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4 agosto 2026

L'orrore e la bellezza: "Torneranno i prati"

L'ultima regia di Ermanno Olmi non è propriamente un film di guerra, bensì un film sulla guerra, quella "brutta bestia che gira il mondo e non si ferma mai", come la definì un fante citato nei titoli di coda. Torneranno i prati fu salutato da opinioni contrastanti alla sua uscita nel 2014: da un lato, quelli che ne elogiavano l'aspetto più squisitamente poetico, dall'altro, quanti lo contestavano in punto di verosimiglianza storica. Al di là di ogni considerazione, resta il testamento visivo di uno dei grandi protagonisti e innovatori del cinema mondiale.
Siamo nel 1917, sul fronte italiano, poco prima del disastro di Caporetto. In uno sperduto avamposto trincerato del nord-est presta servizio un gruppo di soldati del Regio Esercito, comandati da un capitano gravemente malato. Oltre la terra di nessuno, così vicino che se ne può sentire la voce, c'è il nemico. Gli austro-ungarici non si vedono mai nel corso della pellicola; tuttavia, a differenza del nemico mai giunto del Deserto dei Tartari, ogni tanto fanno sentire la loro presenza con i colpi dei cecchini e i pesanti bombardamenti di artiglieria. Tutt'intorno immensi boschi e montagne innevate, una natura selvaggia e magnifica, purtroppo stuprata dalla guerra degli uomini. È pieno inverno e la trincea è sommersa dalla neve; all'interno, i soldati passano il tempo intabarrati e infreddoliti, alternando i turni di guardia alle lunghe nottate di veglia. La distribuzione della posta e del rancio sembrano essere gli unici eventi rilevanti, in quell'avamposto che pare dimenticato da Dio e dagli alti comandi. L'arrivo improvviso di un maggiore e di un giovane tenente cambia però le sorti dei poveri fanti. I due ufficiali sono latori di un ordine suicida: c'è da piazzare un cavo telefonico oltre la terra di nessuno, in modo da poter riferire al Comando i movimenti del nemico. Da quel momento, la brutalità della guerra irrompe anche nel piccolo avamposto.
Come ho scritto all'inizio della recensione, Torneranno i prati non è propriamente un film di guerra: non ci sono combattimenti, il nemico non si vede e, a parte la terribile scena del bombardamento, non ci sono accelerazioni brusche. La pellicola mantiene un ritmo lento, nonostante la durata inferiore all'ora e mezza. Se dunque si vuole vedere un film di guerra nel senso più classico del termine, meglio orientarsi su altre pellicole, come, per limitarsi alla Grande Guerra, il recente 1917, le varie versioni di Niente di nuovo sul fronte occidentale, oppure l'epocale Uomini contro. Questo è, invece, un film sulla guerra, ossia un racconto di straordinaria intensità drammatica sul senso di precarietà degli uomini al fronte, sulla miseria del quotidiano (il rancio, il freddo, la malattia), sulle attese snervanti, sugli sguardi resi lucidi dalla follia, sull'impressione che la vita sia appesa a un filo e che la Morte vi armeggi intorno con le forbici in mano. E infatti, nonostante la quasi totale assenza di combattimenti, i poveri fanti contadini pagano egualmente un tributo altissimo e muoiono suicidi, di malattia, sacrificati in inutili sortite dall'ottusità dello Stato Maggiore.
Alcuni attenti osservatori hanno evidenziato la poca verosimiglianza storica di alcuni dettagli. Sottigliezze, a mio avviso, se ci si sofferma sul senso profondo della pellicola. Olmi ha utilizzato la guerra come scenografia per raccontare una storia che, pur non mancando di brutalità, è prima di tutto un inno alla poeticità dell'esistenza e alla potenza del sentire umano e della compassione, anche nelle peggiori tragedie. Si pensi alla scena del soldato napoletano che canta sul parapetto della trincea, applaudito dagli stessi nemici; poco verosimile, forse, eppure di grande intensità lirica. Torneranno i prati racconta bene il dolore, la paura e l'angoscia dei poveri fanti contadini, grazie a una buona prova di tutti gli attori, tra cui Claudio Santamaria, Francesco Formichetti e Camillo Grassi (davvero evocativo il suo mutismo nel ruolo dell'attendente). Al tempo stesso, come suggerisce il titolo, c'è anche un fondo di fiducia nel futuro, nella consapevolezza che la guerra finirà e la natura riprenderà il suo silente e indifferente dominio, seppellendo il corpo dei morti e la memoria dei vivi.
Un discorso a parte merita la splendida fotografia, curata dal Maestro assieme al figlio Fabio. Il film è stato girato a colori, ma in fase di post-produzione si è proceduto a una sorta di "sottrazione" digitale di alcuni toni. I colori prevalenti sono dunque il marrone delle divise, il grigio della bruma e dei fumi, il bianco accecante della neve, l'azzurro del cielo e il blu cupo delle montagne. Il risultato finale è un'atmosfera algida, una sorta di bianco e nero su cui spiccano improvvisi barbagli di colore, come il rosso del sangue, il giallo delle esplosioni e l'oro del larice in una delle scene di maggiore lirismo. Sempre in merito alla fotografia, colpisce la contrapposizione tra l'angustia della trincea e gli spazi immensi delle catene montuose all'esterno; per un voluto paradosso visivo, sembra quasi che la guerra esista solo all'interno del rifugio, dove teoricamente si è al sicuro, mentre gli spazi aperti sono rassicuranti e ammantati di pace, sebbene è lì che si muoia.
Pur con alcuni limiti giustamente evidenziati dalla critica, è indubbio che Ermanno Olmi abbia chiuso la sua straordinaria carriera con una pellicola che racchiude molte delle tematiche a lui più care: l'attenzione verso gli ultimi, l'amore per la natura e la montagna, il profondo rispetto verso i dialetti e la capacità di guardare il mondo con un occhio poetico, contemplativo, colmo di stupore quasi religioso.

27 giugno 2026

Nanni Loy e la Resistenza come "affare del Sud"

Le quattro giornate di Napoli (1962, regia di Nanni Loy) è un perfetto esempio di film corale, un racconto a più voci in cui non c'è un vero protagonista. Oppure, in antitesi, si potrebbe affermare che protagonista e unico personaggio è il popolo napoletano, con i suoi mille volti: quelli dei bassi e dei quartieri alti, degli scugnizzi e dei professori, dei giovani, dei vecchi, dei poveri e dei benestanti. Non a caso nei titoli di testa non sono riportati i nomi degli attori, ma solo un sentito ringraziamento a quanti «in omaggio al popolo napoletano – vero interprete delle Quattro giornate – hanno aderito a partecipare in anonimo al film». Nel cast scelto da Nanni Loy figuravano infatti persone comuni accanto a celebri attori professionisti. Tra questi ultimi bisogna certamente menzionare Gian Maria Volonté, straordinario nei panni di un capitano del Regio Esercito, Aldo Giuffré, Regina Bianchi e persino Enzo Cannavale in un inusuale ruolo drammatico.
La pellicola è il racconto dell'insurrezione della città partenopea contro l'invasore tedesco che l'aveva occupata dopo l'armistizio dell'otto settembre 1943 e lo sbandamento dei reparti del Regio Esercito che la presidiavano. Nonostante la superiorità militare, le truppe della Wehrmacht vennero cacciate grazie a un'eroica lotta di popolo che combinò azioni di guerriglia e di resistenza non armata. Ovviamente non tutti i napoletani imbracciarono le armi, ma la maggioranza rifiutò comunque di collaborare con gli occupanti; di fatto, quando gli Alleati vi giunsero, la città si era già liberata da sola. Le quattro giornate valsero a Napoli la Medaglia d'oro al valor militare e spesso sono considerate la prima scintilla della Resistenza.
La sceneggiatura segue i fatti del settembre 1943, descritti in modo molto fedele. Tra gli eventi menzionati nella pellicola appartengono alla storia, tra gli altri, la fucilazione di un ignoto marinaio a cui il popolo fu costretto ad assistere, i rastrellamenti nelle case e il concentramento dei prigionieri nello Stadio del Vomero, le battaglie nelle strade, lo sgombero dei palazzi in prossimità del lungomare, la morte del dodicenne Gennaro Capuozzo. Accanto a questi fatti reali, sono stati introdotti personaggi ed eventi di fantasia, sia pur verosimili; sto parlando di tutte quelle storie minime di contorno che servono ad arricchire la trama (la mamma che consola il figlio morto, il soldato che torna a casa dalla guerra, il direttore del carcere minorile). Nonostante ciò, la principale critica che viene mossa alla pellicola è quella di avere un taglio troppo documentaristico. Se ciò fosse vero, ci sarebbe comunque da chiedersi se si tratti realmente di un limite, oppure di una precisa scelta narrativa degli sceneggiatori, come tale da rispettare. In realtà, la professionalità degli attori consumati e la spontaneità di quelli non professionisti evita, a mio avviso, l'effetto-documentario; non ci sono scene didascaliche e anche quelle dei combattimenti mantengono il pathos che è lecito aspettarsi da un film.
Le scene destinate a rimanere impresse nella memoria sono molte; mi sembra d'obbligo elencarne tre. La prima è la straziante scena del riconoscimento del figlio morto da parte dei genitori. In un silenzio carico di dolore e impressione, il padre si carica sulle spalle il corpo del ragazzo ucciso dai tedeschi per riportarlo a casa, attraversando due ali di astanti ammutoliti dalla rabbia, dallo sconforto e dalla dignità dei due poveri genitori. Da ricordare poi una sottotrama, che costituisce una sorta di film nel film. Sto parlando dei detenuti del carcere minorile che, guidati dal giovane camorrista Aiello, evadono per unirsi ai partigiani sotto gli occhi del direttore, il quale li implora di ritornare al sicuro nelle celle. Il rapporto tra Aiello e il direttore (il bravissimo Georges Wilson) avrebbe forse meritato un film a parte, per quanto è potente e intenso. Prima nemici, in quanto rappresentanti di due dimensioni in eterno conflitto, finiscono poi per combattere insieme e sarà proprio Aiello a portare in ospedale il direttore, ferito dal piombo tedesco. Infine, non è possibile non menzionare il finale con la morte di Gennarino: il regista è stato abile a non cadere nel facile sentimentalismo, girando una scena asciutta che mostra il vero volto della lotta degli scugnizzi, a cui non è possibile attribuire una definita coscienza politica.
Le quattro giornate di Napoli è un lungometraggio del 1962 che ha lasciato una traccia profonda nella memoria collettiva, scardinando il falso mito che la Resistenza sia stata soltanto "un affare del Nord". Se l'obiettivo era quello di ricordare il sacrificio di un popolo, ritengo che Nanni Loy l'abbia pienamente raggiunto. A distanza di sessant'anni è ancora un film vivo e palpitante, come la città che ne è protagonista. E se pure non mancano bozzetti caricaturali e qualche stereotipo, ciò non toglie valore al senso complessivo della pellicola.
Gian Maria Volonté in una scena del film

21 dicembre 2025

"Francesco II di Borbone. L'ultimo re di Napoli" di Pier Giusto Jaeger: la dignità dei vinti

Si dice che la storia la scrivano i vincitori. Tuttavia, spesso è l'odissea dei vinti a far battere di più il cuore dei lettori. Si pensi agli ultimi giorni del Regno delle Due Sicilie, agli assedi di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto. Un manipolo di fedelissimi che difesero un lembo di territorio e, con esso, un sistema secolare di valori, princìpi e ideali che facevano capo a una dinastia ormai al tramonto. Com'è possibile non provare un moto istintivo di simpatia verso quegli uomini? E com'è possibile non provare viva compassione per il loro re? Un ragazzo neppure venticinquenne che subì l'onta del tradimento dei propri generali, l'indifferenza (se non l'ostilità) delle potenze straniere e l'aggressione da parte di uno Stato che si diceva amico e fratello.
Francesco II di Borbone. L'ultimo re di Napoli è un saggio scritto da Pier Giusto Jaeger (1936-2008) e pubblicato per la prima volta da Mondadori nel 1982. A distanza di tanti anni resta un'opera validissima per conoscere meglio il sovrano, per almeno due buone ragioni. Innanzitutto si tratta di uno dei primi lavori che hanno inteso rivalutare, nell'ottica dell'obiettività storiografica, una figura che per oltre un secolo era stata ingiustamente derisa e vilipesa sulla base di illazioni e stereotipi. In secondo luogo, il saggio è di molto precedente alla corrente revisionista e "neoborbonica" che si è affermata negli ultimi tempi, la quale, pur avendo il merito di far luce su vicende raccontate finora unilateralmente, d'altro canto viene criticata per un atteggiamento di partigianeria che non sempre si accompagna a un'analisi lucida e obiettiva. Jaeger, triestino di nascita, avvocato di professione e storico per passione, era sicuramente al di fuori delle contrapposte correnti di pensiero, interessato più che altro a restituire un'immagine di Francesco II il più possibile imparziale e senza intenti polemici. Non c'è dubbio che si evinca una certa simpatia per lo sfortunato re, ma il racconto scorre lungo i binari della neutralità ideologica e del rigore scientifico.
Il saggio di Jaeger non è una biografia in senso stretto. Salta infatti a piè pari l'infanzia, l'adolescenza e la prima giovinezza del re, per concentrarsi specialmente sugli ultimi mesi del suo dominio, ossia i giorni drammatici e gloriosi dell'assedio di Gaeta. Un atto dovuto e di onestà intellettuale, perché questo libro è stato uno dei primi a rivalutare una figura che i detrattori della sua epoca avevano semplicisticamente, aggiungo proditoriamente, descritta come debole e inetta. Non a caso gli epiteti giocosi, d'ironia popolaresca e tutto sommato innocui, come "Franceschiello" o "Re lasagna", sono stati utilizzati per decenni in malafede per sminuire questo sfortunato sovrano. Jaeger, si badi bene, non nasconde le debolezze di Francesco II, complice del suo destino infausto a causa di errori militari e politici marchiani che hanno contribuito alla caduta della dinastia. Nel saggio questi errori vengono tutti impietosamente evidenziati, al pari dei tradimenti di gran parte dell'élite militare e cortigiana del Regno. Al tempo stesso, però, lo storico triestino ha avuto il merito di distaccare il re dall'immagine da operetta che per lungo tempo gli è stata appiccicata addosso. Ne viene fuori il ritratto, più rispondente al vero, di un uomo giusto, retto, coraggioso, disinteressato ai beni materiali, devoto solo al proprio onore e all'incrollabile fiducia nella Provvidenza.
«Re Francesco collocava il suo onore al di sopra di ogni bene terreno, aveva gusti e bisogni semplicissimi e non teneva in alcun conto gli aspetti mondani della vita.»
Le pagine più intense del saggio sono quelle che descrivono l'assedio di Gaeta, fino all'epilogo del febbraio 1861, quando la coppia reale lasciò definitivamente la fortezza e si imbarcò sull'avviso francese Mouette. La vicenda militare viene narrata nei dettagli, con descrizioni accurate degli armamenti, degli ordini di battaglia, dei bombardamenti, delle condizioni di vita negli opposti schieramenti, nonché con ampie parti dedicate al racconto delle vicende diplomatiche, parallele a quelle militari. La storia dell'assedio è raccontata attraverso le parole dei protagonisti: lettere, dispacci, ordini del giorno, telegrammi. Ed è proprio sugli spalti di Gaeta che la figura di Francesco II venne definitivamente riabilitata. Il re infatti si espose a tutti i disagi e i rischi dell'assedio, alloggiando negli ultimi mesi in una casamatta e rinunciando a molti dei privilegi del suo ruolo.
«Se queste speranze sono sogni, v'ha almeno un punto che non ammette discussioni, ed è che combattendo pel mio diritto, soccombendo con coraggio e cadendo con onore io sarò degno del nome che porto e lascerò un esempio ai Principi futuri. E s'egli è vero che non v'abbia più speranza per la mia resistenza, mi resta ancora da provare al mondo che io son forse superiore alla mia fortuna.»
Accanto a lui la romantica figura della moglie, la regina Maria Sofia di Baviera, ricordata come l'eroina di Gaeta. Le ultime pagine del saggio si concentrano sui lunghi anni dell'esilio. La coppia reale trovò rifugio dapprima nella soffocante Roma papalina, così diversa dall'amata Napoli, poi a Parigi e infine in altri luoghi, fino alla prematura scomparsa di Francesco, avvenuta ad Arco di Trento nel 1894. Maria Sofia visse altri trent'anni e a lei sono dedicate le ultime, struggenti parole del volume.
Il libro di Jaeger può essere letto anche da chi non è interessato alla storia risorgimentale e agli ultimi palpiti del Regno delle Due Sicilie. È infatti, prima di tutto, la cronaca di una vicenda umana drammatica e irripetibile, quella di un giovane re oppresso da gravose responsabilità, che pure nell'ora più buia del tradimento, dell'aggressione e dell'esilio ha saputo rispondere agli schiaffi della sorte con ferma dignità, la dignità dei vinti.
«Io sono stato vittima della mia inesperienza, dell'astuzia, dell'ingiustizia e dell'audacia di una potenza ambiziosa; ho perduto i miei Stati, ma non la fiducia nella protezione di Dio e nella giustizia degli uomini. Il mio diritto è ora il mio solo patrimonio, ed è mestieri che per difenderlo io mi faccia seppellire, se fa d'uopo, sotto le fumanti rovine di Gaeta.»
(Lettera di Francesco II all'Imperatore Napoleone III di Francia)

Edizione in abbinamento con il quotidiano il Giornale

25 ottobre 2025

Le ombre del sogno irlandese

Il vento che accarezza l'erba, Palma d'oro nel 2006 al 59.mo Festival di Cannes, è forse il film più crudo di Ken Loach. Il regista inglese, da sempre incline a un cinema militante e impegnato, con questo lungometraggio ha toccato picchi di drammaticità e finanche di violenza ineguagliati nella sua vasta produzione.
La vicenda è ambientata in Irlanda, durante la guerra d'indipendenza (1919-1921) e la successiva guerra civile. Narra le travagliate vicende che portarono alla nascita dello Stato libero d'Irlanda a seguito del Trattato anglo-irlandese. Questo Stato, progenitore dell'attuale Repubblica d'Irlanda, nacque come dominion dell'Impero britannico, dotato di una certa autonomia ma di fatto dipendente da Londra. Gli esiti del tanto agognato accordo non accontentarono l'ala oltranzista degli indipendentisti, che consideravano il trattato un inaccettabile compromesso rispetto all'auspicata piena indipendenza. Scoppiò così una guerra civile. Bastano queste poche nozioni di storia per comprendere un film che comunque presenta scene didascaliche che, lungi dall'essere pedanti, aiutano a comprendere la vicenda.
In un'amena contea irlandese vivono i fratelli O'Donovan, ossia il giovane medico Damien (interpretato da Cillian Murphy) e Teddy (Pàdraic Delaney), il maggiore. Teddy è un dirigente dell'I.R.A., mentre Damien ha deciso di lasciare la travagliata madrepatria per lavorare in un ospedale di Londra. Tuttavia anch'egli decide infine di rimanere, entrando a sua volta nell'I.R.A., dopo aver assistito all'uccisione di un amico d'infanzia da parte dei soldati inglesi, nonché al violento pestaggio di un ferroviere repubblicano che si era rifiutato per protesta di trasportare sul proprio convoglio le truppe di sua maestà.
Il conflitto è il tema al centro del film, a diversi livelli. Al primo c'è quello tra inglesi e irlandesi, poi quello interno alla stessa causa irlandese e infine il conflitto tra i due fratelli. Il dramma della vicenda pubblica si riverbera su una "questione privata", per dirla alla Fenoglio. Teddy accetta il trattato di compromesso e depone le armi, nella speranza che con il tempo e la diplomazia l'Irlanda possa conquistare la totale indipendenza; Damien, invece, ripudia le scelte del fratello e si dà alla macchia con l'ala più intransigente dell'I.R.A. La guerra civile diventa guerra fratricida nel senso letterale del termine; Loach porta il conflitto fino alle estreme conseguenze, come dimostra il devastante finale, forse il punto debole del film per eccesso di drammaticità.
Il regista di Nuneaton non mostra dubbi. La sua regia asciutta e senza fronzoli è al servizio della sceneggiatura del fido Paul Laverty, che tira dritto con una visione militante, a tratti manichea. Il rischio dietro l'angolo è quello di una eccessiva semplificazione, dove gli inglesi stanno inequivocabilmente dalla parte del torto: violenti, usurpatori, razzisti e insensibili agli altrui diritti. Dall'altra parte della barricata ci sono invece gli irlandesi: essi lottano per una giusta causa e ogni loro azione, persino le più violente e spregiudicate, è trattata con maggiore benevolenza. Il cineasta, pur non avendo dubbi su quale fazione sostenere, appare tuttavia consapevole dei rischi di un'eccessiva semplificazione. Viene dunque inserita nella sceneggiatura l'altra faccia della medaglia della giusta causa, le ombre del sogno irlandese. Anche gli indipendentisti durante quella guerra si sono resi responsabili di omicidi, esecuzioni sommarie e vendette. Non a caso tra le scene più crude del film c'è l'esecuzione senza processo di un possidente irlandese e di un giovanissimo membro dell'I.R.A. reo di tradimento.
Il sogno irlandese narrato nel film è anche quello di una società più giusta, dove la ricchezza possa essere distribuita equamente tra tutti. Loach riveste la lotta per l'indipendenza di un popolo con i colori dello scontro di classe, come dimostra l'eloquente scena del processo al capitalista usuraio. Al di là di alcuni eccessi ideologici, che tuttavia sono il marchio di fabbrica di Loach e come tale vanno accettati, Il vento che accarezza l'erba è destinato a restare a lungo nella memoria collettiva. È un film rabbioso e potente, impreziosito da un'ottima fotografia, dove le amene brughiere dell'Irlanda antica e rurale diventano lo splendido scenario di una storia sanguinosa di ingiustizie, da ambo le parti, che a distanza di cento anni gridano ancora vendetta.
La locandina italiana

14 settembre 2025

"Rosa Bronzo, l'ammazzabimbi di Vallo della Lucania" di Giuseppe Galzerano: la fabbricatrice di angeli

Quando la cronaca ci porta a conoscenza di efferati delitti, siamo indotti a credere che siano il frutto della modernità, di una "società malata" che ha perso i valori di un tempo. Si tratta di una falsa percezione, un pregiudizio dettato dalla scarsa conoscenza del presente e soprattutto del passato. Scartabellare i vecchi giornali ci restituisce invece vicende terrificanti e del tutto dimenticate che raramente potrebbero verificarsi ai giorni nostri. Tale attività di ricerca è stata condotta dallo storico cilentano Giuseppe Galzerano che ha riportato alla luce una storia terribile avvenuta circa centocinquanta anni fa, di cui si erano perse le tracce e la memoria.
Rosa Bronzo era una donna di Vallo della Lucania, cittadina in cui alla fine dell'Ottocento gran parte della popolazione viveva in condizioni misere, pur essendo capoluogo di circondario. La Bronzo era nota alla giustizia per una vecchia condanna per furto aggravato che le era costata un periodo in carcere. Intorno al 1877, costretta dall'indigenza, si inventò un lavoro che si rivelò remunerativo: accogliere nella propria casa i neonati indesiderati, perché nati al di fuori del matrimonio o frutto di relazioni adulterine, incaricandosi di condurli all'orfanotrofio di Salerno. La "ruota" di Vallo era stata infatti abolita nel 1875 e il viaggio fino a Salerno era un'odissea per quanti avrebbero voluto affidare i neonati alla pubblica misericordia, in assenza di ferrovie e di strade degne di questo nome. In breve la casa di Rosa divenne meta di tante madri disperate che le lasciavano i loro bimbi, il cui numero esatto non è mai stato accertato. La Bronzo, per rendere più remunerativa l'attività, decise di intraprendere il periodico viaggio verso Salerno dopo aver raccolto un numero sufficiente di bambini, anziché portarne uno alla volta. Non aveva però di che sfamarli e così alcuni neonati morirono di stenti. Altri li ammazzò la stessa Rosa, o strozzandoli con le proprie mani perché esasperata dai pianti, o avvelenandoli con potenti dosi di estratto di papavero, una sorta di sonnifero naturale. Molti sapevano, anche alcune madri, ma il senso di vergogna e l'omertà consentirono a Rosa di operare indisturbata per quasi due anni, fino alla perquisizione della sua abitazione, al ritrovamento dei poveri resti di numerosi bambini e all'arresto da parte dei Carabinieri. Il numero esatto di vittime non è stato mai accertato.
Giuseppe Galzerano, storico molto conosciuto nel Cilento e titolare dell'omonima casa editrice, imbattutosi per caso in un articolo di giornale dell'epoca, ha deciso di far venire alla luce una storia da brivido che nessuno più ricordava, nemmeno nel paese natale. Attraverso un lungo lavoro di ricerca, Galzerano ha riportato nel suo saggio tutti gli articoli di giornale che si occuparono del caso della "fabbricatrice di angeli", come la definì il neonato (all'epoca) Corriere della Sera. Nel libro sono così riportati stralci del Roma, della Gazzetta dei tribunali, della Gazzetta Piemontese, de Il Carabiniere e finanche di Le Figaro, in quanto la vicenda destò orrore anche oltralpe.
Nonostante il lavoro archivistico, l'autore spiega a malincuore come non sia riuscito a trovare l'incartamento del processo. Neppure si sa con certezza se la Bronzo fu giudicata dalla Corte di Assise di Vallo o da quella di Napoli. Il Corriere della Sera parla di una condanna a vita ai lavori forzati, ma dopo questo trafiletto la notizia scompare dalle cronache e con essa l'inquietante figura di Rosa Bronzo. Come si è difesa durante il processo? Cosa hanno sostenuto l'accusa e la difesa? Dove ha scontato la sua pena? Dove e quando è morta? Ha ottenuto la grazia o uno sconto di pena, oppure è morta durante l'esecuzione della condanna? Domande legittime che finora sono rimaste senza risposta, come evidenzia l'autore del saggio. La speranza è che prima o poi emergano nuovi documenti che possano chiarire gli esiti e il perché di una vicenda così macabra e oscura. I motivi dell'agire di Rosa potrebbero essere molteplici: una patologia psichiatrica, l'invidia per non essere mai diventata madre lei stessa, oppure semplicemente un movente economico, una squallida storia di estrema indigenza nel misero Cilento di fine Ottocento.
Personalmente non seguo la cronaca nera, anzi la evito in quanto non ho mai provato interesse per queste vicende di sangue. Il saggio è invece consigliato alla nutrita schiera di "appassionati" di biografie di serial killer. Io ho acquistato il libro principalmente perché sono interessato alla storia del Cilento e in effetti il saggio restituisce il quadro desolante di una terra a quel tempo divisa tra credenze ancestrali (il sangue, l'onore) e tendenze modernizzatrici del pensiero, destinate infine a prevalere.

26 maggio 2025

"Niente di nuovo sul fronte occidentale" di Erich Maria Remarque: la generazione tradita

Voler parlare su queste pagine di un romanzo così celebre e celebrato ha poco senso. D'altronde, cosa mai si potrà dire di nuovo? Al tempo stesso, però, quando un libro è un classico ha sempre qualcosa da raccontare, anche a distanza di anni e di migliaia di recensioni e saggi critici.
Dell'opera principale di Remarque, vero e proprio classico moderno, è stato scritto tutto; tradotta in tante lingue e venduta in milioni di copie, non c'è bancarella dell'usato in cui non se ne trovi anche più di un esemplare. La trama è arcinota: alcuni giovani studenti tedeschi, infiammati dalla propaganda sciovinista, si arruolano volontari per combattere nella Prima guerra mondiale, inconsapevoli di ciò che li attende una volta giunti al fronte. Moriranno quasi tutti, schiantati dalle artiglierie, colpiti da proiettili vaganti, dilaniati dalle schegge, avvelenati dai gas, perfino pugnalati nei terribili assalti all'arma bianca nelle trincee nemiche. Il libro nulla nasconde degli orrori visti e delle sofferenze patite da tutti quei giovani, alcuni poco più che bambini. Un resoconto autentico, duro e tagliente come sa essere solo la verità.
Consapevole di non poter dire nulla di nuovo o di originale, voglio concentrarmi soltanto su un aspetto, quello che mi ha colpito di più. Perché se è vero che Niente di nuovo sul fronte occidentale è principalmente un grido d'accusa contro l'insensatezza della guerra e uno straordinario manifesto pacifista, c'è un altro tema che a Remarque stava particolarmente a cuore, ovvero il tradimento generazionale. Paul e gli altri sono convinti ad arruolarsi dal loro professore di liceo, il nazionalista Kantorek. Questi è un uomo tutto sommato insignificante, che tuttavia grazie a doti retoriche e al carisma esercitato sugli studenti per via del suo ruolo, li persuade ad arruolarsi volontari, di fatto spedendoli al macello. È lui il vero traditore, secondo Remarque, un uomo che ha barattato il suo ruolo di educatore con gli ideali stantii del nazionalismo e del bellicismo.
«Essi dovevano essere per noi diciottenni introduttori e guide dell'età virile, condurci al mondo del lavoro, al dovere, alla cultura e al progresso; insomma all'avvenire. […] Al concetto dell'autorità di cui erano rivestiti, si univa nelle nostre menti un'idea di maggiore prudenza, di più umano sapere. Ma il primo morto che vedemmo mandò in frantumi questa convinzione. Dovemmo riconoscere che la nostra età era più onesta della loro. […] Il primo fuoco tambureggiante ci rivelò il nostro errore, e dietro ad esso crollò la concezione del mondo che ci avevano insegnata.»
Questo è, secondo me, il tema centrale del romanzo, un significato forse più nascosto rispetto al palese messaggio pacifista (o meglio, antimilitarista tout court), eppure altrettanto se non addirittura più potente. I valori propagandati dalla classe dirigente crollano al ritmo del disvelamento delle loro menzogne, cadono nelle trincee fangose, sebbene i "professori" continuino imperterriti a propagandarli. E così i civili rimasti a casa non conoscono nulla del fronte, se non le mezze verità e le clamorose bugie raccontate dagli organi di stampa e dalla propaganda. Si opera pertanto un brusco taglio generazionale, destinato a non ricucirsi più. Gli adulti, coloro che avrebbero dovuto istruire i giovani e prepararli al futuro, li hanno invece condotti al massacro sull'onda di discorsi patriottici che si sono rivelati fallaci e menzogneri. La loro colpa è gravissima, quella di aver "contaminato i più schietti sentimenti giovanili", come argutamente riportato nell'introduzione di una vecchia edizione Oscar Mondadori. È la rottura di un patto generazionale, il tradimento della missione educativa, il traviamento dei ragazzi, portati su una strada sanguinosa che da soli mai avrebbero intrapreso. Il grido di rabbia di Remarque è dunque diretto contro quei burattinai che, ben nascosti nelle retrovie, hanno fomentato nei giovani un artificioso spirito belluino che in natura non gli apparteneva.
I soldati di Remarque sono costretti a sparare contro il proprio futuro; il loro è un destino di desolazione, anche per quanti sono all'apparenza scampati alla morte. La migliore gioventù ridotta a un bivacco di profughi lacerati nell'anima, una generazione annientata nel corpo e nello spirito, al punto che anche chi rimane non è davvero un sopravvissuto. Ragazzi a cui la porta dell'avvenire è stata definitivamente chiusa in faccia, perché anche quando torneranno a casa non troveranno che macerie.

17 aprile 2025

Uno sguardo "fantastico" sulla guerra

Soldato ignoto, ultima prova dietro la macchina da presa per Marcello Aliprandi (1934-1997), può essere definito un gioiello nascosto del nostro cinema. Nel 1995 fu persino premiato al Festival Internazionale del Cinema di Salerno, eppure oggi è una pellicola quasi dimenticata. Buona la prova di un cast che annoverava ottimi interpreti, tra cui Martin Balsam, Giovanni Guidelli e un bravissimo Angelo Orlando.
La trama ci riporta agli ultimi anni della Seconda guerra mondiale. Sono i giorni confusi che seguono l'armistizio dell'otto settembre del 1943: il Regio Esercito è sbandato e l'Italia diventa improvvisamente teatro di una feroce guerra che vede contrapposti gli Alleati alle truppe nazifasciste. La vicenda si svolge in un luogo imprecisato del Meridione, sebbene sia possibile collocarlo nella provincia di Salerno, in virtù di due riferimenti geografici menzionati dai protagonisti, Pontecagnano e Capaccio. Nel bel mezzo di una battaglia si forma una nebbia così fitta che alcuni soldati degli opposti schieramenti si smarriscono e sono infine costretti a rifugiarsi in un'antica magione in stile neoclassico. Il palazzo è vuoto, eppure vi sono tracce di vita recente, come il fuoco che arde nei caminetti. Qui e lì sono inoltre ammonticchiati elmetti, divise e armi risalenti a diverse epoche storiche.
Alla spicciolata arrivano tutti: due ufficiali e un soldato inglesi, un soldato italiano, uno tedesco, un disertore americano, una crocerossina e un ambiguo corrispondente di guerra italiano. Il palazzo è come una prigione dorata, perché non è possibile uscirne a causa della fittissima nebbia, ma al tempo stesso è riscaldato e dotato di ogni comfort. Che ci sia qualcosa di anomalo è evidente a tutti, ma nessuno è davvero preparato a scoprire la verità, ovvero di essere rimasti uccisi nel corso della battaglia. Essi sono tutti morti e il palazzo è una sorta di luogo di transito dove vanno le anime dei defunti di guerra, forse prima di raggiungere l'aldilà.
Soldato ignoto non è dunque un film di guerra, almeno non nel senso classico. Si tratta infatti di un lungometraggio che potremmo tranquillamente catalogare nel genere fantastico, sia pure entro una cornice realistica. Anzi, a pensarci bene, cosa c'è di più reale e concreto di una guerra? La guerra è proprio la tragedia collettiva in cui sono più forti le esigenze del reale; per questo l'opera di Aliprandi è particolarmente originale, per aver commisto elementi fantastici a una vicenda fortemente realistica. É un'opera di denuncia che porta avanti un chiaro messaggio antimilitarista, avvalendosi tuttavia di un espediente fantastico.
Sebbene sia stato girato tutto in interni, il film scorre senza annoiare mai e senza tempi morti. I dialoghi tra i personaggi prevalgono rispetto all'azione; la stessa guerra è più evocata dai rumori che provengono dall'esterno, quali spari e boati, che realmente vissuta dai protagonisti, se non attraverso i ricordi. Nella condizione di convivenza forzata in cui si vengono a trovare, essi raccontano scampoli della propria esistenza, consci del fatto che presto dimenticheranno tutto, una volta chiamati a lasciare quel limbo che è il palazzo. E proprio nel racconto si scoprono diversi eppure uguali, perché al di là della bandiera e della divisa esistono valori universali che accomunano tutti gli uomini. Lo stesso concetto del "nemico" svanisce, al punto che persino il riottoso tedesco diventa parte del gruppo e alle regole del gruppo si adegua.
In questi tempi bui si è tornato a parlare di guerra in maniera spregiudicata, come purtroppo dimostrano non solo le tragedie dell'Ucraina e della Palestina, ma anche le voci imperiose dei potenti della Terra che incitano all'odio tra i popoli e al riarmo. Guardare un film come Soldato ignoto, a maggior ragione in quanto sconosciuto ai più, diventa allora quasi un atto politico, una forma di ribellione ideologica a chi, colpevolmente immemore degli orrori del passato, vorrebbe ancora farci credere che la guerra sia una soluzione ai problemi del mondo e non un'immane tragedia collettiva.
Una suggestiva foto di scena (tratta da www.angeloorlando.com)

23 agosto 2024

"Notizie da un'isoletta" di Bill Bryson: la Gran Bretagna che non ti aspetti

Bill Bryson non è solo un giornalista e uno scrittore di reportage di viaggio, ma è un vero e proprio compagno di avventure. Col suo stile ironico e l'innata curiosità, unitamente alla capacità di far rivivere sulla carta persone e luoghi, si propone al lettore quasi come un vecchio amico che snocciola racconti di viaggio davanti a un focolare e una tazza di caffè bollente. Avevo già avuto modo di apprezzare queste doti in America perduta e soprattutto nel meraviglioso Una passeggiata nei boschi, dettagliato resoconto di una lunghissima escursione sul celebre Sentiero degli Appalachi.
Notizie da un'isoletta (prima edizione, 1995) racconta il viaggio di otto settimane da lui intrapreso in Gran Bretagna a metà degli anni Novanta, partendo dal sud e arrivando fino in Scozia, passando per l'affascinante Galles. Bryson non era tuttavia un turista o un escursionista improvvisato, avendo vissuto e lavorato in Inghilterra per circa vent'anni. Prima di lasciare definitivamente il Paese adottivo per fare ritorno negli Stati Uniti, decise dunque di intraprendere questo viaggio e di scrivere un libro sull'esperienza. L'isoletta del titolo è ovviamente la Gran Bretagna ed è tale agli occhi di un americano, abituato agli sterminati spazi della madrepatria. La parola non ha tuttavia un significato sminuente; anzi, lo scrittore mette proprio in evidenza quante meraviglie storiche, naturalistiche e artistiche siano presenti in un territorio relativamente piccolo. Treni, alberghi, strade, sentieri e viali cittadini sono lo sfondo delle avventure di Bryson, che si diffonde ampiamente su particolari storici e paesaggistici, non disdegnando dissertazioni colte e strali polemici, sempre tuttavia mediati dall'ironia. Predilige i mezzi pubblici e le proprie gambe, per cui ne risulta un viaggio lento, a misura d'uomo, ricco di deviazioni e soste anche in luoghi meno noti.
Partendo dal porto di Dover e arrivando a John O'Groats, località che segna il punto più settentrionale della Scozia, Bryson descrive i luoghi e le persone, elencando curiosità e aneddoti, talvolta in maniera fin troppo troppo dettagliata. Ne viene fuori un ritratto insolito e pittoresco della Gran Bretagna e del modo di vivere dei suoi abitanti, così diversi dagli stereotipi cui siamo abituati. Attraversando sia le zone rurali che i medi e grandi centri urbani, il viaggio di Bryson desta curiosità nel lettore, proponendo un originale quadro d'insieme dell'isola. Scopriamo così una terra che non ha nulla da invidiare ad altri luoghi, spesso superficialmente giudicati "più belli".
A mio avviso le parti più gustose sono quelle in cui l'autore racconta le sue disavventure durante i tragitti sui treni della British Railways, nonché in alcuni alberghi e pensioni dove ha pernottato. Tra cronici ritardi, coincidenze mancate, gestori inospitali, condizioni igieniche precarie e pasti disastrosi, queste pagine strappano più di un sorriso e, soprattutto, trasmettono l'impressione di cui ho parlato prima, quella di ascoltare le irresistibili peripezie di un vecchio amico.
Lo sguardo di Bryson, in questo come in altri suoi libri, è al contempo impegnato e disincantato. Impegnato perché lo statunitense non esita a lanciare le sue critiche contro le brutture della modernità e i mostri architettonici che avrebbero, a suo avviso, tradito lo spirito più profondo dell'isola. Disincantato perché il giornalista americano ha il pregio di non seguire un itinerario tracciato, ma di affidarsi all'intuito e alla sensazione del momento, scoprendo luoghi poco noti al grande pubblico, rivelando con estrema naturalezza e senza pregiudizi lo spirito più profondo di un Paese e della sua gente.
Il libro è piacevole, sebbene in alcuni punti l'autore si dilunghi su particolari e aneddoti di storia locale non sempre interessanti, almeno per il lettore italiano. Per queste ragioni, per chi avesse voglia di leggere qualcosa di Bryson, consiglio di cominciare con il citato Una passeggiata nei boschi, più divertente e godibile.

14 dicembre 2023

Roma da (ri)scoprire n. 8: il sacrario degli uomini liberi

È stata la lettura dell'importante romanzo di Guglielmo Petroni, Il mondo è una prigione, a instillarmi la curiosità di visitare il Museo storico della Liberazione. Nel libro Petroni racconta i duri giorni trascorsi a Roma nel 1944, arrestato dai tedeschi per la sua attività di antifascista e recluso in quattro luoghi: la casermetta dei militi forestali, il commissariato di via Flaminia, l'atroce carcere di via Tasso e, infine, il terzo braccio di Regina Coeli, gestito dagli occupanti tedeschi. Il museo è sito in via Tasso al numero civico 145, proprio nei locali adibiti a prigione dalle SS fino al 4 giugno 1944. L'edificio in origine ospitava gli uffici culturali dell'ambasciata tedesca, ma dopo l'otto settembre del 1943 fu convertito a sede del servizio e della polizia di sicurezza, entrambi gestiti direttamente dalle SS e comandati dal tenente colonnello Kappler. In questo luogo, durante il periodo dell'occupazione, circa duemila tra uomini e donne, militari e civili, accusati di essere partigiani o loro fiancheggiatori, furono segregati, picchiati, torturati, interrogati e detenuti. Trattandosi di un edificio convertito approssimativamente in luogo di detenzione, la permanenza era temporanea e poteva durare da un solo giorno a qualche mese. Successivamente i prigionieri, salvo casi rarissimi in cui furono liberati, venivano destinati al carcere cittadino di Regina Coeli, oppure spediti di fronte al Tribunale di guerra tedesco per essere condannati alla fucilazione, all'internamento in Germania o in un lager. Molti figurano anche tra i martiri delle Fosse Ardeatine. A via Tasso è inoltre attestata la morte di almeno due prigionieri nel corso degli interrogatori.
Il museo si sviluppa su quattro piani e in pratica è composto da tre appartamenti identici e non comunicanti tra loro. Entrando in ciascuno di essi si percepisce immediatamente che si tratta di una civile abitazione convertita in fretta e furia in carcere. Ogni stanza, a eccezione del bagno, venne infatti trasformata in cella dalle SS. Gli appartamenti erano composti da quattro celle, corrispondenti in origine alla cucina, al salone e a due camere da letto. Sui muri sono presenti ancora le carte da parati dell'epoca, mentre nella stanza che doveva essere la cucina ci sono la cappa di aspirazione e il lavello. Vi è poi un ambiente stretto e lungo, originariamente uno sgabuzzino, utilizzato dalle SS come cella di isolamento. Tutte le finestre sono murate, a eccezione di piccole aperture situate in alto per consentire il passaggio di aria. Non è difficile immaginare le terribili condizioni a cui furono costretti i patrioti ivi rinchiusi; anzi, la cosa che più mi ha colpito è proprio lo stridente contrasto tra l'apparenza della civile abitazione, emblema del calore familiare, e la realtà di luogo di tortura, ingiustizia e dolore.
Le stanze adibite a cella
Le sale del museo contengono una grande mole di documenti di ogni genere. Sono esposti ritagli della stampa periodica clandestina delle formazioni partigiane, corrispondenza e pagine di diario dei prigionieri, documenti ufficiali del registro matricola del carcere, sentenze e provvedimenti del Tribunale militare, oltre a decine di giornali, manifesti, avvisi murali e fotografie. Negli espositori sono inoltre contenute medaglie, onorificenze, vestiti e altri piccoli oggetti appartenuti ai prigionieri, a rimarcare che questo è un museo incentrato sull'uomo e non sugli eventi storici. 
Molto toccanti sono le celle di isolamento, lunghe, buie e strettissime perché ricavate negli sgabuzzini. Trattandosi dell'unica parte degli appartamenti che non era rivestita da carta da parati o mattonelle, i prigionieri hanno potuto incidere sulle bianche pareti una serie di pensieri, preghiere, riflessioni e ultime volontà. Fermarsi a leggerle, oltre che commovente, è una tappa obbligatoria per il rispetto che si deve a questi patrioti. C'è poi una grande sala dedicata ai martiri delle Fosse Ardeatine che contiene ritratti, brevi biografie e piccoli cimeli. In tutte le stanze sono presenti cartelli esplicativi in italiano e inglese sulla storia di Roma dall'avvento del fascismo fino alla liberazione.
Uscito dal museo, mi è venuto da pensare che è in luoghi come questo che si è fatta l'Italia libera e democratica in cui abbiamo avuto la fortuna di nascere. Tradizionalmente quando si parla di Resistenza vengono in mente le montagne oppure le strade cittadine in cui si è combattuto; eppure anche nei pochi metri quadrati degli appartamenti di via Tasso è stata tracciata la strada verso la libertà. E colpiscono soprattutto le parole lasciate sui muri delle celle di isolamento dai prigionieri, parole da cui emerge una grande fiducia verso il futuro del Paese.
«Ama l'Italia più di te stesso, più del mondo dei tuoi affetti, più della vita tua e dei tuoi cari, senza limitazione alcuna, con fede incrollabile nel suo destino. Solo così potrai morire per Lei serenamente e senza rimpianti come i Martiri che ti hanno preceduto. A.P.»
Questa la traccia lasciata dal partigiano firmatosi A.P. Sono parole profondamente sentite che non hanno nulla di vuoto e retorico, e anzi invitano tutti noi a una scelta di campo e a un'assunzione di responsabilità.
Un luogo che merita una visita, tanto più che l'ingresso è libero e sono anche disponibili gratuitamente le audioguide.
L'ingresso della Sala delle Fosse Ardeatine
La disposizione delle celle negli appartamenti

3 dicembre 2023

"Il campo 29" di Sergio Antonielli: la dignità dei vinti

Sergio Antonielli è uno dei tanti scrittori dimenticati del nostro Novecento letterario. Nato a Roma nel 1920 e morto prematuramente a Milano nel 1982, fu anche critico e professore universitario, professione quest'ultima particolarmente amata perché permette «il supremo lusso di un po' di libertà», come ebbe a dire. È ricordato per alcuni saggi di letteratura, tra cui una monografia sul Parini, nonché per un pugno di romanzi quali La tigre viziosa (1954), Oppure, niente (1971) e L'elefante solitario (1979). La sua più memorabile prova di narrativa è tuttavia il romanzo d'esordio, intitolato semplicemente Il campo 29. Fu scritto nel 1947 e pubblicato due anni dopo in sole mille copie per le Edizioni Europee; la seconda edizione, sempre in mille esemplari, uscì nel 1952. Dimenticato per oltre mezzo secolo, è stato ristampato nel 2009 dalle Isbn Edizioni, nella meritoria collana "Novecento italiano", ideata per «rileggere alla luce dell'oggi opere della letteratura del secolo scorso […] dimenticate dagli editori e dagli studiosi e che perciò restano sconosciute o poco note all'ultima generazione di lettori».
Il romanzo racconta una vicenda reale ma ignorata dall'opinione pubblica: l'internamento di diecimila soldati e ufficiali italiani in India, prigionieri degli inglesi dal 1941 al 1946. I nostri militari vennero condotti in una zona remota, ai piedi della catena dell'Himalaya. I campi che ospitavano i prigionieri erano quattro, numerati dal 25 al 28; il numero 29 in realtà non esisteva, ma nel gergo dei prigionieri indicava l'aldilà. Quando uno di loro moriva, si diceva avesse raggiunto il campo 29. Nel voler lasciare questa testimonianza, Antonielli si trovò davanti a un bivio, ossia la scelta tra il racconto d'invenzione e il memoir autobiografico. Alla fine optò per una soluzione intermedia, come lui stesso ebbe a dire in uno scritto del 1975 riportato come prefazione all'edizione del 2009: «non riproduzione diaristica, o documento puro e semplice, o romanzo in senso tradizionale, bensì qualcosa d'intermedio: una sorta di traduzione della realtà». E tuttavia, l'aver privilegiato la soluzione del romanzo dev'essere stato intimamente sofferto, in quanto, secondo le sue stesse parole, sarebbe «dovuto andare più a fondo nel senso del documento».
Il campo 29 è un caleidoscopio di personaggi, ciascuno con le proprie ossessioni, idee, simpatie, idiosincrasie. Il protagonista, in cui forse è possibile ritrovare qualcosa dell'autore, è il sottotenente Venturi. All'apparenza cinico e scontroso, in realtà coltiva la solitudine come strumento di difesa contro i rischi della prigionia. I suoi amici sono Bersezio e Diego, il primo ossessionato da una conflittuale religiosità e il secondo che cerca di astrarsi dalle miserie del presente rifugiandosi nella poesia. La prigionia è fame, malattie e privazione della libertà, per quanto gli italiani in India abbiano beneficiato di condizioni decisamente migliori rispetto agli internati in Russia. I principali nemici dei prigionieri di Antonielli non sono dunque la violenza o l'oppressione dei carcerieri, ma il tedio e l'abbrutimento. Nel romanzo è descritta nei minimi dettagli la loro giornata, dalla sveglia fino alle lunghe notti insonni. Giornate tutte uguali scandite dalle medesime, noiose incombenze: la conta mattutina, le perquisizioni, le passeggiate, il tè pomeridiano nel circolo improvvisato, le visite reciproche nelle baracche, la lettura di qualche romanzetto, i ricordi d'Italia che mordono il cuore, piccole meschinità e grandi gesti d'altruismo. Antonielli si sofferma minutamente su quella vita, descrive con dovizia di particolari le baracche, i vestiti dei prigionieri e persino il cibo, offrendo un doloroso spaccato di vita vissuta. Tutti i personaggi sono ben scolpiti e definiti, tutti diversi eppure accomunati da due ossessioni: il desiderio del rimpatrio e la paura di impazzire, che supera persino quella di morire in India.
«Nel deserto delle giornate tutte uguali prendevano a spuntare le idee fisse, germogli della pazzia. L'idea fissa per eccellenza era la donna.»
Molte pagine sono proprio dedicate alla mancanza dell'affettività. Più ancora della fame e delle privazioni materiali, Antonielli descrive l'inappagabile bisogno dei prigionieri di calore umano, di affetto o anche semplicemente di un corpo di donna. Mancanze che conducono molti al suicidio, a disturbi mentali e finanche a perversioni sessuali. 
I soldati italiani prigionieri durante la Seconda guerra mondiale sono stati spesso negletti dalla politica e ignorati dai libri di scuola, pur essendo da sempre oggetto di interesse da parte degli storici. E neppure tutti sono stati trattati allo stesso modo; se infatti si è parlato molto dei prigionieri della campagna di Russia, solo da qualche anno è stato squarciato il velo di colpevole silenzio che circondava i cosiddetti I.M.I., coloro che per ostilità al fascismo furono internati nei campi tedeschi dopo l'otto settembre del 1943. La vicenda dei soldati italiani in India è tuttora ignorata dai più, sebbene sia pregna della stessa sofferenza. Antonielli, testimone diretto, si è fatto carico di raccontare con questo romanzo una storia che, pur collocandosi ai margini dei grandi avvenimenti del secondo conflitto mondiale, meritava di essere narrata per non essere dimenticata. È la storia dei vinti, di un'umanità dolente e lacera che tuttavia conserva un fondo insopprimibile e inalienabile di dignità.
«Ora sapeva che, posto il muro, gli uomini stanno dalla parte di qua: dei vinti. Avrebbe potuto dire agli inglesi: in questo gioco ho perso, ma è il vostro, un gioco volgare. Al mio ho vinto. Chi sei tu che mi tieni qua chiuso, che pubblichi sui giornali, della mia terra, solo le notizie che la infamano; che dici alla radio, della mia terra, della mia gente, solo quanto serve ad umiliarle? Tu sei uno che, perché altri della tua gente, vestiti come te, m'hanno abbattuto con le armi, mi vieni vicino col passo fermo e col volto del padrone. Ma sai che in me qualcosa vive che non è entrato in lotta, che non hai neanche sfidato: il mio nome e cognome; l'anima mia, i sogni per gli anni a venire, l'affetto per la donna che ho lasciata là, per mia madre che muore, forse, mentre ti parlo, lontana da me tutti questi chilometri che m'hai fatto percorrere tra le baionette. E in questo lo sai che non puoi vincermi a quel tuo gioco di botti e rombi e razzi e carri armati. Se qui mi sfidassi potresti perdere. E ti senti a disagio. E mentre a parole mi offendi, non mi guardi negli occhi.»

9 novembre 2023

Il Cilento della millenaria devozione: il Santuario della Madonna del Granato

Sono sette i santuari mariani che costellano il territorio del Cilento, dalla marina all'entroterra. Di solito sono collocati su alture, come nel caso della chiesa della Madonna del Sacro Monte di Novi Velia, posta sulla cima del Gelbison a 1705 metri sul livello del mare. La tradizione popolare, per meri fini didascalici e senza voler contraddire l'unicità della Vergine, tramanda che le sette Madonne fossero sorelle. Per questo si parla convenzionalmente delle "sette sorelle del Cilento". Un elemento in comune a questi luoghi è che le immagini che ivi si venerano hanno le medesime caratteristiche iconografiche bizantine; comuni sono anche i riti, le tradizioni e persino i canti.
La Madonna del Granato è una di queste "sorelle". Parlare del santuario dedicatole non significa semplicemente risalire alle origini della devozione popolare, ma ricostruire una parte essenziale della storia locale, nonché vicende che hanno contribuito a definire la storia dell'intero Mezzogiorno. L'edificio si trova appollaiato su un versante del monte Calpazio, poco più in basso rispetto ai ruderi del castello di Capaccio Vecchio, teatro di una celebre congiura. Come ho scritto altrove, nel 1246 alcuni tra i principali notabili del Regno ordirono una cospirazione per uccidere l'imperatore Federico II di Svevia e suo figlio Enzo. Grazie ad alcuni fedelissimi, il sovrano scoprì il complotto e i rivoltosi furono costretti a rifugiarsi nel castello di Capaccio, ritenuto inespugnabile. La fortezza fu cinta d'assedio per tre lunghi mesi dalle truppe di Federico II, fin quando capitolò nel luglio del 1246 per mancanza di approvvigionamenti. Per punizione venne rasa al suolo e tuttora è ridotta a rudere.
Il Santuario della Madonna del Granato a Capaccio (SA)

L'attuale chiesa era un tempo la cattedrale della diocesi di Paestum, soppressa nel corso dell'Ottocento con spostamento della sede vescovile a Vallo della Lucania. La sua origine dovrebbe risalire alla fine del IX secolo d.C., quando i pestani abbandonarono la pianura per sfuggire alle incursioni dei saraceni, rifugiandosi sui primi contrafforti delle alture retrostanti. Nel corso del X secolo anche la sede vescovile fu spostata sul monte Calpazio, come testimonia il Codex diplomaticus cavensis che riferisce dell'esistenza nel 989 di una chiesa dedicata alla Vergine situata in prossimità del castello di Capaccio Vecchio. Secondo una leggenda tramandata oralmente, l'immobile fu costruito dalle medesime maestranze che operarono sul duomo di Salerno. Tracce di un incendio hanno fatto pensare alla distruzione dell'edificio originario, forse di origine basiliana. L'attuale chiesa fu innalzata in posizione più arretrata e servì da alloggio per le truppe assedianti il castello di Capaccio durante il citato episodio. Il titolo di Santa Maria del Granato compare per la prima volta nel 1630; la venerabile statua è invece attestata a partire dalla prima metà del XVIII secolo, quando l'immagine non era permanentemente esposta a causa delle precarie condizioni del luogo. Nel corso del XIX secolo venne costruita una prima casa per accogliere i pellegrini, finché nel 1851 con la soppressione della diocesi di Paestum la chiesa fu elevata a santuario.
L'interno della chiesa
Lo splendido soffitto

Il complesso in origine era costituito da un edificio a tre navate e da una torre campanaria, cui a metà Ottocento è stato aggiunto un corpo di fabbrica a tre piani destinato a canonica. L'interno della chiesa è imponente, anche per effetto del pavimento in leggera salita che amplifica la sensazione di ascensione e accresce gli spazi. Una esauriente descrizione si trova sul sito del Catalogo Generale dei Beni Culturali.
«Le tre navate terminano in un transetto triabsidato, posto ad una quota maggiore di circa 0,56 m rispetto alla parte terminale delle navate, che a loro volta hanno il pavimento in forte pendenza (1,28 m di dislivello). Le navate laterali sono coperte da una serie di voltine a crociera sorrette da colonne mentre la navata centrale conserva la copertura a capriata più volte rifatta. Sul lato destro del transetto, superato un piccolo vano, si accede ad un ambiente absidato, a pianta quadrata, coperto da una pseudocupola impostata su pennacchi generati da una crociera; si tratta di una cappella del XIII secolo, con una copertura a timpani estradossati e un'alta cupola a pan di zucchero, che ha subito notevoli trasformazioni. La torre campanaria, di imponenti proporzioni, è posta sul lato sinistro del transetto; ha un basamento a scarpa e barbacani laterali.»
In fondo alla navata di destra c'è la statua della Vergine che sorregge la melagrana, una raffigurazione di origine greca. Alla foce del Sele, a poca distanza dal santuario, è infatti presente l'Heraion, un tempio dedicato alla dea Hera Argiva; qui è stata trovata una statua in marmo raffigurante la dea seduta in trono con una melagrana in mano. Sembrerebbe che il culto di Hera sia sopravvissuto in età cristiana, trasfigurato nella Madonna del Granato. Tornando alla statua, nel 1918 l'originale medioevale fu distrutta da un incendio, per cui nel 1921 venne collocata quella che è possibile ammirare oggi. L'opera d'arte più pregevole è invece il pulpito di epoca romanica a metà della navata centrale; è sorretto da tre esili colonnine ed è decorato con dischi e lastre marmoree policrome. La bassa volta è affrescata con motivi geometrici e scene di santi.
La statua
Il pulpito romanico
Particolare degli affreschi del pulpito

Da menzionare, infine, lo splendido panorama che si ammira dalla terrazza antistante il santuario. Le fotografie non rendono l'idea; basti dire che la vista spazia su tutta la piana del Sele, con la marina da Agropoli alla Costiera amalfitana, il monte Stella e il Cilento Antico, punta Licosa e i templi di Paestum.
Le fotografie sono liberamente riproducibili, purché ne venga indicata la provenienza da questo blog.
Il panorama dalla terrazza del santuario

26 settembre 2023

Salvare gli edifici storici dalla speculazione: un possibile compromesso

Se pensate che per un vecchio maniero non ci sia fine peggiore del divenire un rudere, è perché non avete riflettuto sul fatto che potrebbe essere trasformato in una location. Uso volutamente questo termine oggi tanto in voga, perché rende bene l’idea di un luogo ridotto a scenario, sfondo e palcoscenico.
Castelli, palazzi nobiliari e torri punteggiano da nord a sud il territorio italiano: qualcuno è ancora dimora di antiche famiglie, altri sono stati convertiti in musei o spazi pubblici, moltissimi sono in rovina. Poi ci sono quelli su cui gli speculatori hanno allungato le mani, trasformandoli in "resort di lusso", "ideali location per i vostri eventi esclusivi", "dehors chic per matrimoni indimenticabili", "cocktail bar in uno scenario da sogno" e altri orrori del genere. Ecco, per questi edifici provo una gran pena; anzi, sono convinto che loro stessi si vergognerebbero della brutta fine che hanno fatto, se mai potessero esprimersi.
Lo scrittore austriaco Alexander Lernet-Holenia, nel suo romanzo Due Sicilie – che, per inciso, nulla ha a che vedere con lo Stato preunitario –, fa dire a un personaggio che «un soldato non caduto in battaglia non ha condotto a compimento ciò cui si era votato». Contestualizzando questa frase in un ragionamento più complesso sull’onore militare, ciò che il personaggio voleva significare è che un soldato resta tale anche dopo il congedo, per cui non si può pensare di dargli un’identità diversa. Se ciò vale per gli uomini, non vedo perché non debba valere anche per gli edifici.
Fortezze e manieri hanno assolto nei secoli a molteplici funzioni, venendo in continuazione riadattati, modificati, ampliati, destinati a nuovi scopi. Solo la nostra epoca, però, è stata capace di violentarli, trasformandoli in un palcoscenico per esibizionisti. Chi difende questa scelta, parla di fruibilità degli spazi. Eppure, a mio avviso, è lo stesso concetto di fruibilità che viene frainteso. Possibile che un posto diventi fruibile solo se è possibile mangiare, bere e scattare inutili fotografie da pubblicare sui social? E per quale ragione bisogna utilizzare palazzi storici che sarebbe meglio preservare per altri fini? Ci sarebbe da chiedersi quanti, fra quelli che postano scatti su Instagram col calice in mano, avrebbero visitato quel luogo se fosse stato un museo, una biblioteca o un semplice spazio aperto alla collettività. Pochi, di sicuro una sparuta minoranza. Quando un edificio storico diventa location viene snaturato, da protagonista si trasforma in comprimario, mero sfondo al servizio dei narcisisti del selfie.
Sia ben chiaro, il mio articolo non vuole essere una provocazione, né una sterile polemica. Io sono semplicemente dell’idea che un edificio storico andrebbe preservato o al più convertito in uno spazio davvero pubblico, rispettandone storia e architettura. Dovrebbe essere il protagonista del territorio e non un comprimario per matrimoni, compleanni e battesimi. Castelli e palazzi non sono costruzioni come le altre; sono i testimoni della storia locale e hanno un’identità da difendere. Darli in mano ad affaristi attenti solo al profitto significa votarli a morte certa, una morte forse diversa dalla rovina, eppure altrettanto definitiva.
Chi difende a spada tratta siffatte operazioni commerciali, si trincera dietro un presunto stato di necessità. Se non l’avessimo trasformato in ristorante, dicono, in capo a qualche anno sarebbe crollato. Poco male, mi sento di rispondere. Fermo restando che nessuno è in grado di predire il futuro, la rovina è nel ciclo naturale delle cose. Pretendere di salvare questi edifici trasformandoli nel non plus ultra della cafonaggine e della pacchianeria è invece un’innaturale forzatura e una meschina ipocrisia. Meglio ammettere che li si vuole sfruttare per profitto, sarebbe più onesto.
Se proprio non si può fare di meglio, lasciateli morire in pace. Tuttavia, senza arrivare a esiti così estremi, a mio avviso ci sarebbe una soluzione ragionevole: imporre l’apertura di uno spazio museale unitamente all’attività ricettiva. Chi vuole riadattare un palazzo storico a ristorante o albergo dovrebbe essere vincolato a destinare una parte della struttura all’allestimento di un museo o una biblioteca dedicati alla storia locale. Potrebbe essere un buon compromesso, un modo per salvare i ricordi del passato senza rinunciare alle esigenze del presente.
A. Pinto - Paesaggio abruzzese - 1977 (collezione privata)

6 dicembre 2022

Roma da (ri)scoprire n. 7: il "piccolo Pantheon"

Come ho già scritto, a Roma ci sono innumerevoli tesori che si collocano ai margini dei consueti giri turistici. Sono chiese, monumenti, edifici e manufatti dal grande valore intrinseco, che tuttavia patiscono la concorrenza di altre e più blasonate opere d'arte. Oggi vorrei parlare brevemente di una chiesa che spesso sfugge al viaggiatore distratto o frettoloso, nonostante costituisca un unicum nel patrimonio artistico romano.
La chiesa di San Bernardo alle Terme si trova nell'omonima piazzetta, tra via Nazionale e via Venti Settembre, a due passi dal largo di Santa Susanna, dalla celebre Fontana del Mosè e dalla chiesa di Santa Maria della Vittoria. È collocata in posizione defilata e patisce la presenza delle automobili in sosta; piazza di San Bernardo è infatti adibita a parcheggio, circostanza che penalizza il luogo di culto.
I lavori per la costruzione della chiesa iniziarono nel 1598 per volere di Caterina Nobili Sforza di Santa Fiora, che fece adattare allo scopo uno dei quattro torrioni angolari delle Terme di Diocleziano. Secondo un'altra versione, l'edificio era in origine un'aula circolare compresa nel recinto esterno delle terme. Da ciò, com'è ovvio, la denominazione di San Bernardo "alle Terme". Sin dalla sua fondazione è stata amministrata dall'Ordine cistercense, i cui monaci tuttora vivono nel monastero a latere.
All'esterno si presenta col corpo cilindrico sormontato da un tamburo ottagonale decorato con stucchi. La semplice facciata è senza finestrature e segue l'andamento cilindrico, con lesene, nicchie vuote e un affresco che sormonta il portale appena sopra il timpano. La facciata ispira al tempo stesso rigore e armonia.
L'interno, a pianta circolare, è sovrastato da una vertiginosa cupola di oltre venti metri di diametro a cassettoni ottagonali che si rimpiccoliscono verso l'apertura sommitale. Scontato il riferimento a un ben più celebre monumento che è valso alla chiesa il soprannome di "piccolo Pantheon". L'interno è stato rimaneggiato nei secoli XVIII e XIX, ma «conserva integra la sua originale suggestiva spazialità di chiara ascendenza palladiana», come spiega un opuscolo che è possibile acquistare in loco con una modica offerta.
La suggestiva cupola

All'interno si viene colpiti da tre elementi: la cupola, il bianco accecante e le statue. Il colore bianco è ovunque: pareti, capitelli, modanature in stucco, statue e cupola. Le uniche note di colore sono le due pale d'altare di cui parlerò fra poco. In grandi nicchie sono collocate, secondo un ordinamento circolare, otto gigantesche statue in stucco opera di Camillo Mariani (1567-1611), alte circa tre metri. Sono raffigurati Sant'Agostino mentre legge un libro, Santa Monica in abiti da suora, Santa Maria Maddalena, San Francesco che volge lo sguardo sofferente verso un crocifisso, San Bernardo che sorregge in una mano il modellino della chiesa, Santa Caterina d'Alessandria con le ricche vesti e la corona che testimonia la sua origine nobiliare, Santa Caterina da Siena e infine San Girolamo. Quest'ultima è la più celebre delle statue: il Santo è raffigurato intento a scrivere, emaciato e assorto, circondato da rocce che alludono al suo eremitaggio nel deserto.
Come ho precisato, le uniche note di colore sono le pale dei due altari laterali, entrambe attribuite a Giovanni Odazzi (1663-1731) e risalenti agli anni 1705-10. La prima raffigura Cristo che abbraccia San Bernardo, mentre la seconda è lo Sposalizio mistico di San Roberto con la Vergine. San Roberto è uno dei fondatori dell'Ordine cistercense ed è raffigurato in ginocchio mentre riceve un anello dalla Vergine, simbolo di protezione. Le tele sono incorniciate da colonne in marmo verde venato che probabilmente provengono dalle Terme di Diocleziano. Capitelli e angeli della trabeazione sono attribuiti al Mariani.
Le due pale degli altari laterali
L'altare maggiore è di fronte all'ingresso, ricavato in una apertura circolare. Dietro si erge un imponente coro con gli stalli in noce, completato alla fine del XVII secolo. Diversi i monumenti funebri degni di nota, tra cui quelli del religioso Jean de la Barrière e dello scultore Carlo Finelli, opera di Rinaldo Rinaldi.
A destra dell'altare maggiore una porticina conduce a un'aula rettangolare, una piccola e silenziosa cappella dedicata a San Francesco, ideale luogo di raccoglimento. La scultura sull'altare, raffigurante Francesco in estasi, è opera di Jacopo Antonio Fancelli, scultore allievo del Bernini. Il soffitto della cappella è riccamente decorato a stucco con motivi floreali e vegetali.
Sono tanti dunque i motivi per visitare questo gioiello nascosto, di solito aperto per buona parte della giornata e anche di domenica.
La cappella dedicata a San Francesco
Particolare della facciata
La cupola da un'altra prospettiva