5 ottobre 2017

"Lettere di una novizia" di Guido Piovene: alle radici di un segreto rovello

     In uno sperduto convento della campagna veneta, una giovane novizia di nome Rita Passi viene colta da atroci dubbi sulla propria vocazione ad un passo dal prendere il velo. Desiderosa di salvarsi da quella che considera una condanna, rivela le sue ambasce in un’accorata lettera indirizzata a don Giuseppe Scarpa, sacerdote che qualche giorno prima aveva fatto visita al convento. Inizia così un turbinio di missive tra una pluralità di persone, che cercano di dipanare una matassa, non solo morale, che si dimostrerà impossibile da sbrogliare; quello che sembrava essere semplicemente il naturale sommovimento di uno spirito giovane, finisce per diventare un increscioso caso di cronaca, tale da sconvolgere l’esistenza di quanti ne vengono a conoscenza. È questa, in parole povere, la trama del romanzo di Piovene, pubblicato nel 1941 e considerato un classico. Confesso che, quando il libro mi è capitato tra le mani, l’ho inizialmente considerato di scarsa attrattiva, ma ho dovuto ricredermi già dalla lettura della prima lettera. Il caso narrato da Piovene va oltre la tematica religiosa, per elevarsi a paradigma di studio della natura umana e della sua doppiezza. Parlando dell’ambiguità dell’uomo, il poeta gallese Dylan Thomas rivelava che servivano dieci paradossi per ricomporre in lui un’unica verità. In un certo senso, è questo il messaggio lanciato da Piovene: tutti i suoi personaggi hanno un fondo di ambiguità, che li conduce a giustificare le proprie azioni agli occhi degli altri, nella costante paura di un giudizio. Le loro azioni sono guidate dall’istinto, e questo li porta ad autoassolversi, a cercare negli altri (e nel lettore) una conferma della propria innocenza. Si pensi a quanto scrive Rita sull’amore, che sente «come precario e condannato, più una invenzione e specialità mia che un sentimento naturale e comune». Tale convinzione, mai scalfita da dubbi, la conduce agli errori che ne funesteranno la giovane vita.
     Lettere di una novizia promette, pagina dopo pagina, la rivelazione di una verità che permane invece oscura. Chiuso il libro, rimane sospesa una domanda: qual è la verità? Quella torbida e ambigua narrata da Rita, oppure quella gravida di risentimento esposta dalla madre? Una risposta non è data, perché ciò che a Piovene interessa non è la scoperta del vero, quanto piuttosto l’accettazione dell’impossibilità di tale scoperta. Ma d’altronde la verità è sconosciuta agli stessi protagonisti. Nell’introduzione, Piovene scrive che «i personaggi […] hanno un punto comune: tutti ripugnano dal conoscersi a fondo; […] ognuno tiene i suoi pensieri sospesi, fluidi, indecifrati, pronti a mutare secondo la sua convenienza». Per questa ragione il romanzo non vive della classica dicotomia buono/cattivo; tutti i personaggi mentono, tutti cercano di giustificare le proprie azioni scaricando le colpe sugli altri e sul fato. La novizia Rita è l’emblema di questa ambiguità; è al tempo stesso vittima e carnefice, ingenua e maliziosa, al punto da soccombere a tale doppiezza.
     In conclusione, Lettere di una novizia è il racconto epistolare di una crisi di coscienza, l’intimo resoconto di un segreto rovello in grado di sconvolgere le esistenze di quanti ne sono venuti a conoscenza. C’è poco da dire sulla qualità della scrittura. Piovene è un grande narratore e rimane un piacere leggere le quarantadue lettere che compongono il romanzo, sempre in bilico tra uno stile colto e la cruda cronaca dei tormenti del cuore.

Nessun commento:

Posta un commento

Commenta l'articolo!