21 giugno 2011

Interviste sul "Giornale del Cilento" e sulla rivista "Orizzonti"

In questi giorni sono state pubblicate due mie interviste. Nel riportarle di seguito, ne approfitto per ringraziare Giuseppe Galato e Caterina Aletti. 
La prima intervista, pubblicata sul Giornale del Cilento e curata da Giuseppe Galato, è disponibile on line CLICCANDO QUI.

D. Ti aspettavi questa vittoria al Premio Zingarelli con il tuo Percezione dell’inverno?
R. È stata una vittoria inaspettata, soprattutto perché ero uno dei più giovani partecipanti. Peraltro, mentre io ero al mio esordio narrativo e alla prima partecipazione ad un concorso letterario, altri scrittori avevano una ben più solida esperienza sulle spalle. La vittoria è stata per me motivo di soddisfazione, sia in considerazione dell’Alto patronato della Presidenza della Repubblica, sia perché ho ottenuto un contratto di edizione per la pubblicazione di una nuova opera, da parte delle “Edizioni il Castello” di Foggia. La fiducia che mi è stata accordata da parte di questa casa editrice, unitamente alla consapevolezza che la mia opera è stata letta, scelta ed apprezzata dalla giuria, sono le soddisfazioni più grandi.
D. Come nasce la tua passione per la scrittura?
R. Dalla passione per la lettura, come credo avvenga per la maggior parte degli scrittori o aspiranti tali. Penso che a tutti quelli a cui piace leggere, prima o poi, venga la voglia di provare a scrivere qualcosa di proprio. Inoltre, per quanto mi riguarda, mi ha sempre affascinato il raccontare storie.
D. Quali sono i modelli a cui ti ispiri?
R. Per quanto riguarda lo stile, non ho un modello preciso; ritengo anzi che il modo di scrivere sia personale e non possa né essere imposto, né svilupparsi per imitazione. Anzi, devo dire che, sebbene abbia letto opere dalla scrittura sperimentale (Kerouac, Celine e altri), il mio modo di scrivere è convenzionale, a volte ricercato ma sempre lineare. Invece, posso dire quali sono gli autori che più mi hanno suggestionato, da cui ho tratto temi, spunti di riflessione e stimoli da rielaborare in modo personale: in particolare, ho letto soprattutto opere di letteratura europea e americana del Novecento. Inoltre, sono stato sempre affascinato da certa letteratura italiana poco conosciuta dal grande pubblico; mi riferisco in particolare agli Scapigliati, con la loro ribellione romantica, oppure ad autori come l’enigmatico Tommaso Landolfi, da cui ho imparato a cogliere il lato magico e irrazionale che si nasconde dietro la realtà. Sono poi convinto che la letteratura debba essere impegnata socialmente, direi quasi militante; per questa ragione, autori come Fenoglio e Buzzati hanno lasciato un segno profondo in me.
D. C’è spazio per i libri e la cultura in generale in Italia?
R. Non credo si possa dare in poche righe una risposta a questa domanda, né penso di essere in grado di rispondere esaurientemente. Tuttavia, vorrei fare una considerazione che riguarda me e tutti gli altri autori esordienti, poco o per nulla conosciuti. Il problema è che le vetrine delle librerie sono spesso piene di opere di dubbio o di nessun valore letterario, scritte da chi scrittore non è; se andiamo a vedere gli autori dei libri che vanno per la maggiore (e che vengono pubblicizzati incessantemente!) ci rendiamo conto che le librerie sono diventate uno specchio della televisione becera, che rappresenta purtroppo una parte consistente del Paese. Se sei un presentatore televisivo, una ballerina, una soubrette senza arte né parte o, meglio ancora, un calciatore, allora hai le porte aperte. Scrivi qualsiasi cosa che abbia valore letterario appena superiore alla lista della spesa, ci schiaffi sopra la tua bella faccia nota e vendi a palate! Scusa la crudezza delle espressioni, ma credo che rendano l’idea. E la cosa che più mi fa arrabbiare è che questi volti noti sono foraggiati dalle grandi case editrici, che, invece di puntare sugli autori sconosciuti (e credo ce ne siano di bravi!) per farli emergere, preferiscono il guadagno facile. In questo modo, però, viene svilito lo stesso ruolo che gli editori dovrebbero avere, quello di diffondere la cultura. Fin quando dominerà il profitto, lo spazio per la cultura vera non potrà che essere residuale. E qui mi fermo.
D. Esponi a grandi linee l’intento del tuo libro.
R. Come ho ribadito in altre occasioni, Percezione dell’inverno può essere definito un romanzo di formazione. Narra delle vicende, talvolta divertenti a volte drammatiche, di due amici sulla soglia della maturità e della consapevolezza di sé. Le avventure che essi vivono contribuiscono a farli crescere e riflettere; essi, infatti, vengono in contatto con alcune delle vicende umane più drammatiche e potenti: la morte, l’emigrazione, la guerra, il fallimento. In tutto ciò, però, scoprono un valore umano che è tanto più prezioso quanto più sembra calpestato. In questo senso, la motivazione del premio Zingarelli rende bene l’idea dello scopo che ho voluto raggiungere: “stimolare in modo chiaro e immediato le riflessioni sull'imbelle, ma inesorabile, affannarsi dell'umanità verso mete e principi vani e inconsistenti”.
D. Sei originario di Prignano Cilento: che ricordi hai del Cilento?
R. È il luogo dove da sempre trascorro le vacanze estive, dove torno ogni volta che posso, ad esempio per le festività. Sono nato e vivo a Roma, ma mi sento prima di tutto un cilentano. Peraltro, gli stessi protagonisti del mio romanzo Percezione dell’inverno, pur abitando in una città indefinita, sono inequivocabilmente due ragazzi del sud. Sto lavorando anche ad un altro romanzo; ebbene, anche l’ambientazione del mio prossimo lavoro è tipicamente meridionale. Credo che le proprie origini vadano sempre preservate ed esibite con orgoglio. Io cerco di farlo ogni volta che posso. 


La seconda intervista, pubblicata sulla rivista Orizzonti (n. 39), è curata da Caterina Aletti, la quale ha anche recensito il mio romanzo. Non essendo disponibile on line, riporto di seguito la pagina della rivista a me dedicata.

D. Ci parla dell'emozione che ha provato per la vittoria del Premio Zingarelli? 
R. Questo riconoscimento è stato per me una piacevole e inaspettata sorpresa, soprattutto in considerazione della mia giovane età e del fatto che si trattava della prima partecipazione a un premio letterario. Inoltre, due elementi mi hanno reso particolarmente orgoglioso: il patrocinio della Presidenza della Repubblica, di cui il premio gode, ed il fatto che lo stesso sia dedicato al filologo cerignolano Nicola Zingarelli, padre della nostra lingua. Credo che la vittoria di un qualsiasi premio letterario sia particolarmente significativa per uno scrittore sconosciuto che cerca di emergere; difatti, quando si ottiene un tale riconoscimento, vuol dire che il libro è piaciuto, è scritto bene e ha incontrato il favore della giuria e dei critici che lo hanno giudicato. Essere scelti per aver lasciato delle emozioni in chi ha letto il romanzo, credo, sia la soddisfazione più grande, al di là della possibile visibilità che un premio letterario può dare.
D. Com'è nata la storia del libro?
R. Volevo scrivere una storia che raccontasse il passaggio dall’età della spensieratezza a quella della maturità e delle responsabilità, da me indicata attraverso la metafora dell’inverno che succede alla primavera della vita. L’ho fatto narrando le avventure quotidiane, spesso surreali e oniriche, di due amici, alle prese con una carrellata di personaggi bizzarri e senza tempo. Credo che la storia che ho raccontato, sotto un’apparenza leggera, tratti tematiche profonde: i due amici, infatti, nei loro vagabondaggi, incontrano un’umanità tormentata, che li mette di fronte al dolore dell’esistenza umana, facendoli maturare e cambiandoli in modo irreversibile. Ho inteso, dunque, scrivere una sorta di “romanzo di formazione”, che possa essere letto a più livelli, tanto da un bambino quanto da un adulto. Il mio obiettivo, certamente ambizioso e forse anche presuntuoso, è stato quello di "formare" non soltanto i personaggi, ma anche il lettore. Delle vicende narrate, infatti, si può dare una duplice lettura: quella ingenua e un po' disincantata del fanciullo, e quella drammatica e consapevole dell'adulto.

RECENSIONE, di Caterina Aletti
La storia di un'amicizia forte e speciale, come può esserlo solo nell'adolescenza, è il centro intorno a cui ruota l'intenso romanzo d'esordio del giovane Alfonso Cernelli. Il tredicenne protagonista narrante ci racconta le avventure in compagnia dell'inseparabile amico Santiago, il loro universo, fatto di incontri con personaggi eccentrici, ognuno con una filosofia di vita che racchiude un mondo. Il romanzo è il racconto del passaggio dal mondo dell'infanzia a quello degli adulti, calato in atmosfere surreali, magiche, con una scrittura agevole, ma ingegnosa e matura, che attraversa più stati d'animo, diventando ora commovente, ora ironica, ora riflessiva. Anche i dialoghi, che toccano vari temi (persino il "blocco dello scrittore"), sono ben articolati e vivaci e stuzzicano l'attenzione del lettore più attento, che potrà cogliere le sfumature ironiche ed altri rimandi simbolici. E' un libro che si legge tutto di un fiato, con il desiderio di riprenderlo in mano, perché sicuramente qualcosa è sfuggita alla prima lettura, per l'abbondante sequenza di aforismi sugli aspetti del "reale": dalla vita alla morte, all'amore, al tradimento, al dolore.


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