circonda, don Annibale ha ragione. Egli non è solo, perché nel palazzo si aggirano gli spiriti di quattro suoi antenati morti in modo violento, che per questo motivo sono destinati a vagare in eterno negli stessi luoghi in cui hanno vissuto, senza poter raggiungere la pace eterna. Sono il fratello Poldino (morto da bambino), Fra Bartolomeo (Tino Buazzelli), Reginaldo (Marcello Mastroianni) e l'ingenua Flora (Sandra Milo). Nessuno li può vedere, ma i quattro aleggiano ancora nel mondo dei vivi, potendo finanche intervenire nelle vicende umane, sia pure in modo limitato. Sono fantasmi buoni, numi tutelari della casa, che hanno mantenuto i (tanti) vizi e le (poche) virtù di quando erano in vita. La loro placida esistenza post mortem, che da secoli corre lungo i soliti binari, viene però stravolta da un avvenimento imprevisto, che ne mette a rischio la permanenza nel prestigioso immobile. Pur di non essere “sfrattati” dalla secolare dimora, i quattro sono costretti a intervenire nel mondo dei vivi, con l'aiuto di un abile pittore, anch'egli un fantasma, interpretato da Vittorio Gassman. 
Fantasmi a Roma (1961), per la regia di Antonio Pietrangeli, è prima di tutto una commedia delicata e garbata, con molte gag e battute divertenti. La sceneggiatura, oltre che dallo stesso Pietrangeli, è firmata da Ennio Flaiano ed Ettore Scola. A contribuire alla riuscita del film è soprattutto il cast stellare: Eduardo caratterizza don Annibale di una profonda e ironica umanità, Mastroianni interpreta tre personaggi con istrionica maestria, Buazzelli e la Milo sono eccellenti comprimari. 
L'assenza di effetti speciali non rende meno credibile la storia, che anzi è sviluppata egregiamente pur nella povertà dei mezzi tecnici. I fantasmi sono resi con un espediente cromatico, una patina azzurrina che ne ricopre i volti e le vesti. È questa semplice differenza di tonalità, che come detto non necessita di effetti speciali, a segnare il distacco tra la vita e la morte. Si tratta di una soluzione semplice, forse persino pioneristica e artigianale, ma di grande efficacia. Il film rappresenta dunque il dualismo morte/vita senza esasperarlo, con toni leggeri: i morti coabitano con i vivi e sanno persino intervenire nelle vicende umane, orientandole verso il bene. Un messaggio se si vuole pacificatorio, o comunque rassicurante. Sarebbe però riduttivo classificare la pellicola come una commediola spensierata, senza approfondirne i risvolti di feroce critica sociale e dei costumi. Fantasmi a Roma è infatti un'arguta analisi dell'Italia del boom economico, sia pure mediata attraverso la lente del racconto fantastico. In primis, il film di Pietrangeli lancia i suoi strali polemici contro la cementificazione selvaggia, che tanti danni ha fatto al Bel Paese proprio a partire dagli anni Cinquanta del Novecento. Emblematica, a tal proposito, è la figura dell'ingegnere che vuole acquistare il palazzo dei Roviano per abbatterlo e costruirci un supermercato: i suoi idoli sono il progresso e il profitto, e ciò che li ostacola deve essere abbattuto a colpi di ruspa. Nel film si contrappongono dunque i due volti antitetici di Roma: il centro storico e la periferia, la culla del glorioso passato e l'emblema di un presente impoetico e scialbo. E ancora, la pellicola è un atto di accusa contro la burocrazia tentacolare, la corruzione, il dolo della classe dirigente di voler svendere le bellezze del Paese agli speculatori senza scrupoli. 
In conclusione, Fantasmi a Roma è un film che si presta a più letture: è adatto per le famiglie, ma al tempo stesso fa riflettere. La sua forza è nella semplicità della trama e nella straordinaria interpretazione di alcuni tra i più grandi attori del Novecento.
La locandina del film

2 gennaio 2021

"L'apprendista del sole" di Gian Piero Bona: il Divino è nel cuore di ogni uomo

Gian Piero Bona, il “poète extraordinaire” secondo la definizione di Jean Cocteau, ci ha lasciati lo scorso 27 ottobre, all'alba dei suoi novantaquattro anni. Praticamente nessuno ne ha parlato, salvo due articoli sul Corriere della Sera e La Stampa. È stato poeta, romanziere, traduttore e fine esoterista, conosciuto soprattutto per lo scandaloso esordio de Il soldato nudo (1960) e l'intenso Il silenzio delle cicale (1981), vincitore del Premio selezione Campiello. Le sue ultime fatiche sono il romanzo autobiografico L'amico ebreo (2016) e la raccolta lirica La volontà del vento (2018). Figura eccentrica e controcorrente, al di fuori delle logiche partitiche e partigiane del mondo culturale italiano, Bona meriterebbe di essere riletto e riscoperto. Ben venga allora l'iniziativa della casa editrice Lindau, che ha ristampato diverse sue opere fuori catalogo da anni.
L'apprendista del sole rappresenta un unicum nel panorama letterario tricolore, un romanzo che si distacca da tutta la produzione nostrana, un esperimento coraggioso e fuori dai canoni. La ristampa a cura della Lindau segue l'originale prima edizione Rusconi del 1989, all'epoca recensita persino da Eugène Ionesco, che disse di aver trovato nel romanzo di Bona «quel grande spirito dell'altrove verso il quale tendono tutti i veri scrittori». L'apprendista del sole è un romanzo di formazione, un viaggio iniziatico alla scoperta di sé, che ricorda Siddharta di Hesse o Il Profeta di Gibran (di cui, non a caso, Bona è stato il primo traduttore italiano). Il protagonista è Ondo, un giovane che «conteneva in sé due persone che lottavano, odiandosi, senza che l'una sull'altra avesse mai il sopravvento». Ondo proviene da una famiglia ricca, ma la ricchezza che gli ha donato la sorte non lo soddisfa; è un ragazzo dotato di una sensibilità spiccata, che tuttavia è una maledizione, perché lo rende dubbioso e sconosciuto a se stesso. Malinconico e chiuso, tormentato e inquieto, vuole trovare la Via, ovvero la strada per la perfetta e piena comprensione di sé e del mondo. 
«Eppure una via c'è, per ciascuno. Che uno la trovi non conta. Conta il sapere che c'è. Sarà la via un giorno a trovare noi.»
Così Ondo parte, lascia la casa e i familiari e si imbarca sul Fuiadeh, una nave cargo diretta in Egitto. Per lunghi anni viaggia in lungo e in largo in Oriente: vive ad Alessandria, Porto Said, Beirut, Baghdad, Istanbul. Conosce tante persone e vive molteplici esperienze, spesso antitetiche: la ricchezza e la miseria, la fatica e l'indolenza, l'amore puro e quello mercenario, la carnalità e il misticismo, il vizio sfrenato e la virtù monastica, il vuoto del cuore e la pienezza dello spirito. Il suo è un viaggio iniziatico, guidato dal sufi Mohamed, figura mistica e di grande potenza evocativa. Più volte il protagonista inciampa, più volte sembra prendere una strada sbagliata; eppure alla fine la sua ricerca è coronata dal successo, quando scopre che il Dio che cercava è in realtà in sé, perché il principio divino abita in tutti gli uomini e nelle loro passioni. Viene in mente il testo di Visioni, scritta da Juri Camisasca per Alice: «più lontano vai, sempre meno conosci». E ancora, Claudio Rocchi che cantava che «Dio è dentro, nel cuore di ogni uomo». Gli scrittori e i cantanti nostrani che si sono avvicinati alla filosofia e al misticismo dell'Asia sembrano aver capito questa costante del pensiero orientale: il divino non è altro da noi, né è più in alto, ma è in noi, è il soffio che dà vita alle membra e direzione alla nostra anima. Ecco perché alla fine del viaggio Ondo ritorna al paese natale, perché il suo ciclo si è compiuto e non avrebbe più senso spostarsi nello spazio. 
«Tu non sei solo, sei una miriade di forme in cui risplende l'unica luce, l'unica essenza che trasmigra rimanendo sempre la stessa.»
Diversi gli spunti autobiografici che rimandano all'esperienza dello scrittore: il padre industriale, l'avita dimora di famiglia, i viaggi in Oriente, la fascinazione dell'esoterismo, il tema dell'uscire da sé, la doppiezza dell'amore carnale e spirituale. Molti anche i rimandi al resto della sua produzione letteraria; esiste un legame tra Ondo e Tristano, il protagonista de Il silenzio delle cicale. Anche il secondo è l'unico superstite di un naufragio, anche lui vaga nel mondo e tra i ricordi alla ricerca di una forma costante e immutabile del proprio essere. Solo che, mentre Ondo trova infine una composizione, Tristano è l'emblema dell'uomo a metà, l'esito di un imperdonabile fallimento.
L'apprendista del sole non è una lettura agevole. È un libro pregno di simbolismi e intriso di un misticismo serio, colto e ragionato. Bona non offre idee di seconda mano, ma sa rielaborare – e finanche spiegare, sia pure attraverso metafore – pensieri profondi che attengono alle grandi domande universali. Non nascondo che è stata una lettura a tratti faticosa, perché i concetti che si dipanano nel libro sono tanti e non sempre immediati; rimane comunque un romanzo originale e imprevedibile, una piacevole deviazione rispetto alla linea retta della letteratura italiana del tardo Novecento.
La recente ristampa curata da Lindau

15 giugno 2020

"Malombra" di Antonio Fogazzaro: tra satira di costume e ossessioni spirituali

Ho impiegato vent'anni esatti per finire Malombra. Lo acquistai a quattordici anni, grazie a un buono libri di 50.000 lire offerto dalla Regione Lazio ai vincitori di un concorso per studenti. All'epoca ero fissato con la letteratura gotica e fantastica; basti dire che lessi persino l'indigesto mattone di Horace Walpole, Il castello di Otranto. Non potevo dunque lasciarmi sfuggire quello che è considerato il capostipite del genere in lingua italiana. Com'era prevedibile, la prima volta mollai la lettura dopo cinquanta faticosissime pagine. Qualche anno dopo mi cimentai nuovamente, arrivando a concludere la prima parte. Successivamente l'ho ripreso in mano varie volte, affrontato con le migliori intenzioni senza andare oltre i primi capitoli, infine abbandonato.
L'ultima è stata la volta buona. Alla base della decisione di arrivare fino in fondo c'era la stessa, immutata fascinazione di un tempo. Sarà che le storie dal sapore gotico hanno un'attrattiva particolare, sarà che, parafrasando Fiumani, “le cose in cui credo sono le stesse da una vita”, fatto sta che non ho resistito all'oscuro richiamo dell'avito palazzo signorile sulle sponde di un lago selvaggio, in cui si consuma una vicenda dai tratti occulti. Le aspettative sono state in parte disattese, perché Malombra non è una novella gotica o fantastica, ma un romanzo di costume tipicamente ottocentesco, che affronta incidentalmente tematiche spirituali e vagamente esoteriche.
La trama è nota, trattandosi di un classico. Corrado Silla, scrittore negletto da pubblico e critica, è invitato da un misterioso gentiluomo in un'antica dimora sulle sponde di un lago lombardo, per una non meglio precisata collaborazione. Nel palazzo del conte Cesare d'Ormengo, il giovane Corrado ha modo di conoscere meglio se stesso e il passato della propria famiglia, ma soprattutto s'invaghisce della nipote del conte, Marina di Malombra. Quest'ultima è il prototipo della femme fatale: bella, aristocratica, sdegnosa, altezzosa, dotata di un fascino perverso di fronte al quale si può solo soccombere. Marina è convinta di essere la reincarnazione della sfortunata ava Cecilia, rinchiusa nel palazzo dal crudele marito, infine impazzita e morta in circostanze misteriose. È questo l'elemento gotico che ha spinto molti critici a inquadrare il romanzo in un genere con cui, in verità, ha pochissimi punti di contatto. Il buio, la tempesta, l'intima sofferenza degli spiriti burrascosi, sono più che altro tematiche tardo-romantiche. È la cornice in cui si svolge la vicenda ad avere tratti tipici di certa letteratura gotica, ma l'ambizione di Fogazzaro era molto più alta dello scrivere un racconto fantastico.
Lo ribadisco, Malombra è principalmente un romanzo di costume, e non a caso parte significativa della storia si svolge nei salotti mondani di Milano. Fogazzaro ci regala uno spaccato fedele della nuova Italia post-unitaria; tutte le classi sociali sono rappresentate, dai miseri contadini all'aristocrazia, passando per la nascente borghesia industriale, che sarà destinata a cambiare il volto del Paese.
A mio avviso, punti di forza sono l'ambientazione e l'arguta caratterizzazione dei personaggi. Quanto a questi ultimi, Fogazzaro ne esaspera le caratteristiche, ne amplifica vizi e virtù, correndo il rischio di operare una classificazione manichea. Corrado Silla è allora l'emblema dello scrittore inetto, del romantico dell'ultima ora dilaniato da tormenti estetici, religiosi e morali. Steinegge, che pure è il personaggio che ho amato di più, perde forza quando viene fulminato sulla via di Damasco; la sua repentina conversione, per quanto provocata da un evento inaspettato e gioioso, ha il sapore di una rampogna moralizzante. E ancora, la contessa Fosca e il figliolo Nepo sono volutamente ridicoli e macchiettistici. Paradossalmente, il personaggio più credibile è Marina di Malombra, nonostante i parossismi e le ossessioni di reincarnazione.
Quanto al linguaggio, è letterario senza essere stucchevole, elegante ma di facile assimilazione. L'autore gioca con i registri: si passa dal comico (la servitù) al patetico (la contessa Fosca), dal drammatico (Silla) al misterioso (Marina). Prevalgono i dialoghi, ma sovente il narratore si dilunga in minuziose descrizioni del paesaggio e in analitiche dissertazioni sullo stato d'animo dei protagonisti; eppure, per quanto si tratti di un romanzo ottocentesco, questi intermezzi “aulici” non rallentano il ritmo della vicenda, che corre a precipizio verso il drammatico finale.
Si tratta di un classico, su cui sono stati versati fiumi d'inchiostro. Fermo restando che la mia recensione non può aggiungere nulla a quanto è già stato detto, ne consiglio la lettura, se non altro per la forte influenza simbolica che il libro ha avuto su generazioni di lettori. Per chi volesse, su YouTube è disponibile lo splendido lungometraggio del 1942 di Mario Soldati, che riproduce fedelmente le ambientazioni e gli umori del romanzo, grazie soprattutto a una superba fotografia.
Copertina di un'edizione Garzanti (2000)

18 dicembre 2019

Il satanismo di maniera dei Black Widow

Ci sono opere sempre attuali, in ogni luogo ed epoca, e altre contingenti, strettamente legate al tempo in cui furono prodotte. Così è per l'arte, la letteratura, la musica, e più in generale per ogni creazione umana. E se possiamo certamente affermare che Revolver dei Beatles o Forever changes dei Love siano figli del loro tempo, ciò nonostante sarebbe sacrilego definirli "vecchi", o peggio ancora "sorpassati". Viceversa, un disco come Sacrifice (1970) degli albionici Black Widow, pur restando a detta di molti una pietra miliare, a mio avviso risente del tempo passato.
I Black Widow nacquero dalle ceneri dei Pesky Gee, gruppo blues-rock di discreto successo; cambiato nome, il sestetto inglese decise di scatenare un piccolo terremoto nella scena musicale dell'epoca, pubblicando Sacrifice. La sinistra copertina e i disegni interni richiamavano atmosfere luciferine, come pure i testi, densi di riferimenti all'esoterismo, all'occultismo e al satanismo. In un'epoca in cui il genere rock era ancora identificato con le divagazioni psichedeliche del beat, i Black Widow apparivano innovativi e scandalosi; se a ciò si aggiungono alcune leggende metropolitane, come i presunti sacrifici animali sul palco, il piatto è servito. Assieme a Coven e Black Sabbath furono i pionieri di un genere destinato a fare proseliti, anche se, a differenza delle due band citate, si muovevano principalmente nei terreni del progressive.
Sbaglia chi appoggia la puntina sul vinile aspettandosi qualcosa di duro: Sacrifice è un LP folk-rock dalle venature prog, in cui a farla da padrone sono i fiati di Clive Jones e l'organo di Zoot Taylor, mentre le chitarre suonate da Jim Gannon non sono mai invasive. La formazione era completata dalla precisa sezione ritmica di Clive Box alle percussioni e Bob Bond al basso, mentre a cantare ci pensava Kip Trever. Come ho già detto, il confronto inevitabile è con i Black Sabbath, che nello stesso anno pubblicavano il loro primo, maestoso e omonimo album; ed è proprio quest'ultimo a vincere su tutta la linea in un ipotetico confronto con Sacrifice. Si pensi ai solchi iniziali: mentre i Black Widow accolgono l'ascoltatore con un organo sinistro ma comunque legato alla vulgata beat, Ozzy & co. lo terrorizzano con gli scrosci di un temporale e il lugubre incedere di una campana a morto.
Sia pure con alcuni passaggi interessanti – su tutte, l'iniziale In ancient days –, il lato A scorre senza particolari sussulti. Quel che manca, a mio avviso, è la costruzione di un'atmosfera realmente gotica o nera. I Black Widow si affidano a testi persino più audaci ed espliciti di quelli dei Black Sabbath, eppure appaiono un po' incerti e manieristici. Si ascolti in proposito la celebre Come to the sabbat, in cui l'invocazione corale al demonio assume, per uno strano paradosso, un carattere del tutto innocuo, quasi parodistico.
Decisamente superiore il lato B, impreziosito dalla lunga title-track, una cavalcata progressiva di oltre sette minuti, che resta la parte più convincente del lavoro. Qui i Black Widow si cimentano in lunghe improvvisazioni strumentali, con i fiati e l'organo che si inseguono sul tappeto martellante delle percussioni, a dare l'idea di una messa nera.
Dopo ripetuti ascolti, sono giunto alla conclusione che Sacrifice è un disco innovativo nelle intenzioni, se non altro per le tematiche trattate, eppure ingenuo negli esiti. Fulminante la recensione contenuta nel volume Progressive dell'Atlante musicale Giunti, in cui si parla di «un suono che non ha retto il peso degli anni, privo forse di quelle sincere connotazioni dark tipiche di altri gruppi», caratterizzato da «un po' di occulto, accenti moderatamente ossessivi e satanismo quanto basta». Dispiace avere bistrattato un disco che molti considerano seminale per tutta la scena a seguire, ma ritengo che risenta particolarmente il peso degli anni. In conclusione: è un LP rivoluzionario per l'epoca in cui fu concepito, ma esagera chi lo eleva a capostipite di un genere.

31 ottobre 2019

La Storia passa per Vienna: il nuovo albo di Martin Mystère

Nel numero di agosto/settembre, nello spazio dedicato alle anticipazioni, Alfredo Castelli aveva risposto con la consueta ironia agli uccelli del malaugurio che da anni puntualmente annunciano – o forse addirittura auspicano – la chiusura della serie. Il creatore di Martin Mystère ha rivelato che senza dubbio la serie chiuderà, ma solo perché, come tutte le creazioni umane, ha avuto un inizio e avrà una fine. Nessuna chiusura imminente, dunque, a beneficio degli appassionati. Soprattutto, si spera che le parole di Castelli mettano a tacere una volta per tutte le malelingue.
Il numero 365 (ottobre/novembre 2019) attualmente in edicola, intitolato La grande epidemia, è in qualche misura il segno della vitalità della testata, sebbene sia fisiologico un calo di ispirazione dopo trentasette anni di presenza costante nelle edicole italiane. Ho parlato di vitalità del personaggio perché Martin sembra vivere una seconda giovinezza: è atletico, poco propenso a dilungarsi in lunghi monologhi, pronto invece a fare a botte e persino a calarsi da un condotto di aerazione grazie ad una tecnica appresa ad Agarthi. Al tempo stesso, però, si ravvisa un calo d'ispirazione per l'utilizzo di alcuni espedienti narrativi ormai abusati, un ritornello sentito troppe volte. Parlo dell'irruzione dell'ennesima setta segreta non meglio identificata, oppure dell'esplosione finale che risolve tutti i problemi, soluzione forse catartica ma fin troppo sbrigativa. Al di là dei limiti, se si legge l'albo senza preoccuparsi della continuity pretesa dagli appassionati di lungo corso, si riscontrano almeno tre punti di forza. Il primo è nei disegni di Romanini, che si mantiene fedele al personaggio e al contempo ci regala una molteplicità di figure di sfondo e contorno, ivi compresa una manciata di belle ragazze. Mi è poi piaciuta la maggiore propensione all'azione rispetto ad alcuni albi del recente passato, in cui predominavano i toni eruditi e gli immancabili “spiegoni”. La grande epidemia è invece un'avventura incentrata sul presente, che possiede il serrato andamento di una storia di spionaggio e sorprende con diversi colpi di scena. Inoltre, viene affrontato un tema quanto mai attuale, ossia il cambiamento climatico e le strategie da attuare al più presto per salvare il pianeta.
La vicenda, sceneggiata da Belli con i disegni di Romanini, è interamente ambientata a Vienna, dove il Buon Vecchio Zio Marty è invitato a presentare l'edizione austriaca in versione economica dei suoi libri. Nella città asburgica, tanto per cambiare, si sta verificando un evento senza precedenti, una vera e propria epidemia di suicidi che colpisce inspiegabilmente persone che non hanno una ragione per togliersi la vita. Partendo da questa “grande epidemia”, la storia prende una piega imprevista, che porterà il Detective dell'impossibile a venire a contatto con un oggetto antichissimo dalle proprietà esoteriche, che i cattivi di turno vogliono utilizzare per indirizzare le sorti del mondo e conformare l'umanità sotto un pensiero unico monolitico.
È un'avventura vissuta quasi interamente in solitaria, mancando i soliti comprimari; Martin ha così modo di esaltare le proprie doti, su tutte l'intuito, l'altruismo e la totale libertà di pensiero. Il nostro eroe viene messo di fronte ad un quesito: è giusto barattare la libertà per la salvezza? O meglio, è giusto salvare l'umanità e la Terra pagando il prezzo di un pensiero unico, della sottomissione e dell'annullamento di ogni individualità? Martin non ha dubbi e risponde di no, perché per lui la libertà viene prima di ogni cosa e la salvezza dell'umanità non può essere imposta, ma deve essere il risultato di scelte ponderate e condivise. Il punto più interessante dell'albo è proprio questo: i cattivi sono paradossalmente quelli che vorrebbero salvare il pianeta, sia pure attraverso un progetto aberrante. Martin Mystère, invece, si oppone al loro piano, perché sa vedere le cose da un profilo morale più elevato.
Sperando di non aver svelato troppo della trama, consiglio la lettura di questo numero 365, che peraltro ci rinfresca la memoria su uno degli eventi decisivi della storia europea e della nostra cultura, ossia l'assedio di Vienna del 1638 da parte degli Ottomani. Unico neo, come già detto, il finale troppo frettoloso. Spero che in futuro vengano adottate soluzione diverse, per garantire ancora longevità e successo alla serie.
Martin Mystère n. 365 - La grande epidemia - Ott/Nov 2019

6 ottobre 2019

"Un'anima persa" di Giovanni Arpino: ogni uomo ha il suo Doppio

Il romanzo, tra i più celebri di Arpino, è un meccanismo narrativo perfetto, che avvince il lettore dal misterioso inizio al sorprendente finale. Come correttamente rilevato da molti critici, Un'anima persa è debitore della grande tradizione del romanzo nero ottocentesco, da cui Arpino ha attinto a piene mani per le atmosfere e la tensione inespressa e indecifrabile che ne attraversa le pagine. Anche la tematica principale, quella del "doppio", è di matrice prettamente ottocentesca, con Stevenson e Dostoevskij a fare da apripista.
Tino, il giovane protagonista, è un orfano appena uscito dal collegio, in procinto di affrontare gli esami di maturità a Torino, dove viene ospitato dagli zii. La casa, circondata da un pallido giardino, si trova in una zona lontana dal centro cittadino e tuttavia non propriamente isolata, un po' avamposto della campagna e un po' propaggine estrema della metropoli. È un edificio a due piani, labirintico e vasto, pieno di anditi, sgabuzzini oscuri e lunghi corridoi costellati di porte chiuse. Di notte la casa si risveglia, attraversata com'è da spifferi vocianti e sinistri scricchiolii. Gli abitanti sono quattro, ma solo tre si palesano apertamente: la zia Galla, la serva Annetta e lo zio, l'altero Serafino Calandra, detto l'Ingegnere. Il quarto inquilino è il Professore, fratello gemello dell'Ingegnere, che vive recluso in una stanzetta al secondo piano. È affetto da una non meglio precisata malattia mentale, che gli impedisce di avere contatti con gli altri; solo l'Ingegnere è ammesso al cospetto del Professore pazzo, che viene servito e riverito con encomiabile devozione. Ed è proprio la follia ad aleggiare su tutti i personaggi, fino al convulso finale che non intendo rivelare.
Dietro gli scenari da romanzo nero, si cela il tema più profondo toccato da Arpino: l'ambivalenza dell'essere umano, diviso tra l'immagine apparente di sé, ovvero quella socialmente imposta e accettata, e la sua essenza più profonda, occultata perché pericolosa o comunque non approvata dagli altri. È la figura del “doppio”, quale manifestazione irriflessiva dell'io più profondo, da nascondere sotto rassicuranti sembianze. Tutti i personaggi celano qualcosa, non solo il folle Professore; soprattutto, tutti sembrano provenire da un circo degli orrori, più simili a caricature che ad esseri umani. Anche Torino subisce lo stesso processo di trasfigurazione: livida e deserta, si illumina soltanto nelle notti viziose, mentre di giorno persino la sua proverbiale operosità è in letargo.
Conclusa la lettura, il pensiero va immediatamente alla vasta categoria del romanzo di formazione, cui certamente Un'anima persa appartiene, anche se in un'accezione particolare. La vicenda di cui Tino è testimone, sebbene duri appena cinque giorni, trasforma il ragazzo, cambiandone per sempre la percezione del mondo. Abituato alla vita anestetizzata del collegio, viene catapultato in una dimensione estranea e incomprensibile, che rimarrà tale nonostante gli strenui tentativi di comprenderla o di trarne un insegnamento. L'ultima pagina è esemplare in tal senso: Tino è steso nel suo letto, incapace di prendere sonno, avvinto da una strisciante paura che è ormai diventata il suo ambiente naturale. Vorrebbe parlare con qualcuno di quanto ha visto e sentito, ma è consapevole che dovrà tenere tutto dentro di sé. L'ambigua vicenda dell'ingegner Calandra è «l'unica storia che il mondo degli adulti ha saputo dargli come ammaestramento», per quanto sia oscura, torbida e inestricabile. Per questa ragione ho parlato di un romanzo di formazione sui generis, in quanto l'unico possibile sviluppo è l'approdo ad uno stadio ulteriore di confusione.
A distanza di oltre cinquant'anni dalla sua pubblicazione (1966), Un'anima persa resta un romanzo potente e attuale, una storia senza tempo che lancia un drammatico interrogativo.
«Possiamo noi oggi attribuire soltanto a pazzia una così lucida e antica decisione di esistere in altro modo, di sopravvivere al di là di se stesso e dell'unica immagine che gli altri concedono ad un uomo?»

10 aprile 2019

"Racconto d'autunno" di Tommaso Landolfi: oltre la letteratura di genere

In Racconto d'autunno (1947) convivono in perfetta simbiosi le due anime di Landolfi, ovvero lo scrittore puro e il solitario. Parlo di pura scrittura perché il romanzo è un perfetto esercizio di stile; ogni pagina, e si potrebbe ben dire ogni parola, è costruita con maniacale attenzione ai particolari, sì da sprigionare una forza evocativa difficilmente eguagliabile. Si pensi al lessico, all'uso di parole rare, ricercate, auliche, desuete o finanche inventate, come “ordinotte”, “amoerro”, “sguancio”, “canova”, “droppiere” e innumerevoli altre. Parlo poi di uno scrittore solitario, perché Landolfi non può essere ricondotto entro correnti o mode; come scrisse Carlo Bo nella prefazione di un'edizione BUR del 1975, egli «non obbedisce ad alcun codice, non segue riti d'alcun genere, è uno che vive davvero in un'isola e ogni tanto affida al mare dei piccoli messaggi sotto forma di divertimento, tra l'irrisione e la disperazione». Un uomo che proteggeva la propria libertà, al punto di scegliere la strada della non appartenenza ad alcun movimento. Per comprendere Racconto d'autunno si deve pertanto partire da tali premesse, da una componente autobiografica, si potrebbe dire quasi spirituale, arricchita da elementi di pura fantasia.
Racconto d'autunno è principalmente un romanzo d'interni, che si sviluppa tutto nelle stanze di un avito palazzo costruito sopra un isolato pianoro. Protagonista è un partigiano, anche se Landolfi non lo presenta mai espressamente come tale. Separato dai suoi compagni di lotta e braccato dall'esercito nemico, il protagonista, dopo aver vagato per aspri crinali e forre, raggiunge un antico palazzo all'apparenza disabitato, in cui decide di rifugiarsi. Qui vive, assieme a due feroci cani, un vecchio burbero e dispotico, di nobile famiglia decaduta, che decide a malincuore di ospitarlo. Nel palazzo aleggia però un'inafferrabile presenza femminile, che si rivelerà soltanto nel climax finale, grazie ad un rito esoterico. La casa, o meglio il maniero, non è solo lo sfondo in cui sono collocate le vicende, ma è uno dei personaggi del racconto, se non addirittura il vero protagonista. Immensa, labirintica e decadente, fagocita gli abitanti e li induce in uno stato di prostrazione emotiva che è l'anticamera della follia. Una casa all'apparenza vuota, ma in realtà permeata di presenze, un po' come la magione degli Usher del celeberrimo racconto di Poe.
C'è chi ha parlato di “romanzo gotico”, chi ha giustamente citato la corrente del “realismo magico”. In effetti, pur valendo le premesse circa la non riconducibilità di Landolfi ad alcun genere, Racconto d’autunno presenta gli elementi dell'uno e dell'altro. Certamente ricorrono aspetti del gotico ottocentesco, come il rapporto amore/morte, la negromanzia, la strisciante inquietudine che pervade le pagine dall'inizio alla fine. Tuttavia, appare evidente la volontà dello scrittore di inserire con naturalezza elementi fantastici in una cornice realistica, finanche provinciale, come nella migliore tradizione del cosiddetto realismo magico italiano.
A mio parere, non si può poi tacere un altro aspetto. Anche Landolfi, come tutti gli scrittori italiani della prima metà del secolo scorso, fu toccato e impressionato dalla guerra. A differenza di Vittorini, Fenoglio o Pavese, che fecero del romanzo civile una vera e propria bandiera, Landolfi scelse una strada diversa e appartata, ma non meno critica. In Racconto d'autunno, pur in forma indiretta, si allude a patrioti (i partigiani), a invasori (i tedeschi) e alleati (gli americani). Ma soprattutto, nella scena più drammatica del romanzo, Landolfi descrive le violenze inflitte alla popolazione civile dalle truppe inquadrate nei reparti alleati. È questo un evidente e dolente richiamo ai crimini di guerra compiuti in Ciociaria dai soldati nordafricani dell'esercito francese, i c.d. goumier. Per quanto lontano dal dibattito e dalla polemica, Landolfi espresse così, sia pure entro la cornice di una storia di fantasia, tutta l'indignazione per i torti subiti dai propri conterranei. Voglio pertanto chiudere con le sue parole, che fanno luce su un'ulteriore e possibile chiave di lettura di questo prezioso racconto.
«Essi, che in tempi precedenti avevano avuto a subire gravi torti, nel loro paese medesimo, dai nostri connazionali, giungevano ora qui colla sete della vendetta e l'animo dei saccheggiatori e degli stupratori, né, ebbri di conquista, si brigavano di distinzioni purchessia fra amici e nemici, armati e non.»
Edizione BUR del 1975

9 maggio 2017

"Nuda e senza pudore" di Attilio Crepas: il ritratto del chiromante

Nel giugno del 1944, nel pieno del secondo conflitto mondiale, uscì per i tipi di un’oscura casa editrice romana, la Apollon, un curioso saggio di argomento esoterico. Nuda senza pudore ne è l’accattivante titolo, pensato per catturare l’attenzione dei potenziale lettori. Due elementi, però, consentono già ad una prima occhiata di distinguerlo da un pruriginoso romanzo d’appendice: l’immagine di copertina e il sottotitolo. Il disegno, una xilografia opera del celebre pittore Diego Pettinelli, raffigura il palmo di una mano circondato da simboli astrologici e raffigurazioni di divinità. Il sottotitolo, poi, chiarisce il contenuto del libro: “vita segreta dei chiromanti”. Ad essere senza pudore è dunque la mano, perché solo la palma nuda «ad occhio conoscitore può rivelare, di noi, segreti e tendenze, indovinare ore del passato, divinare le future».
Attilio Crepas, secondo le scarne notizie rinvenibili sulla rete, era un giornalista de La Stampa di Torino. Nuda e senza pudore raccoglie una serie di articoli, riveduti e sistemati, che egli scrisse tra il 1938 e il 1944 per il prestigioso quotidiano. La prosa è garbata, semplice, ammiccante verso il lettore, a cui l'autore  si rivolge in tono amicale e confidenziale. La lettura risulta così agevole e finanche appassionante, grazie ad un registro volutamente didascalico.
Il saggio è il resoconto dei viaggi che il Crepas fece in Italia e all’estero (Francia ed Egitto) alla scoperta della vita segreta dei chiromanti. Le tappe principali furono Trieste, Roma e Napoli. A Trieste incontrò uno dei più celebri veggenti di quegli anni, il professor Renato Damiani, che ebbe l’onore di leggere la mano a personaggi del calibro di Saba, Pirandello, Stuparich, Franz Lehar e altri. A Napoli si imbattè in madame Frisiello, allieva dell’Aimi, autore del primo manuale sulla chiromanzia pubblicato in Italia. Crepas offre un ritratto semiserio di tutti i personaggi incontrati, illustrandone accuratamente le differenze di pensiero e di modus operandi. Il libro fornisce anche alcune nozioni basilari di chiromanzia, corredate da una trentina di tavole in bianco e nero. Viene in particolare spiegato il significato delle linee, dei monti e delle isole, che fanno assomigliare le mani ad una vera e propria carta geografica.
L’autore concentra la sua analisi su tre aspetti, che rappresentano altrettanti campi di indagine della chiromanzia. Il primo, verso il quale Crepas è decisamente scettico, è quello della divinazione, in cui la lettura del palmo è strumento per predire il futuro. Il secondo è quello conoscitivo, in cui la mano è una mappa in grado di racchiudere le caratteristiche psichiche e caratteriali dell’individuo. Residua, infine, l’aspetto più propriamente scientifico, cui l’autore dedica l’ultima parte del saggio: la dattiloscopia, quale strumento di indagine criminale.
Alla fine della lettura si rimane suggestionati e si è portati a guardarsi le mani, per scoprirvi magari dei segni propiziatori. Oppure il lettore, quasi intimorito da quanto le palme nude sanno rivelare, potrebbe essere spinto a nasconderle nelle tasche o a coprirle con dei guanti, perché la nudità più gelosa è proprio quella delle mani.
Inutile dire che il saggio non è stato mai più ristampato; sarà dunque difficile (ma non impossibile) scovarlo negli anditi più riposti di qualche libreria esoterica.
 
Una tavola tratta dal libro e la copertina