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6 dicembre 2017

"Le rovine in attesa" si aggiudica il secondo posto al "XXI Concorso letterario internazionale Il Saggio – Città di Eboli"


La Giuria del “XXI Concorso letterario internazionale Il Saggio – Città di Eboli” ha conferito il secondo premio per la sezione narrativa edita al mio romanzo Le rovine in attesa. La cerimonia di premiazione si è svolta sabato 2 dicembre nella Sala Mangrella del Complesso monumentale di San Francesco in Eboli (Sa).
Il primo premio per la sezione narrativa edita è andato al giornalista Luciano Ragno, con il suo romanzo storico Marozia, la padrona di Roma. Arrivare secondo è per me un grande onore, tenuto conto dell'elevato numero di partecipanti al Premio, che rappresenta oramai uno dei più importanti eventi culturali della provincia di Salerno. Desidero dunque ringraziare il Presidente Giuseppe Barra e tutti i giurati per avermi conferito tale significativo riconoscimento.
Questa la motivazione:
«Il romanzo di Alfonso Cernelli “Le rovine in attesa” ha una scrittura fluida ed avvincente; i personaggi sono definiti e riconoscibili e la trama non risulta mai essere banale. Il tema centrale, che accomuna i due protagonisti, è la solitudine; la bravura dello scrittore sta nel raccontarla senza l’uso di luoghi comuni. Romanzo ben congegnato e ricco di tante vie d’uscita, che portano il lettore ad eventuali e personali sliding doors.»
Un momento della cerimonia di premiazione
L'attestato per il secondo posto della sezione narrativa edita

Su YouTube è disponibile un breve video della premiazione.

15 marzo 2017

"Le rovine in attesa: la solitudine dell'antico maniero". La recensione di Gabriele Lorizio

Ricevo e pubblico molto volentieri una recensione del mio romanzo a cura dell’amico e scrittore Gabriele Lorizio. Nel ringraziarlo pubblicamente per i tanti e interessanti spunti letterari e cinematografici, lascio a lui la parola.

LA SOLITUDINE DELL'ANTICO MANIERO
A cura di Gabriele Lorizio
È un’opera fuori dal tempo, questo romanzo dal titolo che sa di un passato intriso di epicità. Come un antico rudere, scalfito dalla mano irriguardosa dei secoli, tuttavia in piedi, isolato, ricoperto da un’incolta vegetazione che tutto divora e nasconde, ma non spazza via, preservando in tal modo la propria sorte dal passaggio devastante della massa. Solo a leggerne distrattamente il titolo verrebbe da pensare che si tratti di un vecchio manoscritto seppellito da cumuli di polvere, magari  scovato per caso nella soffitta del casolare di campagna dei nonni, uno di quei libri della prima metà del Novecento che si credeva andato perduto. Ed anche il nome dell’autore, Alfonso, reca in sé qualcosa di remoto ed autorevole, rispetto ai vari Nicolas e Thomas, internazionali appellativi di cui il panorama italiano dei nomi di questi informi anni Duemila si va costellando e stravolgendo. Eppure non si tratta di un risalente volume della cantina dei nostri avi, nonostante gli indizi lo lascino presagire. Le rovine in attesa è un romanzo del 2015, fatica letteraria di un giovane avvocato poco più che trentenne ben inserito nelle alienanti e frenetiche dinamiche della vita moderna. Un libro che si discosta dalla più recente produzione della narrativa del XXI secolo, un’opera decisa a rivendicare una nicchia temporale novecentesca in questa era scarna di idee e di contenuti, in cui si predilige ricorrere ad espressioni povere e stilizzate a tutto detrimento della ricchezza della lingua italiana, martoriata dalle semplificazioni verbali ad uso e consumo degli internet addicted people (ecco che indulgo nell’utilizzo di anglicismi rubati al gergo dello homo mechanicus!). Riecheggiano nel romanzo del Cernelli - senza voler esprimere paragoni eccessivamente impegnativi per l’autore - le atmosfere delle opere di alcuni esponenti meridionali della letteratura del secolo passato, quali Vitaliano Brancati, Elio Vittorini, Ignazio Silone (ascrivibile quest’ultimo al novero degli scrittori del versante sud italico più per il retaggio socio-culturale che per la collocazione geografica), tanto per citarne alcuni. Innanzitutto, si può ravvisare una somiglianza con la narrativa appena descritta già nel tema trattato: la questione del Mezzogiorno. Non è un segreto, infatti, che il Cernelli, benché cresciuto a Roma e tutt’ora abitante ed operativo nella capitale, abbia un profondo legame con la sua terra d’origine, il Cilento, dove ritorna ogni qual volta gli è possibile per purificarsi dall’aggressiva e violenta esistenza urbana e andare ad immergersi nei più miti e pacifici tempi dell’anima paesani.
La vicenda prende avvio in una biblioteca di teologia, dove il giovane giurista spiantato e demoralizzato, Erminio Narri, svolge la funzione di inserviente sotto lo sguardo austero e sprezzante di un dispotico direttore. Erminio detesta trascorrere le giornate tra gli scaffali colmi di opere a tema religioso, materia che non lo interessa minimamente. La sua vera passione, infatti, è il diritto, disciplina che non si stancherebbe mai di studiare. All’immobilismo in cui staziona la sua vita sembrerebbe dare uno scossone l’arrivo di una lettera, una preziosa e misteriosa missiva che potrebbe cambiare radicalmente l’esistenza del Narri. Il pezzo di carta su cui sono vergate le parole che mandano in fibrillazione Erminio, è trattato come un feticcio dall’aspirante giurista. Non fa altro che soppesare la lettera, sfiorarne la consistenza con i polpastrelli, elettrizzato al solo contatto. Licenziatosi dall’impiego in biblioteca, decide di salutare l’amico di sempre, Duilio Sollani, e di partire per l’ignota località in cui è atteso dal mittente della missiva. Un luogo imprecisato, distante una decina di ore di treno in direzione sud dalla città di provincia che Erminio si risolve ad abbandonare “… aveva scelto il treno delle nove di sera. Sarebbe arrivato la mattina successiva alle sette …”. Da queste parche e volutamente generiche indicazioni, sembrerebbe desumersi che il centro urbano in cui la storia ha origine sia situato presumibilmente al centro-nord della penisola, considerati i tempi di spostamento che l’autore descrive. Tutte supposizioni che non trovano alcuna conferma in quanto il Cernelli preferisce non fornire alcun dettaglio che possa agevolare il lettore nell’individuazione di una particolare cittadina. Nel corso del viaggio viene svelato finalmente il contenuto della lettera: si apprende che un certo Marchese Alberico Priviano, venuto a conoscenza della grande competenza di giurista del Narri, sia intenzionato ad offrire al giovane un prestigioso incarico “… per sbrigare alcuni affari segreti e di somma importanza …”. Giunto a destinazione, in un villaggio di sparute anime dimenticate da Dio, Erminio si trova al cospetto del palazzo del Marchese. Da quell’istante il giurista sarà catapultato in un’altra dimensione, dove i bistrattati disvalori della vita cittadina – l’isolamento, l’asprezza del territorio, l’assenza delle comodità – assurgeranno a valori, pregiato ed inestimabile tesoro. Iniziato ai segreti affari dal nobiluomo, Erminio lavorerà alacremente ad un progetto tanto assurdo quanto ambizioso, la cui realizzazione, ove avvenisse, consentirebbe ai due “… uomini del nostro rango …” di incidere i loro nomi nelle pagine della Storia.
Senza voler anticipare altro al lettore – troppo già è stato svelato – che lo privi del piacere di scoprire da sé il prosieguo della vicenda, l’opera in esame offre degli interessanti spunti di riflessione, dialogando con alcune pietre miliari del patrimonio culturale nostrano. Al di là delle intenzioni dello scrittore cilentano (affiora la famosa domanda: che cosa avrà voluto dire l’autore con questo libro?), sembra quasi che Le rovine in attesa rappresentino l’altra faccia della medaglia de Il Gattopardo, ponendosi in profonda antitesi con l’opera di Tomasi di Lampedusa.
La lotta del Marchese Alberico Priviano all’atavica inerzia de Il Gattopardo.
“Se vogliamo che rimanga tutto come è, bisogna che tutto cambi”. La famosa frase pronunciata dal Principe Fabrizio Salina nel celebre romanzo di Tomasi di Lampedusa rappresenta simbolicamente lo spirito dell’aristocrazia sicula nei confronti di ogni cambiamento sociale in cui l’isola si è imbattuta nel corso della storia. Fin dai tempi degli invasori greci, passando per gli arabi e i normanni, il popolo siciliano si è adattato ai dominatori senza modificare l’essenzialità del proprio carattere e delle proprie attitudini. Anche il mutamento apportato dal Risorgimento e dall’Unità d’Italia viene definito da Tomasi di Lampedusa– per bocca del Principe Salina – come l’ennesimo cambiamento vuoto di contenuti, un mero involucro di un atteggiamento stanco ed inerte, privo di iniziativa che contraddistingue la sicilianità orgogliosa e irremovibile. Secondo l’amara analisi di Tomasi di Lampedusa sembra non esserci spazio per un cambio di rotta, per un sovvertimento del nuovo ordine imposto dall’invasore della casata Savoia: la vecchia classe dirigente siciliana, tutta protesa a sopravvivere agli eventi che si abbattono sull’isola, non fa altro che asservirsi ai garibaldini e ai piemontesi, certa che sia questo l’unico modo per sperare che tutto resti come prima. La nobiltà del meridione che emerge da Il Gattopardo è una classe inerme, pigra e calcolatrice, senza alcun interesse per le questioni idealistiche che più appartengono ad una visione romantica della vita. Diversamente, agli antipodi, si pone la prospettiva del Marchese Priviano. Eroe romantico, idealista e sognatore, il nobiluomo non si è mai arreso alla decadenza del suo Mezzogiorno. “… Dopo il 1861, invece, è stata attuata una consapevole politica di depauperamento del Sud in favore del Nord, che ha determinato il divario attuale. Intere aree sono state spogliate, le industrie cancellate, i contadini illusi col miraggio della redistribuzione delle terre, che non è mai avvenuta. E soprattutto, gli illuminati conquistatori si sono alleati proprio con la parte più retriva della società meridionale, quella che ha visto confermati, anzi rafforzati, i suoi immutabili e vergognosi privilegi …”. Il Marchese dialoga con il Gattopardo ponendosi in contrasto con la posizione dell’aristocratico siciliano. Nel suo visionario ed ambizioso progetto, vagheggia una rivoluzione che conduca ad un Risorgimento inverso, una rinascita del Sud che è prima di tutto un ridestarsi culturale, mediante l’instaurazione di un ordine razionale, il “… regno del dover essere …”, in una parola, il diritto.
L’altra pietra miliare, non letteraria, ma cinematografica che il romanzo evoca attraverso uno dei suoi personaggi minori più riusciti, è Il marchese del Grillo.
Fra Ruggero come Fra Bastiano de Il marchese del Grillo
Tra i personaggi secondari dell’opera spicca la figura di Fra Ruggero, definito dal Marchese Priviano, suo fedele amico, come “… un personaggio particolare. Più che un sant’uomo è un buon diavolo, non si può pretendere troppo da lui …”. Il fraticello dai tratti briganteschi (si aggira ramingo, armato di tutto punto per i terreni più impervi del Marchese, usando un linguaggio e dei modi che si addicono più ad un bandito che ad un religioso) ricorda molto il Fra Bastiano della celebre pellicola di Mario Monicelli, Il marchese del Grillo. Chi non rammenta la famosa scena in cui, tra le rovine di Monterano, il frate brigante don Bastiano, dal pesante accento pugliese, lascia circolare, nelle campagne da lui dominate a suon di schioppettate, il marchese del Grillo (magistralmente interpretato da Alberto Sordi) il quale, sebbene in compagnia di un francese, invasore inviso al frate con la lupara, riesce ad evitare di essere bucherellato giustificandosi così? “… No, Bastiano … per me lui è un uomo, non francese … io so’ amico dell’omo, no der francese!!” Anche il primo accidentale incontro tra Erminio e Fra Ruggero, infatti, è contraddistinto dalla rudezza e dalle armi: “… Per la miseria, se non fossi frate dovrei confessarmi per questo! Ma dato che sono un umile servo di Dio, mi assolvo da solo. Segnati pure tu, che sei vivo per miracolo. Ho sparato anche per meno, pure a persone più innocenti di te!” Autoassoluzione che tanto evoca – seppur con i dovuti distinguo per l’insolenza grottescamente blasfema del linguaggio di don Bastiano – il tonante discorso del cinematografico frate pugliese prima di essere ghigliottinato. “… E voi, massa di pecoroni invigliacchiti, sempre pronti a inginocchiarvi, a chinare la testa davanti ai potenti! Adesso inginocchiatevi, e chinate la testa davanti a uno che la testa non l'ha chinata mai, se non davanti a questo strummolo qua! Inginocchiatevi, forza! E fatevi il segno della croce! E ricordatevi che pure Nostro Signore Gesù Cristo è morto da infame, sul patibolo, che è diventato poi il simbolo della redenzione! Inginocchiatevi, tutti quanti! E segnatevi, avanti! E adesso pure io posso perdonare a chi mi ha fatto male. In primis, al Papa, che si crede il padrone del Cielo. In secundis, a Napulione, che si crede il padrone della Terra. E per ultimo al boia, qua, che si crede il padrone della Morte. Ma soprattutto, posso perdonare a voi, figli miei, che non siete padroni di un cazzo! E adesso, boia, mandami pure all'altro mondo, da quel Dio Onnipotente, Lui sì padrone del Cielo e della Terra, al quale – al posto dell'altra guancia – io porgo... tutta la capoccia!”. Chissà che il Cernelli non abbia voluto omaggiare il film, ormai diventato un cult, tratteggiando lo sgangherato fra Ruggero e strizzando così l’occhio al leggendario don Bastiano.
L’opera del Cernelli si caratterizza per la cura di ogni particolare; minuziose appaiono le rappresentazioni dei luoghi, approfondite le descrizioni degli stati d’animo dei personaggi. Ma questo è evidente ed il lettore potrà bearsene semplicemente perdendosi nelle pagine dedicate ai paesaggi e all’introspezione, appunto. Nulla invece, come già anticipato in precedenza, viene riferito suoi nomi dei luoghi, che resteranno ignoti per tutta la narrazione. Gli unici nomi menzionati sono quelli dei personaggi.
I nomi
Nella maggior parte dei casi i nomi scelti dall’autore per i suoi personaggi appaiono desueti, talvolta ricercati e ridondanti. Erminio, Duilio, Federigo, Alberico. Senza aver la pretesa di passarli tutti in rassegna, è curioso rilevare che il nome del Marchese, Alberico, provenga paradossalmente dalla tradizione nordica assumendo ora il significato di signore, re degli elfi (secondo la variante germanica) o di stregone dei nani (secondo la variante norrena). Nome che calza a pennello con il nobiluomo, il quale sebbene non di origini settentrionali, si comporta come il signore di creature misteriose, silenziose ed invisibili.
L’assenza di un rapporto con la tecnologia: l’incommensurabile valore di una lettera
In ultimo non potrà sfuggire che il romanzo è privo di alcun riferimento alle moderne tecnologie: non si parla mai di telefoni cellulari, di internet o di qualsiasi altro supporto elettronico possa essere riconducibile alla contemporaneità. Si potrebbe semplicemente sostenere che la vicenda sia ambientata in un’epoca anteriore alla diffusione delle tecnologie di massa, magari nell’immediato dopoguerra, tutt’al più negli anni Sessanta. Forse è così. Sarebbe la soluzione più logica. Eppure a me piace credere che l’autore abbia voluto astenersi dall’introdurre elementi tecnologici non per conferire una particolare connotazione storica degli eventi narrati, ma, piuttosto perché abbia ritenuto il monstrum telematico come un enorme oggetto spersonalizzante, sprovvisto del “giusto” grado di poeticità e lirismo da cui l’opera è avvolta. Un ipotetico presente privo del retrogusto informatico che oggi pervade il mondo. Cosa ne sarebbe scaturito se l’autore, invece di prendere le mosse dalla misteriosa lettera attorno alla quale ruota tutta la storia, avesse sostituito alla missiva un carteggio elettronico, un contatto via social network?Probabilmente il romanzo avrebbe preso tutt’altra piega, o forse, non sarebbe mai nato. Quest’opera, edita nel futuristico 2015 (non a caso anno in cui fu ambientato il secondo capitolo della saga di Ritorno al Futuro), ha tra i tanti, un particolare pregio: quello di essere scritto da un giovane uomo del XXI secolo che non teme di sporcarsi con il calamaio e l’inchiostro, perché consapevole di quanto fascino possa celarsi dietro una cara vecchia lettera affrancata.

11 aprile 2016

"Le rovine in attesa" si aggiudica una Menzione Speciale alla V edizione del "Premio letterario Mino De Blasio"

«Ad un narratore che ha saputo rappresentare il confronto generazionale sullo sfondo di un’utopia politica e culturale. Mondi apparentemente lontani trovano affinità nel progetto utopistico di una nuova rivoluzione del Sud attraverso i due personaggi principali, Erminio Narri e il marchese Priviano, che lasciano il segno per la loro caratterizzazione e l’incisività del dialogo.»

Questa è la motivazione della Menzione Speciale conferita al mio romanzo Le rovine in attesa dalla Commissione esaminatrice della V edizione del Premio letterario nazionale Nero su bianco – Mino De Blasio. La cerimonia di premiazione si è svolta sabato 9 aprile nella Sala convegni di Palazzo Colarusso, in San Marco dei Cavoti (BN).
Il Premio, organizzato dall’Associazione culturale “Provenza…Mino” e dal Comune di San Marco dei Cavoti, è stato istituito per ricordare la figura dello scrittore e poeta sannita. Mino De Blasio, nato nel 1954 e scomparso prematuramente nel 2010, è stato un intellettuale profondamente legato alla terra natia, che ha cercato di trasfondere le proprie idee  e il proprio mondo affettivo in opere di prosa e versi, più volte premiate con importanti riconoscimenti della critica.
Ricevere la menzione speciale è stato per me un grande onore, tenuto anche conto dell'elevato numero di partecipanti al Premio. Desidero dunque ringraziare la giuria per avermi conferito tale significativo riconoscimento.

La pergamena della Menzione Speciale a Le rovine in attesa
Palazzo Colarusso, sede della cerimonia di premiazione

5 aprile 2016

"Le rovine in attesa": la recensione di Michele De Angelis su "L'Opinione"

Una recensione de Le rovine in attesa è apparsa sulla pagina culturale del giornale L’Opinione. Ringrazio l’autore, il giornalista Michele De Angelis, che cura la rubrica La voce degli scrittori, che si occupa della promozione degli autori emergenti.
La recensione
Ritorna la rubrica con la quale “L’Opinione delle Libertà” dà voce e spazio ai nuovi volti della letteratura italiana. Questa settimana vi consigliamo “Le rovine in attesa” di Alfonso Cernelli (Alter Ego Edizioni). Cernelli è nato a Roma nel 1985. Ha esordito nel 2010 con il romanzo “Percezione dell’inverno” (Aletti editore), vincitore del Premio letterario nazionale “N. Zingarelli”, con l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica.
Due uomini tanto diversi quanto profondamente simili. La storia di una rincorsa spasmodica verso un successo assai fragile. Un’opera nella quale convergono intensamente le tematiche legate al meridionalismo e all’influenza degli autori del Novecento. La vera protagonista indiscussa è la lettera, che serva a descrivere luoghi o personaggi poco importa, ciò che emerge è un amore innato per il linguaggio e per tutte le sue sfumature. Ogni singola parola viene scelta e mescolata sapientemente con le successive, permettendo così la creazione di un animo letterario in grado di pervadere ogni angolo dei nostri meandri più intimi. Erminio Narri è un giurista goffo e inetto, convinto però di avere doti superiori rispetto a quelle finora riconosciutegli. La lettera di un nobiluomo meridionale strappa così la sua esistenza, inducendolo ad abbandonare tutto per recarsi avventurosamente a scoprire i tratti di questo affare segreto di cui si parla nella missiva. Veniamo dunque resi partecipi di un vero e proprio progetto rivoluzionario, in cui si deve credere profondamente per poterne uscire vincenti. La sottotrama primaria ci narra però di due uomini profondamente soli, tanto insicuri quanto frangibili, eternamente impegnati in una rivincita illusoria. L’autore ama le parole e con queste ci concede di fare l’amore per tratti brevi e intensi, così come sono angusti i pensieri illusori dei due personaggi.
Nel finale del libro uno dei protagonisti si definirà come una rovina in attesa. Si domanderà se il suo fallimento possa essere principalmente fonte di amarezza o comunque di soddisfazione, per una vita che gli ha concesso delle possibilità straordinarie.

16 marzo 2016

Un mio racconto dà il titolo alla raccolta "L'estremo approdo", edita da SensoInverso

In questi giorni è stata pubblicata dalle Edizioni SensoInverso una raccolta di racconti di autori vari, intitolata L’estremo approdo, ad esito della selezione del Concorso letterario nazionale Lucenera 2015. La Casa editrice ha scelto il mio racconto per dare il titolo al volume.
Tutti gli scritti che lo compongono appartengono al genere fantastico, declinato nelle sue molteplici sfumature: si va dal racconto dell’orrore a quello metafisico, passando per il fantasy, il surreale, il gotico. Secondo quanto riportato nella presentazione del libro, le novelle hanno lo scopo di “inquietare, offrire emozioni intense e colpire”, ma anche di “portare una parentesi di fantasia nella quotidianità”.
Il mio racconto, intitolato proprio L’estremo approdo, è ispirato alla narrativa fantastica di viaggio, in particolare al Gordon Pym di Edgar Allan Poe, con l’intento di generare nel lettore quel senso di straniamento noto come “sospensione dell’incredulità”.
Per ogni informazione sul volume, per saperne di più o per acquistarlo, visitate il sito dell’Editore cliccando qui.

L'illustrazione di copertina, opera di Giada Cattaneo
L’incipit de L’estremo approdo

8 febbraio 2016

"Le rovine in attesa": la recensione di Federica Privitera su "Critica Letteraria"

Una recensione de Le rovine in attesa, a cura di Federica Privitera, è apparsa stamane sulla rivista CriticaLetteraria.org. La riporto di seguito, ringraziando l’autrice per l’analisi.

QUANDO LE ROVINE SONO I RUDERI DEL NOSTRO ANIMO
A cura di Federica Privitera
Si dice che la lettura abbia quel magico potere di far viaggiare i lettori su mezzi di locomozione speciali, in cavalcate fantasiose verso luoghi e tempi lontani. Le rovine in attesa offre la possibilità di un viaggio, così come qualunque altro libro di narrativa, eppure offre il vantaggio dell’indeterminatezza. Sebbene sia chiaro, infatti, che la realtà storica sia lontana da quella contemporanea, il testo non possiede le coordinate temporali per collocare la storia (e anche un po’ se stessi) in un momento specifico. Ciò che si respira è un’atmosfera lontana, impolverata e rarefatta che affascina ma al tempo stesso estrania.
Non ci si riesce immediatamente a immedesimare (anche se non è obbligatorio che questo venga fatto durante la lettura) nelle vicende di Erminio Narri, un giurista che lavora in una biblioteca di teologia che lo opprime, lui che adora i codici, le leggi e si nutre di ogni statuto. Angosciato dalla prospettiva di passare la vita chiuso in quel luogo odioso e desideroso di una gloria che possa aiutare ad affermarlo nel panorama degli studiosi di diritto, sembra ottenere un riscatto quando riceve la lettera di un anziano nobiluomo meridionale, Don Alberico Priviano, che lo invita a discutere con lui di un affare urgente e segreto. Allettato dalla proposta, non esita un momento a licenziarsi, fare i bagagli e partire alla volta del decadente palazzo per abbracciare un futuro ridivenuto intrigante. Don Alberico, la giovane moglie Viola, l’amministratore Campi, il maggiordomo Armando e il misterioso Frate Ruggero, Fra Cristoforo dei giorni nostri, accompagneranno Erminio in un percorso di studio non più solo giuridico ma propriamente interiore.
La storia, che non rivela eccessi narrativi coinvolgenti o riflessivi, sorprende per il linguaggio con cui viene narrata: un italiano arcaizzante (a tratti in maniera artificiosa) che contribuisce con forza ad alimentare quell’atmosfera indefinita che già la collocazione temporale aveva contribuito a creare. Una coerenza linguistica che, sebbene a volte risulti difficile da digerire durante la lettura, si coniuga perfettamente con alcune delle massime enunciate nel libro. In un’altalena tra il passato e il futuro, il mondo perduto che viene raccontato possiede una patina di nostalgia, frutto delle riflessioni dei personaggi:
«La libertà è la scelta di un’esistenza votata alla ricerca di una schiavitù in cui vogliamo cadere, perché solo in essa ci sentiamo veramente appagati. […] Cosa sono queste presunte libertà se non formidabili schiavitù, a cui per convenzione o per convinzione ci si assoggetta?»  
Condivisibile o meno in un contesto storico come quello attuale, la sentenza pronunciata dal coprotagonista oramai disilluso sul futuro, si dimostra ancora una volta coerente con l’impianto dato a tutta la storia. Proprio la trattazione dell’oscuro progetto avvincerà i protagonisti in un comune destino, che li porterà ad accettare definitivamente il peso della propria inettitudine morale e materiale. I due, apparentemente così diversi, si scopriranno vicini, entrambi pervasi nel profondo dell’animo da una solitudine alla quale hanno cercato di dare maldestramente sollievo con l’ansia del successo e una vana aspirazione di rivincita.
Ecco che le rovine in attesa del titolo si svelano a poco a poco: non hanno nulla a che vedere con i resti archeologici a cui tutti siamo abituati ma sono doppiamente gli individui che aspettano invano un cambiamento nella società e che si crogiolano nella loro solitudine rifiutando il contatto con il mondo esterno, e rovine sono anche i desideri vani dell’uomo, dal denaro all’affermazione e la gloria. Erminio e Don Alberico perderanno tutto proprio ricercando spasmodicamente “altro” senza trovare una serenità profonda. Pur nell’inconsistenza della trama e della definizione dei personaggi, due immagini rimangono indelebili dalla lettura de Le rovine in attesa. Una splendida descrizione dei bar ottocenteschi, grazie alla quale un quadro impressionista sembra affiorare tra le parole, con i suoi fumi e le sue pulsioni artistiche dirompenti; un èkphrasis in perfetto stile omerico, poi, campeggia tra le pagine e a partire dalla cornice di uno specchio si racconta una storia accattivante e distensiva, parentesi affabulatoria in un lento incedere della trama, breve momento di serenità che spinge alla riflessione.
Un libro che, come un ponte rotto fra le sponde del passato e del presente, propone tra le righe (e con una forza che sarebbe dovuta essere maggiore) un’invettiva contro la seduzione e i desideri di gloria.


6 settembre 2015

"Le rovine in attesa": il video della presentazione alla Fondazione Alario

Il 25 agosto 2015, nella suggestiva cornice di Palazzo Alario in Ascea Marina (Sa), si è tenuta la presentazione de “Le rovine in attesa” curata dalla Fondazione Alario e da Il giglio marino o.n.l.u.s. L’incontro era inserito nel cartellone della rassegna LeggerMente – Incontri d’autore alla Fondazione Alario, che nei mesi di luglio e agosto ha ospitato generi letterari fra i più disparati, dalla narrativa alla poesia, dal teatro al reportage.
Voglio ringraziare coloro i quali hanno reso possibile l’evento: Nicola Botti (organizzatore), Gerardo Russo (giornalista), Marcello D’Aiuto (Presidente della Fondazione Alario) e Vince Esposito (responsabile della Biblioteca Alario).
Un ringraziamento particolare, infine, va al numeroso pubblico, ad Antonino Tomeo per il filmato ed a Sara Nigro per le fotografie.



26 agosto 2015

"Le rovine in attesa: un nuovo genere di romanzo filosofico". La recensione di Gerardo Russo

Una recensione de Le rovine in attesa è stata pubblicata sul sito sudsostenibile.it. La riporto di seguito, ringraziando l’autore, il giornalista Gerardo Russo, per le parole di elogio che ha voluto spendere.

“LE ROVINE IN ATTESA”: UN NUOVO GENERE DI ROMANZO FILOSOFICO
A cura di Gerardo Russo 
Cosa c’è dietro un maniero che si erge sulla cima di una collina, all’estremità di un paese del Mezzogiorno? Cosa ne anima ancora le mura austere, gli stanzoni bui e freddi e la stessa vita dell’ultimo discendente di una stirpe di condottieri, prelati e grossi proprietari terrieri? I secoli han portato via il regno di cui queste mura robuste erano a guardia, ne han portato via l’autorità e il potere. I secoli ne hanno decretato la morte, lenta e inesorabile.
Eppure non tutto è perduto: quelle mura possenti hanno ceduto solo in parte; rimane, indelebile, un patto etico che la sensibilità, messa a dura prova dal mondo virtuale, potrebbe riuscire ancora cogliere. Sono queste “le rovine in attesa” e questi i pensieri che si affollano nella mente dopo che gli occhi si sono staccati dall’ultima pagina del romanzo del giovane Alfonso Cernelli. La struttura narrativa de “Le rovine in attesa” ha una valenza filosofica più che letteraria: non v’è una narrazione allegorica che si sviluppa sulla dialettica “protagonista-antagonista”, non v”è una vera e propria “fabula” ricca di intrecci. Il racconto inizia con una descrizione quasi giornalistica della vita di due giovani in una città: uno di loro, Erminio Narri, ha terminato, con ottimi risultati, gli studi giuridici. La triste condizione di una società in via di decadenza lo costringe a lavorare in una biblioteca e a tentar di strappare una donna ad un poeta dozzinale attraverso circoli, bar e bistrot. A modificare questa monotonia “fin de siècle” è la lettera di un marchese del Sud, sembra quasi di leggerne una provenienza cilentana, Alberico Priviano, che offre al giovane l’incarico, segreto sino a metà del romanzo, di fondare uno Stato meridionale attraverso una nuova Carta Costituzionale, una summa di valori etici che colleghino l’austerità del passato con la frivolezza del moderno. Questa carta dei valori viene concepita e redatta, ma, causa l’interdizione del nobile, rimane sui fogli che Priviano, in attesa di essere quasi deportato al sanatorio, scorre con lo sguardo compiaciuto e firma, sottoscrivendone l’intesa valoriale. La dialettica, si diceva, non è narrativa, ma scorre sul terreno della costruzione filosofica. La narrazione si dirama su due registri epidittici. Il primo registro promana dall’austerità del passato. Si fonda su una nobiltà, forse un tempo ricca di vizi, ma pregna di valori e di contenuti, ormai in decadenza: l’antica torre di palazzo Priviano svetta ancora sulla vallata e sul paese sottostante, rimane ancora il cuore forte e altero del resto del palazzo e del giardino a pezzi.
Questo registro narrativo definisce un effetto compartecipativo: si svolge in una narrazione più piana, ricca di particolari descrittivi che ne accelerano una confidenzialità estetica. Il secondo registro è invece più distaccato, ha un’intensità semantica volutamente più fredda, quasi a voler sfiorare il racconto dei fatti in un processo. E’ la frivolezza del presente: dalla precarietà del lavoro del giovane guirista, che nel romanzo non verrà mai chiamato per nome, ma sarà, quasi col gelo della cronaca giudiziaria, “il Narri”, alla debolezza di un amore tra Erminio ed Anna. Un sentimento, quest’ultimo, che già alla nascita non ha consistenza e si sfarina, nel prosieguo della narrazione, nei vani tentativi di Erminio di scrivere lettere d’amore dalla residenza nobiliare e in una sorta d’inseguimento quando, tornato per pochi giorni in città, rivede la ragazza uscire dal portone di casa. Sembra che, questa dell’inseguimento, sia un’impresa cominciata controvoglia: più per dare spiegazioni che col preciso intento di ridare consistenza al gioco amoroso. La contrapposizione, non dialettica, avviene tra questi due registri narrativi: il “pathos” che svetta dal passato con un ultimo discendente di una casata nobiliare in rovina e l’insicurezza di un’attualità liquida, dove niente ha più sostanza, nemmeno gli affetti. Si potrebbe affermare che la contrapposizione è tra “due decadenze”: un mondo che non c’è più, ma di questo se ne scorgono le vestigia prepotenti, e un mondo che forse non c’è mai stato, vissuto e trasmesso su fogli virtuali. Tutto è perduto? Non ci può essere un ponte tra queste due derive? Il ponte, sembra suggerire il giovane autore, non può essere virtuale, deve poggiare sulla consistenza di un esercizio quotidiano e costante. La sigla della Costituzione, nelle ultime pagine del romanzo, vuole sancire un patto, un ponte di valori etici che da contratto intergenerazionale tra un vecchio signore, ormai privo di autorità, e un giovane giurista, che non sa come sbarcare il lunario. Proprio su questo lembo tra passato e presente si eleva un richiamo esistenziale. Il richiamo al Mezzogiorno acquista così un valore di palingenesi culturale più che avere contenuti meridionalisti. Il Mezzogiorno è depositario di valori che hanno attraversato i secoli: le “rovine in attesa” sono al Sud, ma questa non vuole essere un’ammonizione, è invece un richiamo, quasi sussurrato con la forza descrittiva della natura, delle pietre, dei palazzi, che, nonostante l’età e l’incuria, rimangono in piedi nella loro severa austerità. Questo è, in sintesi, il valore filosofico del romanzo, il secondo, di Alfonso Cernelli.     
E’ un lavoro che detta con maggiore incidenza un percorso che si intravedeva già nella sua opera di esordio. E’, il romanzo filosofico, un’ottica per indagare l’animo umano che ha origini lontane, un campo poco battuto nella deriva di “thrilleraggio” che, ormai da decenni, ha assunto l’industria editoriale contemporanea. Eppure, la ricchezza di prospettiva, la rara perizia del giovane autore nel toccare temi così alti e austeri, fanno del romanzo un vero e proprio capolavoro.

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22 agosto 2015

"Pensieri puri e pericolosi: rovine in attesa". La recensione di Serena Di Sevo

Sulla rivista “La Mandragola” è apparsa una interessante recensione de Le rovine in attesa, a cura della giornalista Serena Di Sevo. Riporto di seguito le sue parole, cogliendo l’occasione per ringraziarla per i molti e nuovi spunti di riflessione sull’opera.

PENSIERI PURI E PERICOLOSI: ROVINE IN ATTESA
A cura di Serena Di Sevo 
Tra le tentazioni della modernità sua eccellenza tentazione è di certo quella del passato, un luogo in cui rifugiarsi alla ricerca di quei valori che si ritengono perduti. La modernità può essere vissuta con fastidio, condanna e incomprensione, farsi concetto assoluto del disagio e dell’estraneità rispetto al sentire altrui. È nella politica che questo disagio si manifesta prepotente: una tabula rasa di programmazione, ideali, diversificazione che produce quell’horror vacui che con termine terribile chiamiamo qualunquismo ma che di fatto è rassegnazione a un presente che non si può cambiare. La lotta, laddove resiste, parla la lingua vecchia del passato, un passato che nostalgicamente proviamo a ricostruire criticamente. Nelle desolate terre del sud Italia la rassegnazione è incancrenita nella convinzione di essere condannatati a un destino ineluttabile e crudele originato, secondo l’opinione di molti, da quella ferita mai curata dell’unificazione nazionale. Chi ha strappato il meridione dai fasti e dalla gloria, da un’identità di popolo unito sotto la stessa cultura, lo stesso re, lo ha fatto con false promesse e con cattiva coscienza. Il nostro sud è come una vecchia casa in rovina ristrutturata secondo regole scorrette che hanno impiantato, in luogo di forti pietre e pregiati legni, effimere promesse laddove profumavano i limoni e fiorivano le vigne e i ciliegi. Pensiero puro e pericoloso. Rovine in attesa.
Cosa accadrebbe se da questo pensiero si provasse a fare un passo più in là, un progetto di rinascita, un progetto rivoluzionario che porti le lancette della storia indietro nel tempo senza cancellare l’esperienza del tempo intanto trascorso? L’ultimo libro del giovane scrittore di origini cilentane Alfonso Cernelli, "Le rovine in attesa", parte proprio da questo presupposto per narrare con delicatezza il tema del passato nell’ossessione di un nobiluomo in rovina, arroccato nel suo palazzo, nascosto tra i libri di una ricca biblioteca, a coltivare progetti rivoluzionari per la propria terra. Un destino, quello del marchese Alberico Priviano, condannato e fatalmente destinato ad incontrarsi con altrettanta solitudine: il giovane Erminio Narri, giurista bibliotecario insoddisfatto e frustrato riceve una misteriosa lettera in cui gli viene offerto un incarico segretissimo e importante. Erminio lascia tutto, un amore, un lavoro sicuro, gli amici, per abbandonarsi al caso e all’incertezza, per inseguire la tentazione di un sogno di grandezza, trovare uno scopo più alto alla propria esistenza.
I due uomini si immergono nella costruzione di un nuovo ordine socio-politico e si abbandonano alla folle illusione di poter cambiare il corso della storia. Sprofondati nella solitudine, don Alberico e il Narri trovano reciproco sostegno nutrendosi di entusiasmo per un comune e nobile obiettivo: fondare un nuovo stato e dotarlo di una carta costituzionale. Nella storia di don Alberico e del Narri troviamo una tentazione e una sconfitta che è affermazione di un’attesa: il nostro sud, le rovine del passato mummificate, le potenzialità sempre inespresse della nostra terra, attendono che la lotta si compia nel presente, con la lingua e la testa di oggi per costruire il domani. Il coraggio di esprimere questo concetto semplice e cruciale risiede nella stesura stessa del libro, nella scelta di esprimersi in narrativa, in una narrazione peraltro non sentenziosa, che non conclude: il libro lascia aperto il finale, le conclusioni e persino le interrogazioni, evitando il bozzetto meridionalista, ponendolo anzi come imputato. Perché gli slogan e le sublimazioni, le frasi fatte e i luoghi comuni, sono forse i peggiori nemici della nostra ossessione di rinascita: gli alimentatori di confusioni e ignoranze sotto le quali ci siamo irrimediabilmente sepolti.


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1 agosto 2015

"Le rovine in attesa": la recensione di Giuseppe Baiocco

Lo scrittore e neuropsichiatra Giuseppe Baiocco ha scritto una interessante recensione del mio romanzo Le rovine in attesa, cogliendone con grande maestria spunti e suggestioni. Lo ringrazio per il graditissimo omaggio.

La recensione 
Nel romanzo "Le rovine in attesa" di Alfonso Cernelli, il palazzo turrito di don Alberico ci appare come il santuario dell’umana esistenza, svettante verso la sommità del cielo dove ci si aspetterebbe di vedere Mosè ricevere le tavole della legge. Di legge, in realtà, nella torre avita si parla e molto ma nel senso di Costituzione morale da consegnare all’aristocrazia del mondo per liberare l’uomo da ogni "strumento di repressione". Un uomo non utopico – ben inteso – ma storicamente agente nelle lotte di popolo contro il tiranno. Si può giustificare il travolgimento violento di una civiltà, sia pure in rovina, per promuovere un'utopica Costituzione moralmente alta al fine di rendere buona e giusta l'umanità così generata? É da qui che prende corpo la stupenda narrazione del romanzo, anche se lo spleen narrativo si lascia pervadere sin da subito dall'attesa cotardiana del crollo cosmico (una sorta di Aspettando Godot alla rovescia): l’umana ragione dei protagonisti – disastrata dalle storie che la sconvolgono – vive con la disposizione d’animo di chi va in rovina, rassegnato alla fine ineluttabile. Affabulante nella sua desolazione ci appare questo santuario pensile sospeso nel cielo, per raggiungere il quale c’è solo un'angusta via metafisica, il corso: "espressione tanto fuori luogo" da essere essa stessa un non-luogo di quel mondo.
Eccoci dunque, alle relazioni tra i personaggi del romanzo tutte pregne di una crepuscolarità umorale depressa che oscura l'eros del sentimento pur di allontanare la rovina che incombe. E a nulla servirà fuggire lontano in cerca di fortuna, come fa Erminio: la sua non è una ribellione titanica contro il dio-tiranno della storia (i piemontesi) ma un acquattarsi in attesa per ritrovare in essa un cantuccio in cui vivacchiare. Come appaiono lontani i vagheggiamenti su Errico Malatesta al Caffè degli Oracoli e sugli ideali rissosi degli spiriti ribelli!
Quello di don Alberico è un palazzo dell'immaginario, è una galassia dove si approda dalle vie più disparate e da cui non c'è più ritorno perché è frontiera di troppi mondi fantasmatici insieme, quello della ragione in fuga, delle emozioni coercite, delle passioni ritualizzate, dei sentimenti-ossessione. Il marchese e i suoi "cortigiani" si muovono sullo scenario del romanzo come controfigure dell'inconscio, un inconscio più simile ai gironi danteschi che alle istanze freudiane.
Chi vive nella torre è un “eletto” o meglio un predestinato e forse per questo tra di loro si stabilisce un collante umano forte quanto una religione, una cospirazione, una regola monastica, una mistica sovversiva. Lì, ove si abbatte ogni genere di avversità con la forza fascinatrice del mito (intemperie, desolazione, rovina, vecchiaia), non può non allignare anche l’archetipo dell'umanità più malvagia: i due amanti fedifraghi. Su di loro non deve calare un giudizio morale di condanna perché "necessari" all'economia del romanzo, necessari quanto Giuda al trionfo di Cristo. Solo che in "Rovine in attesa" non c'è delitto, né castigo e, peggio ancora, non c'è crisi catartica, quindi "resurrezione".
Un consiglio: il libro è così denso di retrogusti che va assaporato soprattutto dopo che si è finito di leggerlo, rivisitandone le "stanze" che hanno scaricato sul nostro immaginario le loro suggestioni visuali.

L’autore
Giuseppe Baiocco dice di sé: «Sono un marchigiano delle Marche "sporche" (cioè del maceratese), mi sono sempre nutrito di sentimenti forti e passioni che hanno costellato la mia esistenza, in modo diverso a seconda delle stagioni della vita. La biologia è stata la prima di queste solo per ordine di tempo (anche perché è quella che mi ha nutrito - in tutti i sensi - per quarant'anni), poi la poesia (Aretusa, 1986) e infine la narrativa (Storie di Borgo e di Bottega, 2002 - La donna di Villamare, 2014). In mezzo a queste, si è inserito l'amore per la fotografia (fotoSvagando), arte che in qualche modo rappresenta un ponte tra le due potendo essa figurare immagini estratte dall'immaginario delle altre. Ho rincorso tutta la vita il grande sogno di scrivere il "mio" romanzo, perché quello (specie se è il primo e magari sarà anche l'unico) ti rappresenta come nessuna altra cosa al mondo e proprio come un mondo in cui ti sei incarnato lo puoi  condividere, nella sua pienezza psicologica, anche con chi non ti conosce e non ti conoscerà mai. Il destino ha voluto che, proprio grazie a "lui", io abbia incontrato per i "mari delle lettere" Alfonso e il suo romanzo "Le rovine in attesa". Ecco perché mi trovate in questo blog».

23 maggio 2015

Partecipazione al progetto "Prignano Invita" per la promozione del territorio cilentano

Nel mese di aprile, in qualità di scrittore originario di Prignano Cilento, sono stato contattato dal Sig. Nicola Rizzo di Agropoli, che mi ha invitato a collaborare al progetto Prignano Invita, che, tra l’altro, prevede la realizzazione di un sito web di promozione del territorio. In particolare, sono stato chiamato ad illustrare in un video la storia, le origini, le tradizioni ed i luoghi di interesse e di aggregazione della frazione Melito. Il risultato di questo lavoro è costituito da un sito e da una serie di filmati disponibili su You Tube.

Filmato2 – La torre Volpe
Filmato3 – La Chiesa dedicata a Santa Caterina di Alessandria
Filmato4 – La Fontana vecchia

Prignano Invita, che fa parte di un più ampio lavoro chiamato Cilento Invita, è stato realizzato nell'ambito di un progetto finanziato dalla Misura 313 Creazione e promozione di percorsi turistici integrati del Piano di Sviluppo Rurale (PSR) della Regione Campania 2007-2013, per le attività divulgative e di promozione del territorio rurale compreso tra Melito, Prignano Cilento, l'Oasi del fiume Alento, Perito e Ostigliano. Il risultato è un’iniziativa di coproduzione, realizzata grazie alla partecipazione ed alla viva voce della comunità locale. Come chiarito sul sito, infatti, “Prignano Invita vuole essere una sorta di specchio in cui la comunità locale può guardarsi, per riconoscersi in esso, cercare spiegazioni del territorio al quale appartiene, riguardare il legame con le comunità che l'hanno preceduta, nella discontinuità o nella continuità delle generazioni. Uno specchio che la comunità locale tende ai suoi ospiti, per farsi meglio comprendere, nel rispetto del proprio lavoro, dei propri comportamenti, della propria intimità. Le comunità locali di Prignano e Melito, nel Cilento, narrano se stesse attraverso le voci delle persone del posto, raccontando principalmente alcuni luoghi e momenti di aggregazione sociale: le piazze, le fontane, le chiese con i loro Santi e le feste, ma anche gli orti familiari dietro casa, i piccoli campi coltivati che fanno tutt'uno con il paese, il ricordo di mercati e fiere ed altre cose semplici”.

27 aprile 2015

"Le rovine in attesa": prima rassegna stampa

Ringrazio tutti i giornali, riviste, blog e siti che si sono finora occupati de Le rovine in attesa. Cliccando sulle parole evidenziate in blu, verrete indirizzati alla pagina corrispondente.
La notizia della pubblicazione del romanzo è stata riportata da diverse testate: Cilento notizie, Positano News, Informagiovani, Il Giornale del Cilento, nonché dal foglio meridionalista Il brigante.
Una corposa recensione, a cura di Remigio Montestella, è presente sul blog Parole tra pagine ingiallite, nonché sulla rivista on-line La Mandragola. Un’altra breve recensione è disponibile su Wuz.
Infine, sul portale Sololibri potete leggere una mia intervista, che contiene diversi spunti sulla genesi dell’opera, sul contenuto e sulle tematiche trattate.

Per sapere come e dove acquistare il libro, per leggere e scaricare la presentazione, cliccate qui.

20 aprile 2015

"Le rovine in attesa": la recensione di Remigio Montestella

Sul blog Parole tra pagine ingiallite è apparsa una lunga recensione de Le rovine in attesa, a firma di Remigio Montestella. La riporto di seguito, ringraziando l'autore.

Alfonso Cernelli è un giovane scrittore emergente, nato a Roma ma fiero delle sue origini meridionali. Anzi cilentane, per essere più precisi. E’ da poco uscito il suo secondo romanzo intitolato “Le rovine in attesa” pubblicato da Alter Ego Edizioni, a cinque anni di distanza dal suo primo libro “Percezione dell’inverno” con cui si aggiudicò - nel 2010 - il premio letterario nazionale “Nicola Zingarelli”, patrocinato tra l’altro dalla Presidenza della Repubblica.
Penso che oggi sia davvero arduo pensare di scrivere un libro: basta entrare in una grande libreria per capire immediatamente che il mondo non ha bisogno di un testo in più. Di fronte agli oltre 50.000 volumi che vengono stampati ogni anno nel nostro paese ed in considerazione del fatto che siamo un popolo che al massimo legge la lista della spesa, avere il coraggio di scriverne uno significa davvero sfidare l’impossibile: il mondo dell’editoria e delle vendite. A meno che l’autore non sia già uno scrittore affermato o un personaggio noto al grande pubblico: allora le porte dell’editoria si spalancano e le vendite sono ampiamente assicurate. Comunque, nonostante tutte le difficoltà del settore, i giovani talenti nel nostro paese non mancano anche se, nella maggior parte dei casi, vengono stritolati dal sistema che impedisce loro di emergere e di essere premiati per quello che valgono. Mi viene da pensare, dopo aver letto Le rovine in attesa (con tutto il dovuto rispetto per i Grandi della letteratura italiana, che restano irraggiungibili per chi si accinge a scrivere un libro), che lo stile letterario del giovane autore si ispiri più agli scrittori del Novecento italiano che non agli scribacchini odierni, i quali in virtù della loro notorietà televisiva, piuttosto che di una effettiva abilità nella scrittura, occupano i primi posti nelle classifiche di vendita in Italia.
Mi spingo a dire che con questo libro Alfonso Cernelli suggella la sua piena maturità letteraria, svela appieno le sue  notevoli doti di costruttore di storie e merita – a parer mio - la giusta attenzione. La storia del suo primo romanzo si fonda sull’amicizia e sulle scorribande di due adolescenti alle soglie della maturità; in questa sua seconda opera letteraria assistiamo, invece, all’incontro di due uomini che, pur nella loro diversità anagrafica e culturale, si ritrovano ad affrontare un breve ed intenso percorso di vita comune, che li porterà a condividere un velleitario progetto di redenzione collettiva. La vicenda, che è ambientata in un decadente  palazzo nobiliare di una non meglio specificata località del mezzogiorno d’Italia, “circondata dai monti eppure così vicina al mare”, si dipana attraverso le aspirazioni, i sogni di grandezza e le farneticazioni del marchese Alberico Priviano, un nobile meridionale che vive arroccato nella sua antica dimora; egli, al fine di portare a compimento il suo temerario disegno di rivalsa sociale, convoca nel suo palazzo un giovane studioso di diritto (Erminio Narri) “per un affare urgente e segreto”. Costui, pur di lasciare l’ insoddisfacente e frustrante lavoro che svolge in una biblioteca di testi religiosi – attività che non gli consente di esprimere le sue competenze giuridiche – accetta con molto entusiasmo l’invito del nobiluomo, nonostante sia all’oscuro dell’incarico per cui è stato chiamato.
Il progetto rivoluzionario - tanto utopistico quanto vanaglorioso - non poteva non scontrarsi, prima ancora che con la realtà dei fatti, con i sentimenti e gli interessi materiali delle persone. Assistiamo quindi ad un duplice gioco di intenti e di attese: da una parte un uomo (il marchese Priviano, assistito dal giovane giurista Narri) che nella sua lucida follia insegue un sogno di gloria, e dall’altra, una donna (la sua giovane moglie, Viola, spalleggiata da un avido amministratore) che aspira ad altri interessi. Intorno a questi due personaggi che costituiscono l’anima della narrazione, ruotano altre figure che, seppure si affaccino e poi scompaiano dopo poche pagine, servono tuttavia a delineare sapientemente il contesto narrativo in cui si dipana la storia.  Tra tutti, spicca la figura di uno strano monaco francescano (fra Ruggero) il quale, pur vivendo in un eremo “era scappato via dal consorzio umano proprio per sfuggire da quella società terrena che gli appariva così meschina e povera”, non disdegna le cose terrene e sostiene di buon grado il piano del suo amico marchese.
L’autore del romanzo - attraverso luoghi e tempi non ben definiti - preferisce non ingabbiare il lettore in rigide e precise coordinate spazio-temporali, che possano in qualche maniera circoscrivere e limitare il racconto, lasciando così ampio spazio all’immaginazione e all’intuizione di chi legge. Lo sguardo, comunque, è rivolto sempre verso quel Mezzogiorno d’Italia, presumibilmente prima del boom economico degli anni ‘60, verso quel Sud che per l’autore rappresenta un luogo dell’anima, oltre che la metafora delle insanabili contraddizioni della storia. Direi inoltre che il romanzo, seppure tramite una vicenda del tutto visionaria, intenda fare a margine anche una riflessione critica sugli eventi dell’Unità d’Italia, su quello che gli italiani venuti dal Nord fecero agli italiani del Sud, su quelle verità forse un po’ scomode che non sono mai state  riportate nei libri di storia. “L’unità avrebbe dovuto portarci ad essere uguali e fratelli” sostiene il marchese Priviano, “invece ci ha divisi in carnefici e vittime, vincitori e vinti...questo è sbagliato, non l’unificazione in quanto tale...da quando la mia terra è stata conquistata in nome dell’unità nazionale, è stata abbandonata come mai era successo prima”.
La forza di questo romanzo risiede - a mio avviso – non tanto nella rappresentazione degli eventi narrati, quanto nella magnifica descrizione degli ambienti e dei paesaggi che di volta in volta vengono delineati, nonché nella sorprendente raffigurazione psicologica ed intimistica dei vari protagonisti. A volte la scrittura può apparire ridondante, oserei dire barocca, sempre tesa alla ricerca della bellezza della “parola” e dello stile; tuttavia l’indagine introspettiva, congiuntamente alla ricercatezza della forma stilistica, conferiscono al libro una dimensione molto interessante, certamente in antitesi alle scialbe mode letterarie  dei nostri tempi. C’è da dire, infine, che i personaggi di questo romanzo – così come quelli del libro d’esordio, sebbene in una fase diversa della loro esistenza – sembrano rincorrere traguardi illusori ed ingannevoli (una tesi evidentemente molto sentita dall’autore), i quali pur di portare a compimento le loro utopiche e visionarie realizzazioni, i loro sogni custoditi nel cassetto dell’animo, direi quelle false aspirazioni di grandezza, non esitano a sacrificare certezze e verità, valori e amicizie, tempo e risorse.

12 dicembre 2014

"Le rovine in attesa" alla trasmissione televisiva "La voce degli scrittori": il video integrale

La registrazione integrale della puntata di martedì 9 dicembre de “La voce degli scrittori”, dove ho presentato in anteprima Le rovine in attesa, è disponibile su You Tube, cliccando sul testo sottostante:
Desidero ringraziare il conduttore Michele De Angelis, tutto lo staff di Lazio TV e l’editore Danilo Bultrini per avermi dato la possibilità di partecipare.

10 marzo 2014

"Percezione dell'inverno, da qualche parte a Sud". La recensione di Serena Di Sevo

Riporto di seguito la bella recensione di Serena Di Sevo su Percezione dell’inverno, apparsa stamattina sulla rivista on-line “La Mandragola”. Ne approfitto per ringraziare di cuore l’autrice.

PERCEZIONE DELL'INVERNO, DA QUALCHE PARTE A SUD
a cura di Serena Di Sevo
“Un romanzo di impressioni più che di eventi”. È con questo semplice e pregno sintagma che l’autore ci avverte, sulla soglia del libro, che non vi troveremo alcun viaggio interspaziale, alcuna tragedia, nessuna oscura metamorfosi. Un ragazzo del sud alle prese con i ricordi, in una città che potrebbe essere Napoli, Bari, o ammesso che sia importante, Salerno. Poi i ragazzi diventano due quando la voce che dice io incontra il piccolo Santiago. Due ragazzi come tanti, studenti di una scuola come tante, alla ricerca di una rottura con la quotidianità deserta e metafisica.
Il personaggio di Santiago, il migliore amico del protagonista, è, oltre che motore dell’azione, essenza stessa della ricerca, un personaggio con funzioni metaletterarie, che equivale alla manipolazione della realtà a cui la letteratura aspira e che rende credibile l’incredibile: Santiago indaga, guarda oltre l’oceano, frequenta la stazione dei treni e il porto, rompe le regole scolastiche e l’ordine costituito, è affascinato dalla giostra dei cavalli e dalla vita circense, dalla purezza e dalla strada, Santiago vuole partire su una grande nave blu…
La realtà dell’io narrante è solo percezione di silenzi e attese, come un palcoscenico vuoto col sipario aperto. I luoghi si animano con l’ingresso di personaggi eccentrici che aggiungono un elemento magico alla realtà e che sono i fantasmatici messaggeri della perdita di certezze e dell’apprendimento del mondo, un mondo diverso, pericoloso, conquistato facendo a pugni con la paura e l’incertezza. Ogni capitolo, costruito come resoconto su ciascun personaggio, contiene una piccola storia di ribellione, una piccola avventura, una scoperta: ogni incontro con Elena, Sirio, Farad, Elisa, Principe, ogni luogo, la scuola, la stazione dei treni, il bar, il giardino e ogni apparizione, la giostra, il circo, il treno, il pozzo, sono percepiti mediante i due punti di vista antitetici io narrante/Santiago che, sebbene percorrano soluzioni e stati d’animo contrapposti, finiscono sempre per trovare una sintesi.
Percezione dell’inverno è un breve e prezioso racconto in prima persona del cammino di crescita e di apprendimento di un ragazzo che lotta contro la timidezza, la prudenza e il timore delle conseguenze derivate dalla rotture delle regole imposte dalla scuola, dalla famiglia e dal pensiero collettivo. È fuori dalla scuola che si realizza l’apprendimento concreto: la scuola è bigotta e vigliacca, un contenitore di ingiustizie che non si vuole tuttavia negare o distruggere. Tutto in questo libro delinea una smisurata passione per la letteratura e per l’arte, molti personaggi leggono o provano a scrivere, hanno gli occhi rivolti all’orizzonte, alla letteratura sudamericana, agli espedienti del realismo magico e del romanzo di formazione in cui l’eccezione assume spesso il senso di una viscerale ricerca di conferma alle certezze del proprio mondo.
L’autunno domina la narrazione e colora l’atmosfera dolce e precaria dell’adolescenza in cui il vento, la pioggia e il freddo sono ancora discreti, quasi invisibili, in cui un dolore, un errore o un tradimento non hanno la prepotenza dell’irrimediabile e in cui l’amicizia sopravvive nonostante tutto; ma presto verrà l’inverno e tutto sarà diverso.