23 giugno 2017

"Psychocandy": in avanscoperta su terre inesplorate

     C’è una bella maglietta che vendono sulla rete, che riproduce semplicemente la scritta “Reid, Reid, Hart & Gillespie”, formazione storica dei primi Jesus and Mary Chain, quelli che esordirono su LP nel 1985 con Psychocandy. I fratelli Jim e William Reid alle chitarre (distortissime) e alla voce, Douglas Hart al basso e Bobby Gillespie dietro una minimale batteria, sono stati gli alfieri di un nuovo suono, destinato a cambiare la storia della musica contemporanea. Non erano propriamente degli sconosciuti, perché avevano alle spalle qualche singolo; forse per questo motivo la prova del 33 giri era particolarmente attesa, per verificare le capacità della band nella lunga durata. “Vorrei che venisse ricordato per sempre”, affermò Jim Reid in un’intervista, “che diventasse come quegli album che vendono sempre, al pari del primo dei Velvet Underground”. La sua speranza si è trasformata in una felice profezia, perché Psychocandy, a distanza di oltre sei lustri, non solo continua a vendere, ma mantiene una freschezza che pochi album degli anni Ottanta possono vantare.
     Merito di una proposta musicale innovativa, che ha posto le basi dei generi che saranno chiamati noise e shoegaze. Pur essendo dei precursori, i JAMC non hanno mai nascosto, a partire da questo esordio, le loro fonti di ispirazione; sebbene non possa essere definito come un lavoro puramente derivativo, Psychocandy è fortemente debitore dei Velvet underground, in particolare del primo, omonimo e monumentale disco del 1967. Il passo in avanti sta nel fatto che i JAMC hanno appreso la lezione psichedelica della band di Lou Reed per trasformarla in qualcosa d’altro, in un suono prossimo agli umori del post-punk, più vicino al sentire di una generazione, quella degli anni Ottanta, che viveva nello smarrimento completo a causa della perdita di ogni punto di riferimento, in primis ideologico. I testi cupi, funerei e ossessivi, ricordano quelli dei contemporanei Joy Division, anche se in Psychocandy non è presente la nera disperazione intimista di Ian Curtis, quanto piuttosto un canto arreso di più ampio respiro generazionale.
     Il disco contiene tutti gli elementi fondamentali della proposta musicale dei JAMC: un potentissimo muro del suono retto da chitarre distorte e lancinanti, che sovente rallentano in pause ipnotiche, con una batteria ridotta ai minimi termini ma onnipresente. Si dice spesso, anche a sproposito, che un determinato disco ha avuto la capacità di influenzare in maniera decisiva la produzione futura. Nel caso di Psychocandy non si tratta di una formula di stile; la verità è che i JAMC hanno condizionato quantomeno le due generazioni successive di musicisti, e il loro esordio ha rappresentato il vero e proprio manuale del nuovo suono. Quattordici brani che sono altrettante potenziali hit, che spaziano da momenti più dilatati dal sapore ipnotico (Just like honey, Taste of cindy), a frammenti di materia musicale in disturbante feedback (The living end, Taste the floor), per passare a scampoli di perversa dolcezza (Sowing seeds), rinchiudendosi infine nelle cupe spirali di un cuore malato (My little underground, Something wrong).
     Difficile dire quale pezzo spicchi sugli altri, impossibile preferirne uno. Psychocandy è stato pensato, concepito e suonato come un continuum, espressione di uno stato d’animo più che insieme ragionato di canzoni. I critici hanno poi cercato di dare un nome a questo umore, parlando di noise, shoegaze e post-punk. Come al solito, le etichette lasciano il tempo che trovano; è solo ascoltando questo pugno di canzoni derelitte e lancinanti che si può capire quanto la sensibilità musicale contemporanea sia debitrice dei JAMC, anzi di Reid, Reid, Hart & Gillespie.

1 commento:

  1. Lavoro seminale, che ha dato il via a tutto quello che è venuto dopo. Eppure i JAMC sono sottovalutati..
    Jonathan

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