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10 dicembre 2025

L'ultimo graffio dei Litfiba

La recente ristampa di Insidia a cura della Saifam è al contempo un atto di giustizia e un'operazione nostalgia. Atto di giustizia perché il secondo e penultimo album con Cabo alla voce non era mai stato ristampato dal 2001, sebbene sia considerato il migliore della trilogia senza Piero Pelù. Un'operazione nostalgia per quanti all'epoca erano adolescenti e ricordano il disco con affetto, perché, si sa, col tempo si apprezza di più ciò che appartiene ai giorni spensierati della giovinezza. Come ricorderà chi ha quarant'anni o più, la separazione tra Ghigo e Piero nel 1999 fu uno shock per i fan, da cui derivò una lacerazione tra chi appoggiò il nuovo corso e chi invece considerò i Litfiba morti e sepolti. Se la nuova incarnazione della band non decollò mai veramente, forse ciò dipese dalla scelta di mantenere il nome, rivelatasi un'arma a doppio taglio. Per quanto Gianluigi Cavallo fosse un ottimo musicista e un carismatico vocalist, i "nuovi" Litfiba non avrebbero potuto reggere il confronto con la propria storia ventennale, il fantasma di Piero e capolavori come Desaparecido e 17 Re.
Il primo album della nuova ditta Cabo & Ghigo si intitolava Elettromacumba ed era un lavoro ancora acerbo, con qualche buona intuizione ma non esaltante. Con Insidia il nuovo corso visse il suo momento più alto, dando alle stampe un disco intenso, vario, espressione di un rock forse non originalissimo, ma diretto e schietto, senza compromessi. Rispetto al precedente lavoro cambiò il batterista: Ugo Nativi fu sostituito da Gianmarco Colzi. Gianluigi Cavallo alla voce, Ghigo Renzulli alle chitarre e Gianluca Venier al basso completavano la formazione. Sebbene sia presente qualche innesto elettronico (Ruggine), è un disco prettamente elettrico con venature hard-rock e dark. D'altronde, si vocifera che alla base della separazione tra Ghigo e Piero ci sarebbero stati diverbi artistici, volendo il primo seguire la strada maestra del rock, laddove il secondo avrebbe preferito cimentarsi in sonorità più morbide sulla scia di Infinito.
Insidia è un disco valido dal primo all'ultimo solco, in cui anche i brani meno riusciti come Senza rete riescono a raggiungere la sufficienza. I primi cinque pezzi sono un crescendo di buone sensazioni. L'iniziale Mr. Hyde è una dichiarazione d'intenti che mette in chiaro dove si andrà a parare, ossia verso un rock solido che abbandona le trame pop di Infinito per recuperare le sonorità di Mondi sommersi (Dottor M. è il punto di riferimento più prossimo). La successiva, la title-track, viaggia su tappeti elettronici grazie alle tastiere del compianto Mauro Sabbione. Si ritorna alla ballata rock con La stanza dell'oro, non a caso scelta come singolo di lancio. Valida anche la successiva Nell'attimo, in cui sono evidenti gli echi di Spirito, a conferma della volontà di Ghigo di dare riconoscibilità e coerenza al progetto. La migliore del mazzo è, a mio avviso, Invisibile, una canzone che rivela l'intesa perfetta tra la voce di Cabo e la chitarra di Renzulli, che si diffonde in due begli assoli, impreziositi dall'inconfondibile wah wah. Si tratta del punto più alto dell'album, nonché, azzardo, una delle migliori canzoni dei Litfiba anni 1990/2000. La seconda parte del disco è meno incisiva, ma contiene comunque pezzi come Il branco (che anticipa le sonorità che caratterizzeranno il ritorno di Piero) e la conclusione soft di Oceano. In mezzo c'è Luce che trema, pezzo di quadrato hard-rock e duro atto d'accusa contro la pena di morte, nonché uno dei migliori testi di Cabo.
Con Insidia Ghigo & Cabo hanno esaurito la fase più feconda della loro collaborazione; non a caso, il successivo Essere o sembrare non ne è all'altezza. E se è vero che i testi sono meno incisivi di quelli di Pelù, va dato atto che in Insidia la voce di Cabo ha acquisito maggiore personalità, distaccandosi nettamente dal cantato "di maniera" di Elettromacumba.
Tornando a quanto scritto all'inizio della recensione, questa ristampa è dedicata specialmente a quanti nei primi anni Duemila hanno seguito le traversie dei Litfiba, dallo scioglimento alla ricomparsa con la nuova formazione. E così, inevitabilmente, a distanza di oltre vent'anni è possibile dare un giudizio più sereno di quegli eventi. Un giudizio necessariamente meno critico, se è vero che tutto ciò che è venuto dopo in ambito musicale ci consente di guardare a Insidia con affetto e benevolenza. Anche i successivi album con Pelù, Grande nazione del 2012 ed Eutòpia del 2016, sono inferiori, a giudizio di molti. E allora questa ristampa è graziosa benevolenza nei confronti di chi la reclamava come un ricordo postumo della giovinezza perduta. Ci fa comprendere che eravamo felici e non ce ne rendevamo conto.
La copertina della ristampa 2025

8 novembre 2025

"Poco zucchero", il cinico e tagliente Faust’O

A fine anni Settanta si affermarono nuovi volti nella fitta schiera del cantautorato nostrano. Personaggi diversi dal cliché dell'artista impegnato "di sinistra" che aveva furoreggiato nel decennio, i quali presentavano una proposta musicale diversa, spesso più vicina alle influenze straniere. Penso all'ironia graffiante di Alberto Fortis, oppure al mitteleurock di Gino D'Eliso, fino ad arrivare alle tentazioni art-rock di Garbo qualche anno dopo. Tra questi, una figura ancora più radicale che merita un discorso a parte è quella di Fausto Rossi, nativo di Sacile e più conosciuto con lo pseudonimo di Faust'O.
Aveva esordito nel 1978 con un album dalle tinte forti e dal titolo eloquente: Suicidio. Conteneva brani come Benvenuti tra i rifiuti, Godi, Bastardi e Il mio sesso, veri e propri gioielli di piccolo culto ancora ricordati da una sparuta schiera di fedelissimi, come si evince da una sommaria ricerca sulla rete. L'anno successivo fu la volta di Poco zucchero, secondo lavoro in studio pubblicato nel 1979 dall'etichetta Ascolto di Caterina Caselli. Fu registrato nei mesi di febbraio e marzo presso il "Radius Studio" sotto la sapiente produzione artistica dello stesso Faust'O e del compianto Alberto Radius. Nutrita e di livello la schiera dei musicisti coinvolti, tra cui Claudio Pascoli al sax, Walter Calloni e Tullio De Piscopo alle percussioni, Radius alla chitarra elettrica e il bassista statunitense Julius Farmer. Fausto Rossi, oltre a cantare, suona tastiere e sintetizzatori, tra cui l'italico polifonico Crumar.
Nell'iniziale Vincent Price, scritta a quattro mani con Oscar Avogadro, si nota il tocco di Radius: è un pezzo marcatamente rock con chitarra elettrica in evidenza, in cui la figura dell'istrionico attore statunitense, noto per aver interpretato celebri pellicole horror, diventa la metafora per esprimere un messaggio inquietante: è fuorviante cercare il mostro negli altri, il mostro è dentro di noi, anzi siamo noi.
«Ma quando alla mattina scopri allo specchio
la faccia che hai,
e mentre fai la barba giunge un suono all'orecchio:
sta russando anche lei.
Dubbi ormai non hai più,
quei due occhi e quel mostro sei tu.»
Spesso il nome di Faust'O è associato alla new wave, quantomeno per la prima fase della sua carriera di cui fa parte anche Poco zucchero. In questo LP le influenze del genere appaiono effettivamente marcate, soprattutto in virtù dell'ampio uso di tastiere e sintetizzatori che regalano quel suono algido tipico appunto della new wave. Si ascolti Il lungo addio, un'anomala canzone d'amore dalle atmosfere glaciali e rarefatte che sostengono la voce tagliente del cantautore. Il brano, forse il migliore della scaletta, ricorda Vienna degli Ultravox, con la precisazione che il capolavoro della band inglese fu pubblicato l'anno successivo. Altre canzoni si allontanano invece dal genere citato, come l'intensa Attori malinconici o la radiofonica Oh! Oh! Oh!, più vicine a un pop raffinato. Il canto si fa sussurro in Kleenex, altro pezzo di culto, con un testo che sfida la buona creanza e osa varcare i limiti della comune decenza. D'altronde, le liriche che inquietano sono il suo marchio di fabbrica, ora sinistramente ironiche, ora dirette come un gancio in faccia.
«La mia lingua su un tampax
sfiora la castità,
per servirti ho il mio Rolex,
per freddarti ho l'età.»
L'album, della durata di poco più di trenta minuti, si chiude con i sette minuti di Funerale a Praga. L'inizio è quasi di matrice progressiva, in stile Pink Floyd; quando però arriva la voce salmodiante di Faust'O, il pezzo assume un incedere funereo, fino alla meravigliosa coda finale di sintetizzatori e sassofono.
Provocazione, feroce sarcasmo e attitudine punk sono le chiavi di lettura di questo album e più in generale dell'intera produzione di Fausto Rossi, figura anomala e anarchica nel panorama cantautoriale nostrano. Conosciuto da pochi, idolatrato da un manipolo di irriducibili appassionati, di lui si può dire tanto, nel bene o nel male, ma di certo gli vanno riconosciute la coerenza e la capacità di seguire una strada diversa da quella battuta dagli altri. Poco zucchero è un disco cinico e tagliente, come lo sguardo sul mondo di questo artista.

12 ottobre 2025

"Aria", il Mediterraneo che abbraccia l'Inghilterra

Ripensando a certi dischi letteralmente consumati da adolescente, mi meraviglio della costanza che all'epoca avevo nell'ascoltare ripetutamente e assimilare album "difficili". La verità è che avevo più tempo e meno opportunità. Più tempo libero perché almeno due ore della giornata erano dedicate all'ascolto. Meno opportunità perché non c'era la varietà offerta gratuitamente da internet, i soldi erano di meno e quindi prima di archiviare un disco lo ascoltavo a ripetizione, soprattutto se la prima impressione non era stata positiva. Eppure ricordo che Aria di Alan Sorrenti (1972) mi conquistò subito.
Ne avevo sentito parlare in un articolo sul settimanale Musica!, all'epoca il mio principale punto di riferimento assieme a un altro pilastro dell'editoria musicale nostrana, il compianto Mucchio selvaggio. Ovviamente di Alan Sorrenti conoscevo le hit, i tormentoni pop che gli hanno garantito il successo. Quando appresi dell'esistenza di un album anomalo come Aria, la curiosità prese il sopravvento sul pregiudizio. Le recensioni erano così entusiastiche che non esitai ad acquistarne una ristampa in cd della Sony, credo fosse il 2005.
Quattro tracce in tutto, quaranta minuti, sufficienti per innalzare il musicista italo-gallese tra le stelle del progressive nostrano. Una suite di diciannove minuti che occupa l'intera prima facciata, una ballata acustica che si colloca tra le migliori canzoni d'amore della musica italiana, due pezzi tra il mistico e lo stralunato, tanto bastò a Sorrenti per firmare uno degli esordi più folgoranti che si ricordino. Aria fu una rivoluzione nel panorama musicale dell'epoca, un crogiolo di suoni e poesia, un disco d'avanguardia eppure per niente ostico. La suite che dà il titolo all'album, come detto, dura oltre diciannove minuti ma non conosce neppure un calo d'ispirazione. Aria è il Mediterraneo che incontra l'Inghilterra, la melodia di Napoli e la sperimentazione di Londra, la tradizione che abbraccia il futuro, una voce eccelsa e mai di maniera. Fosse stato pubblicato nel Regno Unito, oggi sarebbe ricordato come uno dei più grandi dischi prog di sempre.
Aria è un LP che profuma di India, d'incenso e misticismo. Le atmosfere sono rarefatte e il sentimento che domina è la malinconia, o forse sarebbe più corretto parlare di saudade, quel termine portoghese difficilmente traducibile nella nostra lingua che indica (anche ma non esaustivamente) uno struggimento verso qualcosa o qualcuno che è stato e ora non è più, il tendere verso un passato reso mitico dai ricordi. Questo senso di indeterminatezza è già nella copertina, di sicuro impatto visivo: una specie di selva stilizzata color blu, da cui emerge una figura inquietante di profeta, quasi un Cristo che avanza verso una specie di acquitrino. L'impressione è confermata dalle fotografie del libretto interno che ritraggono Alan nelle vesti di un mistico orientale. Qualcuno potrebbe opinare che si tratti di un immaginario "da fricchettone", ma io ritengo che questa scelta grafica abbia retto alla prova del tempo.
Per registrare questo primo lavoro, Sorrenti scelse un fidato manipolo di musicisti: Tony Esposito alla batteria, Vittorio Nazzaro al basso e alla chitarra solista, Albert Prince alle tastiere, con la partecipazione del violino di Jean Luc Ponty nel pezzo che dà il titolo all'album. Aria, la traccia che apre il disco, si dipana in un crescendo di suggestioni sonore e liriche. Alan usa la propria voce in falsetto come uno strumento, al pari di artisti del calibro di Peter Hammill o Tim Buckley; ne viene fuori una commistione perfetta di musica e parole. La lunga suite non si può descrivere, va ascoltata più volte e assimilata. Seguono altre tre canzoni dal minutaggio più basso. Vorrei incontrarti è una delicata ballata dell'amore perduto, un viaggio di quattro minuti fatto di voce e chitarra acustica, fino alla comparsa nel finale di una struggente fisarmonica.
«Vorrei incontrarti fuori i cancelli di una fabbrica,
vorrei incontrarti lungo le strade che portano in India.»
Un fiume tranquillo e La mia mente chiudono il disco. Sono due tracce sperimentali nella struttura e nel testo; non sono canzoni nel senso stretto del termine, perché non seguono il classico schema strofa-ritornello-strofa. Un fiume tranquillo è il punto d'arrivo del viaggio del mistico, dopo le dolorose peregrinazioni dell'eterno vagare. Ascoltarla dà un senso di pace e di definitivo.
«La mia scarpa la troverete vicino a un marciapiede
e il mio corpo lontano, nelle sale di un dormitorio,
la mia mano in un fosso e il mio occhio nel cielo.
Quel fiume sa dov'è la mia casa, quel fiume per me esiste.»
L'anno successivo Sorrenti ci provò di nuovo con un disco dal nome criptico: Come un vecchio incensiere all'alba di un villaggio deserto. Nonostante qualche ottimo spunto, il guizzo dell'esordio sembra già svanito e anche la lunga title-track, pur validissima, non ha il medesimo fascino della precedente. Dopo un terzo album di transizione, di cui va segnalata la splendida versione di Dicintecello vuje, il nostro approderà ai fortunati lidi del pop da classifica. E proprio questa inversione di rotta consacrerà Aria nell'olimpo delle cose più belle mai prodotte nel nostro Paese.

7 luglio 2025

I "Litfiba del 2000", una questione di nome

La notizia della ristampa di Elettromacumba, a venticinque anni dalla sua uscita, ha colto di sorpresa molti fan di vecchia data dei Litfiba. Il primo album senza Piero, o se vogliamo il primo con Cabo, non era mai stato ristampato e addirittura non appare sulla discografia ufficiale della band. Se infatti si naviga sul sito del gruppo, si passa direttamente da Infinito a Grande nazione, ignorando completamente i tre dischi di inediti senza Piero Pelù. La ristampa di Elettromacumba, con tanto di firmacopie di Ghigo e Cabo, ha inevitabilmente riportato alla mente quei giorni di inizio Millennio che per tanti appassionati di rock italiano furono un piccolo shock.
Ovviamente tutto va contestualizzato all'epoca e all'età, ma se ripenso a quel giorno in cui fu annunciata la separazione tra Ghigo & Piero, ricordo benissimo il senso di sconforto che mi prese. Avevo poco più di quattordici anni e i Litfiba erano stati il mio primo vero amore musicale. Negli anni successivi ho acquistato centinaia di dischi e ampliato il mio bagaglio musicale, eppure i Litfiba occupano tuttora un posto privilegiato nel mio cuore, assieme ovviamente ai C.S.I. Il primo loro disco che acquistai fu la musicassetta di Mondi sommersi nell'agosto del 1997, pochi mesi dopo la sua pubblicazione. Seguì l'acquisto di tutta la discografia precedente, da Desaparecido in poi, fino all'uscita di Infinito e al successivo annuncio dello scioglimento.
Infinito si rivelò una delusione, sebbene col tempo l'abbia rivalutato, come ho scritto altrove. Eppure alla sua uscita non mi piacque: troppo pop, con canzoni perfino imbarazzanti (Mascherina) e altre che tradivano una virata verso il commerciale (Il mio corpo che cambia) che mal digerii. Il primo disco di inediti che avevo atteso e desiderato era stato un mezzo fallimento, come constatai da subito ascoltando su Radio Rai la presentazione in diretta dell'album. Circa un anno dopo, quando venne annunciato che la band avrebbe pubblicato un nuovo disco con una formazione rinnovata, senza Piero e con lo sconosciuto Gianluigi Cavallo alla voce, fu un altro colpo al cuore, l'ennesimo. Ricordo che ne parlai a scuola con l'unico amico che, come me, pensava che ascoltare musica fosse una cosa seria: impianto hi-fi (anche se all'epoca avevo un compattone Aiwa) e cd rigorosamente originali. Anche lui era spaesato, ma la sua curiosità virava verso l'ottimismo, mentre io la vedevo nera e consideravo l'arrivo del nuovo cantante come un affronto e un tradimento.
Eppure Elettromacumba lo acquistai: prima cautelativamente in copia pirata a 5.000 lire su una bancarella e poi, dopo qualche ascolto di rodaggio, originale a 26.000 lire alla compianta Ricordi Mediastore di Via del Corso. Mi costava ammetterlo, eppure mi piaceva. Anzi, dirò di più: mi piaceva infinitamente più di Infinito. Certo, la voce di Cabo mi sembrò da subito un tentativo di imitazione dell'inconfondibile timbro di Pelù, eppure il disco mi conquistò con le canzoni. Come ho già precisato, tutto va contestualizzato con l'età. Oggi sono consapevole che i tre LP del periodo Cabo sono dei lavori onesti e non certo dei capolavori, sebbene su Insidia andrebbe fatto un discorso più approfondito. Tuttavia all'epoca avevo quindici anni ed Elettromacumba placava la mia sete di elettricità rimasta insoddisfatta con Infinito. Brani come Il giardino della follia, Piegami, Dall'alba al tramonto e soprattutto Spia, hanno quell'energia che si era un po' persa negli ultimi due dischi dei Litfiba classici.
Se la nuova incarnazione dei Litfiba ebbe vita breve, senza decollare mai veramente, a mio avviso dipese dalla scelta di mantenere il nome. Ghigo, come noto, con ostinazione decise di tenere il marchio Litfiba. Questo forse è stato un errore, in primo luogo perché è stata una scelta divisiva. Moltissimi fan di vecchia data, se non la maggioranza, rimasero infatti fedeli a Piero e non seguirono la nuova line-up. Probabilmente se la nuova band si fosse presentata con un altro nome, avrebbe avuto ben altro successo e riconoscimenti, al di là degli inevitabili ma in tal caso innocui paragoni col passato. Mantenere il nome Litfiba si è rivelata un'arma a doppio taglio, perché per quanto Gianluigi Cavallo fosse un ottimo musicista e un carismatico vocalist, i "Litfiba del 2000" non avrebbero potuto reggere il confronto con la figura di Piero, con la propria storia ventennale e con album capolavoro come Desaparecido o 17 Re
A distanza di venticinque anni le polemiche e le prese di posizione non si sono placate e anzi sono state rinfocolate dalla recente ristampa di Elettromacumba. Io non l'ho acquistata perché sono affezionato alla mia copia in cd; sicuramente invece comprerò la ristampa di Insidia non appena disponibile, si spera a settembre. Da più parti poi si chiede un tour celebrativo del periodo post-Piero, portando in concerto i tre album datati 2000-2005. Sebbene sia consapevole che sarà molto difficile, mi unisco al coro degli speranzosi. Mai dire mai.
Ghigo & Cabo nel libretto interno di Elettromacumba

4 gennaio 2025

"C.S.I. È stato un tempo il mondo" di Donato Zoppo: voci dai confini della Terra

Il Consorzio Suonatori Indipendenti, più semplicemente C.S.I., è stato il portabandiera di un mondo in cambiamento. Il "secolo breve" stava finendo e con esso le grandi ideologie che avevano infiammato gli animi, il mondo a blocchi contrapposti era giunto al capolinea e anche gli artisti percepivano nuove urgenze espressive e la necessità di lasciarsi alle spalle un passato divenuto ingombrante. In Italia i CCCP, al netto delle provocazioni e dei colpi di teatro, avevano in qualche misura rappresentato perfettamente quel mondo che appariva in sfacelo all'alba dei Novanta; non a caso il loro ultimo album, Epica etica etnica pathos, era già un canto d'addio e al contempo l'apertura verso qualcosa di nuovo. I C.S.I. nacquero dalle ceneri dei CCCP, con i provvidenziali innesti di alcuni ex Litfiba; una storia destinata a lasciare una traccia profonda nella scena rock nostrana, praticamente fino ai nostri giorni. Questa anomala alleanza artistica dell'Appennino tosco-emiliano non fu pensata come un gruppo nel senso classico del termine; un consorzio per l'appunto, a voler significare un patto contadino e operaio, stretto però tra musicisti che si consideravano indipendenti, in quanto ciascuno avrebbe portato il proprio bagaglio individuale per arricchire il tutto.
C.S.I. È stato un tempo il mondo, è l'appassionante racconto di quell'esperienza irripetibile. Il libro, scritto dal giornalista musicale Danilo Zoppo ed edito nel 2024 per i tipi di Aliberti, racconta la prima parte della breve storia della band, coprendo il periodo che va dallo scioglimento dei CCCP nel 1990 fino al tour di In quiete che seguì la pubblicazione del primo lavoro in studio, Ko de mondo, passando per l'esperienza del Maciste e dei Dischi del Mulo. Pertanto, pur essendo concepito come «un resoconto collettivo a più voci del Consorzio Suonatori Indipendenti», il saggio in realtà affronta solo la prima parte della loro carriera, concentrandosi specialmente sulle vicende che precedettero e seguirono l'uscita del primo LP. Resoconto a più voci nel senso che le pagine sono arricchite dalle parole e dai ricordi dei protagonisti di quegli anni, in primis i membri della spedizione che si recò in Bretagna a concepire, suonare e registrare il disco: Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Francesco Magnelli, Gianni Maroccolo, Giorgio Canali, Ginevra Di Marco, Pino Gulli e Alessandro Gerbi. Oltre naturalmente agli interventi di altri protagonisti di quell'avventura, come tecnici, fotografi, registi e discografici.
È stato un tempo il mondo, titolo tratto da una canzone dell'album e quanto mai azzeccato, offre un interessante spaccato del mondo musicale nostrano a cavallo di due decadi decisive, un attimo prima che l'avvento del digitale distruggesse per sempre quel modo genuino di fare musica, suonarla e ascoltarla. Il nucleo del libro è il racconto della spedizione in Bretagna; si scopre così che alla partenza per Finistère non c'era praticamente materiale e che Ko de mondo venne costruito da zero in un mese e mezzo nell'ameno scenario di Le Prajou, la grande magione ai confini del mondo affittata per l'occasione dalla casa discografica. A tratti sembra di leggere un romanzo, anche perché i membri dei C.S.I., con le loro personalità forti e definite, avevano tutti i caratteri di personaggi di fantasia. Si pensi ai due chitarristi, Zamboni e Canali, così diversi anche solo nell'aspetto, oppure al deus ex machina Maroccolo o al perfezionismo da scuola classica di Magnelli, per non parlare dell'aura mistica che da sempre circonda Ferretti. Leggendo il volume sembra di trovarsi con loro nell'avita dimora in Bretagna mentre il disco viene suonato e registrato. Ovviamente solo chi conosce Ko de mondo può capire alcuni passaggi, in quanto la lettura non può prescindere da un previo ascolto dell'album. 
Negli ultimi tempi si è rinnovato l'interesse intorno al Consorzio, merito soprattutto della reunion dei CCCP; c'è stato dunque un proliferare di interviste, ristampe, libri fotografici e celebrativi, come non si vedeva da tempo. Ciononostante, il libro di Zoppo è riuscito a ritagliarsi uno spazio, forse proprio per la sua specificità del concentrarsi solo su una breve frazione di questa storia di rock nostrano. Per tali ragioni, è un saggio destinato prevalentemente ai fan, che potranno scovarvi molte curiosità, interviste inedite e punti di vista differenti. Ritengo tuttavia possa essere letto anche da tutti gli amanti del rock italiano che, pur non essendo appassionati del Consorzio, abbiano voglia di conoscere una bella storia degli anni Novanta che meritava di essere raccontata così dettagliatamente.

12 ottobre 2024

E intanto il tempo passa… I primi dischi dei Negrita

Ho sempre rispettato i Negrita, sebbene abbia seguito la loro carriera a fasi alterne. Li ho sempre rispettati perché penso che abbiano tracciato un percorso coerente, seppur ricco di svolte, di deviazioni, inversioni di tendenza e ritorni alle origini. Negli anni c'è stata la fase latino-americana, quella acustica e nuovamente quella elettrica; tuttavia, non me la sono mai sentita di parlare di tradimento, come sostenuto da qualche fan della prima ora. Trovo invece che la loro sia una strada coerente, quella di una rockband che, pur avendo raccolto molto, ha sempre mantenuto un profilo basso, con un'attitudine sincera che non è facile trovare in chi ha raggiunto il successo. Ho trovato sempre ingenerose, se non in malafede, le critiche per partito preso di alcuni autoproclamatisi "puristi" del rock che accusano Pau & soci di essere poco originali o addirittura finti, critica quest'ultima davvero fuori luogo.
Fermo restando che non esiste un patentino per essere rock, c'è da dire che la band aretina non ha mai assunto atteggiamenti da poser. Da più di trent'anni i Negrita sono se stessi, un gruppo nato in provincia che ha saputo navigare nelle acque limacciose del mainstrean senza mai snaturarsi. A mio avviso, sono una delle più belle realtà del nostro panorama musicale.
Come ho precisato sopra, c'è una buona parte della loro carriera che non ho seguito da vicino. Conosco invece molto bene i loro primi album, negli anni li ho letteralmente consumati. Sto parlando dell'esordio chiamato semplicemente Negrita (1994), del successivo XXX (1997), di Reset (1999) e infine Radio Zombie (2001). Non bisogna tuttavia dimenticare l'EP del 1995, Paradisi per illusi. I trent'anni esatti dalla pubblicazione del primo omonimo LP, recentemente ristampato, sono dunque un'occasione per ripercorrere una storia che ha lasciato una traccia profonda nel panorama rock nostrano degli anni Novanta.
XXX lo acquistai pochi mesi dopo la sua uscita, sull'onda del videoclip di Ho imparato a sognare, che continuo a considerare una delle più belle canzoni italiane degli ultimi trent'anni. È un disco ricco di bei pezzi, carico di un'urgenza espressiva a metà strada tra il rock americano e la tradizione melodica nostrana. E intanto il tempo passa, la traccia iniziale, è un pezzo solido e quadrato con un testo non banale. La title-track è un perfetto ritratto delle miserie e dell'ipocrisia della vita di provincia, mentre Io Pocahontas me la farei è un inno generazionale che oggi incontrerebbe la censura del pensiero unico. Sugli scudi anche A modo mio, un pezzo disimpegnato che profuma di strada e libertà. E ancora, Sex e In un mare di noia, per cui ogni parola sarebbe superflua.
Sebbene molti critici non siano d'accordo, ritengo che XXX sia un bel passo in avanti rispetto all'esordio, l'omonimo Negrita del 1994. Quest'ultimo è un album ancora acerbo, in cui sono evidenti le influenze blues (Ehi! Negrita) e persino grunge (Cambio); tuttavia il gruppo aretino non aveva ancora trovato una strada propria, tanto che il disco va a corrente alternata. D'impatto Bum bum bum e soprattutto R. J. (angelo ribelle), dedicata a Robert Johnson. C'è tuttavia qualche ingenuità nei testi, come in Militare, canzone che meno delle altre ha retto l'urto dei tempi. Qui e lì si iniziano a sentire i Negrita che verranno, come nella ballata Lontani dal mondo, il primo vagito della felice vena acustica della band.
Il terzo album, Reset, è per me fonte di tanti cari ricordi. Lo acquistai in formato musicassetta qualche mese dopo la sua pubblicazione, nell'agosto del 1999 alla Ricordi Mediastore di Salerno. Anni dopo lo ricomprai in cd. Il singolo trainante era Mama maé, un pezzo solido presentato con un videoclip accattivante. A mio avviso è un album bello dall'inizio alla fine, in cui dominano le chitarre elettriche di Mac e Drigo, come in Transalcolico, Negativo e In ogni atomo. Ancora una volta ci sono splendide ballate, come Life, Fragile e soprattutto la malinconica Hollywood, colonna sonora della mia estate del 1999.
«Ma uno straniero in fondo che ne sa
di come funziona e di come va.
E anche se i sogni in questo posto finiscono in vino,
anche se perdi sempre a tavolino,
qui non è Hollywood.»
Radio zombie lo acquistai all'uscita, eppure al momento non lo apprezzai particolarmente. Non ricordo le ragioni, so solo che lo ascoltai molto poco, forse superficialmente. Dopo averlo ripreso in mano di recente, posso dire che è un ottimo disco, forse l'apice della prima fase della loro carriera, sicuramente il più maturo. Non è quello a cui sono più legato, perché non ho ricordi particolari in merito, eppure lo ritengo tecnicamente e musicalmente superiore agli altri. Si tratta dell'ultimo lavoro con la formazione originaria al completo, con Zama alla batteria e Franco Li Causi al basso, formazione che qui raggiunge il massimo livello di affiatamento e maturità. Tre canzoni su tutte valgono il prezzo del biglietto: Bambole, Hemingway e 1992.

17 settembre 2024

La frangia di George Harrison

Come ben sa chi lo ha seguito negli anni d'oro di Ottava nota e Cocktail micidiale, Richard Benson era capace di esprimere concetti molto profondi, spesso improvvisando sul momento. Era sicuramente un tipo istrionico e negli ultimi anni prima del ritiro ha interpretato un personaggio grottesco, costruito a beneficio di presunti fan che non erano veramente tali. In verità, al di là della maschera, Richard era un grande conoscitore della musica rock, oltre che un abile oratore, uno che saresti rimasto ad ascoltare per ore. Soprattutto quando gettava la maschera, sapeva regalare pensieri e intuizioni niente affatto banali. C'è in particolare un breve video tratto da una delle sue trasmissioni, disponibile su YouTube, in cui Benson racconta il momento in cui gli si è rivelato il senso della propria esistenza, l'attimo in cui ha capito la ragione per cui era venuto al mondo. Era il 1965, aveva dieci anni e a casa di un'amica ascoltò il primo 33 giri dei Beatles. Racconta che la visione della copertina lo colpì al punto che in quel momento comprese il vero significato della vita, che fino a quel momento gli era sembrata un'insensata successione di ordini, doveri, obblighi e divieti. Una rivelazione per l'appunto, il primo manifestarsi di quel sogno a cui è rimasto aggrappato per tutta la vita.
Richard è stato particolarmente fortunato, perché è riuscito a individuare già da bambino la strada da seguire. La schiacciante maggioranza, invece, non ha fatto della musica la propria professione, molti non sanno neppure imbracciare uno strumento, eppure quasi tutti riconoscono il peso che alcuni dischi hanno avuto nella costruzione della propria identità, o quantomeno dell'immaginario che li accompagna da una vita intera. Tutti quelli che ancora ascoltano davvero la musica sono legati a un disco che ha plasmato la propria immaginazione di bambino o adolescente. Gli irriducibili che ancora comprano i dischi, i riottosi alla moda del digitale, sanno di cosa parlo.
A volte mi ritrovo a pensare con rammarico che, per quanti nuovi album ascolti, nessuno ha la capacità di colpirmi in profondità come quelli che ho acquistato tra i tredici e i vent'anni. La più bella scoperta musicale degli ultimi tempi sono stati per me i Sound di Adrian Borland, oltre ad alcuni gruppi che colpevolmente non avevo mai ascoltato, pur conoscendoli di nome, come Rush e Cult. Eppure niente ha il sapore delle prime scoperte musicali, quando internet era un lusso per pochi e la fotografia di un gruppo, ritagliata da un giornale o presente nel libretto interno del cd, veniva trattata come un tesoro inestimabile. Oggi forse fa sorridere, ma per mesi non ho avuto idea di che faccia avessero i Clash, perché sul loro primo omonimo album, acquistato nel 2000, erano ritratti di spalle. Fu grazie a un articolo sul Mucchio Selvaggio che finalmente conobbi i volti di Strummer e soci. E così è stato per tutte le band che hanno segnato la mia prima adolescenza, a partire da Litfiba, Marlene Kuntz e C.S.I. Guardavo e riguardavo quelle foto, cercando di imprimere nella mente ogni particolare dello stile o dell'abbigliamento, nell'ingenua speranza di poterlo o saperlo riprodurre nella vita reale.
Dice Benson nel video che, a distanza di oltre quarant'anni, ricorda ancora "la frangia di George Harrison", il particolare che aveva acceso la sua immaginazione di bambino in quel lontano 1965. A me è successo lo stesso con Surrealistic pillow dei Jefferson Airplane. Disco simbolo della stagione psichedelica e di un certo lisergico flower power, lo acquistai nel 2002 in un bellissimo negozio che ha chiuso una decina di anni fa, Supernova Records. La copertina non è particolarmente originale: ritrae la band in posa con alcuni strumenti tradizionali, come un banjo e un clarinetto; tutti sono estremamente seri, salvo Grace Slick che sfodera un meraviglioso sorriso. A colpirmi – più o meno com'era accaduto a Richard – fu invece la fotografia del libretto interno, inclusa dalla RCA nella ristampa datata 2001. Il gruppo è fotografato in strada, probabilmente si tratta di San Francisco. Sullo sfondo la vetrina di un negozio e la scritta "Psichedelic shop", capace di accendere la mia fantasia di adolescente. Grace Slick mangia una mela, seduta sul cofano di una macchina assieme a Jorma Kaukonen, quest'ultimo con i pollici in tasca e uno sguardo di sfida rivolto all'obiettivo. Jack Casady sfoggia un paio di occhiali da sole rotondi, mentre Skip Spence si appoggia mollemente a un parchimetro. Dietro, a debita distanza, gli ultimi due membri della band, Marty Balin e Paul Kantner. La foto originale era in bianco e nero, mentre quella del libretto del disco è colorata di giallo. L'effetto è volutamente psichedelico, anche grazie a un restringimento delle figure che le rende distorte e dalle proporzioni innaturali. A distanza di anni la fotografia dei Jefferson Airplane ha mantenuto per me la stessa seduzione di un tempo, quella fascinazione che mi spinse a cercare in innumerevoli negozi gli occhiali tondi di Jack, la maglia a righe orizzontali di Jorma, gli stivaletti di Marty, i pantaloni in tessuto principe di Galles di Grace. Non so dire cosa abbia di particolare quella foto; eppure, come accadde a Richard Benson con la frangia di George Harrison, ha contribuito a costruire quell'immaginario che ancora oggi mi accompagna.
Jefferson Airplane, 1967

24 giugno 2024

Federico Fiumani, la solitudine è il privilegio della libertà

Tra gli appassionati è tuttora aperto il dibattito se i Diaframma siano preferibili con o senza Miro Sassolini, l'inconfondibile voce che ha impreziosito gli anni Ottanta della band toscana. Se Siberia, Tre volte lacrime e Boxe sono ricordati come vette della new wave italica, lo si deve anche alla capacità di Miro di interpretare gli splendidi testi di Fiumani, merito di una voce tra le più intense del panorama tricolore di quegli anni. Come sa bene chi conosce a fondo la discografia del gruppo, Boxe (1988) si chiudeva con Caldo, cantata da Fiumani a voler testimoniare un doloroso ma ineludibile passaggio di consegne. La sua voce "asimmetrica", come l'ha definita Brizzi in Jack Frusciante è uscito dal gruppo, è da oltre trent'anni un vero e proprio marchio di fabbrica. La si ama o la si odia, tertium non datur.
Dopo la rottura con Sassolini, Fiumani si era messo alla prova con l'EP Gennaio, contenente due tra le sue canzoni più amate dal pubblico: l'omonima che dà il titolo al mini-album e L'amore segue i passi di un cane vagabondo. Ma mentre Gennaio serviva per scaldare i motori, nel 1990 usciva il primo long playing dei rinnovati Diaframma, intitolato non a caso In perfetta solitudine. La formazione che lo incise era a tre: Fiumani alla chitarra e voce, Massimo Bandinelli al basso e Fabio Provazza alla batteria. L'appoggio di una grande casa discografica come la Ricordi, oltre alla produzione di Vince Tempera, dimostrava l'ambizione del progetto. Peraltro, è storia arcinota il rifiuto di Fiumani di partecipare al Festival di Sanremo con un brano più commerciale, evento che riportò il gruppo nell'underground, di cui è tuttora uno degli alfieri.
Tornando a In perfetta solitudine, già il titolo dà l'idea di una ripartenza, se non addirittura di una rinascita. Abbandonate le dinamiche da band, Fiumani abbracciò una dimensione più cantautoriale, tanto che spesso si è parlato di "cantautorato rock". Una solitudine perfetta perché ha dato al musicista la giusta concentrazione per reinventarsi e intraprendere strade che la dimensione della rockband non consentiva di affrontare. Non a caso, qualche anno dopo, in una canzone poco nota intitolata Francesca, 1986, Fiumani ha ricordato il sofferto periodo che precedette lo scioglimento della formazione storica.
«All'epoca facevo un disco che doveva intitolarsi Falso amore. E stavo sempre in mezzo a gente che adesso non mi va nemmeno di nominare.»
In perfetta solitudine è composto da tredici tracce, di cui almeno sei sono diventate nel tempo veri e propri classici dei concerti dei Diaframma. Per quanto riguarda il suono, la stagione new wave è definitivamente alle spalle: abbandonati i toni plumbei di Siberia e la furia di Tre volte lacrime, Fiumani mostra la sua vena più cantautoriale. Non mancano le cavalcate elettriche (Trecento balene, Diamante grezzo), sebbene il suono appaia più smussato rispetto al passato. In canzoni come Il portiere e Beato me, ad esempio, funziona bene la combinazione voce e chitarra acustica, benché il nostro non abbia un'intonazione particolarmente "educata". Il vecchio amore chiamato punk non è tuttavia dimenticato, come dimostrano il finale di Verde e il piglio deciso del cantato di Io amo lei. Quest'ultima è, a mio avviso, una delle più originali canzoni d'amore scritte in Italia, grazie a un testo mai banale e particolarmente profondo.
«Io amo lei, non tutti gli uomini che ha avuto per dare un senso al suo passato.»
Brutto orso è un pezzo sul pugilato, altra grande passione del chitarrista toscano. Risalta un verso che è la dichiarazione di intenti di un artista che non si è mai venduto al mercato e ha protetto gelosamente la propria libertà, a costo di essere messo ai margini del giro che conta.
«E se perdo, voglio farlo come dico io!»
Fiumani dimostrò concretamente di voler percorrere fino in fondo la propria strada due anni dopo, quando diede alle stampe il disco autoprodotto Anni luce, in cui, finalmente libero dai legacci di una major, tracciò ancora meglio i confini del cantautorato punk-rock che ha orgogliosamente portato avanti fino ai giorni nostri. In perfetta solitudine è pertanto un disco di transizione, ma sarebbe un errore sottovalutarlo. Ritengo infatti che sia un ottimo album, come dimostrano le felici intuizioni presenti anche nelle tracce meno note. Si ascolti in proposito Io ho freddo adesso.
«Lei era bella, ma bella davvero, e allora sai perché quando venni, venni dentro di me.»
Arrivato alla fine della recensione, mi rendo conto di non essere riuscito nell'intento propostomi, ovvero dare un'idea più precisa dello stile musicale dei primi Diaframma post Sassolini. E allora, è sufficiente dire che In perfetta solitudine è la colonna sonora di una giovinezza orgogliosa e sofferta, il canto di un'anima alla conquista dell'agognata emancipazione, dopo essere stata a lungo in gabbia. D'altronde, come scriveva Gian Piero Bona, «la solitudine non è sempre una rinuncia, può essere il privilegio della libertà».

12 aprile 2024

Il secondo battesimo rock di Eugenio Finardi

Intitolato semplicemente Finardi, il sesto album in studio del rocker milanese uscì nel 1981. Ascoltandolo, viene da chiedersi se sia stato l'ultimo della prima fase della sua carriera, oppure il primo di una nuova era. Roccando rollando (1979) aveva un nome tipicamente seventies, e infatti aveva chiuso quel decennio. Intitolare il disco successivo Finardi tradiva la volontà di ripartire da capo, o comunque di intraprendere una coraggiosa inversione di marcia. Ingaggiato il celebre produttore Angelo Carrara, l'album fu registrato nei mesi di novembre e dicembre 1980 nei gloriosi Stone Castle Studios al castello di Carimate. In origine il cantautore avrebbe voluto utilizzare l'inglese, anche per via dell'ottima padronanza della lingua (la madre era americana), ma la casa discografica si oppose e i testi furono tradotti in italiano. L'idea originaria venne tuttavia concretizzata l'anno successivo con Secret streets.
La copertina, realizzata graficamente dal grande Mario Convertino, mostra il viso di Finardi trasfigurato da una chitarra elettrica trasparente, una Exile custom realizzata dalla Glass Master che è possibile ammirare in uno speciale registrato per la Rai. In questo album sono tre gli indici di un cambio di direzione rispetto al passato. Il primo è nella scelta di farsi affiancare da un paroliere, il "quinto Pooh" Valerio Negrini. Quasi tutti i testi sono scritti in collaborazione con quest'ultimo, la cui mano si sente sia nei pezzi arrabbiati che in quelli più lirici (si pensi a Oltre gli anelli di Saturno), nonché nella distopia di Prima della guerra.
«Dicono di un congegno che sparava gli occhi sulle stelle,
che potevi guardare in un uomo attraverso la sua pelle,
e la gente accendeva certi specchi intelligenti
e arrivavano immagini e voci dai posti più distanti.»
La seconda novità riguarda i musicisti. I precedenti due album, Blitz e Roccando rollando, erano suonati dai Crisalide, band di supporto con il compianto Stefano Cerri, Mauro Spina, Luciano Ninzatti ed Ernesto Vitolo. In Diesel e Sugo, invece, suonavano il fido chitarrista Alberto Camerini, nonché musicisti del laboratorio Cramps come Tavolazzi e Fariselli degli Area. Per Finardi invece si optò per turnisti di rilevanza internazionale: Ray Fenwick alle chitarre (The Syndicats, The Spencer Davis Group), John Gustafson al basso (Quatermass, Roxy Music), Derek Austin e Mike Moran (poi con gli Heart) alle tastiere, nonché il mitico Les Binks (Judas Priest) dietro le pelli. Da ricordare anche il cameo di Lucio Dalla, clarinettista in Valeria come stai?
La terza novità rispetto ai precedenti lavori è nel suono. Sotto questo profilo, Finardi è un disco "ottantiano"; si potrebbe persino azzardare che sia figlio del punk e della nascente new wave, con accenni elettronici mai invasivi. Senza voler fare l'analisi traccia per traccia, le canzoni possono essere suddivise in tre gruppi. Nel primo ci sono dei pezzi rock tiratissimi: l'incalzante Trappole, la furiosa Mayday e l'incazzata F104, riproposta recentemente da Giorgio Canali. Valida anche Computer, che sembra anticipare l'attuale perniciosa moda degli influencer.
«Con il mio calcolatore abbiam capito com'è,
il segreto del successo è programmarsi da sé,
doppiarsi nello specchio e pettinarsi la grinta.
La gente si innamora solo della gente convinta.»
Poi ci sono le ballate d'amore; in primis il reggae di Valeria come stai?, nonché la dolcissima Patrizia, forse la canzone che tutti vorrebbero aver scritto per la donna amata. Degna di nota anche l'invettiva di Piccola stupida, con un testo tra l'ironico e l'irriverente che oggi verrebbe messo all'indice. Vanno infine menzionati tre brani di eccellente fattura, a metà strada tra il soft rock e il cantautorato più raffinato: Prima della guerra, Oltre gli anelli di Saturno e Le stelle stanno ad aspettare, con la seconda una spanna sopra le altre.
La mia opinione è che il disco avrebbe avuto ben altri riconoscimenti qualora l'avesse partorito un altro artista. Cercherò di spiegarmi meglio. Quando uscì il 33 giri, Finardi era in trincea da più di dieci anni, avendo realizzato due tra i migliori album italiani degli anni Settanta, Diesel e Sugo. Era stato un assoluto protagonista del decennio, al punto che brani come Musica ribelle e La radio erano inni del movimento studentesco. Inevitabile pertanto il confronto, che ha fatto passare sotto traccia questo disco del 1981, così diverso dai precedenti. Eppure dentro ci sono tante idee e il suono è più internazionale di molti lavori coevi. Sono sicuro che, qualora lo avesse pubblicato una band sconosciuta o un nuovo cantautore, avrebbe avuto maggiori riconoscimenti. Forse oggi sarebbe entrato di diritto in una classifica dei cento migliori dischi di rock italiano. Se non è così, è solo perché gli anni Settanta di Finardi sono talmente grandi da mettere in ombra ciò che è venuto dopo.

6 marzo 2024

Le suggestioni d'oltremanica dei Frigidaire Tango

Parlare dei Frigidaire Tango significa tornare alle origini della new wave nostrana, prima ancora che nascesse il fenomeno del "rock italiano cantato in italiano" che vide tra i principali esponenti Diaframma e Litfiba. Qualche anno prima, siamo agli inizi degli Ottanta, la musica tricolore si era aperta alle suggestioni d'oltremanica, come già era accaduto nei due decenni precedenti. Se il beat e il progressive furono infatti importati dalla terra d'Albione dando vita a interessanti e originali progetti autoctoni, il punk della prima ora aveva appena sfiorato la penisola. Con la new wave, invece, si può parlare nuovamente di una scena italiana, di cui i Frigidaire Tango furono precursori e protagonisti, al punto da condividere il palco persino coi Sound del compianto Adrian Borland. Originari di Bassano del Grappa, diedero alle stampe solamente un 33 giri (The cock, 1981) e un EP (Russian dolls, 1983). Quest'ultimo contiene Recall, il loro brano più celebre che fu presentato persino in RAI, recentemente riproposto nella traduzione italiana da Giorgio Canali nel suo album Perle per porci. Ho parlato di traduzione perché i Frigidaire Tango cantavano in inglese, al pari di gruppi mitici come Chrisma, Neon e Gaznevada. Scioltisi qualche anno dopo, si sono poi riformati dando alle stampe nel 2009 un disco di inediti cantato in italiano, L'illusione del volo. Ma l'interesse nei loro confronti si era risvegliato già tre anni prima con la pubblicazione di un cofanetto contenente tutta la produzione, The freezer box. L'album di esordio di cui voglio parlare, The cock, è stato invece ristampato in LP nel 2013 dalla Spittle Records, per cui è facilmente reperibile.
Prima di analizzarlo, bisogna partire dal contesto. Come raccontato dagli stessi musicisti in un'intervista disponibile su Vice, in quegli anni non era facile pubblicare un disco, soprattutto perché nell'epoca dell'analogico la registrazione aveva costi proibitivi. Ciononostante, il gruppo veneto ottenne la fiducia di una piccola etichetta indipendente, la Young Records. Il risultato fu eccellente, tanto che The cock è un album che può ancora dire molto a oltre quarant'anni dalla sua uscita. Registrato al Button Studio tra la primavera e l'autunno del 1981, vede Charlie "Out" Cazale alla voce, Steve "Hill" Dal Col alla chitarra, Mark Brenda alle tastiere, J.M. Le Baptiste alla batteria, nonché il bassista uscente (Steve "Elbow" Gomero) e il nuovo Dave Nigger. Il disco è inoltre impreziosito dal sassofono di Alex Strax. Come è evidente dagli pseudonimi, l'Inghilterra era l'immancabile punto di riferimento. Il suono di The cock ricorda infatti i grandi nomi del post punk: Stranglers e Magazine per l'uso delle tastiere, Joy Division per le atmosfere, e ancora The Sound, Ultravox, i primi XTC.
Il basso prepotente che apre Dangerous echo indica subito la via. Ritmo incalzante e bordate di chitarra su un tappeto di tastiere: così si presenta la band nei primi solchi di The cock, in perfetto stile new wave. Nella successiva Anytime you dress so fine fa addirittura capolino un sassofono, mentre Blue & pink è un raffinato gioiellino synth-wave con una meravigliosa coda pianistica su cui si innesta la chitarra lancinante di Dal Col. Push a me ricorda la coeva The fire dei Sound: una traccia furiosa e veloce come da tradizione punk. La prima facciata si chiude con le atmosfere rarefatte di A citizen came, altro brano degno di nota. Resterà sorpreso chi pensi che il lato B sia inferiore, come spesso accade negli album d'esordio. Invece, a parte un paio di riempitivi, il livello si mantiene alto. La strumentale I'm faster non avrebbe sfigurato in dischi inglesi ben più celebri: la furia chitarristica ammansita dal tappeto di tastiere la rende un ideale anello di congiunzione tra passato e "nuova onda". Black curtains è la mia preferita; ricorda qualcosa dei Magazine di Howard Devoto ed è impreziosita da un bell'assolo finale di Dal Col che sembra quasi John McGeoch. La conclusione è affidata all'omonima Frigidaire tango, una sorta di "tango elettronico" che vira verso la musica industriale.
Dopo ripetuti ascolti posso confermare che The cock è davvero una gemma nascosta che avrebbe meritato ben altra fama. Qualche ingenuità c'è, ma dobbiamo pensare che i ragazzi di Bassano erano giovanissimi e si approcciavano a un genere che in Italia era ancora agli albori. L'ispirazione dei gruppi inglesi si sente, tuttavia The cock non è derivativo; anzi, sorprende l'ascoltatore per originalità e compiutezza del progetto. Ai Frigidaire Tango si deve molto di più rispetto a quanto abbiano raccolto, come dimostra il fatto che abbiano suonato con Adrian Borland. Questo 33 giri non può mancare in un'ideale classifica dei cento migliori dischi di rock italiano.
Copertina e retro di The cock (ristampa Spittle Records del 2013)

26 dicembre 2023

I Timoria e le visioni dal futuro

Dare alle stampe un disco perfetto è una benedizione e al contempo un rischio. Una benedizione se l'artista decide di ritirarsi dalle scene, come un pugile vittorioso che verrà ricordato solo per lo straordinario finale di carriera. Tuttavia, a sfornare un capolavoro si rischia anche di creare enormi aspettative per il futuro; e non di rado pubblico e critica rimarranno delusi. Mi viene in mente la parabola della prima fase della carriera di Alan Sorrenti. Nel 1972 esordì con l'epocale Aria, così perfetto da essere irraggiungibile; Sorrenti provò inutilmente a eguagliarlo con i due successivi 33 giri, sempre di genere progressive, prima della decisa virata verso il pop.
Nel 1995 i Timoria si trovavano esattamente in questa situazione. Due anni prima era uscito il loro capolavoro, quel Viaggio senza vento che a mio avviso si colloca tra i migliori dischi di rock cantato in italiano di sempre. Ripetersi era un'impresa ardua, se non impossibile. Tante erano dunque le aspettative che accolsero 2020 SpeedBall, uscito nel marzo del 1995. Quinta fatica in studio della band, è un disco ottimo che tuttavia sconta il confronto col precedente, rispetto al quale si colloca un gradino sotto. Ciononostante, rimane una delle proposte più interessanti di quell'anno per il rock nostrano, fermo restando che nel 1995 videro la luce, tra gli altri, Germi degli Afterhours e Acidi e basi dei Bluvertigo.
Sulla rete si leggono pareri di ogni tipo su 2020 SpeedBall e in generale sui Timoria. La maggior parte sono commenti favorevoli, oltre a qualche critica motivata. Alcuni sono invece davvero ingenerosi, come purtroppo accade sempre quando si parla di rock nostrano, il cui triste destino è di non essere apprezzato dagli italiani. Snobismo intellettuale, sterile esterofilia, o forse semplicemente l'incapacità di comprendere che la scena tricolore non può e non deve essere paragonata a quelle inglese e americana. A giudizio di molti presunti esperti, si salverebbero solo i mostri sacri degli anni Settanta (Area & co.), oltre ai C.S.I. Il resto è spesso impietosamente contestato: critiche ai Litfiba da El diablo in poi, ai Diaframma senza Miro Sassolini, ai Negrita, ai Marlene Kuntz da Che cosa vedi in avanti. E ciò accade anche ai Timoria, con toni che spesso tradiscono un immotivato pregiudizio.
Tornando al disco, nel 2020 è stato ristampato in occasione del venticinquennale. Oltre all'album, la confezione comprende la registrazione live del concerto tenuto al Rolling Stone di Milano il 18 dicembre del 1995. La ristampa è molto accurata, impreziosita da un ricco libretto con fotografie inedite, i testi e un lungo resoconto di Omar Pedrini sulla genesi del lavoro.
«Eravamo però a un bivio: fare un disco rock-pop, per cercare di soddisfare le radio, per allargare il nostro pubblico e il consenso, o registrare il disco nella maniera più istintiva possibile, autoproducendolo? Ci guardammo tra di noi e in un attimo eravamo tutti d'accordo!»
A differenza dell'illustre predecessore, 2020 SpeedBall non è un concept album, sebbene le canzoni siano legate da un concetto di base: viene immaginato un possibile futuro, una distopia non troppo lontana, a dirla tutta, da quanto si è effettivamente verificato. Un pianeta inquinato in cui si organizzano fughe verso altri mondi (Europa 3), "santi virtuali" che predicano da uno schermo (Guru), relazioni a distanza vissute per mezzo di un computer (2020), giovani senza valori (Week-end), macchine in grado di influenzare il pensiero (Brain machine). Pedrini si preoccupava per il figlio, che avrebbe compiuto ventisette anni nel 2020, la medesima età del padre nel 1995. Ed è incredibile come il futuro immaginato sia vicino al nostro presente, caratterizzato da pandemie, influencer, relazioni virtuali, disastri ambientali.
La formazione è quella storica, con Renga come cantante, Pedrini alla voce e chitarre, Illorca al basso, le tastiere di Ghedi e Galeri dietro le pelli. Quanto al suono, interessanti le rivelazioni di Pedrini nel libretto della ristampa in cd: «ascoltavamo molto prog, tanto rock americano (erano i tempi di Seattle e del grunge) e moltissima musica inglese […]; in questo album anche le influenze metal uscirono poderose». E in effetti il suono è vario e decisamente più "duro" rispetto ai precedenti lavori. Fare l'analisi traccia per traccia ha poco senso, però qualche breve osservazione è d'uopo. I brani in totale sono diciassette, ma cinque sono semplici intermezzi di un minuto o poco più che legano le varie parti del disco. Tali intermezzi sono trascurabili, a parte la funkeggiante No money, no love e la granitica Brain machine, quest'ultima riproposta anche dal vivo. Venendo alle canzoni, ci sono almeno due ballate che potremmo definire radiofoniche: Senza far rumore e Via Padana Superiore. La prima è una classica rock ballad elettrica che mette in evidenza le doti vocali di Renga; è un pezzo emozionante, anche se classico nell'incedere e nella struttura. Via Padana Superiore è invece cantata da Pedrini, che ne è anche l'autore. Inizia con chitarra acustica e voce arrochita, per poi esplodere in un crescendo elettrico che ne fa uno dei migliori pezzi del quintetto bresciano. Il muro chitarristico costruito da Pedrini e la poderosa sezione ritmica di Illorca/Galeri dominano nell'introduttiva 2020, nella stratosferica Sudamerica e nella breve ma decisa Week-end. Sono canzoni d'impatto, a vocazione hard. Bisogna riconoscere che i Timoria abbiano avuto coraggio a percorrere una strada più ostica rispetto alla ballata radiofonica che sicuramente avrebbe portato maggiori consensi. Il manifesto del disco è proprio la title track, con quei versi di portata generazionale divenuti un marchio di fabbrica.
«Vivere, morire in fretta, datemi la via d'uscita.»
Boccadoro è invece l'esempio perfetto del connubio di stili cui accennavo prima. Per stessa ammissione di Pedrini è un pezzo prog, o forse sarebbe meglio dire che si tratta di un brano che richiama atmosfere del rock nostrano degli anni Settanta, tra Le Orme e il Banco del Mutuo Soccorso. Come da tradizione progressive, sono le tastiere di Ghedi a tenere la scena, così come il testo che ricorda alcune cose del Banco. Da segnalare, anche se un gradino sotto alle citate, la soffusa Fino in fondo e l'onirica Europa 3, caratterizzata da un improvviso cambio di ritmo nella seconda parte. Decisamente da rivedere sono invece Mi manca l'aria e Dancin' queen, pezzo sperimentale che dà l'idea di essere un mero riempitivo.
In conclusione, un disco vario e ispirato, forse non immediato ma che sa imporsi alla distanza. A mio avviso non può mancare in una collezione di rock italiano che si rispetti. Se invece non conoscete nulla dei Timoria, suggerisco di partire da Viaggio senza vento.
La copertina e la band in una foto del libretto interno

30 giugno 2023

Una casa in Via dell'ironia: i primi album di Francesco Baccini

Una delle caratteristiche più apprezzate in un artista è la riconoscibilità. Che si tratti di un quadro o di una canzone, quando la paternità può essere attribuita anche senza conoscere l'opera, significa che l'artista ha raggiunto il suo obiettivo, ovvero essere originale. La musica che oggi va per la maggiore manca proprio di originalità: la contaminazione con la trap è più dannosa di quanto si sia disposti ad ammettere, soprattutto da parte di produttori e discografici. E quanto questa influenza sia ormai un'inarrestabile epidemia, è dimostrato dal fatto che persino cantanti d'esperienza sono cascati nel giochetto dei suoni preconfezionati. Meglio allora guardare al passato.
Quando nel 1989 uscì Cartoons, l'estroso album d'esordio di Francesco Baccini, gli addetti ai lavori furono piacevolmente stupiti nel trovarsi di fronte un artista così originale. Riprendendo la lezione di Jannacci e Rino Gaetano, il genovese Baccini univa spiccata ironia, testi mai banali e musiche coinvolgenti che spaziavano dallo ska allo swing, passando per le classiche ballate voce e piano. Il successivo LP del 1990, Il pianoforte non è il mio forte, confermò le ottime impressioni, regalando anche qualche inaspettata hit. Oltre a Baccini, che suona tutte le parti di pianoforte, i due dischi vedono la collaborazione di musicisti d'eccezione, su tutti Lele Melotti e Andrea Braido del giro di Vasco Rossi, Pier Michelatti storico bassista di de Andrè, nonché i Ladri di Biciclette nella celeberrima Sotto questo sole.
Cartoons e Il pianoforte non è il mio forte condividono la medesima formula e la stessa freschezza, tanto che potrebbero essere le quattro facciate di un immaginario disco doppio. Classificarli in un genere non è semplice e non avrebbe neppure senso; parlare di pop sofisticato è certamente corretto, eppure riduttivo. Il primo Baccini era un cantautore sui generis che aveva appreso la lezione dei grandi nomi degli anni Settanta, adeguandola alla rinnovata sensibilità di un'Italia alla ricerca di leggerezza e ancora speranzosa che tutto, in un modo o nell'altro, sarebbe andato per il verso giusto. In questi due album Baccini non risparmiava stilettate al Belpaese, eppure le nascondeva furbescamente dietro ritmi incalzanti e canzoni solo all'apparenza leggere. In Vendo tuto c'è una critica all'operato di alcuni esponenti delle forze dell'ordine, Fotomodelle è una staffilata al mondo vuoto della moda, Il mio nome è Ivo è un messaggio di responsabilità rivolto ai giovanissimi, Coatto melody schernisce le pecche del sistema giudiziario. Ad ascoltare bene queste canzoni, a saper leggere tra le righe, escono fuori i significati profondi, nascosti dietro la satira di costume con un sapiente gioco di scatole cinesi. Gradevole, spensierata e sardonica, la musica di Baccini è in realtà velata da una sottile malinconia: ci sono dentro i ricordi d'infanzia (La giostra di Bastian), intense ballate d'amore (Ti amo e non lo sai), torbide storie di vita vera (Tir) e persino un perfetto ritratto di Genova in duetto con de Andrè (Genova blues).
Quando si parla di cantautori, alcuni nomi vengono colpevolmente sottaciuti, ignorati per snobismo intellettuale o semplicemente messi da parte. Ciò accade soprattutto a quegli artisti che hanno fatto dell'ironia il loro marchio di fabbrica, se non addirittura un'arma. C'è quasi insofferenza verso chi si è volontariamente discostato dai canoni del cantautorato impegnato, tanto amato dall'intellighenzia del Belpaese. Alberto Fortis lo comprese prima di tutti, se già nel 1980 cantava un verso acuto e profetico.
«L'ho sempre detto che avrei fatto un grande sbaglio a comperare casa in Via dell'ironia.»
Per quanto sia un'affermazione a sua volta ironica, non si può tuttavia negare che nasconda un fondo di amarezza e di verità. Qualche mese fa Baccini è stato contestato durante un concerto, accusato di sessismo per il testo de Le donne di Modena. Un penoso fraintendimento, un equivoco, un malcelato tentativo di mettere sotto cattiva luce una canzone meravigliosa e, per l'appunto, ironica. L'epoca in cui viviamo sta sacrificando tutto, persino la creatività, a un pericoloso pensiero unico mascherato dietro l'apparenza del politicamente corretto a tutti i costi. Ci vogliono tutti uguali, nel senso però di un intollerabile appiattimento egualitario che è l'antitesi della democrazia. Sono passati trent'anni dall'uscita di questi due dischi, eppure mai come adesso ci sarebbe bisogno di album del genere, dedicati a chi prende tutto troppo seriamente.
Le copertine dei primi due LP di Baccini

25 maggio 2023

Una stagione irripetibile: ricordi di rock progressivo italiano

Chiunque ami la musica del passato si sarà imbattuto almeno una volta nel famigerato progressive. Amato e odiato allo stesso tempo, esaltato da certi puristi della tecnica e ripudiato da altri, era il fumo negli occhi per la generazione punk.
«Fanculo qualsiasi tecnica, ciò che importa è l'anima di chi suona e non la qualità dello strumento.»
Così affermava Giovanni Lindo Ferretti all'epoca dei CCCP, e non ci sono dubbi che la sua stoccata fosse rivolta ai mostri sacri progressivi del decennio precedente. A pensarci bene, come dargli torto? È più che legittimo che non tutti digeriscano il rock sinfonico/barocco, le suite di venti minuti, i lunghissimi strumentali che occupano un'intera facciata, le combinazioni flauto/sintetizzatore, i concept album che raccontano storie più o meno strampalate e così via. Eppure non si può ignorare che il progressive nel nostro Paese abbia avuto un successo straordinario, sì che non ha più senso discettare sul se sia stato mero sfoggio di tecnica o espressione artistica genuina.
Venire a sapere che in Italia c'era stata negli anni Settanta una stagione rock fu per me una scoperta sensazionale. Credo fosse il 2001 quando sul settimanale Musica! allegato a La Repubblica uscì un articolo sugli Area, in occasione della ristampa in cd del loro catalogo da parte della Edel. In quell'articolo erano menzionati altri gruppi a me sconosciuti e si parlava di anni mitologici in cui il rock italiano poteva competere con quello inglese. All'epoca non avevo internet e di rock italiano conoscevo quello che passavano Videomusic e MTV: Litfiba, Afterhours, Marlene Kuntz, Üstmamò, C.S.I., Negrita e pochi altri. Decisi di procurarmi immediatamente Arbeit macht frei degli Area; lo trovai a Supernova Records, un negozio fantastico che oggi purtroppo non c'è più. L'impatto fu traumatico: del rock avevo un'idea piuttosto grezza e non ero abituato a una musica così "difficile". Eppure non mi feci scoraggiare. Per un periodo diventai anch'io un appassionato di rock progressivo e mi procurai un mucchio di dischi, prevalentemente italiani e qualche inglese: Area, Banco, PFM, Osanna, Perigeo, New Trolls, Trip, Le Orme, Museo Rosenbach, Rovescio della Medaglia, Van der Graaf Generator, Genesis, Gentle Giant, Affinity, Curved Air, per citarne alcuni.
Alcuni non li ascolto più da anni, altri sono entrati di diritto tra i miei preferiti di tutti i tempi. A tal proposito, quella che segue non vuole essere una classifica, né un elenco dei dischi di prog italiano che non possono mancare in una collezione che si rispetti. Più semplicemente, si tratta di tre grandi album italiani che meritano di essere ascoltati a prescindere da qualsiasi discorso su generi e preferenze. Il primo è Forse le lucciole non si amano più, della Locanda delle Fate. Correva l'anno 1977 e la grande stagione del progressive tricolore era già finita. Fuori tempo massimo, per giunta in un Paese scosso da opposti estremismi e violenze, questo settetto piemontese tirò fuori dal cilindro un LP sognante, etereo ma al tempo stesso deciso, un suono corposo che accompagna testi malinconici che ricordano il "profumo di colla bianca", per citare uno dei brani. Una perfetta alchimia di chitarre e tastiere, arricchita da una delle migliori voci dell'epoca. 
Il primo e omonimo del Biglietto per l'Inferno, datato 1974, fu per me una folgorazione. Lo acquistai un sabato d'inverno, senza conoscere nulla di quella band dal nome accattivante. Mi aspettavo un suono simile a quello dei mostri sacri del genere e invece scoprii un lavoro pazzesco dalle tinte hard, con la chitarra elettrica in evidenza e testi coraggiosi e controcorrente. L'ho ascoltato così tante volte che pezzi fantastici come Il nevare, Confessione e Una strana regina sono ancora ben impressi nella mia mente.
Concludo con Aria, di Alan Sorrenti (1972). Fu una rivoluzione nel panorama musicale dell'epoca, un crogiolo di suoni e poesia, un disco d'avanguardia eppure per niente ostico. La suite che dà il titolo all'album dura oltre diciannove minuti ma non conosce neppure un calo d'ispirazione. Aria è Napoli che incontra Londra, la tradizione che abbraccia la sperimentazione, una voce eccelsa e mai di maniera. Fosse stato pubblicato nel Regno Unito, oggi sarebbe ricordato come uno dei più grandi dischi prog di sempre.
Locanda delle Fate - Forse le lucciole non si amano più - 1977

13 febbraio 2023

Gli anni perduti del Consorzio

C'è stato un tempo, non troppo lontano, in cui i dischi si compravano dopo averne letto la recensione su una delle tante riviste di settore che affollavano le edicole. E il recensore doveva essere bravo, così abile da darti un'idea dell'album attraverso una sapiente miscela di termini tecnici e ardite metafore. I più fortunati registravano i videoclip che passavano su Videomusic, Tmc2 o MTV, ma bisognava conoscere bene la programmazione, considerato che i brani venivano trasmessi più o meno nella stessa fascia oraria. Ricordo di aver conosciuto gli Afterhours attraverso il videoclip di Voglio una pelle splendida, oppure di aver acquistato The blue moods of Spain dopo un'entusiastica recensione sul Mucchio selvaggio.
La prima volta che ascoltai il Consorzio Suonatori Indipendenti avevo poco più di dodici anni. Era la fine del 1997, forse i primi mesi del 1998: in televisione passava spesso il videoclip di Forma e sostanza, il brano che diede al gruppo un improvviso e inaspettato momento di celebrità. Una fama non cercata né desiderata, tanto che si sciolsero poco dopo: "addio C.S.I., travolti dal troppo successo", recitava un ritaglio di giornale che dovrei aver conservato da qualche parte. Tornando al videoclip, fui colpito da Giovanni Lindo Ferretti, così diverso da tutti gli altri cantanti per l'aspetto ascetico e la voce salmodiante come quella di un mistico. E subito mi entrarono nella testa quei versi, mai più dimenticati.
«Conosco le abitudini, so i prezzi, e non voglio comperare né essere comprato.»
Sono molto legato ai C.S.I. e non solo perché li reputo tra i più grandi gruppi del rock cantato in italiano. Mi ricordano il periodo felice in cui acquistare un disco era ancora un salto nel buio. Internet era per pochi "avanguardisti" e non c'era modo di ascoltare un album senza acquistarlo, salvo qualche evento particolare. Ricordo ad esempio che i Litfiba nel 1999 presentarono Infinito durante una serata speciale su Radio 2, trasmettendo tutti i pezzi. Oggi invece si può conoscere il disco prima ancora di prenderlo; anzi, spesso l'ascolto è propedeutico all'eventuale acquisto. Forse è comodo, ma si è persa la magia del primo ascolto al buio.
I C.S.I. sono stati un gruppo sui generis. Anzi, non sono stati un gruppo nel senso classico del termine. È il loro punto di forza, per quanto possa apparire insolito. Non si è mai riflettuto abbastanza sul nome, scelto con grande cura. Ogni parola ha un chiaro significato: "consorzio" nel senso di associazione volontaria non dirigistica, la parola "suonatori" più ampia e onnicomprensiva di quella di "musicisti", l'indipendenza a voler intendere l'assenza di programmi a lungo termine. Più personalità avvinte in un progetto libero, mutevole nelle scelte e negli intenti, non legato a contratti né alle logiche del mercato. Identità diverse eppure complementari: le chitarre disturbate di Canali e quelle melodiose di Zamboni, il basso di Maroccolo che non necessita di aggettivi, le intuizioni alle tastiere di Magnelli e la perfetta sincronia delle voci di Ferretti e Ginevra Di Marco. Questo ensemble, durato meno di un decennio, ha partorito tre straordinari album in studio tra i migliori mai prodotti in Italia, oltre a due dischi dal vivo e una compilation in due volumi. Il primo album, Ko de mondo (1994), è un potente crogiolo di stili e linguaggi diversi. C'è dentro il punk (Celluloide), la canzone d'autore (Del mondo), la ballata rock (In viaggio), fascinazioni elettroniche (Occidente) e brani monumentali che si lasciano apprezzare alla distanza (Memorie di una testa tagliata). Il successivo del 1996, Linea gotica, è il disco più politico e poetico. Ricordo che lo acquistai nel 1998 pagandolo la bellezza di 27.000 lire. Al primo ascolto fu decisamente ostico: avevo tredici anni ed ero legato all'idea che rock equivalesse a fare rumore. In Linea gotica, invece, è quasi assente la batteria e le canzoni si assestano su toni soffusi e dilatati. E poi c'è L'ora delle tentazioni, uno di quei pezzi che necessitano di più ascolti per essere compresi, assimilati e infine amati. Nove minuti pazzeschi che iniziano in sussurro e terminano in un'orgia di chitarre distorte, con due voci stupende che si rincorrono.
«La casa, la chiesa, a modo e per bene, campana che suona, la notte che viene. [...] Scaldano le braccia del peccato, scaldano il freddo del firmamento.»
Tabula rasa elettrificata (1997) segnò un ulteriore cambiamento di registro. Ispirato a un viaggio in Mongolia di Ferretti e Zamboni, è un disco perfetto dalla prima all'ultima traccia. Brani come Ongii, Bolormaa e Gobi profumano d'Oriente, Vicini è un'epopea rock di rara potenza, Mimporta 'nasega è un manifesto, Braci e Accade sono ispiratissime.
È da quando ho aperto il blog che avrei voluto scrivere qualcosa sui C.S.I. Una recensione no, perché ne è piena la rete; di giudizi critici invece non ne sarei capace e molti più autorevoli di me li hanno già espressi. Alla fine sono uscite queste poche righe, un guazzabuglio di ricordi, pensieri e nostalgie. Niente di originale, lo riconosco: frammenti di uno scorcio finale degli anni Novanta, di un periodo solitario, curioso, sereno, conflittuale e drammatico come lo sono tutte le adolescenze. I C.S.I. sono stati una parte della colonna sonora di quegli anni perduti, assieme a Litfiba, Negrita, Diaframma, Timoria, CCCP e Marlene Kuntz, per limitarmi a band nostrane. Di musica ne ho ascoltata e acquistata molta anche dopo, eppure niente è riuscito più a regalarmi quel sapore di scoperta di un mondo nuovo. O meglio, ci sono riusciti i Sound di Adrian Borland, ma questa è un'altra storia.

Una mia personale classifica dei migliori brani del Consorzio
10. Tutti giù per terra
9. Celluloide
8. Minporta 'nasega
7. Memorie di una testa tagliata
6. Linea gotica
5. Sogni e sintomi
4. Bolormaa
3. Ongii
2. Vicini
1. L'ora delle tentazioni
Il gruppo sul retro di Ko de mondo