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27 giugno 2026

Nanni Loy e la Resistenza come "affare del Sud"

Le quattro giornate di Napoli (1962, regia di Nanni Loy) è un perfetto esempio di film corale, un racconto a più voci in cui non c'è un vero protagonista. Oppure, in antitesi, si potrebbe affermare che protagonista e unico personaggio è il popolo napoletano, con i suoi mille volti: quelli dei bassi e dei quartieri alti, degli scugnizzi e dei professori, dei giovani, dei vecchi, dei poveri e dei benestanti. Non a caso nei titoli di testa non sono riportati i nomi degli attori, ma solo un sentito ringraziamento a quanti «in omaggio al popolo napoletano – vero interprete delle Quattro giornate – hanno aderito a partecipare in anonimo al film». Nel cast scelto da Nanni Loy figuravano infatti persone comuni accanto a celebri attori professionisti. Tra questi ultimi bisogna certamente menzionare Gian Maria Volonté, straordinario nei panni di un capitano del Regio Esercito, Aldo Giuffré, Regina Bianchi e persino Enzo Cannavale in un inusuale ruolo drammatico.
La pellicola è il racconto dell'insurrezione della città partenopea contro l'invasore tedesco che l'aveva occupata dopo l'armistizio dell'otto settembre 1943 e lo sbandamento dei reparti del Regio Esercito che la presidiavano. Nonostante la superiorità militare, le truppe della Wehrmacht vennero cacciate grazie a un'eroica lotta di popolo che combinò azioni di guerriglia e di resistenza non armata. Ovviamente non tutti i napoletani imbracciarono le armi, ma la maggioranza rifiutò comunque di collaborare con gli occupanti; di fatto, quando gli Alleati vi giunsero, la città si era già liberata da sola. Le quattro giornate valsero a Napoli la Medaglia d'oro al valor militare e spesso sono considerate la prima scintilla della Resistenza.
La sceneggiatura segue i fatti del settembre 1943, descritti in modo molto fedele. Tra gli eventi menzionati nella pellicola appartengono alla storia, tra gli altri, la fucilazione di un ignoto marinaio a cui il popolo fu costretto ad assistere, i rastrellamenti nelle case e il concentramento dei prigionieri nello Stadio del Vomero, le battaglie nelle strade, lo sgombero dei palazzi in prossimità del lungomare, la morte del dodicenne Gennaro Capuozzo. Accanto a questi fatti reali, sono stati introdotti personaggi ed eventi di fantasia, sia pur verosimili; sto parlando di tutte quelle storie minime di contorno che servono ad arricchire la trama (la mamma che consola il figlio morto, il soldato che torna a casa dalla guerra, il direttore del carcere minorile). Nonostante ciò, la principale critica che viene mossa alla pellicola è quella di avere un taglio troppo documentaristico. Se ciò fosse vero, ci sarebbe comunque da chiedersi se si tratti realmente di un limite, oppure di una precisa scelta narrativa degli sceneggiatori, come tale da rispettare. In realtà, la professionalità degli attori consumati e la spontaneità di quelli non professionisti evita, a mio avviso, l'effetto-documentario; non ci sono scene didascaliche e anche quelle dei combattimenti mantengono il pathos che è lecito aspettarsi da un film.
Le scene destinate a rimanere impresse nella memoria sono molte; mi sembra d'obbligo elencarne tre. La prima è la straziante scena del riconoscimento del figlio morto da parte dei genitori. In un silenzio carico di dolore e impressione, il padre si carica sulle spalle il corpo del ragazzo ucciso dai tedeschi per riportarlo a casa, attraversando due ali di astanti ammutoliti dalla rabbia, dallo sconforto e dalla dignità dei due poveri genitori. Da ricordare poi una sottotrama, che costituisce una sorta di film nel film. Sto parlando dei detenuti del carcere minorile che, guidati dal giovane camorrista Aiello, evadono per unirsi ai partigiani sotto gli occhi del direttore, il quale li implora di ritornare al sicuro nelle celle. Il rapporto tra Aiello e il direttore (il bravissimo Georges Wilson) avrebbe forse meritato un film a parte, per quanto è potente e intenso. Prima nemici, in quanto rappresentanti di due dimensioni in eterno conflitto, finiscono poi per combattere insieme e sarà proprio Aiello a portare in ospedale il direttore, ferito dal piombo tedesco. Infine, non è possibile non menzionare il finale con la morte di Gennarino: il regista è stato abile a non cadere nel facile sentimentalismo, girando una scena asciutta che mostra il vero volto della lotta degli scugnizzi, a cui non è possibile attribuire una definita coscienza politica.
Le quattro giornate di Napoli è un lungometraggio del 1962 che ha lasciato una traccia profonda nella memoria collettiva, scardinando il falso mito che la Resistenza sia stata soltanto "un affare del Nord". Se l'obiettivo era quello di ricordare il sacrificio di un popolo, ritengo che Nanni Loy l'abbia pienamente raggiunto. A distanza di sessant'anni è ancora un film vivo e palpitante, come la città che ne è protagonista. E se pure non mancano bozzetti caricaturali e qualche stereotipo, ciò non toglie valore al senso complessivo della pellicola.
Gian Maria Volonté in una scena del film

26 aprile 2026

"L'amara scienza" di Luigi Compagnone: l'arte della sopravvivenza

Questo romanzo del 1965, da alcuni considerato il capolavoro di Luigi Compagnone (1915-1998), è l'equivalente letterario di una pellicola neorealista, sebbene sia ambientato in pieno boom economico e dunque in un periodo successivo. Si può tuttavia ugualmente parlare di neorealismo, perché è il racconto crudo e senza orpelli, quasi scientifico, della miseria materiale e umana di quanti erano esclusi dal sogno del benessere.
Augusto Alinei, capitano di lungo corso in pensione, è anziano e malato: sono finiti i tempi in cui gettava sul tavolo della cucina i mazzetti di banconote da mille lire ("la tovaglia più bella del mondo"). È moroso e rischia lo sfratto dall'appartamento che abita da tanti anni, presso Via dei Tribunali. Assieme a lui vivono i tre figli: il maggiore Isidro, mentalmente minorato a causa della meningite, l'intellettuale Egidio, un idealista incapace di azioni concrete, e l'ultimogenita Lucia, la più avveduta e saggia. Su questi tre giovani poggiano le ultime speranze di Don Augusto: i figli devono trovare entro ventiquattro ore una somma di denaro sufficiente a coprire le pigioni insolute, altrimenti sarà sfratto. L'amara scienza è il dettagliato racconto delle peregrinazioni, tra il tragico e il grottesco, dei tre germani attraverso le strade e i vicoli di Napoli, alla ricerca del denaro.
La vicenda si dipana in un'unica, lunga giornata, dalle prime luci dell'alba fino a notte fonda. Il resoconto si sposta dall'uno all'altro dei quattro protagonisti, grazie all'espediente del narratore terzo e onnisciente. In questo senso, si può parlare quasi di una costruzione cinematografica, come se ci fosse un regista che sposta la macchina da presa per raccontare vicende che si svolgono in simultanea, ma in quattro luoghi diversi della città: nell'angusto appartamento in zona Tribunali, ove languisce il capofamiglia, nonché nelle strade di Napoli, ove si muovono con diseguale impegno i tre figli. Anche il registro varia: si passa dalle elucubrazioni sociali e intellettuali di Egidio, al linguaggio popolaresco di Isidro, fino a giungere ai toni carichi di pathos di Lucia e del suo ex fidanzato Pasquale.
Il romanzo tocca tanti temi profondi, sia umani che sociali. In primis, il dramma della miseria e dell'ineguale distribuzione della ricchezza, nonché quello dell'emergenza abitativa. In secondo luogo, è una crudele disamina dell'ipocrisia e del tradimento che spesso inquinano i rapporti umani. Tuttavia, in questo quadro desolante emergono i valori della famiglia e del sapersi arrangiare; è questa "l'amara scienza" che occorre imparare per sopravvivere.
«Forse perché anch'egli si batte per il pezzo di pane, e per un tetto di casa; non per vivere, si batte, ma per sopravvivere; non per un ideale eroico, ma per la conservazione della vita come scopo a se stante. È questa la sua amara scienza.»
Compagnone, con questo libro, diede l'immagine di una Napoli in rapida evoluzione, una città in trasformazione che voleva scrollarsi di dosso le macerie del secondo conflitto mondiale per entrare nel "salotto buono" della nuova società italiana del boom. Una "Napoli megalopoli" che si affacciava alla luminosa finestra dell'avvenire, senza tuttavia dimenticare la propria storia e identità. Non a caso, i protagonisti del romanzo si muovono sia nei vicoli del centro storico che nelle strade tracciate o rimodellate dopo la guerra, ove incombono i nuovissimi grattacieli del Rione Carità. Lo scrittore partenopeo ha voluto evidenziare le intime contraddizioni di questo processo di modernizzazione: la sua Napoli è al tempo stesso sazia e affamata, razionale e superstiziosa, borghese e popolare, cinica e generosa, madre e matrigna. Emblema di questo contrasto tra l'antico e il moderno sono le processioni che affollano le vie, cortei che invocano San Gennaro affinché conceda il tanto atteso miracolo del suo sangue. I tre giovani Alinei si imbattono innumerevoli volte in questi cortei, oscillando tra lo scetticismo di Egidio e la popolaresca fiducia di Isidro nella benevolenza del Santo.
Oggi Napoli, come tutte le città del mondo, è cambiata a causa dell'uniformazione imposta dalla globalizzazione. Tuttavia, più di altri luoghi, è riuscita a mantenersi fedele alla propria identità profonda. Forse proprio per questo motivo, L'amara scienza è un romanzo che, pur essendo perfettamente calato nell'epoca in cui fu scritto, è tutt'oggi interessante, perché sa cogliere il nucleo sempiterno e immutabile del popolo napoletano.
Prima edizione Vallecchi del 1965

10 aprile 2026

"Meglio la vita ad allevare porci": una poesia di Franco Costabile

Tanti anni fa, quando avevo più curiosità e tempo libero, mi capitava spesso di sfogliare una storia della letteratura italiana del Novecento della casa editrice Lucarini, tre volumi che citavano anche autori meno noti, accanto alle figure più importanti. Uno spazio, piccolo come sempre accade, era dedicato ad alcuni poeti meridionali, oggi vieppiù dimenticati. E non sto ovviamente parlando dei "grandi", come Gatto, Sinisgalli e Scotellaro, ma di poeti valentissimi, eppure poco conosciuti, che hanno lasciato una traccia flebile ma significativa nella nostra letteratura. Tra questi, mi colpì specialmente la tragica vicenda umana di Franco Costabile, calabrese di Sambiase, nato nel 1924 e morto suicida a Roma nel 1965. Nella Capitale strinse alcuni importanti legami d'amicizia, come quelli con Raffaello Brignetti e Giuseppe Ungaretti; quest'ultimo, in occasione della morte dello sfortunato poeta calabrese, scrisse alcuni versi poi trascritti sulla tomba. In particolare, Costabile era amico del pittore Enotrio Pugliese, noto semplicemente come Enotrio.
Avevo quasi dimenticato questa vicenda e persino il nome del poeta, fino a quando, un paio di mesi fa, ho acquistato un'opera di Enotrio Pugliese, una tempera su carta che raffigura un treno merci fermo in prossimità di un casello. L'ho acquistata perché mi piaceva il soggetto e solo dopo mi sono informato in merito all'autore. Quando ho letto che Costabile donò i suoi ultimi versi proprio al pittore Enotrio, ho finalmente rammentato il poeta calabrese. Riannodando i fili del passato, ho cercato sulla rete qualche poesia di Costabile. Una in particolare mi ha colpito, la stessa che mi aveva impressionato tanti anni fa e che avevo dimenticato, o che forse giaceva in qualche andito polveroso della memoria. Si intitola Calabria infame, ma basta sostituire la parola "Calabria" con "Meridione" per avere un testo dal valore universale.
«Un giorno
anche tu lascerai
queste case,
dirai addio,
Calabria infame.»
Il poeta si rivolge a un interlocutore immaginario con una facile profezia: un giorno anche tu andrai via e lascerai questa terra infame che porta addosso il peso di una cattiva reputazione. È un destino ineluttabile quello del meridionale, così almeno sostiene Costabile, il destino dell'emigrante. Nessuna famiglia può dirsi indenne da questa iattura, tutti hanno un figlio, un nipote, un fratello o un caro amico che è partito alla ricerca di fortuna. Il poeta scrive nell'immediatezza del secondo dopoguerra, quando le campagne del Mezzogiorno andarono incontro a un ulteriore, rapido spopolamento. Eppure, non c'è pietà in questi primi versi e neppure nostalgico rimpianto; c'è anzi risentimento nei confronti di una terra aspra e ingrata che non ha saputo conquistarsi una fama positiva (per l'appunto, "infame"). Nemmeno emerge carezzevole affettuosità nei confronti del paese natio o delle case, ridotte a luoghi di partenza, come un'anonima stazione ferroviaria.
«Solo
ma leale,
servizievole,
ti cercherai
un'amicizia,
vorrai sentirti
un po' civile,
uguale a ogni altro uomo.»
In questo secondo gruppo di versi assistiamo all'arrivo dell'emigrante nella terra promessa, facilmente identificabile con l'industrioso Nord. Qui l'emigrante sperimenta per la prima volta la solitudine, così diversa dalle chiassose compagnie dei luoghi d'origine. Castigato ogni istinto e repressa ogni antica abitudine, egli tenta invano di ingraziarsi quelli che non sono suoi simili, ma i nuovi padroni. Leale e servizievole, reprimendo ogni moto di ribellione e sussulto di dignità, l'emigrante proverà a integrarsi nella nuova realtà, tentando di farsi amiche quelle persone così diverse da lui.
Il punto più drammatico della poesia è nei versi seguenti, in quel «vorrai sentirti / un po' civile, / uguale a ogni altro uomo». La vittima fa propri i pregiudizi del carnefice, anziché indignarsi si convince che, in fin dei conti, la preclusione verso i meridionali sia comprensibile, se non addirittura giustificata. Egli allora prova a negare le proprie origini, a nascondere la propria provenienza pur di sentirsi uguale agli altri, agli uomini "civili".
«Ma quante volte
sentirai risuonarti
bassitalia,
quante volte
vorrai tu restare solo
e ripeterti
meglio la vita
ad allevare porci.»
Il picco di tragicità viene toccato nei versi finali. L'emigrante, nonostante tutti i goffi tentativi di apparire diverso e migliore, viene smascherato. Quelli che aveva preso a modello, gli uomini civili, non gli perdonano la sua provenienza geografica, stampata sulla pelle come un marchio d'infamia, come uno stigma d'inferiorità e di sospetto. Per loro sarà sempre un "terrone", un "meridionale", "uno della bassa". E allora egli rifuggirà la compagnia degli uomini a cui aveva cercato di assomigliare; rimasto solo, questa volta per scelta, ricorderà con nostalgia la terra d'origine, dove persino allevando maiali sarebbe stato più libero e felice. Si pentirà di aver preso quel treno, lo stesso treno, così mi piace immaginare, tante volte immortalato nei paesaggi di Enotrio Pugliese.

21 dicembre 2025

"Francesco II di Borbone. L'ultimo re di Napoli" di Pier Giusto Jaeger: la dignità dei vinti

Si dice che la storia la scrivano i vincitori. Tuttavia, spesso è l'odissea dei vinti a far battere di più il cuore dei lettori. Si pensi agli ultimi giorni del Regno delle Due Sicilie, agli assedi di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto. Un manipolo di fedelissimi che difesero un lembo di territorio e, con esso, un sistema secolare di valori, princìpi e ideali che facevano capo a una dinastia ormai al tramonto. Com'è possibile non provare un moto istintivo di simpatia verso quegli uomini? E com'è possibile non provare viva compassione per il loro re? Un ragazzo neppure venticinquenne che subì l'onta del tradimento dei propri generali, l'indifferenza (se non l'ostilità) delle potenze straniere e l'aggressione da parte di uno Stato che si diceva amico e fratello.
Francesco II di Borbone. L'ultimo re di Napoli è un saggio scritto da Pier Giusto Jaeger (1936-2008) e pubblicato per la prima volta da Mondadori nel 1982. A distanza di tanti anni resta un'opera validissima per conoscere meglio il sovrano, per almeno due buone ragioni. Innanzitutto si tratta di uno dei primi lavori che hanno inteso rivalutare, nell'ottica dell'obiettività storiografica, una figura che per oltre un secolo era stata ingiustamente derisa e vilipesa sulla base di illazioni e stereotipi. In secondo luogo, il saggio è di molto precedente alla corrente revisionista e "neoborbonica" che si è affermata negli ultimi tempi, la quale, pur avendo il merito di far luce su vicende raccontate finora unilateralmente, d'altro canto viene criticata per un atteggiamento di partigianeria che non sempre si accompagna a un'analisi lucida e obiettiva. Jaeger, triestino di nascita, avvocato di professione e storico per passione, era sicuramente al di fuori delle contrapposte correnti di pensiero, interessato più che altro a restituire un'immagine di Francesco II il più possibile imparziale e senza intenti polemici. Non c'è dubbio che si evinca una certa simpatia per lo sfortunato re, ma il racconto scorre lungo i binari della neutralità ideologica e del rigore scientifico.
Il saggio di Jaeger non è una biografia in senso stretto. Salta infatti a piè pari l'infanzia, l'adolescenza e la prima giovinezza del re, per concentrarsi specialmente sugli ultimi mesi del suo dominio, ossia i giorni drammatici e gloriosi dell'assedio di Gaeta. Un atto dovuto e di onestà intellettuale, perché questo libro è stato uno dei primi a rivalutare una figura che i detrattori della sua epoca avevano semplicisticamente, aggiungo proditoriamente, descritta come debole e inetta. Non a caso gli epiteti giocosi, d'ironia popolaresca e tutto sommato innocui, come "Franceschiello" o "Re lasagna", sono stati utilizzati per decenni in malafede per sminuire questo sfortunato sovrano. Jaeger, si badi bene, non nasconde le debolezze di Francesco II, complice del suo destino infausto a causa di errori militari e politici marchiani che hanno contribuito alla caduta della dinastia. Nel saggio questi errori vengono tutti impietosamente evidenziati, al pari dei tradimenti di gran parte dell'élite militare e cortigiana del Regno. Al tempo stesso, però, lo storico triestino ha avuto il merito di distaccare il re dall'immagine da operetta che per lungo tempo gli è stata appiccicata addosso. Ne viene fuori il ritratto, più rispondente al vero, di un uomo giusto, retto, coraggioso, disinteressato ai beni materiali, devoto solo al proprio onore e all'incrollabile fiducia nella Provvidenza.
«Re Francesco collocava il suo onore al di sopra di ogni bene terreno, aveva gusti e bisogni semplicissimi e non teneva in alcun conto gli aspetti mondani della vita.»
Le pagine più intense del saggio sono quelle che descrivono l'assedio di Gaeta, fino all'epilogo del febbraio 1861, quando la coppia reale lasciò definitivamente la fortezza e si imbarcò sull'avviso francese Mouette. La vicenda militare viene narrata nei dettagli, con descrizioni accurate degli armamenti, degli ordini di battaglia, dei bombardamenti, delle condizioni di vita negli opposti schieramenti, nonché con ampie parti dedicate al racconto delle vicende diplomatiche, parallele a quelle militari. La storia dell'assedio è raccontata attraverso le parole dei protagonisti: lettere, dispacci, ordini del giorno, telegrammi. Ed è proprio sugli spalti di Gaeta che la figura di Francesco II venne definitivamente riabilitata. Il re infatti si espose a tutti i disagi e i rischi dell'assedio, alloggiando negli ultimi mesi in una casamatta e rinunciando a molti dei privilegi del suo ruolo.
«Se queste speranze sono sogni, v'ha almeno un punto che non ammette discussioni, ed è che combattendo pel mio diritto, soccombendo con coraggio e cadendo con onore io sarò degno del nome che porto e lascerò un esempio ai Principi futuri. E s'egli è vero che non v'abbia più speranza per la mia resistenza, mi resta ancora da provare al mondo che io son forse superiore alla mia fortuna.»
Accanto a lui la romantica figura della moglie, la regina Maria Sofia di Baviera, ricordata come l'eroina di Gaeta. Le ultime pagine del saggio si concentrano sui lunghi anni dell'esilio. La coppia reale trovò rifugio dapprima nella soffocante Roma papalina, così diversa dall'amata Napoli, poi a Parigi e infine in altri luoghi, fino alla prematura scomparsa di Francesco, avvenuta ad Arco di Trento nel 1894. Maria Sofia visse altri trent'anni e a lei sono dedicate le ultime, struggenti parole del volume.
Il libro di Jaeger può essere letto anche da chi non è interessato alla storia risorgimentale e agli ultimi palpiti del Regno delle Due Sicilie. È infatti, prima di tutto, la cronaca di una vicenda umana drammatica e irripetibile, quella di un giovane re oppresso da gravose responsabilità, che pure nell'ora più buia del tradimento, dell'aggressione e dell'esilio ha saputo rispondere agli schiaffi della sorte con ferma dignità, la dignità dei vinti.
«Io sono stato vittima della mia inesperienza, dell'astuzia, dell'ingiustizia e dell'audacia di una potenza ambiziosa; ho perduto i miei Stati, ma non la fiducia nella protezione di Dio e nella giustizia degli uomini. Il mio diritto è ora il mio solo patrimonio, ed è mestieri che per difenderlo io mi faccia seppellire, se fa d'uopo, sotto le fumanti rovine di Gaeta.»
(Lettera di Francesco II all'Imperatore Napoleone III di Francia)

Edizione in abbinamento con il quotidiano il Giornale

22 giugno 2025

"Una manciata di more" di Ignazio Silone: l'imperdonabile tradimento

La terra è il grande tema della letteratura meridionale del Novecento. O meglio, a voler essere più precisi, è la lotta per la terra tra braccianti e possidenti, "cafoni" e "galantuomini" per dirla con altri termini, ad aver costituito il principale ambito d'interesse di questo filone letterario. Alvaro, Jovine, Alianello, Silone, solo per ricordarne alcuni, hanno descritto nei propri romanzi un Meridione diviso tra le sirene del progresso e il richiamo della tradizione ancestrale, tra le speranze di un futuro migliore e l'amara disillusione che segue alla constatazione che nulla può veramente cambiare. La terra è il termometro di quella società apparentemente immutabile, eppure percorsa da sotterranei fremiti di rivolta: solo quando la terra sarà di chi la lavora, sostengono i meridionalisti, il Sud potrà dirsi veramente liberato dalle antiche catene. Una manciata di more (1952), per molti il più maturo tra i romanzi di Silone, si inserisce in questa corrente di impegno civile.
In una desolata contrada dell'Italia meridionale, un angolo della Marsica tanto cara all'autore, si consuma una vicenda che è lo specchio di quel che accadeva in altre centinaia di identiche località del Mezzogiorno. Qui la terra è identificata nella "selva" e i possidenti sono i membri della famiglia Tarocchi. La selva è una vasta foresta da secoli contesa tra i miseri braccianti, che ne rivendicano l'uso comune secondo antiche servitù, e i membri della potente famiglia dei Tarocchi, che con sotterfugi, imbrogli e ingiustizie la vogliono tutta per sé. Eppure anche in questa landa misera e arsiccia si alza il vento della rivoluzione, o meglio il suo suono: c'è una tromba che incita i contadini a riunirsi e a marciare per far valere i propri diritti. Nessuno sa con precisione dove si trovi, perché subito dopo l'uso viene nascosta per impedire che le autorità la sequestrino. Così è successo con le rivolte sociali di inizio secolo e poi durante il fascismo; ogni volta che il suono della tromba si è diffuso nella vallata, i ricchi proprietari terrieri, appoggiati di volta in volta dalle autorità, hanno tremato, temendo di perdere i loro privilegi.
Caduto il regime fascista e terminato anche il secondo conflitto mondiale, nulla è cambiato nelle campagne della Marsica. Un nuovo attore è tuttavia apparso sulla scena, quel Partito Comunista che ha ambizioni di governo, dopo gli anni della clandestinità e la vittoria nella guerra di Liberazione. Per quanto sia un romanzo corale, il personaggio principale può essere identificato in Rocco De Donatis, di professione ingegnere, figlio eletto di quella terra funestata dalla miseria e dalle tragedie umane e naturali (il terribile terremoto del 1915). Rocco è un dirigente comunista, eppure in lui cresce l'insofferenza nei confronti del Partito, fino a trasformarsi in aperta ostilità. Rocco è appena tornato da un viaggio in Unione Sovietica, dove ha visto il volto crudele dell'ideale politico a cui ha dedicato tutta la propria vita. Ha scritto un memoriale sulla sua esperienza nella terra dei soviet e, tornato in Italia, assume un atteggiamento critico contro le decisioni dell'alta dirigenza, prona ai diktat di Mosca. Rocco invece vuole fare di testa propria e addirittura ha una convivenza more uxorio con una ragazza ebrea di nome Stella, attirandosi ancora di più le ire dei papaveri di Partito. In breve inizia una campagna di delegittimazione nei suoi confronti, fino al palese ostracismo.
La drammatica vicenda di Rocco svela ambiguità e ipocrisie del Partito, sebbene entrambi teoricamente perseguano il medesimo obiettivo, ovvero la tutela dei diritti dei contadini. Una manciata di more è dunque un durissimo atto d'accusa contro il P.C.I. Silone sembra voler dire che la questione vera, il male profondo del Mezzogiorno, è nella mancata riforma agraria, promessa da tutte le forze di governo succedutesi dal 1861 e mai realizzata. E la cosa ancora più grave è che neppure il Partito Comunista abbia messo mano alla questione, sebbene a rigor di logica fosse quello che sosteneva le rivendicazioni dei braccianti. Ecco perché per Silone le etichette ideologiche sono inutili e finanche dannose, così come lo sono per il suo personaggio Rocco, di cui è evidente lo spunto autobiografico.
La fotografia che viene fatta del Partito Comunista è impietosa: ne esce l'immagine di un'organizzazione asfissiante, bigotta, assuefatta dagli stessi vizi borghesi che vorrebbe estirpare, una struttura che non ammette il dissenso interno e mette a tacere le voci critiche. E allora, ai contadini meridionali traditi persino da chi avrebbe dovuto difenderli, non resta che mettere mano ancora una volta alla tromba che da secoli li chiama a raccolta.
Recente edizione Oscar Mondadori

30 aprile 2025

"L'ombra del suicidio" di Carlo Bernari: un no-global ante litteram

Carlo Bernari (Napoli, 1909 – Roma, 1992) è noto soprattutto per Tre operai, romanzo sui temi del lavoro e delle condizioni della classe operaia che pubblicò giovanissimo, nel 1934. Due anni dopo ultimò un romanzo breve che riprendeva alcune tematiche già trattate, concentrandosi stavolta su quella misera classe impiegatizia che tutto sommato non se la passava tanto meglio. L'opera, sia pur compiuta, rimase inedita fino al 1993, quando fu pubblicata in prima edizione assoluta dalla Newton Compton nella celebre collana "Tascabili Economici 100 pagine, 1000 lire", con il titolo L'ombra del suicidio e il sottotitolo Lo strano Conserti.
Conserti è il protagonista del romanzo, anzi un deus ex machina, il vero e proprio motore dell'azione e nucleo intorno al quale ruotano tutte le vicende e gli altri personaggi, ridotti quasi a comparse. Uomo misterioso e controverso – "strano", come lo definisce il sottotitolo –, di lui sappiamo poco o nulla, salvo qualche scampolo del passato. Sappiamo solo che è un meridionale trasferitosi da poco a Milano per lavorare in una compagnia di assicurazioni. Egli è tuttavia riottoso all'efficientismo meneghino, cui contrappone la propria visione di vita, lontana dalle logiche e dalle lusinghe del profitto.
«Io non sono uno che possa sopportare facilmente l'idea di farmi schiacciare dal capitalismo lombardo.»
Egli è, nelle parole e nei fatti, un anarchico individualista, animato da un indomito spirito di ribellione che, tuttavia, non poggia propriamente su rivendicazioni sociali o di classe. È un oppositore del sistema industriale e capitalistico, nemico giurato della triade "produci-consuma-crepa", per dirla con le parole di una canzone dei CCCP. Conserti è un antagonista della logica del consumismo, prima ancora che la parola entrasse nel lessico comune. E così, da nuovo arrivato nell'ufficetto periferico della grande compagnia di assicurazioni, in breve diventa il più amato, invidiato e al contempo temuto dagli inetti colleghi, grazie alla sua capacità di imporsi persino sui capi, all'apparenza senza alcuna difficoltà. Meridionali come lui, i colleghi sono invece i perfetti ingranaggi del sistema, da cui si sono fatti abbindolare.
«All'inverso s'erano lasciati schiacciare, senza lamentarsi, ma solo consolandosi allorché scoprivano che un meridionale era giunto ad un posto di comando: l'intelligenza del sud, dicevano allora, la spunta sempre; e si confortavano pensando che essi non erano completamente naufragati e potevano sempre salvarsi.»
Lo strano Conserti è per i colleghi, al contempo, esempio e condanna: esempio per ciò che loro avrebbero voluto essere, condanna per quanto avevano ripudiato, ovvero la placida e indolente vita delle campagne meridionali, legata ai cicli sempre uguali delle stagioni, ai ritmi della natura e alle tradizioni degli avi. A Milano, invece, il quotidiano è arido e frenetico, comandato dalla logica del profitto e dal credo imperativo del capitalismo. La contrapposizione nord-sud, tema che sarà ripreso in altri lavori del napoletano Bernari, è in questo romanzo appena accennata, sebbene sia funzionale a definire i contorni della storia. Negli anni Trenta forse il divario era meno accentuato rispetto a quanto sarebbe accaduto con il boom economico, eppure Bernari ha anticipato una tematica che sarebbe stata trattata ampiamente da altri scrittori meridionali (e meridionalisti), praticamente fino ai giorni nostri; mi viene in mente, da ultimo, Dante Maffia.
La ribellione di Conserti parte dalle piccole cose, come il prolungare le pause caffè, per aspirare infine a un obiettivo più alto: sabotare e sovvertire il sistema. La decisione di colpire il simbolo di quel potere, impersonato dalla ieratica figura del Direttore Generale, matura nell'animo del protagonista parallelamente all'acquisizione dell'orrida consapevolezza di essere egli stesso funzionale alla preservazione di quel sistema che aborrisce. La soluzione per liberarsi è una soltanto: prendere una pistola e ammazzarlo.
«Noi siamo i suoi agenti, come per i credenti i preti sono gli agenti di Dio sulla terra. Vivendo noi non misuriamo interamente la sua potenza. Tuttavia la difendiamo, propagandiamo il suo verbo, inconsapevolmente. Siamo la sua polizia, i suoi carabinieri. Come i poliziotti difendono il governo automaticamente, anche se il governo non dice loro: difendimi, arresta quello lì che mi dà fastidio; così noi difendiamo lui, questo padrone, senza conoscerlo, e senza che egli ci dica: difendimi! Lui è tutto.»
L'ombra del suicidio è un romanzo anomalo nel contesto della letteratura italiana del primo Novecento, sebbene al contempo non del tutto eccentrico. Si inserisce infatti nel fecondo calderone della cosiddetta "letteratura industriale", eppure colpisce per la fermezza, oserei dire quasi la violenza, di alcuni suoi passaggi, incredibile soprattutto se si pensa che fu scritto (ma non pubblicato) nel 1936, quando un attacco così frontale ai gangli del potere politico e industriale poteva costare il confino, nella migliore delle ipotesi. Di certo non è anacronistico; tuttavia, anche a volerlo spogliare di alcuni contenuti non più di stretta attualità, resta un romanzo valido e interessante che racconta l'ascesa e il naufragio morale e materiale di un aspirante rivoluzionario, un no-global ante litteram.
Prima e finora unica edizione, anno 1993

9 novembre 2021

"I fuochi del Basento" di Raffaele Nigro: un secolo di lotte contadine

La storia del Mezzogiorno è un succedersi di lotte sociali, ribellioni, rivoluzioni riuscite o abortite. Il vento del cambiamento ha sempre soffiato sul Meridione, nonostante la sua posizione periferica rispetto ai centri europei del pensiero liberale, Londra e Parigi su tutti. Si pensi al periodo murattiano, oppure alle cicliche rivolte antiborboniche che infiammarono il Regno negli anni 1820-21, 1848, 1857. Com'è noto, l'unificazione nazionale non placò il fuoco della ribellione, che anzi si rinvigorì nei confronti del nuovo nemico, identificato nei Savoia invasori. La letteratura meridionale del Novecento ha sempre guardato con interesse a questo fermento, tentandone un'analisi dal punto di vista politico, economico e sociologico. E se pure ci sono autori che hanno approfondito l'incidenza del pensiero liberale e carbonaro nel Meridione, il tema portante è da sempre la dicotomia tra baroni e braccianti, declinata nelle sue varie forme: galantuomini e cafoni, civili e zappaterra, giamberghe e zampitti, signori e servitori. Tanti sono i romanzi che hanno affrontato la tematica; tra i più importanti, Le terre del Sacramento e Signora Ava di Francesco Jovine, L'eredità della priora di Carlo Alianello, ma anche Fontamara di Ignazio Silone.
Il melfitano Raffaele Nigro nel 1987 aggiunse un altro tassello alla già lunga e nobile lista. Il suo tentativo sembrava fuori tempo massimo, in un'epoca che aveva esaurito la spinta della prima ondata meridionalistica ed era ancora molto lontana dal revisionismo storiografico dei giorni nostri. E invece I fuochi del Basento incontrò il favore di pubblico e critica, con la vittoria dei premi Campiello e Napoli. La ragione del successo è presto detta: è scritto bene ed è appassionante e labirintico come tutte le grandi storie. É un romanzo corale, una vera e propria saga familiare che racconta le vicende di quattro generazioni della famiglia Nigro, dalla seconda metà del XVIII secolo fino al 1863. I personaggi attraversano da protagonisti uno dei periodi più travagliati della storia del Mezzogiorno, che vede avvicendarsi sul trono di Napoli i Borbone, i Francesi con Re Murat, poi di nuovo i Borbone con la Restaurazione e infine i Savoia. Non ci sono però soltanto le grandi lotte per il potere: in basso c'è tutto un mondo contadino in fermento, che segue con interesse e partecipazione le vicende politiche, nella speranza che le rivoluzioni conducano finalmente alla tanto desiderata spartizione delle terre.
I fuochi del Basento racconta proprio il sogno di una repubblica contadina, un governo equo retto dalle migliori menti e dalle braccia più robuste, l'utopia di una società in cui a comandare siano gli intellettuali più illuminati assieme a chi lavora la terra. Questo è il sogno di Francesco Nigro, protagonista del romanzo, che da bracciante si fa capobrigante, coltivando il sogno di imparare a leggere e scrivere per affrancarsi dalla schiavitù. Sulla stessa lunghezza d'onda si muovono altri personaggi, che infiammano le terre di Puglia e Basilicata per affermare la propria libertà. Sull'altro versante della barricata ci sono gli aristocratici, reazionari che vogliono mantenere lo status quo e provano orrore per un governo fatto di "cafoni e cacacarte". Raffaele Nigro ha ricostruito con dovizia certosina un territorio e un'epoca spesso ignorati dai libri di storia; è un romanzo denso e corposo, che "pesa" più delle duecentocinquanta pagine che lo compongono. C'è dentro tutto un mondo, una mole straordinaria di personaggi e vicende, che lo rendono un classico contemporaneo. Per quanto sia arrivato tardi rispetto ad altre pietre miliari della letteratura meridionale (e meridionalistica), è riuscito comunque a ritagliarsi un posto d'onore. Altre opere forse hanno raccontato la rivoluzione con maggiore approfondimento politico; penso a Il resto di niente di Striano o a Noi credevamo della Banti. Tuttavia, I fuochi del Basento può vantare una narrazione di più ampio respiro, che abbraccia oltre un secolo di storia locale ed europea.
Per quanto riguarda il linguaggio, Nigro optò per l'uso dell'italiano in luogo del dialetto. Una scelta non facile, che tuttavia si è rivelata felice. Il rischio di una tale scelta è quello di sacrificare la credibilità dei personaggi, rendendo innaturale il loro modo di esprimersi. Invece i braccianti di Nigro parlano una lingua accurata ma semplice, perfettamente verosimile grazie al sapiente inserimento di dialettismi e costruzioni lessicali mutuate dal linguaggio informale del ceto contadino. Un libro che non può mancare in una piccola biblioteca di letteratura meridionale.
Prima edizione Camunia del 1987

9 settembre 2021

"Scala a San Potito" di Luigi Incoronato: a cosa serve un intellettuale?

«Gli avvenimenti e i personaggi di questo romanzo sono immaginari. Nella realtà esiste solo la Scala a San Potito, dove negli anni 1944-47 abitarono esseri umani.»
Questa l'annotazione che Luigi Incoronato (1920-1967) inserì in calce al suo celebre romanzo Scala a San Potito, la cui prima edizione risale al 1950. La Scala che dà il titolo all'opera si trova a Napoli: «quattro o cinque rampe di gradini bassi di pietra scura», che nell'ultima fase del secondo conflitto mondiale accolsero un numero considerevole di sfollati. In tanti persero la casa sotto i bombardamenti alleati; chi non aveva parenti o altri luoghi dove andare, fu costretto a cercare riparo alla meno peggio, sotto i ponti, nelle tante gallerie che corrono sotto la città, in palazzi occupati. La Scala a San Potito fu uno dei luoghi che offrirono riparo a numerose famiglie durante la guerra e nei difficili anni successivi. Come è facile immaginare, alla Scala si viveva in condizioni di degrado morale e materiale, in pericolosa promiscuità negli angusti anditi sotto le rampe, dormendo distesi sui freddi e scomodi pianerottoli. Era una situazione oltre lo stesso concetto di miseria, un abbrutimento e un degrado cui erano costrette intere famiglie, anziani, donne e bambini. Di giorno gli uomini si muovevano alla ricerca di un lavoro, lasciando sempre qualcuno sui gradini a vigilare che altri disperati non usurpassero lo spazio. Perché alla Scala anche questo poteva accadere, che al degrado si aggiungesse lo squallore dei litigi per accaparrarsi un angolo coperto sopra un umido pianerottolo. Di sera la Scala si animava di uomini vestiti di stracci, alcuni adusi alla sempiterna povertà, altri immiseriti dalla guerra e dai bombardamenti.
Luigi Incoronato fu il cantore di questa umanità dispersa, delusa, senza voce né speranza. La parola “esseri umani”, utilizzata nell'annotazione, assume dunque un preciso significato politico, di pungolo alle coscienze. Com'è possibile, sembra dire lo scrittore, che nella civile Europa ci siano esseri umani costretti a vivere come bestie? Senza questo indimenticabile romanzo, forse nessuno oggi ricorderebbe una delle pagine più dolorose e amare della nostra storia recente.
Incoronato era napoletano solo d'adozione. Era nato a Montreal nel 1920, ma nelle sue vene scorreva sangue meridionale: il padre era originario di Ururi, in provincia di Campobasso. Militante comunista, entrò nella Resistenza e fu membro del Comitato di liberazione nazionale di Campobasso. Dopo la guerra si stabilì a Napoli, dove lavorò come insegnante e giornalista, fino al suicidio nel 1967. Come redattore e fondatore della rivista Le ragioni narrative, strinse una solida amicizia con altri intellettuali dell'area partenopea, tra i quali vale la pena ricordare Pomilio, Prisco, Rea e Compagnone.
Scala a San Potito è un vero e proprio caposaldo della letteratura d'impegno civile del Novecento e si inserisce in quella corrente meridionalistica che cercava di indagare le cause delle secolari problematiche del Mezzogiorno e di proporre soluzioni per la sua gente. La lotta per il riscatto delle genti del Sud diventa la spinta ideale e al contempo il tormento dell'intellettuale, la cui scrittura si fa azione politica. Incoronato, da giornalista qual era, avrebbe potuto scrivere un reportage da pubblicare su un quotidiano nazionale; scelse invece la forma del romanzo, utilizzando tuttavia un espediente narrativo. L'io narrante della vicenda è un giornalista che ogni sera all'imbrunire si reca alla Scala a San Potito per far conoscere all'opinione pubblica ciò che ivi accade. Col passare dei giorni, lo sguardo inizialmente distaccato del giornalista diventa partecipe, l'analisi sociologica cede il passo alla compassione ed egli tenta coi suoi poveri mezzi di aiutare i miserabili della Scala. L'esito è tuttavia infausto e non potrebbe essere diversamente: il crudo realismo vince, non c'è alcuna speranza per un'umanità misera e diseredata. Cosa può fare allora l'intellettuale? La risposta è amara: nulla. Non a caso l'ultimo racconto di Incoronato si intitolava proprio A che serve uno scrittore? L'intellettuale comunista impersonato dal giornalista tenta di indagare le cause, di risvegliare le coscienze e persino di aiutare, ma deve arrendersi di fronte all'evidenza dei fatti. Egli parla un linguaggio diverso rispetto alla gente della Scala; la sua condizione di uomo di cultura lo rende un alieno e neppure la sua ideologia politica può offrire soluzioni che non siano un temporaneo palliativo. E persino quando resta senza lavoro, gli abitanti della Scala non lo considerano uno di loro: egli sa leggere, scrivere, ha amicizie influenti, prima o poi un lavoro lo troverà. Nel romanzo di Incoronato si scontrano allora impegno civile e evidenza del reale, spinte progressiste e drammatiche involuzioni. Alla fine, purtroppo, saranno queste ultime ad avere il sopravvento. Pessimismo e disillusione sono i marchi della poetica di Incoronato, che lo rendono diverso e critico rispetto ad altri intellettuali con cui pure condivideva il medesimo sostrato ideologico.
Vorrei aggiungere una notazione sullo stile. In Scala a San Potito prevalgono i dialoghi brevi, secchi, diretti. A differenza di altre opere dello stesso genere, Incoronato non usò il dialetto, quasi a voler attribuire al racconto una valenza universale, perché i poveri della Scala napoletana sono il simbolo di tutti i derelitti del mondo.
Ristampa 1988 - Tullio Pironti Editore

26 ottobre 2020

"Il maledetto libro di storia…" di Lorenzo Del Boca: due secoli di verità di comodo

Il maledetto libro di storia che la tua scuola non ti farebbe mai leggere, di Lorenzo Del Boca, si inserisce nel filone storiografico “revisionista” che negli ultimi anni ha ottenuto successo di pubblico, grazie soprattutto ad alcuni saggi che forniscono una versione alternativa della vicenda risorgimentale e della genesi della Questione meridionale. Il libro di Del Boca condivide pregi e difetti di questa fortunata corrente. Il principale pregio è nella scelta di un punto di vista non conforme alla vulgata ufficiale, ossia «la storia ideologizzata che si presenta con le caratteristiche della propaganda». La storia, spiega l'Autore, è sempre stata scritta per glorificare i vincitori e demonizzare gli sconfitti, amplificando le virtù dei primi ed esagerando i difetti dei secondi. Egli si propone pertanto l'ambizioso scopo di riscrivere le vicende italiane degli ultimi due secoli secondo una prospettiva eccentrica rispetto a quella dominante. L'obiettivo dei suoi strali polemici sono ovviamente i libri scolastici, che peccano di approfondimento e tendono ad assumere un punto di vista acritico, tutto orientato in favore dei vincitori.
Ponendosi come un'alternativa ai testi canonici, il saggio mantiene uno stile volutamente divulgativo, a volte persino semplicistico. Vengono alla luce taluni limiti, che tuttavia non inficiano la bontà complessiva del volume. Lorenzo Del Boca non è uno storico di professione, ma un giornalista che si occupa di storiografia; sa dunque di non dover perseguire l'asettica obiettività del professore, ma di potersi lanciare in valutazioni personali, spesso irriverenti, indiscrezioni giornalistiche, storie di letto che hanno il sapore del pettegolezzo. Si pensi al giudizio sui Savoia: spietato, senza appello né indulgenza. Con ciò non voglio certo affermare che uno storico debba essere servile o adulatore nei confronti dei potenti; chiunque abbia un minimo di conoscenza della storia italiana non può che avere un'opinione estremamente negativa su Casa Savoia. Eppure, lo storico di professione deve sapersi distaccare dagli eventi narrati, vestendo l'indignazione con le parole e l'atteggiamento dello scienziato, anziché con la rabbia del partigiano deluso. Libri come questo di Del Boca, e altri dello stesso filone, scontano purtroppo un atteggiamento caustico e indisponente, che li rende facile bersaglio degli storici di professione. Spero di non essere frainteso: lungi da me l'affermare che questi volumi non abbiano il grande merito di aprire gli occhi del lettore, facendogli conoscere una verità spesso diversa e più amara di quella edulcorata raccontata dai libri di scuola. Rimane però un “sapore giornalistico”, che di per sé non è un male, ma li espone alle opinioni non lusinghiere dell'accademia.
Il maledetto libro è diviso in due parti, Ottocento e Novecento. La prima è sicuramente la migliore e la più approfondita, offrendo un quadro esaustivo delle complesse vicende che vanno dalla Restaurazione del 1815 all'uccisione di Umberto I ad opera di Gaetano Bresci. Esemplari i capitoli dedicati alla conquista del Regno delle Due Sicilie e degli altri Stati preunitari; Del Boca abbatte a picconate l'agiografia risorgimentale, restituendoci un ritratto impietoso dei principali protagonisti, da Garibaldi a Vittorio Emanuele II, passando per Cavour. Il Risorgimento, spiega l'Autore, non è stato (solo) una redenzione guidata da idealisti e anime belle, ma una bieca macchinazione costruita nelle cancellerie europee, a danno di sovrani legittimi e ad esclusivo vantaggio delle mire espansionistiche dei Savoia. La seconda parte è incentrata sulla Prima guerra mondiale e sulla parabola del fascismo, fino a toccare – per la verità in maniera superficiale – gli anni della Guerra Fredda. Ancora una volta Del Boca scruta gli eventi con la sua lente demistificatrice, mettendo in luce la verità sul primo conflitto mondiale, che fu solo una macelleria di proporzioni inimmaginabili. E ancora, non tace delle rappresaglie perpetrate dai partigiani dopo la caduta del regime, né della tragedia delle foibe.
Pur con i limiti evidenziati, ritengo sia un'opera controcorrente, persino coraggiosa nello sforzo di squarciare il velo di ipocrisia delle verità ufficiali, che da oltre due secoli ci propinano un racconto di comodo, a uso e consumo dei soli vincitori. Consiglio la lettura del volume a quanti conoscono per sommi capi la storia italiana degli ultimi due secoli, magari per averla ascoltata a scuola e mai più approfondita.

30 settembre 2020

"La rivolta dei tristi – I moti cilentani del 1828" di Benedetto D'Angelo: una storia di terra e libertà

In epoca borbonica il Cilento era definito “terra dei tristi”. La ragione di un tale appellativo risiedeva nella leggendaria e pervicace opposizione dei suoi abitanti a qualsiasi forma di potere costituito; tristi, dunque, nel senso di sciagurati, torbidi, malvagi, ingrati. In effetti i cilentani nei secoli si sono ribellati più volte, nella vana speranza di migliorare le proprie condizioni di vita liberandosi dal giogo del sovrano di turno, dei galantuomini schiavisti, di un clero bigotto e prono ai voleri dei potenti. Era così naturale che il vento delle nuove idee liberali e carbonare soffiasse anche in questa landa remota, traducendosi in un florilegio di sette segrete che si ispiravano ai principi egualitari della Rivoluzione francese. Dopo la Restaurazione del 1815, il Cilento si ribellò tre volte: nel 1820-21, nel 1828 e nel 1848. I libri di storia colpevolmente ignorano i moti del Cilento, dedicandovi al massimo qualche cenno distratto. Ma vi è di più: tali eventi sono praticamente sconosciuti al grande pubblico, spesso persino a livello locale. E se tutti sanno associare un pensiero patriottico all'udire i nomi di Pisacane o dei fratelli Bandiera, pochissimi hanno sentito parlare di Costabile Carducci o di Antonio Maria De Luca. Eppure non si tratta di vicende secondarie: le rivolte cilentane ebbero vasta eco ai tempi, anche all'estero, oltre a costituire un tassello importante della vicenda risorgimentale.
L'editore Galzerano di Casalvelino Scalo, che tempo fa ho ospitato su questo blog con un'intervista, ha fatto luce su queste vicende, dedicando ai moti del 1828 diverse pubblicazioni. La rivolta dei tristi – I moti cilentani del 1828, di Benedetto D'Angelo, è un breve saggio che persegue uno scopo divulgativo, sebbene l'Autore dichiari che l'opera non ha pretese di esaustività. Si tratta di un testo agevole e godibile, che tratteggia con sufficiente precisione e approfondimento l'insurrezione del 1828, soffermandosi altresì sul contesto storico, sulle cause, le conseguenze e l'eredità lasciata dai moti. D'Angelo fa pregevole opera di storico, prendendo per mano il lettore e guidandolo con pochi ma precisi cenni nell'Europa post Restaurazione. La sua attenzione è ovviamente incentrata sul Cilento, ma non dimentica di ricostruire il contesto in cui la rivolta nacque, contesto che supera i ristretti confini dell'area geografica di riferimento. Il lettore rimarrà stupito proprio da questo aspetto, che l'Autore rimarca: i moti cilentani maturarono in un magma ideologico (il pensiero liberale), settario (la Carboneria) e diplomatico (la Restaurazione) di grande fermento a livello europeo, in cui il Cilento si collocò come una sorta di laboratorio ove preparare le grandi rivoluzioni del domani.
Il saggio si sofferma su tutte le fasi della rivolta, dalla preparazione agli esiti. Grande attenzione viene dedicata alla feroce repressione e alle vicende giudiziarie, con una puntuale ricostruzione dei processi agli insorti. E proprio alle figure dei rivoltosi sono dedicate le pagine più intense del saggio, con precisi ritratti dei controversi fratelli Capozzoli, del canonico De Luca, dell'avvocato Teodosio De Dominicis, di Antonio Galotti e di altri personaggi minori.
Meno convincente è, a mio avviso, il deciso punto di vista antiborbonico – con tanto di giudizi tranchant – che emerge dalle pagine. Sia chiaro: bene fa l'Autore a ricordare la spietatezza del maresciallo Del Carretto nella repressione della rivolta, puntando giustamente l'indice contro il regime illiberale dei Borbone. Tuttavia, sarebbe stato opportuno precisare che le medesime raccapriccianti scene del 1828 si sarebbero ripetute trent'anni dopo, sotto i Savoia conquistatori del Sud. Le teste mozzate esposte in gabbie come monito, le fucilazioni dopo processi sommari, l'incendio e la razzia di interi villaggi, la negazione di ogni diritto costituzionale non sono stati, purtroppo, esclusivo appannaggio dei Borbone. Quelli che sono venuti dopo, calpestando proprio la memoria di quanti nel 1828 e nel 1848 si erano battuti per la libertà, forse hanno fatto pure peggio, perché nascosti dietro la maschera dei liberatori. Ritengo che il saggio, per dovere di completezza, avrebbe dovuto porre l'accento anche su questo aspetto, per quanto possa essere controverso. Difatti, la parola d'ordine dei rivoluzionari del 1828 non era “Italia”, quanto piuttosto “libertà”, al punto che nel famoso Proclama di Palinuro gli insorti si rivolgevano direttamente al Re, chiedendogli di concedere la Costituzione. A mio modesto avviso, il canonico De Luca, Galotti, De Dominicis e gli altri rivoltosi non possono essere definiti patrioti, quanto piuttosto “martiri della libertà”, perché la loro missione non era fare l'unità del Paese.
Far emergere la storia locale è sempre un bene; farlo in un territorio che spesso tende a dimenticare l'eroismo dei propri antenati è addirittura opera meritoria. Consiglio caldamente la lettura di questo saggio, non solo ai cultori della storia locale, ma più in generale a quanti amano approfondire le vicende italiane dell'Ottocento. Tenendo presente che solo chi sa scavare nelle radici è in grado di comprendere meglio l'età contemporanea.

27 giugno 2020

La figura del padre nella poesia meridionale del Novecento: Gatto, Sinisgalli e Filippelli

Innumerevoli sono le poesie dedicate alla figura del padre. Ne ho scelte tre, scritte da importanti poeti meridionali del Novecento: Gatto, Sinisgalli e Filippelli. Sono testi assai diversi, eppure accomunati da una medesima sensibilità di fondo, sì che idealmente possono essere ricondotti a unità. Ricorrono alcune tematiche tipiche della letteratura meridionale del Novecento: il dolore esistenziale, la fatica del lavoro, l'amarezza, il legame con la terra, il ciclo delle stagioni e l'eterna contrapposizione tra il giorno e la notte, la luce e il buio. Ne vengono fuori tre meravigliosi ritratti di padri, savi e dolenti come sapevano esserlo specialmente alcuni vecchi uomini del Sud.

Alfonso Gatto – A mio padre
Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l'ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni in libertà s'accenda
di speranze di poveri di cielo,
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.
Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un'ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
“Com'è bella la notte e com'è buona
ad amarci così con l'aria in piena
fin dentro al sonno”. Tu vedevi il mondo
nel novilunio sporgere a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l'alba.

Nei versi di Alfonso Gatto (1909-1976) è evidente la contrapposizione tra due stagioni della vita, che corrispondono a diversi periodi storici. La prima è l'infanzia, epoca della libertà e della fiducia nel progresso. Il poeta salernitano ricorda l'ottimismo del padre, che invitava i figli a non aver paura della notte, intesa come preludio a una nuova alba. Al passato dell'infanzia si contrappone il presente della maturità; sono gli anni della guerra, del sangue, dell'invasore nazista e della Resistenza. La sofferenza del presente diventa l'occasione per ricordare il padre; la fede che questi aveva nel futuro è ciò che più manca a Gatto, costretto a vivere un triste presente, fatto di lutti, oppressione e assenza di libertà. Basterebbe allora che il padre potesse tornargli accanto, anche solo per una sera, per restituire al figlio corrucciato la fiducia in un avvenire migliore.

Leonardo Sinisgalli – A mio padre
L'uomo che torna solo
a tarda sera dalla vigna
scuote le rape nella vasca
sbuca dal viottolo con la paglia
macchiata di verderame.
L'uomo che porta così fresco
terriccio sulle scarpe, odore
di fresca sera nei vestiti
si ferma a una fonte, parla
con un ortolano che sradica i finocchi.
È un uomo, un piccolo uomo
ch'io guardo di lontano.
È un punto vivo all'orizzonte.
Forse la sua pupilla
si accende questa sera
accanto alla peschiera
dove si asciuga la fronte.

Il ricordo del padre Vito, che ci propone Leonardo Sinisgalli (1908-1981), cala invece il lettore in un'atmosfera pacifica e serena. La lirica è incentrata su un'unica, semplice e vivida immagine: il ritorno a casa la sera, dopo una dura giornata di lavoro nei campi. Le campagne del Meridione sono, allo stesso tempo, luoghi di secolari ingiustizie e straordinaria bellezza, di lotte contadine e di festa. Il poeta lucano ci regala in pochi versi un ritratto del padre bracciante, uguale a tanti altri, eppure portatore di un'unicità che si rivela nel particolare della “pupilla che s'accende”. Sinisgalli usa un linguaggio campestre, denso di evocazioni visive (la macchia di verderame), olfattive (l'odore dei vestiti), tattili (lo scuotere delle rape, l'asciugarsi della fronte), uditive (le chiacchiere con l'ortolano). Non c'è l'impegno civile del Gatto, non c'è l'esaltazione di particolari doti o meriti, ma una raffigurazione asciutta, di stringente realismo, che porta il lettore a calarsi nella quieta atmosfera serale; sembra quasi di essere accanto al poeta, seduti mollemente su un muretto a secco ancora imbevuto di sole, a guardare avanzare il piccolo e mite contadino.

Renato Filippelli  Io vegliai la tua morte
Io vegliai la tua morte
per tutta la notte,
ti parlai come a un figlio bambino
che s'avventuri nel buio,
ti dissi piano, come preghiere,
tutte le mie poesie scritte per te,
che un selvaggio pudore ti nascose
per tanti anni.
Tentai di sollevarti
le palpebre per rivederti gli occhi.
Entrava dalle imposte
un po' di spazio celeste,
la voce delle foglie nel vento
dell'orto, un ritmo
di tempo nell'eternità.
Io dissi a Dio: “Nel giorno
della misericordia,
guardami con gli occhi di mio padre”.

Il ricordo del casertano Renato Filippelli (1936-2010) è invece legato al momento estremo, al letto di morte su cui giace il padre in agonia. Fulcro della lirica è l'inversione dei ruoli: è il figlio a tenere per mano il padre, a rincuorarlo come si fa con un bambino che ha paura di affrontare il buio. Il figlio diventa guida, accompagna il genitore intimorito verso le tenebre ineluttabili. Il ruolo s'inverte nuovamente nei versi successivi: il poeta, durante la veglia, legge al padre semicosciente tutti i suoi scritti segreti, quelli che per pudore e vergogna non gli aveva mai rivelato. Anche nel momento estremo si mantiene figlio, quasi a cercare dal padre morente un'approvazione estrema e tanto desiderata.
Cagnaccio di San Pietro - Ritratto di pescatore - collezione privata

28 dicembre 2019

"Maledetto Sud" di Vito Teti: guardarsi dentro per vincere il pregiudizio

«Ecco / io e te, Meridione, / dobbiamo parlarci una volta, / ragionare davvero con calma, / da soli, / senza raccontarci fantasie / sulle nostre contrade. / Noi dobbiamo deciderci / con questo cuore troppo cantastorie». Così scriveva il poeta calabrese Franco Costabile, e non è un caso che Vito Teti abbia utilizzato le sue parole in chiusura dell'interessante saggio Maledetto Sud, edito nel 2013 per Einaudi. Si potrebbe sostenere che la lirica di Costabile riassuma magistralmente la tesi portata avanti dal professor Teti: i meridionali non potranno mai affrancarsi dai pregiudizi fin quando non abbandoneranno l'atteggiamento ambivalente e ondivago di contemporaneo autocompiacimento e autocommiserazione. Bisogna dunque sedersi e saper guardare in faccia la realtà, andare oltre le immagini edulcorate di un Meridione mitico, che forse non è mai esistito, saper ragionare, per l'appunto, togliendosi la maschera.
«Per sfoltire, sfrondare, attenuare, annullare, rovesciare le immagini negative costruite contro i meridionali è necessario andare dentro di noi. È necessario guardare nelle nostre profondità. Non possiamo tollerare pregiudizi e stereotipi, ma non possiamo sopportare gli imbrogli, le menzogne, gli inganni perpetrati in nome di un “noi” nel quale non vogliamo riconoscerci.»
Maledetto Sud è un saggio breve, di agevole lettura, che si propone di affrontare con obiettività, e magari smontare, tutti i pregiudizi antimeridionali che si sono sedimentati nei secoli. Oziosi, lenti, sudici, maledetti, pittoreschi, briganti, mafiosi, camorristi sono solo alcune delle espressioni ingiuriose, a cui l'Autore dedica capitoli specifici. Oppure ancora l'onnipresente melanconia, un misto di dolore, rassegnazione e rimpianto che assume valenza quasi patologica nei giudizi impietosi di “nordici” e stranieri. La validità culturale e scientifica dell'opera sta nel tono complessivo: Teti si guarda bene dall'assumere l'atteggiamento tra il piagnucoloso e il revanscista che caratterizza gran parte della letteratura neomeridionalistica degli ultimi anni, da lui biasimata e liquidata con poche righe sibilline. Il professor Teti dimostra di essere un profondo conoscitore della materia, circostanza che gli consente di non indulgere nel pietismo; è proprio questa visione partecipe e al contempo distaccata ad offrire una difesa adeguata e a rendere giustizia al Meridione.
Si pensi al meraviglioso capitolo in cui viene affrontato uno dei più antichi pregiudizi, secondo cui i meridionali sarebbero “oziosi e lenti”. L'Autore dimostra che la verità è un'altra; la civiltà contadina era una realtà in perpetuo movimento, fatta di gente dinamica e operosa, che usciva di casa all'alba e tornava al crepuscolo, portando con sé soltanto un tozzo di pane nero, magari condito con grasso di maiale, ché l'olio era roba da ricchi. «Davvero era tutta una corsa quella che vivevano le figure di un universo errante», scrive Teti, riassumendo in modo esemplare il discorso. La stessa parola “terrone”, pur avendo un senso spregiativo, rivela un attaccamento industrioso ad una terra dura, amara, resa fertile dalle lacrime e dal sudore della fronte.
Oppure, si leggano le pagine dedicate al tentativo post-risorgimentale di costruire, accanto ad «un Sud criminale e maledetto», l'immagine opposta «di un Sud pittoresco da inserire in una cornice nazionale». Anche qui l'Autore calabrese oppone una visione critica, ricordando come l'idea del Mezzogiorno quale luogo magico, naturale e selvaggio, opposto al Nord industrializzato e razionale, abbia di fatto aperto la strada ad una “etnicizzazione del folclore”. Ciò ha fatto prevalere nell'immaginario collettivo gli elementi essenzialmente pittoreschi di un territorio in realtà molto più complesso, fatto di particolarismi culturali, storici e geografici, ricco di città, rovine, castelli, monumenti, arricchito da un rapporto sempre fecondo con il mare.
Il merito del professore calabrese sta nella capacità di rovesciare molti stereotipi, senza tuttavia diffondersi in elogi o retoriche celebrative, guardandosi bene dall'esaltare un presunto passato mitico o dal cavalcare la vulgata neoborbonica. Se dovessi individuare il maggiore pregio del libro, direi che è la lucidità dell'analisi; Teti scruta la materia con lo sguardo obiettivo dello scienziato, indaga le ragioni profonde di ogni stereotipo, evidenziando ciò che è veritiero e quanto è tendenzioso. Dove può, oppone le buone pratiche e gli esempi contrari, ma non nega mai i problemi reali. È per l'appunto il sapersi guardare dentro, di cui ragionava il poeta Franco Costabile. Un suggerimento prezioso e ancora attuale, che Vito Teti ha saputo cogliere perfettamente.

6 maggio 2019

"La grande mattanza" di Enzo Ciconte: il Brigantaggio, male cronico del Meridione

Di libri sul Brigantaggio ne sono stati scritti molti, secondo le prospettive più disparate. Alla letteratura agiografica dei primi anni dopo l'Unità, tendente a dare un'immagine eroica e senza macchia del Risorgimento, hanno fatto seguito una serie di volumi più aderenti alla realtà dei fatti, attenti alla ricostruzione delle vicende per come sono state, senza edulcorazioni ideologiche. Ha poi avuto un certo riscontro la corrente revisionista di stampo meridionalista, se non addirittura neoborbonico, che sostiene la tesi – in parte condivisibile, a parere dello scrivente – secondo cui l'unificazione del Paese sarebbe avvenuta ad esclusivo danno del Sud, trattato al pari di una colonia. Indipendentemente dai punti di vista contrapposti, non bisogna tuttavia dimenticare che la società meridionale, già prima dell’Unità, era arretrata, stritolata da una borghesia miope e priva di slanci, da una burocrazia inefficace e corrotta, con larghi strati della popolazione che boccheggiavano appena al di sopra del limite della sopravvivenza. Mali oscuri, mali antichi, mai del tutto superati. Si dovrebbe partire da questi dati per costruire finalmente un “Meridionalismo intelligente”, slegato da prese di posizione aprioristiche di stampo “leghista”, capace di leggere oltre i dati statistici, in grado di affrontare un discorso più complesso e avvincente.
Il saggio di Enzo Ciconte, La grande mattanza, uscito nel 2018 per i tipi degli Editori Laterza, intraprende proprio questa terza strada. L'Autore studia il fenomeno del Brigantaggio senza prendere le parti di uno dei contendenti, mantenendo una stretta aderenza ai fatti. La sua è una prospettiva de-ideologizzata, che lascia al lettore ampia libertà di analisi. Ciconte segue la scia del sangue; già il titolo è in tal senso una chiara lettera d'intenti. La lotta contro il Brigantaggio è raccontata senza nulla tacere degli episodi più crudi: le fucilazioni sommarie, la decollazione dei nemici, l'esposizione dei corpi mutilati come monito, le torture, gli eccidi di massa come quelli tristemente celebri di Pontelandolfo e Casalduni.
Al di là del racconto postunitario, La grande mattanza è prevalentemente un'indagine retrospettiva. È la storia della repressione perpetrata in Italia contro banditi e briganti dal Cinquecento al 1870. Come efficacemente riassunto nella quarta di copertina, è «il racconto di tre secoli di violenze efferate compiute soprattutto nel Meridione». Il saggio può infatti essere diviso in due parti. Nella prima, vengono analizzati i primordi del fenomeno del banditismo, non solo al Sud, arrivando fino alle repressioni adottate dagli Stati preunitari. Nella seconda parte, più corposa, sono trattati gli eventi successivi al 1860. Grazie al confronto tra epoche diverse, l'Autore mette in evidenza le costanti del fenomeno, per quanto concerne cause e rimedi. È allora sorprendente scoprire che l'origine del banditismo è sempre la medesima in tutte le epoche: le rivendicazioni rurali dovute alla mancata distribuzione delle terre. Ugualmente sorprendente è scoprire le costanti dei meccanismi repressivi: stragi, processi sommari, corruzione, amnistie, tradimenti, uso indiscriminato del bastone o della carota. Sempre così, dagli Aragonesi ai Savoia, passando per i Borbone e Gioacchino Murat.
A mio avviso è possibile muovere due elogi e una critica al saggio di Ciconte. Il primo punto di forza è rappresentato dall'analisi degli aspetti giuridici; molto interessanti sono infatti le pagine in cui l'Autore concentra la sua attenzione sull'illegalità dell'operato dei militari piemontesi nel Sud Italia. Ciconte spiega esaurientemente la difformità delle procedure attuate rispetto alle norme vigenti e allo Statuto Albertino, nonché il pervicace contrasto tra magistratura ed esercito, la prima garantista e il secondo spietato e illiberale. Per approfondire gli aspetti giuridici, Ciconte fa ampio uso di stralci di lettere e memoriali dell'epoca; la trascrizione e il successivo commento di queste fonti è il secondo punto di forza del libro. D'altro canto, però, alcune parti del saggio soffrono di una carenza di approfondimento, in quanto si limitano a snocciolare una serie impressionante di dati, nomi e vicende, tanto che spesso ho avuto l'impressione di smarrirmi nella lettura, perdendo il filo del discorso complessivo.
Il libro può essere apprezzato anche da quanti hanno già letto tutto (o quasi) sul Brigantaggio, specialmente per l'excursus storico sulle origini del fenomeno, dal XVI secolo in poi. Quanti invece hanno conosciuto superficialmente tali vicende solo dai libri di scuola, dovrebbero leggerlo, per scoprire che la cosiddetta lotta al Brigantaggio è stata in verità una pagina infamante della storia italiana, una vera e propria guerra civile, un massacro in parte ingiustificato, mascherato dietro l'apparenza della ragion di Stato. Una vicenda esemplare, che purtroppo non costituirà un unicum nella nostra storia unitaria.

14 ottobre 2018

"Le menzogne della notte" di Gesualdo Bufalino: l’inestricabile garbuglio del reale

Tra i diversi titoli che Bufalino aveva pensato per questo romanzo, prima di prediligere Le menzogne della notte, uno in particolare lo aveva a lungo tentato, senza riuscire però a sedurlo. Qui pro quo era il titolo provvisorio, che a ben vedere si adattava ai temi più profondi del romanzo: l’equivoco, il nascondimento della verità, la perfetta sovrapponibilità tra sincerità e menzogna.
In un’isola-carcere del Mediterraneo quattro condannati a morte trascorrono l’ultima notte prima dell’esecuzione. Un poeta, un nobiluomo, un soldato e uno studente, rei confessi di lesa maestà e attentato contro la vita del Sovrano, sodali di una setta liberale e carbonara guidata da un misterioso burattinaio che si fa chiamare Padreterno. Il governatore del penitenziario, consapevole che l’esecuzione dei quattro non sarà sufficiente per estirpare il seme ribelle dal Regno, fa loro una proposta conveniente: la rivelazione dell’identità del Padreterno in cambio della vita. Il tradimento di un solo anonimo sarà sufficiente per graziare tutti dalla forca. Le coordinate spazio-temporali non sono individuate con certezza, ma sono perfettamente intuibili: il Regno delle Due Sicilie negli ultimi anni di Ferdinando II. Il carcere potrebbe essere quello dell’Isola di Santo Stefano, effettivamente destinato ai detenuti politici.
L’attesa della fine (o dell'infame salvezza) viene ingannata dai quattro concedendosi un’ora di tempo ciascuno per raccontare l’episodio più significativo della propria vita, il momento di perfetta felicità che li lasci morire senza rimpianti. L’espediente del racconto è ovviamente ispirato al Decamerone, che pure presenta dei personaggi in pericolo di vita che trovano nella narrazione un rifugio al male che li circonda. Come tuttavia osservato dallo stesso Bufalino, la differenza con l’opera di Boccaccio sta nel fatto che ne Le menzogne della notte la vicenda che fa da cornice alle storie è una «cornice forte, cornice fiume coi racconti come affluenti».
Tema centrale, come ho anticipato, è la perfetta sostituibilità del vero e del falso, che finiscono per avere il medesimo valore, essendo finanche intercambiabili. Il raccontare ha così la duplice valenza dell’intima confessione e dell’estremo tentativo di falsificare le carte per tentare un ultimo scacco al potere. La prossima decapitazione dovrebbe indurre i protagonisti a non nascondere nulla, non avendo un moribondo interesse o guadagno da una menzogna. E invece le ultime pagine rovesciano completamente la prospettiva, mettendo in discussione quanto oramai si dava per certo e assodato. La stessa causa liberale è controversa, tanto che non si comprende quale sia il confine, nell’agire dei congiurati, tra l’ideale e l’opportunismo, tra il martirio e la giusta condanna. Sceverando il bianco e il nero nell’animo dei protagonisti, si scoprono motivazioni personali futili e spesso bieche, camuffate da sete di giustizia sociale per un sottile gioco di ambiguità. Vale la pena precisare che nessuna retorica risorgimentale anima il libro, poiché il tema centrale è di portata universale e avrebbe potuto essere affrontato a qualsiasi latitudine o epoca storica. Difatti a Bufalino non interessa chiarire se i suoi personaggi siano eroi o ciarlatani: le loro vicende sono funzionali a rivelare il garbuglio del reale, e tanto basta.
Due parole sullo stile, che, come in tutti i romanzi dello scrittore siciliano, è colto e ricercato. L’autore gioca con parole rare, desuete o arcaiche; se ne potrebbe agevolmente riempire un quaderno per arricchire il nostro povero lessico quotidiano. Inoltre il testo è disseminato di citazioni storiche e letterarie, nonché di rimandi ad altre opere. A solo titolo di esempio, si pensi ad Agesilao, il nome scelto per il personaggio del soldato, sicuramente ispirato a quell’Agesilao Milano, militare anch’egli, che nel 1856 attentò alla vita di Ferdinando II.
Il libro, definito dallo stesso autore «fantasia storica, giallo metafisico e moralità leggendaria», si è aggiudicato il Premio Strega nel 1988.