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26 luglio 2026

Abbiamo (ancora) bisogno di Nick Raider

Pensavo che rileggere Nick Raider a distanza di tanti anni si sarebbe rivelata soltanto un'operazione nostalgia, sebbene, a dirla tutta, non sia mai stato un assiduo lettore della testata. Era uno di quei fumetti che acquistavo di rado, soprattutto per avere compagnia durante i viaggi in treno. Chiunque abbia frequentato le vecchie edicole delle stazioni ferroviarie sa di cosa parlo: all'epoca vendevano a prezzi stracciati i fumetti rimasti invenduti e confezionati ex novo, anche due o tre testate diverse avvolte nel cellophane. La cosa era più comune con la Disney o con fumetti come Geppo, Braccio di Ferro e Tiramolla, ma poteva capitare anche con gli albi di casa Bonelli. Pur avendo conosciuto e apprezzato Nick Raider in questo modo, per me è stata una lettura occasionale e mai approfondita.
Il mese scorso, tuttavia, la Sergio Bonelli ha presentato una novità editoriale che ha risvegliato il mio interesse per il personaggio. Sto parlando dei Bonelli Pocket, volumetti di 320 pagine in formato ridotto (14,5 x 17 cm) che ristampano a prezzo popolare (5 euro) alcune storie da tempo assenti dalle edicole. I primi tre albi, finora gli unici, sono dedicati a Martin Mystère, Legs Weaver e, per l'appunto, Nick Raider. Sono libretti in formato economico ma di buona fattura, con carta sottile ma morbida e un'ottima definizione dei dettagli, nonostante le dimensioni delle vignette siano ridotte rispetto agli standard della casa di Via Buonarroti. Non ci sono rubriche, solo uno stringato redazionale con la descrizione del volume. Un'iniziativa pensata semplicemente per il piacere della lettura del fumetto e, forse proprio per questo, particolarmente gradita e riuscita.
Tre le storie dell'agente della Squadra Omicidi che sono state ristampate: la celebre Il caso Geronimo (Nizzi-Ramella, n. 6 del 1988), il giallo classico di Un volto nella notte (Nizzi-Trigo, n. 14 del 1989) e la spettacolare Una giornata nera (D'Antonio-Brindisi, tratta dallo Speciale del 1995). Per chi volesse iniziare a conoscere il personaggio, si tratta di un buon viatico. Nella prima storia tre persone, tutte a vario titolo legate alla produzione di un film western, vengono uccise da una freccia navajo alla gola, scoccata da un misterioso arciere; è un viaggio negli aspetti più torbidi della mente umana, un caso apparentemente inspiegabile con un impeccabile finale a sorpresa. Un volto nella notte, come ho già detto, è un giallo dalla struttura più classica. Una sessantenne viene uccisa nel proprio letto per una rapina finita male; la verità, ancora una volta, dimostrerà che nulla è come sembra e che l'apparenza delle cose spesso nasconde l'impensabile. Una giornata nera è invece una storia lunga rispetto al classico formato delle 94 tavole, un meccanismo narrativo a orologeria di rara perfezione. Attraverso gli occhi della recluta Stone, assistiamo a un giorno di ordinaria follia alla centrale della Squadra Omicidi di New York; una storia corale dura e amara che lascia un segno profondo nel lettore.
Nick Raider oggi potrebbe apparire come un personaggio datato. In linea di massima sono d'accordo con questa definizione, ma non ritengo che l'aggettivo vada inteso in senso negativo, tutt'altro. La testata ha il fascino delle vecchie stazioni di polizia piene di "scartoffie", con le sigarette sempre accese, un tocco di machismo e qualche battuta da caserma. Conserva intatto quel linguaggio d'antan che può anche apparire politicamente scorretto, dove abbondano parole che oggi fanno sorridere, come "sbirro" e "piedipiatti". E ancora, ricordiamo gli inseguimenti che rasentano l'incredibile, la pistola sempre in pugno, la spalla dell'eroe con tratti macchiettistici (il mitico Marvin Brown), il colpo d'accetta che divide i buoni dai cattivi con qualche lieve sfumatura di "grigio", e così via. Ebbene, tutto ciò è indiscutibilmente vecchio. Eppure è bello, divertente e persino rilassante, quantomeno per una fascia di persone che, di fatto, costituiscono lo zoccolo duro di chi ancora legge i fumetti da edicola. In un mercato dominato da graphic novel costosissime, dove i ragazzini oramai seguono altre forme di intrattenimento e hanno quasi dimenticato il fumetto, ci vorrebbe qualcuno che pensasse a quella nicchia di resistenti (ma siamo davvero così pochi?) che ancora si entusiasmano per un poliziesco hard-boiled della vecchia scuola.
Per quale motivo, dico io, dobbiamo sempre ragionare con gli occhi della contemporaneità? Ritenere che ciò che è nuovo sia per forza migliore o "più bello" è una deriva pericolosa, quantomeno per il nostro senso estetico. La Bonelli recentemente ha lanciato un sondaggio, chiedendo ai suoi lettori, tra le altre cose, quale vecchio personaggio vorrebbero vedere di nuovo in edicola. Nick Raider qualche tempo fa ha fatto capolino con una miniserie, ma sarebbe davvero gradita la ristampa cronologica della serie completa.
L'albo Bonelli pocket dedicato a Nick Raider

9 giugno 2025

Daryl Zed: chi sono i mostri?

La pubblicazione in unico volume della miniserie dedicata a Daryl Zed era attesa dal 2020, ma ha visto la luce soltanto a maggio di quest'anno. L'albo tutto a colori di 192 pagine, ovviamente a cura di Sergio Bonelli Editore, è disponibile in edicola al prezzo di 7,90 euro. Il volume era già pronto da anni, come detto, ma non era mai stato distribuito. Le ragioni del ritardo sono state spiegate da Tiziano Sclavi in una lettera aperta che potete trovare sul sito della Bonelli.
Daryl Zed è un'opera di meta-fumetto, nel senso che si tratta di un espediente narrativo per cui un fumetto (Dylan Dog) contiene al suo interno un'altra testata (Daryl Zed), che a sua volta contiene un terzo fumetto (ancora una volta Dylan Dog). Nella finzione letteraria di Dylan Dog, Daryl Zed è un fumetto scritto da un amico di Dylan ispirandosi proprio alla figura dell'Indagatore dell'incubo. E nella finzione letteraria di Daryl Zed c'è un amico del protagonista, un fumettista chiamato Tiz con le sembianze di Sclavi, che ha creato un fumetto chiamato Dylan Dog, ispirandosi alle avventure di Daryl. Insomma, un complicato gioco di scatole cinesi in cui Dylan è fonte di ispirazione per Daryl che a sua volta è fonte di ispirazione per un altro Dylan.
Il personaggio fece la propria comparsa nell'albo 69 di Dylan Dog, intitolato Caccia alle streghe, celebre soprattutto perché si inserì nella vera e propria crociata che taluni esponenti della politica e dell'associazionismo lanciarono all'epoca contro alcuni fumetti, ritenuti un'incitazione alla violenza, se non addirittura un'istigazione a delinquere. Quelle prese di posizione, lo dico per inciso, fanno quantomeno sorridere se pensiamo ai giorni nostri, in cui smartphone e social stanno creando un esercito di veri e propri zombies privi di fantasia, al confronto dei quali i tanto bistrattati fumetti avevano quantomeno la capacità di stimolare l'immaginazione dei lettori.
Daryl Zed non è altri che un personaggio secondario (anzi, del tutto marginale) che diventa protagonista di una propria serie. L'albo della Bonelli ora in edicola contiene tre storie, tutte legate da un filo conduttore: I mostri sono loro (Faraci/Mari), Il sangue è acqua (Faraci/Stano) e Cerchio chiuso (Faraci/Dell'Edera). Il tutto condito da una vivace colorazione in stile pop art con le pagine deliziosamente ingiallite, a dare un'aura rétro.
Il protagonista è semplicemente un cacciatore di mostri, come chiarisce anche il titolo dell'albo, un uomo tutto d'un pezzo dalla mascella squadrata e dai modi bruschi che per lavoro libera il mondo da ogni sorta di creatura malvagia: alieni, rettiliani, licantropi e soprattutto vampiri. Una specie di Maurizio Merli o Luc Merenda nei panni del commissario di ferro dei poliziotteschi italiani degli anni Settanta. Daryl si muove in un mondo che potrebbe appartenere al recente passato o al prossimo futuro, caratterizzato da atmosfere cupe e spesso violente, un mondo che è messo in pericolo dai crimini efferati commessi da bizzarre creature, per l'appunto i mostri. È pertanto necessario l'intervento repressivo della polizia, coadiuvata dal nostro eroe. Una trama semplice, una struttura classica e lineare, potremmo dire tagliata con l'accetta, tutto il contrario delle raffinatezze di Dylan Dog. Daryl infatti non è un personaggio con velleità artistiche o letterarie; ha lo sguardo cinico e duro, porta sempre in bella vista una pistola e parla come un qualsiasi piedipiatti di un romanzo hard boiled.
Ci sono delle somiglianze tra Dylan e Daryl: entrambi hanno un amico poliziotto, sono schivi e solitari, vivono situazioni al limite con personaggi ricorrenti (su tutti, Johnny Freak). È però diversa, anzi antitetica, la filosofia dei due personaggi, la prospettiva da cui osservano la realtà. Dylan è un uomo tormentato che sa di non avere la verità in tasca; per lui il mondo non è solo bianco e nero, ma fatto di tante gradazioni di grigio, al punto che non è facile capire chi siano davvero i mostri. «I mostri siamo noi» è solito ripetere, a voler significare che il male può albergare in tutti, qualunque significato possa avere il concetto di "male", che per Dylan non è universale. Daryl invece ha una visione manichea del mondo, fatto di buoni e cattivi, dove i primi sono indiscutibilmente positivi e i secondi sono irrimediabilmente malvagi; non esistono sfumature, non è possibile sbagliare e i mostri vanno liquidati senza pietà né ripensamenti. «I mostri sono loro» è solito affermare, né ammette che tale assunto possa essere messo in dubbio.
Leggere Daryl Zed è come affrontare Dylan Dog in una prospettiva rovesciata, un gioco degli specchi in cui l'orrore è il medesimo ma senza possibilità di redenzione o di differenti interpretazioni. La domanda allora resta aperta: ma chi sono veramente i mostri, noi o loro?

19 giugno 2023

Ennesimo traguardo per Martin Mystère

Torno a parlare di Martin Mystère in occasione di ben due novità: la presenza nelle edicole del numero 400 della serie regolare e la ristampa dell'intera saga a opera della If Edizioni, su licenza della Sergio Bonelli.
Ovviamente inizio dallo straordinario traguardo del quattrocentesimo numero e colgo l'occasione per fare i migliori auguri al creatore Alfredo Castelli. Se parlo di un risultato straordinario non è per piaggeria o retorica; chiunque conosca anche solo approssimativamente la crisi in cui da anni versa l'editoria, sa di cosa parlo. Il costo della carta aumenta, le edicole chiudono ovunque, l'età media di chi legge i fumetti sale continuamente. Molti ragazzini non hanno mai letto un albo e difficilmente conoscono i grandi nomi del fumetto italiano; oppure, più semplicemente, trovano arduo approcciarsi a testate che hanno trenta e più anni di storia editoriale alle spalle. Se a questo quadro poco confortante aggiungiamo che il pubblico sembra essersi disaffezionato alla serialità infinita, preferendo storie anche lunghe ma che abbiano una conclusione, il traguardo raggiunto da Martin Mystère è ancora più luminoso.
Come sempre accade in casa Bonelli con i numeri del centenario, anche questo albo è tutto a colori. La storia, intitolata I colori impossibili, è scritta da Recagno e illustrata da Alessandrini, Grimaldi, Orlandi e Torti, mentre la colorazione è opera di Rudoni. Rispettando la tradizione dei racconti celebrativi, vi compaiono in brevi cammei i personaggi principali della saga: Java, Diana, Aldous, Chris Tower, Max Brody, Travis, Angie e gli immarcescibili Dee & Kelly. La vicenda è ambientata nella base di Altrove, dove a causa di un imprudente esperimento si è sviluppato un vortice che inghiotte i colori, una sorta di buco nero che si espande e risucchia i colori, lasciando uomini e oggetti in bianco e nero. Intorno alla trama principale si sviluppano altre brevi storie sullo spettro visibile, fino al finale in cui Martin risolve l'inghippo. Col numero 400, inoltre, finisce con un imprevedibile colpo di scena Zona Y, il romanzo in quattordici puntate di Andrea Carlo Cappi con illustrazioni di Velardi. Nonostante la difficoltà di seguire un racconto suddiviso in tappe mensili, devo riconoscere che mi è piaciuto, molto di più di quello già uscito sulle pagine della testata a partire dal numero 375.
Nell'editoriale, intitolato "Scaramanzia e portafortuna!", Alfredo Castelli si mostra scettico sulla possibilità di festeggiare il numero 500, per il quale dovremo attendere poco meno di una decina d'anni. Al tempo stesso, però, lancia una frecciata ai detrattori della serie, a tutti gli innominati commentatori che da tempo paventano l'imminente chiusura della testata, basandosi su dati mysteriosi che conoscono solo loro. E proprio per smentire i menagrami bisogna tener duro e augurarci di poter festeggiare un altro albo del centenario, magari in coincidenza con i dieci lustri della testata.
La seconda piacevole novità è invece merito delle If Edizioni, che su licenza della Bonelli hanno iniziato la ristampa dell'intera serie in volumi mensili che contengono due episodi. Il numero in edicola dal 25 maggio ristampa i primi due numeri di aprile e maggio 1982: Gli uomini in nero e La vendetta di Râ. I volumetti hanno un ricco apparato redazionale, con l'editoriale di Alfredo Castelli e altri approfondimenti curati dal gruppo ufficiale dei fan di Martin Mystère. A mio avviso si tratta di un progetto ben fatto, dal classico formato bonelliano per i collezionisti più accaniti. Da appassionato posso solo sperare che questa ulteriore iniziativa sia il segno di un rinnovato interesse per il personaggio. Sarò nostalgico, ma secondo me Mystère è un'icona della cultura popolare italiana del Novecento, quella stessa cultura che pezzo dopo pezzo sta purtroppo scomparendo.
Il numero 400 attualmente in edicola

21 gennaio 2023

Ancora sui quarant'anni di Martin Mystère

Torno a parlare di Martin Mystère a distanza di tre mesi dal precedente articolo sul volume speciale dedicato a Mister Jinx. L'occasione è data dalla presenza nelle edicole di un albo celebrativo di 224 pagine che festeggia i quarant'anni della serie. Persino i sassi sanno che il primo numero della testata diretta da Alfredo Castelli, intitolato Gli uomini in nero, è apparso nell'aprile 1982. La lunga cavalcata prosegue con il numero 395 attualmente in edicola, nell'imminente attesa dello straordinario traguardo delle quattrocento uscite. C'è da dire che il quarantennale era già stato celebrato sulla serie regolare col numero 386 dello scorso aprile. Questa nuova iniziativa editoriale si inserisce invece tra i volumi fuori serie che si avvalgono del collaudato formato "magazine" della Bonelli. Si intitola Martin Mystère 40 – 1982/2022 La grande avventura ed è composto da tre storie a fumetti, due brevi e una di 96 tavole, nonché articoli e dossier a colori. La copertina, piuttosto classica come si conviene a un volume celebrativo, è opera dello storico disegnatore Giancarlo Alessandrini e raffigura Martin, la moglie Diana e il neandertaliano Java. In basso fa capolino una figura umana sghemba che sembra opera di un fumettista alle primissime armi: chi ha confidenza con la storia del fumetto italiano riconoscerà l'Omino Bufo, altra creatura partorita dalla fantasia di Castelli. Il volume diventa così l'occasione per festeggiare contemporaneamente gli otto lustri di Mystère e i cinquant'anni dell'Omino Bufo, apparso per la prima volta nel 1972 sul Corriere dei ragazzi.
L'editoriale che apre il volume è a firma di Graziano Frediani con illustrazioni di Aldo Di Gennaro e ripercorre le origini del personaggio, compresa la travagliata vicenda della scelta del nome. Per chi non lo sapesse, infatti, il personaggio doveva chiamarsi Doc Robinson, sennonché la contemporanea uscita nelle edicole di una rivista chiamata proprio Robinson costrinse Castelli e Bonelli a cambiare in corsa nome e logo della testata.
Segue una prima storia a fumetti, Lasciate fare a Java, per la sceneggiatura di Carlo Recagno e i disegni di Alfredo Orlandi. È un piacevole divertissement con protagonista Java alle prese con la preparazione di una torta per festeggiare i quarant'anni di carriera dell'amico Martin. La sua pazienza è messa a durissima prova da una sequela di eventi assurdi, scatenati dall'ingresso della prorompente Angie con un coniglio gigante. Sebbene si sviluppi su poche tavole, nella storia ci sono brevi camei di tantissimi personaggi della serie, tra cui anche i maldestri Dee e Kelly.
La vita segreta di Martin Mystère è il secondo corposo editoriale. Trentadue pagine splendidamente illustrate con immagini classiche e inedite che ripercorrono tutta la storia della famiglia Mystère, partendo dal Docteur e arrivando fino agli sfortunati genitori di Martin. Ampio spazio viene dedicato alla collaborazione di Mark Mystère con gli Uomini in nero, compresa la sua eroica ribellione dopo il massacro dei Kundingas che gli costò la vita. L'articolo prosegue con brevi ritratti di Diana, Java, Orloff e altri amici, antagonisti e comprimari. I lettori di vecchio corso conoscono bene le vicende, per cui si tratta più che altro di un utile ripasso. L'articolo è in ogni caso interessante perché non si limita a riassumere eventi noti, ma approfondisce i legami umani, familiari e amicali di Martin, aiutando a fare luce sulla complessa psicologia del personaggio.
La parte centrale e più corposa del volume contiene invece la ristampa di una storia epocale per l'evoluzione della continuità della serie, Vent'anni di Mysteri (Castelli/Alessandrini), pubblicata nel 2002. È la storia del tanto atteso annuncio del matrimonio (per la verità avvenuto nel 1995) tra Martin e Diana. Si tratta sicuramente di un tassello importante specie per i nuovi lettori o per chi vuole ripercorrere le tappe principali della serie.
La terza sezione è invece dedicata ad Alfredo Castelli, con una panoramica a tuttotondo della sua lunghissima carriera. I mille volti di Alfredo Castelli, a cura di Gianmaria Contro, è un editoriale ricco di informazioni, curiosità e immagini. Si accenna a riviste che hanno fatto la storia, come Il Giornalino, il Corriere dei ragazzi, Horror, Tilt e altre. Ci sono inoltre approfondimenti su alcuni tra i personaggi ideati da Castelli, come Gli Aristocratici e Scheletrino, nonché sulla collaborazione con testate bonelliane quali Zagor e Mister No. Alfredo Castelli compare pure nell'ultima breve storia a fumetti, La gatta di Schroedinger, su disegni di Marco Foderà. Come ho anticipato, le ultime pagine si occupano del cinquantenario dell'Omino Bufo, con la ristampa di alcune brevi strisce uscite negli anni Settanta o apparse negli anni Novanta sulla rimpianta testata Cattivik.
In conclusione, Martin Mystère 40 è un magazine fatto bene, una vera e propria enciclopedia che celebra Castelli e il suo più fortunato personaggio. Ritengo sia un volume che può essere un punto di riferimento essenziale per chi si appresta a conoscere Martin o vuole approfondire la sua storia.

30 ottobre 2022

Jinx, il killer del tempo

Le Grandi Storie Bonelli è una nuova collana trimestrale da edicola che si propone di ripubblicare in unico volume alcuni classici moderni della casa editrice, esauriti o addirittura introvabili. I volumi, di oltre trecento pagine, sono arricchiti da esaustivi redazionali. Il prezzo è di quasi dieci euro cadauno, giustificato a mio avviso dalla consistente foliazione. I primi due albi sono dedicati a Zagor, il terzo a Tex, il quarto a Mister No. Il protagonista del numero attualmente in edicola è Martin Mystère, alle prese con uno dei suoi più temibili nemici: Mister Jinx. Il volume, intitolato per l'appunto Mister Jinx, ristampa due celebri storie. La prima è Tempo Zero, originariamente pubblicata nel 1986 sui numeri 47 e 48 della serie regolare, con soggetto e sceneggiatura di Castelli e disegni di Freghieri. Medesimi gli autori della seconda storia, Operazione Dorian Gray, apparsa in origine sugli albi 63 e 64 del 1987.
Jinx è il cattivo per eccellenza: mefistofelico, geniale, cinico, spietato, dotato di un'astuzia non comune. Ha l'aspetto e le movenze del gentiluomo e assomiglia vagamente all'attore Burgess Meredith. Il suo gesto tipico consiste nell'accendere il sigaro con lo schiocco delle dita, trucco ereditato dal suo vecchio mestiere di illusionista, o forse indice di una natura diabolica. È il grande antagonista di Martin Mystère, come Mefisto per Tex o Hellingen per Zagor. A differenza dei "cattivi" tradizionali del fumetto e del cinema, Jinx appare come un imprenditore che offre un servizio a facoltosi clienti. L'originalità del personaggio sta nel presentarsi come una sorta di benefattore al servizio dell'umanità. I suoi clienti soffrono l'ossessione del tempo, vuoi perché hanno grandi responsabilità e pochissimo tempo libero, oppure perché sono vicini alla fine e vorrebbero riconquistare la gioventù perduta. Jinx ha una soluzione miracolosa a questi problemi all'apparenza insormontabili. In Tempo Zero lo vediamo alla guida di una società che propone ai suoi facoltosi clienti un'occasione allettante: grazie a uno speciale liquido iniettabile che accelera il metabolismo, potranno vivere ventiquattro ore come se fossero un mese intero. Quale soluzione migliore per il manager fuso dal lavoro, oppure per chi ha un progetto da terminare in tempi brevissimi? A Tempo Zero, una specie di resort di lusso, potranno trascorrere un mese intero mentre il mondo "di fuori" avanzerà di sole ventiquattro ore. Unica piccola controindicazione: un'overdose di siero determina la morte per autocombustione. In Operazione Dorian Gray, invece, Jinx mette in atto un progetto degno della mente di Wilde, dando ai suoi anziani clienti la possibilità di appropriarsi di un corpo giovane e forte, pur mantenendo i ricordi e l'esperienza di un ottuagenario. Anche in questo caso c'è un solo piccolo problema: Jinx non ha scrupoli a far sparire clochard, alcolizzati o individui ai margini, al fine di dare un nuovo corpo ai propri clienti. Sarà Martin Mystère a tentare di intralciare i piani del perfido personaggio.
La ristampa viene proposta in un momento importante della storia editoriale della testata, che da poco ha festeggiato i quarant'anni ed è prossima a tagliare il traguardo del numero 400. Se dunque è un'occasione per invogliare chi ancora non conosce il Detective dell'impossibile, al tempo stesso è un'uscita che spinge i lettori storici a qualche riflessione di tipo comparativo. Tempo Zero e Operazione Dorian Gray, come d'altronde tutte o quasi le storie degli anni Ottanta, possiedono una forza espressiva dirompente che col tempo e il progredire della serialità è andata affievolendosi. Niente di anomalo o biasimevole, lo tengo a precisare: è praticamente impossibile mantenere lo stesso livello dopo quarant'anni nelle edicole. Voglio piuttosto dire che i due episodi dello speciale su Mister Jinx sono veramente grandiosi (in qualche misura, insuperabili) per scrittura, resa delle immagini e tensione emotiva. Confermano a pieno quanto la serie ideata da Castelli sia una pietra miliare del fumetto italiano, l'anello di congiunzione tra i personaggi classici e le inquietudini contemporanee, che troveranno in Dylan Dog il massimo rappresentante. Una sottile trepidazione accompagna il lettore dalla prima all'ultima vignetta, perché Jinx non è un cattivo stereotipato, ma una figura complessa che ci turba perché sfrutta a proprio vantaggio alcuni dei nostri desideri più reconditi. D'altronde, chi non ha desiderato almeno una volta di ringiovanire, oppure di trascorrere giornate più lunghe delle canoniche ventiquattro ore? Jinx trasmette angoscia proprio per la sua imprevedibilità e l'impossibilità di ricondurlo entro i confini del classico antagonista: non è uno scienziato pazzo e non vuole diventare il padrone del mondo, sebbene sia indubbiamente geniale e desideri acquisire una posizione di primato sui propri simili.
Consiglio vivamente l'acquisto del volume, arricchito peraltro da corposi redazionali che ricostruiscono la storia editoriale del personaggio.

23 aprile 2022

I primi quarant'anni di Martin Mystère

Con il numero 386 di Martin Mystère attualmente in edicola si celebra un piccolo miracolo editoriale, ancora più meritorio se pensiamo alla profondissima crisi in cui versano le pubblicazioni periodiche. Sono infatti trascorsi esattamente quarant'anni dall'aprile 1982, quando uscì Gli uomini in nero, primo celebre albo della longeva serie. Nel corso di questi otto lustri il mondo è cambiato e Martin Mystère ne ha seguito l'evoluzione politica, sociale e tecnologica. A differenza di altri personaggi che vivono in un'epoca indefinita o in un passato immutabile, come ad esempio Zagor, il Buon Vecchio Zio Marty è saldamente radicato nel presente. Quella che oggi può sembrare la normalità, nel 1982 fu invece una piccola rivoluzione. La serie ideata da Alfredo Castelli è stata infatti il trait d'union tra il fumetto bonelliano classico e le nuove creazioni degli anni Ottanta (Dylan Dog, Nick Raider) e Novanta (Nathan Never, Julia).
Il numero 386 si inserisce peraltro nella rinnovazione della serie cominciata esattamente un anno fa con il numero 375, che ha inaugurato il ritorno alla mensilità. Si è trattato di un ritorno alle origini, dato che la cadenza è già stata mensile fino al numero 278, per diventare poi bimestrale per quasi quindici anni. L'albo in edicola, intitolato I suoi primi 40 anni, riunisce le caratteristiche di entrambi i formati. Come i bimestrali, è un “balenottero”, ossia un volume di circa 160 pagine. Come nei nuovi mensili, invece, la storia inedita è sviluppata in poco più di settanta tavole, mentre il resto delle pagine è occupato da redazionali e da un romanzo a puntate di Andrea Carlo Cappi.
Due le iniziative legate al quarantennale che ne fanno un albo celebrativo. La prima è la storia inedita, che finalmente propone un'avventura risalente agli albori della carriera di Martin, spesso accennata eppure mai raccontata nei minimi dettagli: il mystero noto come “il fantasma del Topkapi”. È una storia che si è svolta a Istanbul nel 1982 e che è valsa a Martin una grande popolarità in Turchia. Dopo quarant'anni esatti, il nostro eroe ritorna negli stessi luoghi per dipanare i punti oscuri di una vicenda interrotta e mai del tutto chiarita. Come sempre quando si tratta di albi speciali, soggetto e sceneggiatura sono curati dallo stesso Castelli, mentre le tavole sono illustrate da Alessandrini, Torti e Orlandi. La storia è avvincente ma richiede una seconda lettura per poterne cogliere tutte le sfumature.
La seconda chicca dell'albo è nelle sessantaquattro tavole finali di Operazione Arca in una veste inedita. Come noto, Op
erazione Arca è il titolo del terzo albo della serie, uscito nel lontano giugno 1982. Non tutti sanno, però, che in origine il personaggio doveva chiamarsi Doc Robinson ed essere inglese. Il nome fu però “bruciato” dall'uscita nelle edicole italiane della rivista a fumetti Robinson, che impose un cambio alla Bonelli. Per il quarantennale Alfredo Castelli ha deciso di rispolverare e regalare ai lettori storici una versione inedita di Operazione Arca, quella con protagonista Doc Robinson. Abbiamo così modo di rileggere questo breve capolavoro in una veste inedita, arricchita da un editoriale dello stesso Castelli che svela i retroscena delle vicissitudini che portarono al cambio del nome in corsa, quando già erano stati completati e quasi mandati in stampa gli albi a nome Doc Robinson. Inutile ribadire che Operazione Arca è una storia breve e tuttavia perfettamente compiuta, scritta e disegnata con uno stile classico eppure moderno, che tanti lettori storici del BVZM apprezzerebbero tuttora. 
Il numero 386 è anche l'occasione per tirare le somme del “nuovo” Martin Mystère, a distanza di un anno dal ritorno alla mensilità. A mio avviso ci sono soprattutto luci, ma anche qualche ombra. Le storie a fumetti e i redazionali sono i punti di forza del nuovo corso. Quanto alle storie, il numero inferiore di pagine a disposizione velocizza il ritmo della narrazione, riducendo al minimo le prolissità e le vignette eccessivamente verbose. I redazionali scritti da Castelli sono sempre interessanti, il giusto approfondimento alle questioni affrontate nella storia a fumetti. Le ultime dieci pagine di ogni albo sono invece dedicate a un romanzo a puntate di Andrea Carlo Cappi. Con il numero 386 si è concluso il primo romanzo, intitolato Il potere del falco. La storia è indubbiamente valida, appassionante e ricca di rimandi colti, letterari e cinematografici. Tuttavia, non è di mio gradimento la scelta di suddividerla in puntate, togliendo spazio alle tavole a fumetti. Sarà un mio limite, ma ho fatto molta fatica a ricordare una storia “spalmata” su dodici puntate mensili, né è pensabile che il lettore ogni volta riprenda in mano gli episodi precedenti per fare un ripasso generale. Inoltre, l'impressione è che con questa scelta editoriale siano state sottratte pagine al fumetto, ridotto dalle circa 150 tavole del bimestrale alle attuali 77 del mensile. Forse sarebbe stato opportuno allegare l'intero romanzo a un unico albo, anche con un sovrapprezzo. Credo che tale soluzione avrebbe reso maggiore giustizia all'opera in prosa e dato più spazio alle storie a fumetti, che è poi ciò che desidera chi da anni acquista Martin Mystère. Ad ogni buon conto, l'operazione sarà ripetuta, sia pure con una formula parzialmente diversa, a partire dal prossimo numero, fino all'albo 400. Restiamo in attesa e intanto facciamo i migliori auguri a Martin per questi primi quarant'anni di vita editoriale.
Martin Mystère n. 386 - I suoi primi 40 anni - aprile 2022

28 luglio 2021

Brass prima di Tinto: "Col cuore in gola"

Prima di diventare il maestro indiscusso del cinema erotico italiano, Tinto Brass è stato un regista d'avanguardia, immerso nel fermento culturale europeo ed americano e deciso a portarlo in Italia. E prima ancora di scandalizzare il Belpaese con Caligola (1979), aveva esordito dietro la macchina da presa con una pellicola fortemente ideologizzata e d'impegno civile, Chi lavora è perduto (In capo al mondo), selezionata persino nella prestigiosa lista dei “100 film italiani da salvare”.
Col cuore in gola, uscito nelle sale nel 1967, è forse l'emblema della prima produzione che ho definito d'avanguardia o, se si vuole, modernista. Il taglio di rottura rispetto alla cinematografia nazionale coeva è innanzitutto nella scelta dell'ambientazione: Brass optò per Londra, sulla scia di Blow-Up di Antonioni, non a caso citato sia direttamente che figurativamente. A Londra vive Bernard, un giovane francese interpretato da un tenebroso Jean-Louis Trintignant, che si guadagna da vivere come modello e attore. In un locale notturno incontra la bellissima Jane (Ewa Aulin), ancora giovane eppure già segnata da torbide vicende familiari e personali. La sera stessa Jane scopre il cadavere del proprietario del night club, ucciso da uno sconosciuto sicario; da quel momento strani personaggi iniziano a darle la caccia. Affascinato dalla ragazza, Bernard si offre di aiutarla, finendo trascinato in una serie di rocambolesche avventure, fino al drammatico finale.
Al di là di questi pochi cenni, la trama del film è effettivamente debole, a tratti complicata da seguire per l'astrusità di alcune circostanze. Col cuore in gola è un giallo anomalo, nel senso che il suo punto di forza non è nella costruzione dell'intreccio, né nel disvelamento dell'assassino, che a dire la verità non interessa più di tanto né allo spettatore né agli stessi protagonisti. Il cuore pulsante della pellicola è nella fotografia, nella cura maniacale dei dettagli su cui indugia la telecamera, negli intensi primissimi piani, nella folle alternanza di colore e bianco/nero. Chi conosce, sia pur parzialmente, la successiva produzione erotica di Brass, noterà una serie di intuizioni che saranno portate alle estreme conseguenze nei decenni successivi: le inquadrature degli specchi (specie se rotondi), l'obiettivo che indugia sui buchi delle serrature, l'ossessiva sovrapposizione di slogan e cartelloni pubblicitari, i primi piani di comparse grottesche che sembrano prese a piene mani dalla commedia dell'arte. Eppure in questa pellicola c'è qualcosa di più. Dovessi definirla con un solo aggettivo, utilizzerei “psichedelica”. Col cuore in gola è un caleidoscopio di colori, rumori e suoni che stimolano una percezione più profonda. E questa componente “lisergica” è così dominante da far passare in secondo piano la trama. La forma dunque prevale sulla sostanza, l'apparenza ruba la scena al senso e alla stessa verosimiglianza degli eventi narrati. 
Il film è una summa delle forme espressive in voga nel periodo: musica, fumetto e correnti artistiche. La colonna sonora passa dal beat alla fiorente scena psichedelica, che proprio nel biennio 1967-1968 vedeva nascere i suoi tre capolavori: Forever changes dei Love, Sgt. Pepper dei Beatles e S.F. Sorrow dei Pretty Things. Il tema portante della colonna sonora è l'insinuante Love girl, meravigliosa ballata del maestro Trovajoli cantata da Gianni Davoli, che non avrebbe sfigurato in un LP dei Doors o dei Procol Harum. Decisiva è poi l'influenza del fumetto, anche mutuato dalla pop art d'oltreoceano; non a caso molte tavole della storyboard sono opera di Guido Crepax, e in una scena fa persino capolino l'inconfondibile volto di Valentina. Le scenografie degli interni sono particolarmente curate, con muri tappezzati di poster, tazebao, manifesti e stampe, che spesso riproducono scene a fumetti. Altra fondamentale influenza è l'optical art, sia nella ricostruzione di alcune scene d'interni (si pensi all'atelier del fotografo), che negli spericolati tagli e inquadrature che creano un effetto straniante nel pubblico.
Due parole anche sugli straordinari protagonisti. Trintignant sembra un alieno, con la sua allure seriosa, fumosa e decadente, del tutto decontestualizzata rispetto all'atmosfera elettrica della Swinging London. Eppure è perfetto nei panni del melanconico Bernard, a cui riesce a dare profondità e realismo anche solo con uno sguardo o un impercettibile movimento delle ciglia. L'attore francese fa di questa estraneità il punto di forza della sua interpretazione. Ewa Aulin è semplicemente una dea, dolce e maliziosa come una lolita. Dare un giudizio definitivo sulla pellicola è un'operazione non priva di ostacoli. Si corre il rischio di attestarsi su posizioni tranchant, tra chi bolla il film come un prodotto del suo tempo, per giunta invecchiato male, e chi viceversa ne elogia la componente giocosamente anarchica e le innovative soluzioni tecniche che sono una gioia per gli occhi. Senza voler sembrare democristiani e salomonici, mai come in questo caso in medio stat virtus: Col cuore in gola non è un classico, ma proprio questo ci consente di gustarlo col giusto distacco, a distanza di oltre cinquant'anni dalla sua uscita. Da riscoprire.
Jean-Louis Trintignant e Ewa Aulin in una scena del film

4 luglio 2021

Quando Hendrix incontrò il rock progressivo italiano

Quanti ancora acquistano i dischi, sanno bene quale fascino eserciti una copertina evocativa. Per quanto mi riguarda, come ho già scritto altrove, alcuni album li ho acquistati perché attratto dalla copertina. Superfluo rimarcare che ci sono copertine epocali, spesso più celebri del disco: mi viene in mente il volto terrorizzato di In the court of the Crimson King. In Italia fu col progressive che per la prima volta si affermò un interesse concreto per la grafica dei dischi, col contestuale abbandono delle fotografie standardizzate dei complessi che furoreggiavano nel decennio precedente. Finalmente si diede sfogo alla creatività e vennero fuori copertine davvero innovative, come l'iconico salvadanaio del Banco, i due manichini inchiavardati del primo 33 giri degli Area, la scioccante bambola insanguinata degli Osage Tribe o le stilizzate figure alla De Chirico di Storia di un minuto. La palma d'oro per la più bella copertina del prog italiano spetta però a Nuda, primo disco dei genovesi Garybaldi, pubblicato nel 1972. Disegnata da Guido Crepax, raffigura la sensuale Bianca distesa senza veli di spalle, con personaggi e animali lillipuziani che tentano di arrampicarsi sul suo corpo perfetto e sinuoso. In realtà, il lavoro grafico di Crepax è molto più complesso: la copertina è apribile in tre parti e all'interno ci sono grandi tavole a fumetti che riprendono i testi delle canzoni. 
Fatta questa debita premessa, Nuda è a tutti gli effetti figlio del suo tempo, nei pregi e nei difetti. I Garybaldi erano l'evoluzione dei Gleemen, gruppo beat di discreto successo a fine anni Sessanta. Fondatore e leader del progetto Garybaldi era il genovese Pier Niccolò “Bambi” Fossati, prodigioso musicista di scuola hendrixiana, forse il solo a poter contendere a Nico Di Palo il primato di miglior chitarrista del rock progressivo nostrano. Il quartetto era completato da Lio Marchi alle tastiere, Angelo Traverso al basso e Maurizio Cassinelli alla batteria. Nuda è un disco di transizione, che mescola con risultati altalenanti il rock-blues di impronta hendrixiana, le cavalcate tastieristiche progressive e alcuni passaggi che risentono ancora del beat
Sebbene i Garybaldi non possano essere inquadrati entro la cornice del rock sinfonico, non manca la lunga suite. Moretto da Brescia, divisa in tre movimenti, occupa tutta la seconda facciata. Come molte altre del genere, è la storia di un cavaliere errante e delle sue peripezie. Al di là della ingenuità delle tematiche e del testo, Moretto da Brescia si caratterizza per passaggi musicali assai interessanti e continui cambiamenti di ritmo, specie nelle felici combinazioni di chitarra elettrica e mellotron. Ritengo sia una suite meno riuscita rispetto ad altre produzioni nostrane, soprattutto se paragonata a capolavori assoluti come Aria di Alan Sorrenti o Il giardino del mago del Banco. Giganteggia però la figura di “Bambi” Fossati, con la sua voce calda ed espressiva. La lunga composizione si chiude con un assolo di chitarra che emerge timidamente sul finale della terza parte, per poi espandersi e dilatarsi, sorretto da percussioni caraibiche che ricordano la migliore stagione dei Santana. 
La chitarra di Bambi è l'assoluta protagonista del lato A, composto da tre brani, diversi per ritmo, genere e ispirazione. L'apertura di Maya desnuda, per giunta arricchita da un testo davvero audace, è l'apoteosi della tecnica chitarristica di Fossati, che dimostra con poderosi riff tutta la sua devozione a Jimi. Forse non un pezzo originalissimo, anzi piuttosto derivativo, eppure unico nel panorama nazionale. Negli stessi anni, soltanto Enzo Vita offriva un suono più duro e quadrato. 26 febbraio 1700 è invece una ballata soffice e malinconica, con un perfetto incastro di voce, testo e musica, con predominanza delle tastiere di Lio Marchi. Trascurabile è invece L'ultima graziosa, che chiude la prima facciata. 
Nuda non può mancare in una collezione di rock progressivo italiano che si rispetti, per la sua eccentricità rispetto ad altri lavori coevi. È un 33 giri che dà un posto d'onore alla chitarra, strumento quasi negletto dal genere. E quanto fa male pensare che il compianto “Bambi” Fossati non abbia mai raggiunto il successo, che pure avrebbe meritato per indubbia superiorità sul campo!
La meravigliosa copertina di Nuda (1972)
Uno dei fumetti interni, opera di Guido Crepax

20 maggio 2021

La nuova alba di Martin Mystère (parte 2)

In un mercato dei fumetti sempre più saturo, che vede progressivamente assottigliarsi il numero dei lettori, puntare al rilancio di una testata che conta le quaranta primavere è un'impresa meritoria. Come avevo già anticipato, Martin Mystère è tornato alla mensilità dal numero 375 di maggio attualmente in edicola, dopo essere passato alla bimestralità a partire dall'albo 279. Alfredo Castelli aveva annunciato un ritorno alle origini e così è stato. E non tanto per la riproposta del frontespizio originario o il formato bonelliano da 98 pagine, quanto per la struttura degli albi, orgogliosamente classica.
Castelli non punta a rincorrere i nuovi lettori, preferendo invece fidelizzare i vecchi, che da un po' di tempo invocavano una linea editoriale coerente con la tradizione e al tempo stesso votata al futuro. Ottant'anni fa, questo il titolo dell'albo, inaugura il nuovo corso con un leggero restyling della grafica, che non è tuttavia la principale novità. Come ho detto, a cambiare è la struttura degli albi, in particolare la proporzione tra le varie componenti. Le pagine a fumetto scendono a 77, complice principalmente la riduzione della foliazione dovuta al ritorno alla mensilità. Rispetto agli altri albi di 98 pagine, tuttavia, Martin Mystère ha una quindicina di tavole in meno, perché viene dato ampio spazio alle rubriche. Chi già leggeva il bimestrale, ricorderà la pagina dedicata alla posta e alle novità, la tavola finale su Zio Boris (che ha sostituito da qualche anno quella degli arretrati), nonché la rubrica sul “Cosa c'è di vero e cosa di inventato”, che approfondiva le tematiche mysteriose trattate nella storia a fumetti. Questi tre appuntamenti fissi sono stati mantenuti, sia pure con qualche cambiamento. La rubrica finale è stata rinominata Fantasmagoria e beneficia di un incremento di pagine, da tre a cinque, sebbene sia stata aumentata la dimensione dei caratteri. Alla tavola di Zio Boris è stata poi aggiunta una striscia dei Bonelli Kids, con Martin e Java da piccoli. Se avete fatto bene i conti, all'appello mancano una decina di pagine. Sono quelle che ospitano un'altra breve rubrica dedicata al mistero in generale, nonché un romanzo a puntate di Andrea Carlo Cappi, nella tradizione del feuilleton.
Come diceva qualcuno, sorge spontanea una domanda. Gradiranno i lettori questo “dimagrimento” del fumetto, a tutto vantaggio delle rubriche? Il divario rispetto ai numeri precedenti è netto e si fa sentire, sebbene Castelli abbia già assicurato che ci saranno anche storie in due o più numeri, in modo da dare maggior respiro alla narrazione. È ancora presto per dare un giudizio sul nuovo corso, bisognerà attendere almeno i primi cinque o sei numeri per farsi un'idea più circostanziata. Ritengo però che sorgerà un dibattito tra i puristi del fumetto, che vorrebbero 96 tavole illustrate, contrapposti a quanti invece apprezzano le rubriche come un necessario diversivo. La mia posizione è intermedia: ben vengano le rubriche, purché non tolgano troppo spazio alle storie a fumetti. Martin Mystère è una serie che necessita di approfondimenti critici, nessun dubbio in proposito. Ma davvero le rubriche hanno bisogno di un numero così consistente di pagine? Forse si potrebbe ridurre la dimensione dei caratteri delle rubriche, eliminando al contempo (o quasi) le illustrazioni, in modo da salvaguardare gli approfondimenti e aumentare lo spazio dedicato ai fumetti. Ritengo possa essere una soluzione salomonica, in grado di accontentare tutti. Questo è il mio auspicio per il futuro.
Venendo brevemente alla storia a fumetti dell'albo n. 375, si tratta di un racconto celebrativo, che festeggia contemporaneamente il nuovo corso della testata, gli ottant'anni della Casa editrice e l'estro creativo del fondatore Gianluigi Bonelli. È una storia godibile e divertente, da leggere tutta d'un fiato. Aspettiamo con ansia il numero di giugno, che dovrebbe dare il definitivo "la" al nuovo corso.
Martin Mystère n. 375 - Ottant'anni fa - Maggio 2021

3 marzo 2021

La nuova alba di Martin Mystère

Nel 2022 Martin Mystère taglierà l'invidiabile traguardo dei quarant'anni. Ne è passata di acqua sotto i ponti dal lontano aprile 1982: il Paese è cambiato (in peggio), il mondo si è trasformato e anche Martin si è evoluto, senza perdere i caratteri che lo hanno reso celebre. A quasi otto lustri dallo storico esordio in edicola, la testata è arrivata al n. 373, dopo un cambio di periodicità con l'albo 279, che ha segnato il passaggio alla bimestralità. A distanza di quindici anni dal primo cambio di periodicità, Alfredo Castelli ha annunciato per questo 2021 un ritorno alle origini. Nelle anticipazioni apparse sul sito della Bonelli, infatti, il creatore della serie ha ufficializzato che si tornerà alla mensilità a partire dal numero 375 di maggio, nel classico formato bonelliano di 98 pagine. Si tratta di una notizia splendida per lo zoccolo duro dei fan della prima ora, a cui Castelli si rivolge apertamente, parlando di “bei tempi andati” e “mysteriofili”. La rotta sembra tracciata, chiara è l'intenzione da parte della Casa editrice di non rincorrere tanto i nuovi lettori, preferendo fidelizzare i vecchi, che da diverso tempo invocavano una linea editoriale coerente con la tradizione e al tempo stesso votata al futuro. In tal senso depone la scelta di proseguire la numerazione, anziché ricominciare da capo. 
Il ritorno alla mensilità, e dunque presumibilmente alla suddivisione delle storie in due albi anziché in uno autoconclusivo, non è l'unica novella. Lo dimostrano i due albi preparativi al cambio di periodicità, il numero 373 attualmente in edicola (intitolato Incubi!) e il seguito che uscirà il 10 aprile (Il ritorno della dea). Non si tratta di piccoli cambiamenti, ma di un drammatico stravolgimento: Java è stato ucciso e il suo assassino è Martin! Prima dell'uscita dell'albo la notizia era già trapelata da fonti ufficiali, sebbene molti fossero scettici e parlassero di una finta morte, di un equivoco, di una prevedibile resurrezione, o addirittura che si trattasse di un sogno e non di realtà. Nelle anticipazioni, Castelli ha sgombrato il campo da ogni equivoco, precisando che «i proiettili sono veri, il sangue è vero, il cadavere è vero, l'obitorio è vero, il riconoscimento è vero, la confessione di Martin è vera, e così lo sgomento e l'incredulità degli amici». Tutto confermato dalla lettura della storia, che lascia anche noi lettori sgomenti e increduli, addolorati per la perdita dell'amato neandertaliano e preoccupati per le sorti di Martin. Nulla aggiungo rispetto a quanto era già stato annunciato, per non rovinare la sorpresa. 
Sono un lettore assiduo della testata e non ho mai pensato di abbandonarla, sebbene negli ultimi anni alcune storie non mi abbiano convinto; eppure devo riconoscere che la trepidazione con cui attendo le novità in arrivo va al di là dell'incondizionata fedeltà al personaggio. C'era la necessità di una svolta, anche nel senso di un ritorno alle origini, come concorderanno quasi tutti gli appassionati. Sembra che gli appelli siano stati ascoltati: la partenza di Incubi! è già col botto e lascia presagire esiti inaspettati. Quel che ci aspetta non possiamo saperlo, perché “the future is unwritten”, come diceva Joe Strummer. Finora i segnali sono molto positivi, a partire dal prossimo futuro della periodicità mensile, che se non altro manterrà viva la suspense e raddoppierà il piacere delle visite in edicola.

31 ottobre 2019

La Storia passa per Vienna: il nuovo albo di Martin Mystère

Nel numero di agosto/settembre, nello spazio dedicato alle anticipazioni, Alfredo Castelli aveva risposto con la consueta ironia agli uccelli del malaugurio che da anni puntualmente annunciano – o forse addirittura auspicano – la chiusura della serie. Il creatore di Martin Mystère ha rivelato che senza dubbio la serie chiuderà, ma solo perché, come tutte le creazioni umane, ha avuto un inizio e avrà una fine. Nessuna chiusura imminente, dunque, a beneficio degli appassionati. Soprattutto, si spera che le parole di Castelli mettano a tacere una volta per tutte le malelingue.
Il numero 365 (ottobre/novembre 2019) attualmente in edicola, intitolato La grande epidemia, è in qualche misura il segno della vitalità della testata, sebbene sia fisiologico un calo di ispirazione dopo trentasette anni di presenza costante nelle edicole italiane. Ho parlato di vitalità del personaggio perché Martin sembra vivere una seconda giovinezza: è atletico, poco propenso a dilungarsi in lunghi monologhi, pronto invece a fare a botte e persino a calarsi da un condotto di aerazione grazie ad una tecnica appresa ad Agarthi. Al tempo stesso, però, si ravvisa un calo d'ispirazione per l'utilizzo di alcuni espedienti narrativi ormai abusati, un ritornello sentito troppe volte. Parlo dell'irruzione dell'ennesima setta segreta non meglio identificata, oppure dell'esplosione finale che risolve tutti i problemi, soluzione forse catartica ma fin troppo sbrigativa. Al di là dei limiti, se si legge l'albo senza preoccuparsi della continuity pretesa dagli appassionati di lungo corso, si riscontrano almeno tre punti di forza. Il primo è nei disegni di Romanini, che si mantiene fedele al personaggio e al contempo ci regala una molteplicità di figure di sfondo e contorno, ivi compresa una manciata di belle ragazze. Mi è poi piaciuta la maggiore propensione all'azione rispetto ad alcuni albi del recente passato, in cui predominavano i toni eruditi e gli immancabili “spiegoni”. La grande epidemia è invece un'avventura incentrata sul presente, che possiede il serrato andamento di una storia di spionaggio e sorprende con diversi colpi di scena. Inoltre, viene affrontato un tema quanto mai attuale, ossia il cambiamento climatico e le strategie da attuare al più presto per salvare il pianeta.
La vicenda, sceneggiata da Belli con i disegni di Romanini, è interamente ambientata a Vienna, dove il Buon Vecchio Zio Marty è invitato a presentare l'edizione austriaca in versione economica dei suoi libri. Nella città asburgica, tanto per cambiare, si sta verificando un evento senza precedenti, una vera e propria epidemia di suicidi che colpisce inspiegabilmente persone che non hanno una ragione per togliersi la vita. Partendo da questa “grande epidemia”, la storia prende una piega imprevista, che porterà il Detective dell'impossibile a venire a contatto con un oggetto antichissimo dalle proprietà esoteriche, che i cattivi di turno vogliono utilizzare per indirizzare le sorti del mondo e conformare l'umanità sotto un pensiero unico monolitico.
È un'avventura vissuta quasi interamente in solitaria, mancando i soliti comprimari; Martin ha così modo di esaltare le proprie doti, su tutte l'intuito, l'altruismo e la totale libertà di pensiero. Il nostro eroe viene messo di fronte ad un quesito: è giusto barattare la libertà per la salvezza? O meglio, è giusto salvare l'umanità e la Terra pagando il prezzo di un pensiero unico, della sottomissione e dell'annullamento di ogni individualità? Martin non ha dubbi e risponde di no, perché per lui la libertà viene prima di ogni cosa e la salvezza dell'umanità non può essere imposta, ma deve essere il risultato di scelte ponderate e condivise. Il punto più interessante dell'albo è proprio questo: i cattivi sono paradossalmente quelli che vorrebbero salvare il pianeta, sia pure attraverso un progetto aberrante. Martin Mystère, invece, si oppone al loro piano, perché sa vedere le cose da un profilo morale più elevato.
Sperando di non aver svelato troppo della trama, consiglio la lettura di questo numero 365, che peraltro ci rinfresca la memoria su uno degli eventi decisivi della storia europea e della nostra cultura, ossia l'assedio di Vienna del 1638 da parte degli Ottomani. Unico neo, come già detto, il finale troppo frettoloso. Spero che in futuro vengano adottate soluzione diverse, per garantire ancora longevità e successo alla serie.
Martin Mystère n. 365 - La grande epidemia - Ott/Nov 2019

20 marzo 2019

"Zagor Classic": lo Spirito con la Scure è vivo e lotta insieme a noi

Da qualche anno Sergio Bonelli Editore sta portando avanti numerosi progetti, che corrono lungo due direttrici parallele. Da un lato, ha lanciato alcune serie innovative, che si diversificano dalla precedente produzione nei contenuti e negli scenari (Mercurio Loi), nel formato (collana Audace) o nei temi trattati (Bonelli Young). Si tratta di prodotti destinati negli intenti ad avvicinare nuove fasce di pubblico, composte specialmente dai più giovani, piuttosto allergici al fumetto. D'altro canto, la Casa editrice ha ampliato il catalogo delle ristampe, grazie a nuove serie regolari; sto parlando in particolare de Il Dylan Dog di Tiziano Sclavi, Tex Classic e Julia, i casi archiviati. In questo secondo filone si colloca Zagor Classic, che ricalca le orme dell'analogo e fortunato progetto su Tex.
Zagor Classic, il cui primo numero è uscito il 13 marzo, è una ristampa cronologica del tipo di Tutto Zagor, andato avanti dal 1986 al 1998 per un totale di 235 numeri. Rispetto alla precedente ristampa, Zagor Classic presenta interessanti novità. La prima è l'uso del colore, scelta che farà storcere il naso ai puristi del bianco e nero, ma che consente di apprezzare secondo un altro punto di vista le vignette del maestro Ferri. Il formato è quello classico bonelliano, per un totale di 80 pagine. Si tratta di un mensile che regalerà ad ogni numero un omaggio diverso. Al primo numero è abbinato un grande poster a colori, mentre dal secondo in poi saranno allegate cartoline riproducenti le copertine realizzate da Gallieno Ferri per la Collana Zenith. Come spiegato dal curatore Moreno Burattini, le copertine di Zagor Classic sono una selezione di quelle degli albi a striscia della Collana Lampo, usciti tra il 1961 e il 1970.
Il primo numero, in questi giorni in edicola, è il celebre La foresta degli agguati del 1961. Il lettore si immerge subito nel mondo di Darkwood, guidato dall'inconfondibile tratto di Ferri e dalla sceneggiatura di Guido Nolitta, alias Sergio Bonelli. Leggendo l'albo, uscito quasi sessant'anni fa, ci rendiamo conto di come la serie sia rimasta sostanzialmente invariata. Ci sono già i siparietti col mangione Cico, le scene di combattimento alternate a quelle di quiete silvestre, gli scenari mozzafiato delle grandi foreste americane, i nemici spietati da combattere, e la fiducia inossidabile nel bene, destinato a trionfare sul male. Se è indubbio che l'essere rimasto fedele a se stesso sia la forza dello Spirito con la scure, è altrettanto vero che si tratta di un limite, data la scarsa attrattiva del classico fumetto di avventura sul pubblico più giovane. Forse l'aspetto più “datato” (lo dico con il massimo rispetto) è dato dall'uso massiccio delle vignette lunghe, a discapito dell'azione. Certo non siamo ai livelli di Kinowa, per me davvero indigesto a causa delle troppe didascalie, ma siamo comunque lontani dallo Zagor attuale, caratterizzato anche da lunghe sequenze mute, che conferiscono maggiore rapidità all'azione.
Per chi, come me, ama il personaggio e non ne aveva mai conosciuto le origini, si tratta di un acquisto necessario. Ogni albo costa € 3,50; considerando l'elevatissima qualità delle storie dell'accoppiata Nolitta-Ferri, ne vale davvero la pena. Anche perché, come chiarisce Moreno Burattini nell'editoriale, la maggior parte di questi albi sono da tempo esauriti.
Zagor Classic n. 1 - La foresta degli agguati - marzo 2019 - euro 3,50

30 maggio 2017

A passeggio senza meta per la Roma dei pazzi

In un precedente articolo avevo elogiato la decisione della Bonelli di pubblicare una nuova serie a fumetti, in un’epoca in cui si legge sempre di meno. Al tempo stesso, avevo definito un azzardo la scelta di presentare un personaggio che si muove nella Roma papalina del 1826. Dopo aver letto il primo numero della serie regolare, le impressioni di allora sono state in parte confermate: Mercurio Loi è un eccellente prodotto di nicchia, destinato ad un pubblico colto, interessato alle vicende storiche che fanno da sfondo ad ogni albo e alle disquisizioni filosofiche dei personaggi. Vorrei però precisare che non è affatto un fumetto verboso, perché la sceneggiatura di Bilotta è costruita in modo da alternare egregiamente le scene di azione con quelle di riflessione.
Il primo albo della serie regolare è un numero interlocutorio, che ha principalmente la funzione di presentare i personaggi, calandoli in quel “palcoscenico di pazzi” che era la Roma del 1826. Si capisce subito che i personaggi saranno uno dei punti di forza della serie. C’è chi ha scritto che il protagonista, Mercurio, è poco simpatico, quasi supponente. La considerazione non è sbagliata, ma va rimeditata, perché si tratta di una scelta voluta. Mercurio non è un eroe, non è un investigatore, né semplicemente un curioso; egli è un uomo di pensiero, dotato di un intelletto fuori dal recinto del conformismo. Vive in una città appena lambita dal pensiero liberale e illuminista, governata autoritariamente da un Papa-Re, in cui gli spazi di espressione individuale sono limitati, al punto che è vietato persino detenere in casa alcuni libri, considerati proibiti. In questo clima politico e culturale, Mercurio appare per forza di cose un personaggio saccente, quasi privo di dubbi, portatore di una personale visione di vita. Egli vaga per l’Urbe alla ricerca di tutto quanto possa stimolare la sua mente deduttiva, magari ingegnandosi di risolvere qualche mistero che non fa dormire sonni tranquilli alle autorità o ai membri della Sharada, la società segreta di cui fa parte. Bilotta, nell’introduzione al primo albo, ha voluto chiarire ancora una volta questo aspetto. Mercurio è un flâneur, un passeggiatore senza meta, che ama vagare alla ricerca di un evento, un volto o una semplice coincidenza che possano incitare la sua curiosità.
Per forza di cose, la Città Eterna diventa la seconda protagonista della serie. Roma era una città ricca di sotterranei fermenti, in cui religione e superstizione, cattolicesimo e residui di paganesimo si intrecciavano strettamente. Inoltre, era la capitale dello Stato Pontificio, il cui truce Governo era ossessionato da carbonari e giacobini, impegnato ad estirpare i primi moti liberali e risorgimentali.
Come ogni fumetto che si rispetti, anche Mercurio ha un assistente. Si tratta dell'inquieto e accigliato Ottone, un giovane carbonaro già macchiatosi dell’omicidio di un innocente, sia pure per un errore di persona. Vedremo in che modo evolverà questa figura, ma di sicuro non si tratta di un semplice comprimario, quanto piuttosto di un carattere capace di scelte autonome, anche in contrasto col suo maestro.
Straordinario nella sua complessità è l’arcinemico di Mercurio, il temibile Tarcisio Spada. Un tempo assistente del professore, ha deciso di abbandonare il maestro per potersi misurare alla pari con lui in impegnative sfide di intelligenza. Tarcisio, però, ha scelto la via del male, e non per arricchirsi o conquistare il potere, quanto piuttosto per affermare la propria personalità, per sfidare l’ordine morale, logico e politico costituito. È un uomo tormentato, che viene accostato al Catilina descrittoci da Sallustio: «di nobile stirpe, fu uomo di grande forza e coraggio, ma di indole cattiva e malvagia […] di spirito audace, subdolo, mutevole, era simulatore di qualsiasi cosa; affamato delle cose d’altri, generoso delle proprie. […] Il suo animo insaziabile desiderava sempre cose smisurate, incredibili, troppo alte» (p. 46 dell’albo). Al pari di Catilina, anche Tarcisio è capace al contempo di elucubrazioni geniali e di turpi misfatti, di atti di disinteressata generosità e spregevoli abusi nei confronti dei più deboli.
Altro personaggio ben caratterizzato è il colonnello Belforte. Divenuto muto a causa di una terribile aggressione subita, può esprimersi solo a gesti oppure scrivendo i suoi pensieri sopra una lavagnetta. Pur non potendo parlare, Belforte è uno dei personaggi più eloquenti della serie, in quanto presenta una spiccata dualità: è un uomo incaricato di far rispettare la legge, ma al tempo stesso rifiuta la cieca obbedienza del servo. È un militare, ma non si limita a dare o ad eseguire ordini, perché cerca di comprendere le mille contraddizioni della realtà che lo circonda. Si potrebbe dire che è la “voce” critica del fumetto: è muto, ma nella sua testa si alternano in continuazioni le voci di uno sterminato uditorio.
La serie è a colori, scelta editoriale che la Bonelli sta perseguendo negli ultimi anni. Il parco disegnatori è di tutto rispetto e il primo numero è stato illustrato da Matteo Mosca. La scelta del colore ha suscitato reazioni contrastanti, ma credo sia funzionale alla migliore ricostruzione degli umori e delle atmosfere del periodo storico.
Doverosa un’ultima considerazione: prima di leggere il primo numero sarebbe bene procurarsi il “numero zero”, ovvero l’omonimo albo della collana “Le storie” uscito nel gennaio del 2015, di recente ristampato in edizione da libreria. Ritengo infatti che molti dei passaggi della vicenda potrebbero rimanere oscuri a chi non ha avuto modo di leggere il fortunato albo pilota.
Mercurio Loi n. 1 - Roma dei pazzi - 05/2017 - Sergio Bonelli editore - euro 4,90

2 novembre 2016

Aspettando "Mercurio Loi": lunga vita al fumetto italiano di qualità!

La decisione di pubblicare una nuova serie a fumetti in un’epoca in cui si legge sempre di meno è già di per sé una scelta coraggiosa. Presentare un personaggio che si muove nella Roma papalina del 1826, poi, parrebbe addirittura un azzardo. Eppure questo interessante esperimento vedrà la luce a partire dalla prossima primavera: si tratta di Mercurio Loi, la nuova serie creata da Alessandro Bilotta, la cui prima uscita è prevista per maggio 2017. Gli albi saranno a colori e avranno il classico formato bonelliano da 98 pagine.
Mercurio Loi non è propriamente un debuttante nella scuderia Bonelli, perché è stato protagonista dell’omonimo numero della collana “Le storie” uscito nel gennaio del 2015. Difficile classificarlo entro schemi classici: non è propriamente un investigatore, né semplicemente un curioso, non è soltanto uomo di pensiero, né esclusivamente d’azione, eppure riunisce in sé i caratteri di tutte queste figure. Mercurio è un professore universitario, un erudito conoscitore di ogni angolo della Città eterna; secondo le parole del suo creatore, egli è «un flâneur che, per caso o per la sua curiosità, finisce coinvolto in vicende più o meno misteriose». Accompagnato dal fedele assistente Ottone, Mercurio vaga per l’Urbe alla ricerca di tutto quanto possa stimolare la sua mente deduttiva, magari ingegnandosi di risolvere qualche mistero che non fa dormire sonni tranquilli alle autorità o ai membri della Sharada, la società segreta di cui egli stesso fa parte.
Davvero suggestiva l’ambientazione: la Roma dei primi anni dell’Ottocento, già musa ispiratrice di Magni e Monicelli. Era una città ricca di sotterranei fermenti, dove religione e superstizione, cattolicesimo e residui di paganesimo si intrecciavano strettamente. Ma soprattutto era la capitale dello Stato Pontificio, il cui Governo, truce e reazionario, era ossessionato da carbonari e giacobini, nonché impegnato a combattere i primi moti liberali e risorgimentali. Come chiarito dal creatore della serie, si tratta di «una Roma che vive un’epoca di grandi stranezze, districandosi tra cospiratori, sette segrete, personaggi bizzarri e insoliti, in un momento storico talmente strano che il Papa era re». In occasione del Lucca Comics, sono stati forniti nuovi dettagli; con eccellente sintesi si è detto che la Roma del 1826 era «una città di pazzi»«una città di maschere», in cui tutti avevano due identità e proteggevano quella segreta indossando un simulacro sulla faccia. Bilotta ha dichiarato che il centro storico sarà lo spazio e al tempo stesso il confine entro cui si muoveranno i personaggi; spero, tuttavia, che Mercurio sarà impegnato anche in qualche avventura “all’estero”, magari a Napoli, l’unica che può degnamente rivaleggiare con Roma quanto a scenari, misteri, maschere e contraddizioni.
In coerenza con l’ambientazione, la serie non affronterà tematiche soprannaturali o fantastiche; pur legate ad un preciso contesto storico, le vicende si focalizzeranno su temi filosofici e psicologici di valenza universale, che in fondo caratterizzano anche la contemporaneità: la riflessione sul male, sulla follia e la corruzione del denaro e del potere.
Le premesse sono tutte positive, anche se resta aperto un interrogativo: riuscirà Mercurio Loi a guadagnarsi uno spazio in cui sopravvivere, in un mercato del fumetto sempre più asfittico in termini di vendite? Il problema non è peregrino; si pensi ad Adam Wild, la serie bonelliana ambientata nell’Africa coloniale, che ha ottenuto grandi consensi di critica ma di cui è stata annunciata la chiusura dopo ventisei numeri. La mia non vuole essere una provocazione; credo semplicemente che la cosa più difficile per una nuova iniziativa editoriale sia trovare un proprio pubblico. Mercurio Loi rischia di diventare un eccellente prodotto di nicchia, destinato ad un pubblico colto, interessato alle vicende storiche che fanno da sfondo ad ogni albo. Sia chiaro che questo non è un difetto, perché mai come in quest’epoca di conformismo di massa c’è bisogno di prodotti culturali di qualità. Il problema è sempre quello dei numeri del mercato, l’odioso tiranno con cui purtroppo anche i fumetti devono fare i conti. Auguro dunque lunghissima vita a Mercurio Loi, eroe di una Roma magica che non c’è più, erede delle grandi maschere della tradizione italiana.

Una vignetta che raffigura Mercurio Loi (dal n. 28 de "Le storie")

17 maggio 2016

Quattro buoni motivi per leggere ancora Martin Mystère

Martin Mystère è una delle serie a fumetti più longeve del panorama nazionale, nata dalla creatività e dall’ironia di Alfredo Castelli. Edita ininterrottamente dal 1982, prima mensile e oggi bimestrale, si appresta a festeggiare i trentacinque anni di carriera, anniversario che più o meno coinciderà con il numero 350 della serie regolare.
Per chi non la conoscesse, è possibile in questa sede dare soltanto poche informazioni, utili per farsi un’idea. Martin Mystère, a differenza di molti eroi dei fumetti, è un personaggio ben calato nel mondo contemporaneo, un uomo che vive tutte le contraddizioni della nostra epoca. Risiede a New York, dove esercita la professione di scrittore “di cose misteriose” e di presentatore di un programma televisivo che si chiama, guarda caso, “I misteri di Mystère”. Non è un archeologo e neppure un professore, quantomeno nell’accezione accademica del termine; eppure, talvolta riveste i panni dell’uno e dell’altro. Possiede una cultura smisurata, che ricomprende le più varie branche del sapere: arte, letteratura, storia, archeologia, paleontologia, geografia, fisica, glottologia e innumerevoli altre. Viene spesso chiamato ai quattro angoli del globo per risolvere i “mysteri” che affliggono l’umanità, che egli svela (anche se non sempre) grazie alle sue formidabili doti. Per chi volesse saperne di più, è presente una ricca pagina in proposito su Wikipedia.
Ciò che a me preme sottolineare, soprattutto per chi già conosce le avventure di Martin Mystère, sono le ragioni che possono ancora oggi, a distanza di oltre trent’anni, spingere un potenziale lettore ad acquistare il fumetto. A mio avviso, sussistono almeno quattro ottimi motivi.
Il primo è una delle chiavi del successo della serie, che all’epoca del suo esordio era davvero innovativa (e in parte lo è ancora). A differenza degli eroi del fumetto classico, Martin Mystère è un paladino dell’intelletto e non della forza. Egli non disdegna una sana scazzottata, ma odia profondamente la violenza. Ama affrontare gli enigmi e persino i nemici più con la ragione che con l’azione. La prevalenza dell’intelletto sulla brutalità lo porta a dilungarsi in digressioni colte, che, se possono apparire pedanti, costituiscono una delle peculiarità del personaggio.
In secondo luogo, Martin ci insegna a non accettare mai le verità preconfezionate, ad indagare cosa si nasconde sotto l’apparenza e la verità ufficiale, che spesso è solo una menzogna di comodo. Non a caso i suoi principali antagonisti sono gli “Uomini in nero”, membri di una setta oscurantista che vuole nascondere la genuina storia dell’umanità, in modo da non mettere in discussione l’attuale status quo economico e politico, perpetuandolo. L’insegnamento di Mystère è tanto più utile in un’epoca quale la nostra, in cui tutti possiedono le stesse informazioni, in cui verità e menzogna spesso si propagano alla stessa velocità grazie ad internet, sì che non è più possibile discernere l’una dall’altra.
In terzo luogo, la serie a fumetti insegna ai suoi lettori il valore dello studio, la decisività dell’approfondimento, l’importanza di impostare la propria vita come una lunga ricerca.
Infine, Martin Mystère è un uomo senza pregiudizi, un cittadino del mondo che odia ogni forma di razzismo o prevaricazione; lo dimostra il fatto che il suo migliore amico e assistente è Java, un vero e proprio uomo di Neanderthal. Le avventure del professor Mystère consentono così al lettore di viaggiare per il mondo senza preconcetti, di conoscerne usi, costumi, culture e popoli.
Oggi si parla tanto di crisi del fumetto, specialmente per le serie più longeve, che hanno perduto un po’ dello smalto di un tempo. La sfida più grande, però, resta quella di valorizzare testate come Martin Mystère, che oramai fanno parte della cultura nazionale, per non lasciare che si disperda il patrimonio di cui sono portatrici. Soprattutto per le nuove generazioni, così omologate e incapaci di una “ricerca mysteriana”.
Logo della testata, dal sito Sergio Bonelli Editore