15 agosto 2026

"La fine di Wettermark" di Elliott Chaze: varcare la linea invalicabile

Se volete la prova definitiva di quanto sia limitante inquadrare un romanzo in un genere, vi invito a leggere La fine di Wettermark. Thriller, noir, hard-boiled, sono gli aggettivi più frequentemente utilizzati per descrivere quest'opera del 1969 dello statunitense Elliott Chaze (1915-1990), giornalista della vecchia scuola e autore di una manciata di romanzi, il più celebre dei quali è Il mio angelo ha le ali nere. Già dalle prime pagine si comprende quanto queste definizioni siano quantomeno fuorvianti e parziali. La fine di Wettermark, infatti, non è intrattenimento ma pura letteratura, una storia di tormento e disillusione che si inserisce perfettamente nel solco della tradizione del Novecento. Il titolo italiano, in questo senso, si rivela più efficace rispetto all'originale Wettermark, in quanto rende meglio l'idea del dramma di una vita intera che si consuma in poco meno di duecento pagine. Cliff Wettermark è infatti uno degli ultimi epigoni di quella stirpe di "inetti" che costella la storia della letteratura occidentale del Novecento.
Più che un noir, abbiamo di fronte il crudo e cinico resoconto di una discesa nel baratro, il precipitare di un uomo dal paradiso di una vita appagante al purgatorio del dissesto economico, fino a piombare nell'inferno del crimine e dell'amoralità. Cliff Wettermark è un giornalista di cronaca locale del Catherine Call, piccolo giornale di un'immaginaria cittadina del Mississippi. Ex alcolista, è sposato con una donna che lo adora, sebbene la pazienza e l'amore della moglie siano messe a dura prova dai comportamenti dell'uomo. Sempre in bolletta, Cliff non riesce a far quadrare i conti con le modeste entrate del giornale e per questo è pieno di debiti. Neppure i suoi romanzi, su cui riponeva qualche speranza, hanno avuto sorte migliore, in quanto nessun editore si è dichiarato disposto a pubblicarli. Indebitato fino al collo, derelitto e disilluso, Cliff Wettermark scopre anche di essere malato piuttosto seriamente: a soli quarantuno anni si considera dunque un uomo finito. Quando però il giornale lo incarica di seguire la cronaca di una rapina in banca, una miccia si accende nella sua testa. Decide così di passare il guado, dalla riva di una vita modesta ma rispettabile e onesta, alla sponda di chi ha optato per il crimine. In parole povere, Wettermark si convince che l'unica strada percorribile sia quella di prendersi con la forza ciò di cui ha bisogno. Diventa così un rapinatore, progettando e mettendo in atto un audace colpo in banca.
Anche leggendo sommariamente la trama si comprende quanto sia riduttivo inquadrare quest'opera in un genere popolare, come il noir o il thriller. La fine di Wettermark, in realtà, dietro l'apparenza del noir nasconde una spietata critica alla società americana del benessere degli anni Sessanta, una denuncia del razzismo strisciante negli stati del Sud e, soprattutto, una feroce invettiva contro il dio denaro e l'ossessione per il suo accumulo che corrode il cuore degli uomini.
«Cinquemila dollari in una sola mano. Oh, Dio. Per quei rettangoli di carta, la gente combatte e muore, va fuori di testa se li perde, in tutto il mondo la gente si sbatte da una parte all'altra con quei pezzetti di carta, e li dà via per avere sesso, automobili, e barche e case, abiti, cibo, istruzione, e li baratta con viaggi, e con quella roba costruisce chiese, casinò e bordelli, la offre in dono a Dio, o la usa per ubriacarsi, per riscaldare le proprie case e le amanti, o la dà via in cambio di pellicce.»
Cliff, in fin dei conti, non è un uomo malvagio, né un fallito su tutti i fronti: ha una moglie che lo ama, un lavoro non propriamente remunerativo ma comunque dignitoso, una testa pensante in una società in cui abbondano gli stupidi; eppure, anche lui cade preda dell'ansia del possesso e dell'ossessione per l'apparenza, fino a soccombere.
La scrittura di Chaze è fulminea e in grado di raffigurare con immediatezza le immagini nella mente del lettore, senza richiedere complesse operazioni di decodifica. Nondimeno, il suo stile è tutt'altro che scarno; il suo modo di scrivere è ricco di dettagli e sfumature, sa tratteggiare un personaggio con due o tre frasi essenziali e al tempo stesso circostanziate. Ciò è evidente, in particolare, nelle descrizioni delle donne, tantissime quelle che affollano le pagine del romanzo anche solo per una brevissima comparsa. Cassiere di banca, segretarie di redazione, addette alla reception di un ospedale, bariste; di tutte Chaze sottolinea un dettaglio, magari una parte del corpo (seno, gambe, capelli) o del modo di vestire. E ciò basta a renderle vive e perfino desiderabili agli occhi del suo protagonista e del lettore che ne segue le vicende. Lo stesso accade per i luoghi, un Sud selvaggio, preda di una canicola bestiale, che tuttavia sa regalare spazi immensi e panorami indimenticabili, per chi li sa vedere.
Cinico, oscuro e drammatico, al contempo ironico e a tratti divertente, La fine di Wettermark è un romanzo che merita di essere letto. Grazie dunque all'editore Mattioli 1885 per averlo reso fruibile anche al pubblico italiano.

4 agosto 2026

L'orrore e la bellezza: "Torneranno i prati"

L'ultima regia di Ermanno Olmi non è propriamente un film di guerra, bensì un film sulla guerra, quella "brutta bestia che gira il mondo e non si ferma mai", come la definì un fante citato nei titoli di coda. Torneranno i prati fu salutato da opinioni contrastanti alla sua uscita nel 2014: da un lato, quelli che ne elogiavano l'aspetto più squisitamente poetico, dall'altro, quanti lo contestavano in punto di verosimiglianza storica. Al di là di ogni considerazione, resta il testamento visivo di uno dei grandi protagonisti e innovatori del cinema mondiale.
Siamo nel 1917, sul fronte italiano, poco prima del disastro di Caporetto. In uno sperduto avamposto trincerato del nord-est presta servizio un gruppo di soldati del Regio Esercito, comandati da un capitano gravemente malato. Oltre la terra di nessuno, così vicino che se ne può sentire la voce, c'è il nemico. Gli austro-ungarici non si vedono mai nel corso della pellicola; tuttavia, a differenza del nemico mai giunto del Deserto dei Tartari, ogni tanto fanno sentire la loro presenza con i colpi dei cecchini e i pesanti bombardamenti di artiglieria. Tutt'intorno immensi boschi e montagne innevate, una natura selvaggia e magnifica, purtroppo stuprata dalla guerra degli uomini. È pieno inverno e la trincea è sommersa dalla neve; all'interno, i soldati passano il tempo intabarrati e infreddoliti, alternando i turni di guardia alle lunghe nottate di veglia. La distribuzione della posta e del rancio sembrano essere gli unici eventi rilevanti, in quell'avamposto che pare dimenticato da Dio e dagli alti comandi. L'arrivo improvviso di un maggiore e di un giovane tenente cambia però le sorti dei poveri fanti. I due ufficiali sono latori di un ordine suicida: c'è da piazzare un cavo telefonico oltre la terra di nessuno, in modo da poter riferire al Comando i movimenti del nemico. Da quel momento, la brutalità della guerra irrompe anche nel piccolo avamposto.
Come ho scritto all'inizio della recensione, Torneranno i prati non è propriamente un film di guerra: non ci sono combattimenti, il nemico non si vede e, a parte la terribile scena del bombardamento, non ci sono accelerazioni brusche. La pellicola mantiene un ritmo lento, nonostante la durata inferiore all'ora e mezza. Se dunque si vuole vedere un film di guerra nel senso più classico del termine, meglio orientarsi su altre pellicole, come, per limitarsi alla Grande Guerra, il recente 1917, le varie versioni di Niente di nuovo sul fronte occidentale, oppure l'epocale Uomini contro. Questo è, invece, un film sulla guerra, ossia un racconto di straordinaria intensità drammatica sul senso di precarietà degli uomini al fronte, sulla miseria del quotidiano (il rancio, il freddo, la malattia), sulle attese snervanti, sugli sguardi resi lucidi dalla follia, sull'impressione che la vita sia appesa a un filo e che la Morte vi armeggi intorno con le forbici in mano. E infatti, nonostante la quasi totale assenza di combattimenti, i poveri fanti contadini pagano egualmente un tributo altissimo e muoiono suicidi, di malattia, sacrificati in inutili sortite dall'ottusità dello Stato Maggiore.
Alcuni attenti osservatori hanno evidenziato la poca verosimiglianza storica di alcuni dettagli. Sottigliezze, a mio avviso, se ci si sofferma sul senso profondo della pellicola. Olmi ha utilizzato la guerra come scenografia per raccontare una storia che, pur non mancando di brutalità, è prima di tutto un inno alla poeticità dell'esistenza e alla potenza del sentire umano e della compassione, anche nelle peggiori tragedie. Si pensi alla scena del soldato napoletano che canta sul parapetto della trincea, applaudito dagli stessi nemici; poco verosimile, forse, eppure di grande intensità lirica. Torneranno i prati racconta bene il dolore, la paura e l'angoscia dei poveri fanti contadini, grazie a una buona prova di tutti gli attori, tra cui Claudio Santamaria, Francesco Formichetti e Camillo Grassi (davvero evocativo il suo mutismo nel ruolo dell'attendente). Al tempo stesso, come suggerisce il titolo, c'è anche un fondo di fiducia nel futuro, nella consapevolezza che la guerra finirà e la natura riprenderà il suo silente e indifferente dominio, seppellendo il corpo dei morti e la memoria dei vivi.
Un discorso a parte merita la splendida fotografia, curata dal Maestro assieme al figlio Fabio. Il film è stato girato a colori, ma in fase di post-produzione si è proceduto a una sorta di "sottrazione" digitale di alcuni toni. I colori prevalenti sono dunque il marrone delle divise, il grigio della bruma e dei fumi, il bianco accecante della neve, l'azzurro del cielo e il blu cupo delle montagne. Il risultato finale è un'atmosfera algida, una sorta di bianco e nero su cui spiccano improvvisi barbagli di colore, come il rosso del sangue, il giallo delle esplosioni e l'oro del larice in una delle scene di maggiore lirismo. Sempre in merito alla fotografia, colpisce la contrapposizione tra l'angustia della trincea e gli spazi immensi delle catene montuose all'esterno; per un voluto paradosso visivo, sembra quasi che la guerra esista solo all'interno del rifugio, dove teoricamente si è al sicuro, mentre gli spazi aperti sono rassicuranti e ammantati di pace, sebbene è lì che si muoia.
Pur con alcuni limiti giustamente evidenziati dalla critica, è indubbio che Ermanno Olmi abbia chiuso la sua straordinaria carriera con una pellicola che racchiude molte delle tematiche a lui più care: l'attenzione verso gli ultimi, l'amore per la natura e la montagna, il profondo rispetto verso i dialetti e la capacità di guardare il mondo con un occhio poetico, contemplativo, colmo di stupore quasi religioso.

26 luglio 2026

Abbiamo (ancora) bisogno di Nick Raider

Pensavo che rileggere Nick Raider a distanza di tanti anni si sarebbe rivelata soltanto un'operazione nostalgia, sebbene, a dirla tutta, non sia mai stato un assiduo lettore della testata. Era uno di quei fumetti che acquistavo di rado, soprattutto per avere compagnia durante i viaggi in treno. Chiunque abbia frequentato le vecchie edicole delle stazioni ferroviarie sa di cosa parlo: all'epoca vendevano a prezzi stracciati i fumetti rimasti invenduti e confezionati ex novo, anche due o tre testate diverse avvolte nel cellophane. La cosa era più comune con la Disney o con fumetti come Geppo, Braccio di Ferro e Tiramolla, ma poteva capitare anche con gli albi di casa Bonelli. Pur avendo conosciuto e apprezzato Nick Raider in questo modo, per me è stata una lettura occasionale e mai approfondita.
Il mese scorso, tuttavia, la Sergio Bonelli ha presentato una novità editoriale che ha risvegliato il mio interesse per il personaggio. Sto parlando dei Bonelli Pocket, volumetti di 320 pagine in formato ridotto (14,5 x 17 cm) che ristampano a prezzo popolare (5 euro) alcune storie da tempo assenti dalle edicole. I primi tre albi, finora gli unici, sono dedicati a Martin Mystère, Legs Weaver e, per l'appunto, Nick Raider. Sono libretti in formato economico ma di buona fattura, con carta sottile ma morbida e un'ottima definizione dei dettagli, nonostante le dimensioni delle vignette siano ridotte rispetto agli standard della casa di Via Buonarroti. Non ci sono rubriche, solo uno stringato redazionale con la descrizione del volume. Un'iniziativa pensata semplicemente per il piacere della lettura del fumetto e, forse proprio per questo, particolarmente gradita e riuscita.
Tre le storie dell'agente della Squadra Omicidi che sono state ristampate: la celebre Il caso Geronimo (Nizzi-Ramella, n. 6 del 1988), il giallo classico di Un volto nella notte (Nizzi-Trigo, n. 14 del 1989) e la spettacolare Una giornata nera (D'Antonio-Brindisi, tratta dallo Speciale del 1995). Per chi volesse iniziare a conoscere il personaggio, si tratta di un buon viatico. Nella prima storia tre persone, tutte a vario titolo legate alla produzione di un film western, vengono uccise da una freccia navajo alla gola, scoccata da un misterioso arciere; è un viaggio negli aspetti più torbidi della mente umana, un caso apparentemente inspiegabile con un impeccabile finale a sorpresa. Un volto nella notte, come ho già detto, è un giallo dalla struttura più classica. Una sessantenne viene uccisa nel proprio letto per una rapina finita male; la verità, ancora una volta, dimostrerà che nulla è come sembra e che l'apparenza delle cose spesso nasconde l'impensabile. Una giornata nera è invece una storia lunga rispetto al classico formato delle 94 tavole, un meccanismo narrativo a orologeria di rara perfezione. Attraverso gli occhi della recluta Stone, assistiamo a un giorno di ordinaria follia alla centrale della Squadra Omicidi di New York; una storia corale dura e amara che lascia un segno profondo nel lettore.
Nick Raider oggi potrebbe apparire come un personaggio datato. In linea di massima sono d'accordo con questa definizione, ma non ritengo che l'aggettivo vada inteso in senso negativo, tutt'altro. La testata ha il fascino delle vecchie stazioni di polizia piene di "scartoffie", con le sigarette sempre accese, un tocco di machismo e qualche battuta da caserma. Conserva intatto quel linguaggio d'antan che può anche apparire politicamente scorretto, dove abbondano parole che oggi fanno sorridere, come "sbirro" e "piedipiatti". E ancora, ricordiamo gli inseguimenti che rasentano l'incredibile, la pistola sempre in pugno, la spalla dell'eroe con tratti macchiettistici (il mitico Marvin Brown), il colpo d'accetta che divide i buoni dai cattivi con qualche lieve sfumatura di "grigio", e così via. Ebbene, tutto ciò è indiscutibilmente vecchio. Eppure è bello, divertente e persino rilassante, quantomeno per una fascia di persone che, di fatto, costituiscono lo zoccolo duro di chi ancora legge i fumetti da edicola. In un mercato dominato da graphic novel costosissime, dove i ragazzini oramai seguono altre forme di intrattenimento e hanno quasi dimenticato il fumetto, ci vorrebbe qualcuno che pensasse a quella nicchia di resistenti (ma siamo davvero così pochi?) che ancora si entusiasmano per un poliziesco hard-boiled della vecchia scuola.
Per quale motivo, dico io, dobbiamo sempre ragionare con gli occhi della contemporaneità? Ritenere che ciò che è nuovo sia per forza migliore o "più bello" è una deriva pericolosa, quantomeno per il nostro senso estetico. La Bonelli recentemente ha lanciato un sondaggio, chiedendo ai suoi lettori, tra le altre cose, quale vecchio personaggio vorrebbero vedere di nuovo in edicola. Nick Raider qualche tempo fa ha fatto capolino con una miniserie, ma sarebbe davvero gradita la ristampa cronologica della serie completa.
L'albo Bonelli pocket dedicato a Nick Raider

13 luglio 2026

"Le ceneri di Angela" di Frank McCourt: miserie d'Irlanda

Di solito diffido delle recensioni entusiastiche, perché in più di un'occasione sono rimasto deluso dopo aver letto un libro caldamente consigliato. Questa volta i miei pregiudizi sono stati smentiti, perché Le ceneri di Angela è esattamente come viene descritto da centinaia di lettori sulla rete: un romanzo bellissimo e indimenticabile che fa sorridere e commuovere. Si tratta di un'opera autobiografica, il racconto della prima stagione di vita dello scrittore, fino al compimento dei diciannove anni.
Frank McCourt nacque negli Stati Uniti da una famiglia di emigrati irlandesi cattolici; tuttavia, quando era ancora un bambino, i genitori decisero sciaguratamente di tornare nella madrepatria, nella speranza che nel paese natale avrebbero potuto superare un grave lutto. Mai speranza fu più mal riposta. In questo romanzo McCourt rievoca gli anni trascorsi in Irlanda, nella cittadina di Limerick, in una condizione di forte indigenza che rasentava la miseria più nera. Come scrive nel celebre incipit, la sua non è stata "un'infanzia infelice qualunque", ma un'infanzia infelice irlandese e cattolica, il che è peggio ancora. Il romanzo è scritto secondo il punto di vista di un bambino, Frank per l'appunto, che racconta con occhio ingenuo ma non privo di acume le tragiche vicende della propria famiglia. Il padre era uno scansafatiche ubriacone che non riusciva mai a tenersi un lavoro e sperperava al pub i pochi soldi che guadagnava; ciononostante, era un padre affettuoso e in qualche misura presente nella vita dei figli. Frank non usa mai parole dure nei suoi confronti, come se la distanza tra il tempo degli avvenimenti e il tempo della narrazione avesse appianato i contrasti e mitigato i giudizi. Angela è la madre di Frank, una donna che tra lutti e desolazione cerca in tutti i modi di proteggere gli amati figli; il suo sguardo muto e attonito davanti alle ceneri del focolare è l'immagine che dà il titolo al libro. Infine ci sono i fratelli del protagonista: Malachy, Michael e Alphonsus, a cui il libro è dedicato.
L'infanzia di Frank è caratterizzata da innumerevoli eventi dolorosi: la morte di due fratelli gemelli e una sorella, la miseria più nera, la convivenza con topi e pidocchi, la fame implacabile, le angherie di vicini e insegnanti, il freddo, la malattia e l'abbandono. Eppure, le pagine sono attraversate da una commovente tenerezza; il libro stesso, si potrebbe dire, è una stupenda dichiarazione d'affetto verso i suoi familiari. Rimangono impresse in particolare le parti che descrivono il rapporto con i fratelli: un legame profondo e sincero, cementato proprio dalle comuni sofferenze.
Non mancano strali contro l'Irlanda, madre e matrigna. L'Irlanda degli anni Trenta e Quaranta è descritta come un paese ormai libero dal giogo inglese, ma caratterizzato da ampie sacche di miseria, dove numerosi nuclei familiari sopravvivono grazie agli esigui sussidi statali, mentre la tubercolosi miete ancora tante vittime. McCourt descrive una nazione che si fa vanto dell'indipendenza conquistata di recente e tuttavia non riesce a fermare un flusso migratorio verso l'Inghilterra e gli Stati Uniti che assume l'aspetto di un'emorragia. Il cattolicesimo intransigente è un altro bersaglio delle frecciate di McCourt, sebbene egli adotti un atteggiamento ambivalente, che è un po' la cifra dello spirito irlandese. Da un lato, vengono descritti gli aspetti più castranti di una fede assolutizzante, dall'altro, il cattolicesimo è riconosciuto come parte essenziale dell'identità di un popolo, porto sicuro in cui rifugiarsi nei momenti di sconforto.
C'è da interrogarsi su quali siano state le ragioni di un successo inaspettato che nel 1996 portò alla ribalta questo semisconosciuto insegnante, vincitore del Premio Pulitzer con un memoir autobiografico che ha il taglio dei grandi romanzi di formazione del Novecento. A mio avviso, la principale ragione del successo è nel tono tragicomico della narrazione. McCourt ha la rara capacità di raccontare persino le tragedie con un tocco leggero e mai lacrimevole, usando il filtro dell'ironia tipico dell'adulto, unitamente allo sguardo disincantato del bambino. E ciò non toglie drammaticità alla narrazione, anzi la esalta. Si pensi a una delle scene più forti, quando il padre di Frank va a comprare una piccola bara bianca per uno dei suoi bambini morti e, prima di ritornare a casa, si ferma al pub, usando la cassa come tavolino per appoggiare il boccale di birra. Una scena di un estremo squallore e sacrilegio che tuttavia McCourt descrive attraverso gli occhi del sé bambino, attenuando così il senso di profanazione.
Un paio d'anni dopo, l'autore pubblicò la seconda parte di questa storia, 'Tis, tradotto in italiano come Che paese, l'America. Penso che chiunque abbia letto e apprezzato Le ceneri di Angela vorrà procurarsi anche il seguito, cosa che io farò sicuramente.

27 giugno 2026

Nanni Loy e la Resistenza come "affare del Sud"

Le quattro giornate di Napoli (1962, regia di Nanni Loy) è un perfetto esempio di film corale, un racconto a più voci in cui non c'è un vero protagonista. Oppure, in antitesi, si potrebbe affermare che protagonista e unico personaggio è il popolo napoletano, con i suoi mille volti: quelli dei bassi e dei quartieri alti, degli scugnizzi e dei professori, dei giovani, dei vecchi, dei poveri e dei benestanti. Non a caso nei titoli di testa non sono riportati i nomi degli attori, ma solo un sentito ringraziamento a quanti «in omaggio al popolo napoletano – vero interprete delle Quattro giornate – hanno aderito a partecipare in anonimo al film». Nel cast scelto da Nanni Loy figuravano infatti persone comuni accanto a celebri attori professionisti. Tra questi ultimi bisogna certamente menzionare Gian Maria Volonté, straordinario nei panni di un capitano del Regio Esercito, Aldo Giuffré, Regina Bianchi e persino Enzo Cannavale in un inusuale ruolo drammatico.
La pellicola è il racconto dell'insurrezione della città partenopea contro l'invasore tedesco che l'aveva occupata dopo l'armistizio dell'otto settembre 1943 e lo sbandamento dei reparti del Regio Esercito che la presidiavano. Nonostante la superiorità militare, le truppe della Wehrmacht vennero cacciate grazie a un'eroica lotta di popolo che combinò azioni di guerriglia e di resistenza non armata. Ovviamente non tutti i napoletani imbracciarono le armi, ma la maggioranza rifiutò comunque di collaborare con gli occupanti; di fatto, quando gli Alleati vi giunsero, la città si era già liberata da sola. Le quattro giornate valsero a Napoli la Medaglia d'oro al valor militare e spesso sono considerate la prima scintilla della Resistenza.
La sceneggiatura segue i fatti del settembre 1943, descritti in modo molto fedele. Tra gli eventi menzionati nella pellicola appartengono alla storia, tra gli altri, la fucilazione di un ignoto marinaio a cui il popolo fu costretto ad assistere, i rastrellamenti nelle case e il concentramento dei prigionieri nello Stadio del Vomero, le battaglie nelle strade, lo sgombero dei palazzi in prossimità del lungomare, la morte del dodicenne Gennaro Capuozzo. Accanto a questi fatti reali, sono stati introdotti personaggi ed eventi di fantasia, sia pur verosimili; sto parlando di tutte quelle storie minime di contorno che servono ad arricchire la trama (la mamma che consola il figlio morto, il soldato che torna a casa dalla guerra, il direttore del carcere minorile). Nonostante ciò, la principale critica che viene mossa alla pellicola è quella di avere un taglio troppo documentaristico. Se ciò fosse vero, ci sarebbe comunque da chiedersi se si tratti realmente di un limite, oppure di una precisa scelta narrativa degli sceneggiatori, come tale da rispettare. In realtà, la professionalità degli attori consumati e la spontaneità di quelli non professionisti evita, a mio avviso, l'effetto-documentario; non ci sono scene didascaliche e anche quelle dei combattimenti mantengono il pathos che è lecito aspettarsi da un film.
Le scene destinate a rimanere impresse nella memoria sono molte; mi sembra d'obbligo elencarne tre. La prima è la straziante scena del riconoscimento del figlio morto da parte dei genitori. In un silenzio carico di dolore e impressione, il padre si carica sulle spalle il corpo del ragazzo ucciso dai tedeschi per riportarlo a casa, attraversando due ali di astanti ammutoliti dalla rabbia, dallo sconforto e dalla dignità dei due poveri genitori. Da ricordare poi una sottotrama, che costituisce una sorta di film nel film. Sto parlando dei detenuti del carcere minorile che, guidati dal giovane camorrista Aiello, evadono per unirsi ai partigiani sotto gli occhi del direttore, il quale li implora di ritornare al sicuro nelle celle. Il rapporto tra Aiello e il direttore (il bravissimo Georges Wilson) avrebbe forse meritato un film a parte, per quanto è potente e intenso. Prima nemici, in quanto rappresentanti di due dimensioni in eterno conflitto, finiscono poi per combattere insieme e sarà proprio Aiello a portare in ospedale il direttore, ferito dal piombo tedesco. Infine, non è possibile non menzionare il finale con la morte di Gennarino: il regista è stato abile a non cadere nel facile sentimentalismo, girando una scena asciutta che mostra il vero volto della lotta degli scugnizzi, a cui non è possibile attribuire una definita coscienza politica.
Le quattro giornate di Napoli è un lungometraggio del 1962 che ha lasciato una traccia profonda nella memoria collettiva, scardinando il falso mito che la Resistenza sia stata soltanto "un affare del Nord". Se l'obiettivo era quello di ricordare il sacrificio di un popolo, ritengo che Nanni Loy l'abbia pienamente raggiunto. A distanza di sessant'anni è ancora un film vivo e palpitante, come la città che ne è protagonista. E se pure non mancano bozzetti caricaturali e qualche stereotipo, ciò non toglie valore al senso complessivo della pellicola.
Gian Maria Volonté in una scena del film

13 giugno 2026

"La fine della strada" di Joseph O'Connor: due solitudini

Come già aveva fatto con l'esordio di Cowboys and Indians e in maniera più potente con il successivo Il rappresentante, anche in questo romanzo O'Connor ha affrontato le tematiche dell'abbandono, dell'incomunicabilità e del dolore esistenziale. E probabilmente l'ha fatto nel modo più maturo, profondo e vero; non a caso il libro, alla sua uscita nel 2000, venne salutato come il migliore tra quelli scritti fino ad allora dall'autore irlandese.
La fine della strada è l'emozionante racconto dell'incontro tra due solitudini. Ellen ha quarantasette anni, eppure le resta poco da vivere a causa di una diagnosi implacabile; è irlandese di nascita ma è stata adottata negli Stati Uniti, dove tuttora vive assieme al marito fedifrago e ai due figli problematici. Martin è invece un poliziotto in disgrazia di Dublino, un tempo tra i più brillanti della squadra speciale; la morte di un figlio e il naufragio del matrimonio l'hanno ridotto all'ombra di se stesso. È il caso a farli incontrare, lo stesso caso per cui si scoprono più simili di quanto avrebbero mai potuto credere. Entrambi, infatti, vogliono raggiungere la penisola di Inishowen, nella contea del Donegal: lì è sepolto il figlio di Martin, lì vive la madre naturale di Ellen, che la donna vorrebbe conoscere prima di morire.
Inizia così un emozionante viaggio da Dublino al Donegal, attraverso le strade gelate di un'Irlanda su cui si è abbattuta un'eccezionale ondata di freddo. Il contesto storico e temporale è ben definito: la vicenda si svolge tra il 23 dicembre 1994 e il primo gennaio 1995. In Irlanda si respira timidamente un'aria nuova, in virtù del cessate il fuoco che sembra aver sopito gli animi devastati da decenni di guerriglia e terrorismo. O'Connor ricostruisce perfettamente il clima di quei giorni travagliati, raffigurando il volto di un paese diviso tra le spensierate celebrazioni del Natale e le ferite ancora aperte dei Troubles. Ellen e Martin durante il viaggio incontrano posti di blocco della Garda, murales che incitano all'IRA o all'UVF, echi di vecchie stragi e controversie irrisolte. La questione irlandese, pur toccando entrambi i protagonisti, è tuttavia solo la cornice che racchiude una questione strettamente privata, per usare quasi alla lettera un titolo di Fenoglio.
O'Connor, sebbene non ancora quarantenne, dimostrò di essere un autore di razza e una delle voci più interessanti della letteratura europea del nuovo Millennio. Bisogna peraltro tenere conto della mole del volume, quasi cinquecento pagine che scorrono grazie alla sapiente alternanza tra lunghi dialoghi – in cui l'autore prova di essere un acuto conoscitore del parlato quotidiano – e le parti descrittive che restituiscono il sapore di un'Irlanda dolceamara. Emergono le mille contraddizioni di una terra che sa essere madre e matrigna, di un popolo al tempo stesso tollerante e intransigente, santo e bestemmiatore, ironico e tremendamente serio.
Dal punto di vista più squisitamente lirico, La fine della strada è un inno al potere salvifico dell'amore, nella sua accezione più ampia che non comprende solo il legame tra un uomo e una donna o tra genitori e figli. Emerge la consapevolezza che solo questo sentimento può dare un significato all'aridità del quotidiano. A ben vedere, tuttavia, non si tratta di un messaggio riduttivo o banalmente consolante; sia Martin che Ellen sono infatti destinati al fallimento. Nondimeno, l'esperienza vissuta insieme, pur non avendo effetti taumaturgici, restituisce il significato a due vite che oramai erano segnate. Conta soltanto l'aver amato o l'essere stati amati, anche per una sola settimana nel corso di un'intera vita; un incontro come quello tra Ellen e Martin, sia pur breve, può offrire un riscatto, suturare molte ferite, lenire la solitudine estrema che prova chiunque abbia la ventura di affacciarsi al mondo.
La fine della strada è sicuramente un ottimo romanzo, sebbene alcune ingenuità narrative impediscano di definirlo un grande libro. Mi riferisco in particolare a due eventi poco credibili che accadono verso il finale; si tratta, a mio avviso, di parti che avrebbero potuto essere anche omesse o modificate senza incidere sul senso complessivo della storia. Ad ogni buon conto, con le ultime pagine O'Connor si riscatta, tornando a quel tono drammatico e profondamente umano che è il punto di forza di questo libro.

22 maggio 2026

"Al limite estremo" di Joseph Conrad: cercare luce nelle tenebre

La tragica vicenda del capitano Whalley è a suo modo esemplare nella produzione di Conrad, in quanto è una summa dei temi più cari allo scrittore polacco di lingua inglese. Questo lungo racconto, dilatato quasi sino alle dimensioni del romanzo, apparve per la prima volta nel 1902 a puntate su un giornale, come era d'uso all'epoca. Nello stesso anno fu raccolto in un volume che comprendeva anche Giovinezza e il celebre Cuore di tenebra, a comporre un'ideale trilogia delle fasi della vita umana. Se infatti Giovinezza rappresenta l'età verde e Cuore di tenebra la vita adulta (o, se si vuole, la maturità), Al limite estremo è invece il racconto della senescenza, non intesa tuttavia come acquisizione di un livello superiore di saggezza o consapevolezza, ma descritta nelle sue manifestazioni più prosaiche di disfacimento del corpo e dello spirito.
Henry Whalley ha sessantasette anni e un glorioso passato alle spalle: è stato uno dei più celebri capitani di lungo corso che abbiano navigato nei mari del Sud-est asiatico, al punto da aver persino dato il nome a un isolotto. Rimasto vedovo dopo la morte dell'amata moglie, al mondo non ha altri che la figlia, sposata con un uomo inetto e costretta a vivere ai limiti dell'indigenza in Australia. Whalley sogna una vecchiaia serena, ma il fallimento della banca dove aveva depositato i risparmi di una vita, unitamente alle difficili condizioni economiche della figlia, lo costringono a cambiare i suoi piani. Con gli ultimi denari, frutto della vendita di una piccola nave, decide di entrare in società con un uomo chiamato Massy, proprietario del Sofala, un vecchio piroscafo adatto soltanto al piccolo cabotaggio lungo le coste malesi. In virtù di alcune clausole vessatorie inserite nel contratto, Whalley assume il comando dell'imbarcazione, con l'impegno di mantenerlo per un certo numero di viaggi per non perdere la cifra investita, che lui vuole preservare per la figlia. Il capitano, però, nasconde un terribile segreto che non può rivelare e che emergerà soltanto nel finale.
Il nucleo centrale del racconto è il conflitto intimo tra senso dell'onore, onestà e bisogno, dove quest'ultimo si impone in modo così netto e volgare da far derogare ai valori di una vita intera. Anche Whalley ha una colpa da espiare, come il Lord Jim dell'omonimo altro romanzo di Conrad; al pari di quest'ultimo, sconta la propria colpa azzannato dai morsi della coscienza. Si può dunque affermare che il "limite estremo" del titolo non vada semplicemente inteso come ultima fase del viaggio terreno; è piuttosto la consapevolezza che nella vita ci sono eventi che costringono anche il più retto degli uomini a venire a patti con la propria coscienza. Quel limite è una linea d'ombra, per citare un altro grande romanzo di Conrad, oltre la quale c'è la bestialità, l'abdicazione ai valori più profondi. Whalley è un eroe tragico che si affaccia oltre quella soglia, ma al tempo stesso cerca la luce nelle tenebre, uscendone alfine pienamente riscattato.
L'autore ha prediletto l'introspezione rispetto all'azione. La navigazione del Sofala lungo le coste malesi è pigra, lenta e noiosa; di questo ritmo risente anche la narrazione, che per l'appunto si concentra prevalentemente sugli stati d'animo, i ricordi e le elucubrazioni di Whalley e degli altri personaggi. Rispetto ad altri racconti di Conrad, qui l'azione è ridotta alle ultime, convulse pagine, in cui il grande scrittore regala un travolgente coup de théâtre, di sicuro effetto anche se non del tutto inaspettato, dato che il peso della tragedia incombeva già dall'inizio. La narrazione segue il flusso dei pensieri dei personaggi, per cui non sempre è rispettato il corso cronologico degli eventi. Seduto sulla sua poltrona in vimini sul ponte del piroscafo, il capitano ripercorre con la memoria i dolori, le gioie, le glorie e i fallimenti di una vita intera; a ciò, naturalmente, corrisponde un ampio uso della digressione.
Al limite estremo non è un libro facile, né il più accessibile o appassionante tra i racconti lunghi di Conrad. Tuttavia, vale la pena leggerlo, perché nella dolente figura del capitano Whalley le tematiche della colpa e del tradimento (Lord Jim), della solitudine (La linea d'ombra) e dell'oscurità del cuore umano (Cuore di tenebra) vengono portate alla loro massima espressione.

9 maggio 2026

"Above", quel dolore che ancora brucia

Non è detto che un'ipotetica squadra formata dagli undici calciatori più forti del campionato sia destinata a vincere lo scudetto. Il calcio è governato da strane alchimie e la prova dei fatti spesso contraddice quanto ipotizzato sulla carta. Potrebbe ben accadere che i migliori undici calciatori del mondo non riescano a esprimere tutto il loro potenziale, ove inseriti nella stessa squadra. Questo è vero nel calcio, come nella musica. La storia del rock è costellata di "supergruppi", ovvero quelli composti da musicisti già celebri per aver militato in altre band di successo. Formazioni dalle alterne fortune che non sempre hanno brillato, nonostante le grandi individualità.
Anche la scena grunge di Seattle ebbe la sua superband: si chiamavano Mad Season, autori di un unico LP pubblicato nel 1995, Above. Come noto, per cui mi limiterò soltanto a brevissimi cenni, l'idea nacque in una clinica per la disintossicazione dalla tossicodipendenza. L'obiettivo dei musicisti era quello di dare vita a un progetto che riflettesse il desiderio di rinascita già portato avanti nei rispettivi programmi di recupero. I quattro erano Layne Staley (Alice in Chains) alla voce, Mike McCready (Pearl Jam) alle chitarre, John Baker Saunders (The Walkabouts) al basso e Barrett Martin (Skin Yard e Screaming Trees) alla batteria. Il disco si avvalse inoltre della collaborazione di Mark Lanegan, anch'egli degli Screaming Trees.
C'è chi ha scritto che Above, per uno strano paradosso, rappresenterebbe la quintessenza del grunge. Un paradosso perché il "Seattle sound" richiama alla mente qualcosa di selvaggio e duro, laddove questo disco vive anche di momenti di quiete. La celebre River of deceit, ma anche per buona parte l'iniziale Wake up, sono lì a dimostrarlo. E allora si può parlare di grunge non solo per il retroterra artistico dei membri della band, ma soprattutto per il carattere introspettivo, doloroso e struggente dei testi di Staley. Si ascolti Long gone day.
«So much blood, I'm starting to drown. […]
Am I the only one who remembers that summer?
Oh-oh, I remember
every day, each time the place was saved,
the music that we made,
the wind has carried all of that away.»
Above è un disco che si regge su un perfetto equilibrio, come la puntina di un giradischi in posizione di floating. Pezzi duri si alternano a momenti di quiete, l'impronta hard-rock si stempera in influenze psichedeliche e persino blues (Artificial red). Il cupo giro di basso di Wake up apre l'album: un soffuso tappeto di chitarre e al minuto 1:13 irrompe la dolorante voce di Staley, in una performance di grande intensità. È un brano ipnotico che si sviluppa in crescendo, un viaggio di oltre sette minuti da intraprendere a occhi chiusi, lasciandosi guidare solo dall'ispirato canto. X-ray mind è invece un pezzo solido e quadrato, in cui si affilano gli strumenti in vista delle due canzoni successive, River of deceit e I'm above. La prima è il singolo di maggior successo estratto dall'album, una ballata semi-acustica il cui testo risente dell'influenza de Il profeta di Gibran. I'm above è invece un pezzo marcatamente grunge, mentre nella successiva Artificial red il suono di Seattle viene contaminato con il blues. La citata Long gone day è un'altra perla del disco, lo struggente ricordo di un'estate fuggita via, come molti dei protagonisti di quell'età verde. Niente elettricità: dominano le chitarre acustiche e fa capolino persino un sassofono. Non è grunge, forse nemmeno rock, eppure è uno dei vertici della produzione del supergruppo. La strumentale e furiosa November Hotel e la lenta All alone chiudono il disco, con parole che sono sigilli di cemento sopra una pietra tombale.
«All alone, we're all alone.»
I Mad Season sono durati un'unica, breve stagione. Forse il loro destino era già scritto nel nome. Ma se il progetto è stato effimero, ciò non è certo un demerito; i quattro semplicemente hanno detto tutto quello che sentivano di dover dire e, così facendo, si sono consegnati alla storia. Il grunge è stato l'espressione di una rivolta giovanile "introspettiva"; a distanza di trent'anni si prova tenerezza nei confronti di questi giovani che hanno sacrificato se stessi sull'altare della musica, senza la pretesa di cambiare il mondo. Quel dolore ancora brucia, come provano i testi dell'unico album dei Mad Season, già compreso e celebrato alla sua uscita, ma che col passare del tempo ha acquistato un altro e più profondo significato. Con l'addio di Staley, Baker Saunders e Lanegan, la vicenda umana e artistica di questo supergruppo brilla come testimonianza di un'epoca irripetibile.
La copertina, opera dello stesso Staley

26 aprile 2026

"L'amara scienza" di Luigi Compagnone: l'arte della sopravvivenza

Questo romanzo del 1965, da alcuni considerato il capolavoro di Luigi Compagnone (1915-1998), è l'equivalente letterario di una pellicola neorealista, sebbene sia ambientato in pieno boom economico e dunque in un periodo successivo. Si può tuttavia ugualmente parlare di neorealismo, perché è il racconto crudo e senza orpelli, quasi scientifico, della miseria materiale e umana di quanti erano esclusi dal sogno del benessere.
Augusto Alinei, capitano di lungo corso in pensione, è anziano e malato: sono finiti i tempi in cui gettava sul tavolo della cucina i mazzetti di banconote da mille lire ("la tovaglia più bella del mondo"). È moroso e rischia lo sfratto dall'appartamento che abita da tanti anni, presso Via dei Tribunali. Assieme a lui vivono i tre figli: il maggiore Isidro, mentalmente minorato a causa della meningite, l'intellettuale Egidio, un idealista incapace di azioni concrete, e l'ultimogenita Lucia, la più avveduta e saggia. Su questi tre giovani poggiano le ultime speranze di Don Augusto: i figli devono trovare entro ventiquattro ore una somma di denaro sufficiente a coprire le pigioni insolute, altrimenti sarà sfratto. L'amara scienza è il dettagliato racconto delle peregrinazioni, tra il tragico e il grottesco, dei tre germani attraverso le strade e i vicoli di Napoli, alla ricerca del denaro.
La vicenda si dipana in un'unica, lunga giornata, dalle prime luci dell'alba fino a notte fonda. Il resoconto si sposta dall'uno all'altro dei quattro protagonisti, grazie all'espediente del narratore terzo e onnisciente. In questo senso, si può parlare quasi di una costruzione cinematografica, come se ci fosse un regista che sposta la macchina da presa per raccontare vicende che si svolgono in simultanea, ma in quattro luoghi diversi della città: nell'angusto appartamento in zona Tribunali, ove languisce il capofamiglia, nonché nelle strade di Napoli, ove si muovono con diseguale impegno i tre figli. Anche il registro varia: si passa dalle elucubrazioni sociali e intellettuali di Egidio, al linguaggio popolaresco di Isidro, fino a giungere ai toni carichi di pathos di Lucia e del suo ex fidanzato Pasquale.
Il romanzo tocca tanti temi profondi, sia umani che sociali. In primis, il dramma della miseria e dell'ineguale distribuzione della ricchezza, nonché quello dell'emergenza abitativa. In secondo luogo, è una crudele disamina dell'ipocrisia e del tradimento che spesso inquinano i rapporti umani. Tuttavia, in questo quadro desolante emergono i valori della famiglia e del sapersi arrangiare; è questa "l'amara scienza" che occorre imparare per sopravvivere.
«Forse perché anch'egli si batte per il pezzo di pane, e per un tetto di casa; non per vivere, si batte, ma per sopravvivere; non per un ideale eroico, ma per la conservazione della vita come scopo a se stante. È questa la sua amara scienza.»
Compagnone, con questo libro, diede l'immagine di una Napoli in rapida evoluzione, una città in trasformazione che voleva scrollarsi di dosso le macerie del secondo conflitto mondiale per entrare nel "salotto buono" della nuova società italiana del boom. Una "Napoli megalopoli" che si affacciava alla luminosa finestra dell'avvenire, senza tuttavia dimenticare la propria storia e identità. Non a caso, i protagonisti del romanzo si muovono sia nei vicoli del centro storico che nelle strade tracciate o rimodellate dopo la guerra, ove incombono i nuovissimi grattacieli del Rione Carità. Lo scrittore partenopeo ha voluto evidenziare le intime contraddizioni di questo processo di modernizzazione: la sua Napoli è al tempo stesso sazia e affamata, razionale e superstiziosa, borghese e popolare, cinica e generosa, madre e matrigna. Emblema di questo contrasto tra l'antico e il moderno sono le processioni che affollano le vie, cortei che invocano San Gennaro affinché conceda il tanto atteso miracolo del suo sangue. I tre giovani Alinei si imbattono innumerevoli volte in questi cortei, oscillando tra lo scetticismo di Egidio e la popolaresca fiducia di Isidro nella benevolenza del Santo.
Oggi Napoli, come tutte le città del mondo, è cambiata a causa dell'uniformazione imposta dalla globalizzazione. Tuttavia, più di altri luoghi, è riuscita a mantenersi fedele alla propria identità profonda. Forse proprio per questo motivo, L'amara scienza è un romanzo che, pur essendo perfettamente calato nell'epoca in cui fu scritto, è tutt'oggi interessante, perché sa cogliere il nucleo sempiterno e immutabile del popolo napoletano.
Prima edizione Vallecchi del 1965

10 aprile 2026

"Meglio la vita ad allevare porci": una poesia di Franco Costabile

Tanti anni fa, quando avevo più curiosità e tempo libero, mi capitava spesso di sfogliare una storia della letteratura italiana del Novecento della casa editrice Lucarini, tre volumi che citavano anche autori meno noti, accanto alle figure più importanti. Uno spazio, piccolo come sempre accade, era dedicato ad alcuni poeti meridionali, oggi vieppiù dimenticati. E non sto ovviamente parlando dei "grandi", come Gatto, Sinisgalli e Scotellaro, ma di poeti valentissimi, eppure poco conosciuti, che hanno lasciato una traccia flebile ma significativa nella nostra letteratura. Tra questi, mi colpì specialmente la tragica vicenda umana di Franco Costabile, calabrese di Sambiase, nato nel 1924 e morto suicida a Roma nel 1965. Nella Capitale strinse alcuni importanti legami d'amicizia, come quelli con Raffaello Brignetti e Giuseppe Ungaretti; quest'ultimo, in occasione della morte dello sfortunato poeta calabrese, scrisse alcuni versi poi trascritti sulla tomba. In particolare, Costabile era amico del pittore Enotrio Pugliese, noto semplicemente come Enotrio.
Avevo quasi dimenticato questa vicenda e persino il nome del poeta, fino a quando, un paio di mesi fa, ho acquistato un'opera di Enotrio Pugliese, una tempera su carta che raffigura un treno merci fermo in prossimità di un casello. L'ho acquistata perché mi piaceva il soggetto e solo dopo mi sono informato in merito all'autore. Quando ho letto che Costabile donò i suoi ultimi versi proprio al pittore Enotrio, ho finalmente rammentato il poeta calabrese. Riannodando i fili del passato, ho cercato sulla rete qualche poesia di Costabile. Una in particolare mi ha colpito, la stessa che mi aveva impressionato tanti anni fa e che avevo dimenticato, o che forse giaceva in qualche andito polveroso della memoria. Si intitola Calabria infame, ma basta sostituire la parola "Calabria" con "Meridione" per avere un testo dal valore universale.
«Un giorno
anche tu lascerai
queste case,
dirai addio,
Calabria infame.»
Il poeta si rivolge a un interlocutore immaginario con una facile profezia: un giorno anche tu andrai via e lascerai questa terra infame che porta addosso il peso di una cattiva reputazione. È un destino ineluttabile quello del meridionale, così almeno sostiene Costabile, il destino dell'emigrante. Nessuna famiglia può dirsi indenne da questa iattura, tutti hanno un figlio, un nipote, un fratello o un caro amico che è partito alla ricerca di fortuna. Il poeta scrive nell'immediatezza del secondo dopoguerra, quando le campagne del Mezzogiorno andarono incontro a un ulteriore, rapido spopolamento. Eppure, non c'è pietà in questi primi versi e neppure nostalgico rimpianto; c'è anzi risentimento nei confronti di una terra aspra e ingrata che non ha saputo conquistarsi una fama positiva (per l'appunto, "infame"). Nemmeno emerge carezzevole affettuosità nei confronti del paese natio o delle case, ridotte a luoghi di partenza, come un'anonima stazione ferroviaria.
«Solo
ma leale,
servizievole,
ti cercherai
un'amicizia,
vorrai sentirti
un po' civile,
uguale a ogni altro uomo.»
In questo secondo gruppo di versi assistiamo all'arrivo dell'emigrante nella terra promessa, facilmente identificabile con l'industrioso Nord. Qui l'emigrante sperimenta per la prima volta la solitudine, così diversa dalle chiassose compagnie dei luoghi d'origine. Castigato ogni istinto e repressa ogni antica abitudine, egli tenta invano di ingraziarsi quelli che non sono suoi simili, ma i nuovi padroni. Leale e servizievole, reprimendo ogni moto di ribellione e sussulto di dignità, l'emigrante proverà a integrarsi nella nuova realtà, tentando di farsi amiche quelle persone così diverse da lui.
Il punto più drammatico della poesia è nei versi seguenti, in quel «vorrai sentirti / un po' civile, / uguale a ogni altro uomo». La vittima fa propri i pregiudizi del carnefice, anziché indignarsi si convince che, in fin dei conti, la preclusione verso i meridionali sia comprensibile, se non addirittura giustificata. Egli allora prova a negare le proprie origini, a nascondere la propria provenienza pur di sentirsi uguale agli altri, agli uomini "civili".
«Ma quante volte
sentirai risuonarti
bassitalia,
quante volte
vorrai tu restare solo
e ripeterti
meglio la vita
ad allevare porci.»
Il picco di tragicità viene toccato nei versi finali. L'emigrante, nonostante tutti i goffi tentativi di apparire diverso e migliore, viene smascherato. Quelli che aveva preso a modello, gli uomini civili, non gli perdonano la sua provenienza geografica, stampata sulla pelle come un marchio d'infamia, come uno stigma d'inferiorità e di sospetto. Per loro sarà sempre un "terrone", un "meridionale", "uno della bassa". E allora egli rifuggirà la compagnia degli uomini a cui aveva cercato di assomigliare; rimasto solo, questa volta per scelta, ricorderà con nostalgia la terra d'origine, dove persino allevando maiali sarebbe stato più libero e felice. Si pentirà di aver preso quel treno, lo stesso treno, così mi piace immaginare, tante volte immortalato nei paesaggi di Enotrio Pugliese.

28 marzo 2026

"Mi hanno assassinato" di Gertrude Mary Wilson: un giallo tinto d'occulto

Non amo i gialli, non mi appassionano perché, in linea di massima, non ho mai avuto la curiosità di sapere da chi e perché taluno è stato ammazzato. Ci sono però delle eccezioni, come spesso accade quando qualcosa non ci piace. Dürrenmatt rientra nella categoria, d'altronde stiamo parlando di un giallista anomalo e soprattutto di un genio, per quanto questa parola sia ai giorni nostri decisamente abusata. Un'altra eccezione è rappresentata dai volumetti della collana I Bassotti di Polillo Editore, collana che presenta al pubblico italiano una serie di romanzi della cosiddetta "età dell'oro del giallo" di area anglosassone, ossia quelli scritti a cavallo tra le due guerre mondiali. Mi hanno assassinato, di Gertrude Mary Wilson, fa parte di questa collana, sebbene sia stato pubblicato in un'epoca successiva, ovvero nel 1957. Inedito in Italia fino al 2025, ci consente di conoscere una scrittrice di cui sulla rete ci sono pochissime tracce.
Gertrude Bryant, poi coniugata con il fumettista Roy Wilson da cui prese il cognome, nacque nel 1899 a Norwich, nella contea di Norfolk. Lavorò come insegnante, fino a quando, spronata dal marito, iniziò a collaborare con riviste letterarie e illustrate, dando inizio a una prolifica carriera come autrice di fumetti. Parallelamente all'attività di sceneggiatrice di nuvole parlanti, la Wilson pubblicò oltre venti romanzi di genere poliziesco con incursioni nel soprannaturale, dando vita specialmente a due personaggi che spesso compaiono nelle stesse storie: l'ispettore Lovick e la scrittrice Miss Purdy. La Wilson, rimasta vedova, morì nel 1986.
Miss Purdy è la protagonista di questo romanzo dal titolo forse poco accattivante ma certamente suggestivo. Alla ricerca di un luogo tranquillo dove poter scrivere il suo nuovo libro e desiderosa di allontanarsi dal caos di Londra, la cinquantacinquenne scrittrice decide di avvalersi della consulenza di un agente immobiliare, il quale le propone una deliziosa casetta sulle rive di un fiume nelle amene campagne del Norfolk. Waterside Cottage, questo il nome della dimora, è isolata quanto basta per potersi concentrare senza essere disturbati. Eppure, è abitata da un'inquietante presenza, il fantasma di Lilian Kemp, una ragazza che qualche mese prima era annegata nel tratto di fiume su cui si affaccia Waterside Cottage. L'inchiesta è stata sbrigativa e il caso è stato chiuso come un banale incidente, sebbene nessuno abbia compreso perché la giovane si sia avventurata da sola su una barchetta in una gelida notte di gennaio. Miss Purdy, pur non essendo una medium, viene contattata dal fantasma di Lilian, la quale guida le mani della scrittrice che, senza volerlo, batte sulla propria macchina da scrivere tre inquietanti parole: "mi hanno assassinato". Inizia così una discreta indagine fondata solo su presunzioni e percezioni, fino a quando un altro annegamento non fa precipitare gli eventi.
Il romanzo della Wilson è sicuramente originale, in quanto innesta elementi soprannaturali su un impianto tradizionale. Ciò non basta evidentemente per parlare di una storia di fantasmi, cosa che non era certamente nelle intenzioni dell'autrice. L'introduzione di elementi occulti che contribuiscono a risolvere il caso caratterizza un romanzo che altrimenti scorrerebbe senza sussulti e su binari piuttosto ordinari. Anche la scoperta che l'assassino è il più insospettabile tra i sospettati non desta particolare sorpresa, rientrando nei cliché del giallo classico. Neppure la presenza del soprannaturale è un'assoluta novità, sebbene la Wilson abbia avuto quantomeno il buon gusto di dosare gli elementi ultraterreni senza scivolare nel grottesco. Pur mantenendosi una certa dose di scetticismo, condivisa persino dai protagonisti, la rivelazione della vera natura dello spirito di Lilian nel finale riesce a regalare qualche brivido ai lettori.
Superfluo dire che non ci troviamo di fronte a un classico, né tantomeno un libro imprescindibile. Nello stesso catalogo della Polillo ci sono sicuramente titoli più validi. Ad ogni modo, il romanzo della Wilson presenta una buona caratterizzazione dei personaggi e contiene vivide descrizioni di un delizioso angolo di campagna inglese sconvolto da un duplice delitto. Una lettura piacevole se non si hanno alte pretese.

28 febbraio 2026

"Vipera in pugno" di Hervé Bazin: contro ogni pedagogia

In passato era usanza di alcune ricche famiglie francesi quella di abitare in falsi manieri di gusto medievaleggiante. Questi finti castelli erano il simbolo di una nobiltà decaduta o, più spesso, di una ricchezza conquistata grazie al commercio e agli affari. In una di queste dimore, la Belle Angerie, vivono i protagonisti dell'incendiario romanzo di Hervé Bazin (1911-1996), che alla sua uscita nel 1948 destò grande scalpore, ma al tempo stesso raccolse i favori del pubblico e della critica.
Vipera in pugno è un romanzo di formazione al contrario, il racconto di un'educazione contrapposta ai canoni della pedagogia moderna. A impartire questa educazione autoritaria e rigidamente reazionaria è Paule Pluvignec, la tiranna della Belle Angerie, moglie del padrone di casa, il pavido e accidioso Jacques Rezeau. Vittime predestinate sono i tre figli della coppia: Ferdinand, detto il Moscio, Jean, detto Teppa, e Marcel, soprannominato Scricciolo. Paule impone dentro casa un vero e proprio regime totalitario che le vale i soprannomi di Bastarda e Pazza. Gli ingredienti di questa educazione farebbero inorridire ogni pedagogista: sveglia alle cinque, rigorosa programmazione degli orari e delle attività, studio sotto la sferza di un rigido precettore, messa quotidiana e preghiere più volte al dì, pubblica confessione dei peccati ogni sera, punizioni corporali, umiliazioni fisiche e morali, assoluta mortificazione di ogni piacere della gola e della carne. In parole povere, un'educazione fatta di soli obblighi e divieti, che nega qualsiasi capacità di autodeterminazione del bambino. Sebbene la vicenda sia ambientata negli anni del primo dopoguerra, la Belle Angerie sembra ferma a un'epoca antecedente all'Età dei Lumi.
Con questo romanzo, in parte autobiografico, Bazin ha denunciato gli esiti più estremi di un cattolicesimo intransigente che si fa radicalismo moraleggiante. Il cattolicesimo "pre Concilio Vaticano II" non è tuttavia l'unico bersaglio dei suoi strali. Vipera in pugno è prima di tutto un impietoso e ironico atto d'accusa contro un'aristocrazia morente (quella dei Rezeau) che per sopravvivere doveva scendere a patti con l'odiata classe dei borghesi arricchiti (rappresentata dai Pluvignec).
«Il mondo è in subbuglio, non si fida più devotamente della Croix, sbeffeggia l'Indice, vuole giustizia, non bigotteria; diritti e non elemosina; si affolla su treni suburbani che lentamente spopolano queste campagne servili, sbaglia l'ortografia dei nomi dei grandi, pensa male perché non pensa come voi, eppure è vivo, e noi siamo moribondi.»
Bazin ha scritto un vero e proprio elogio della ribellione adolescenziale, paragonabile per intensità a Il giovane Holden. Jean, protagonista e io narrante, è l'unico dei tre fratelli che si ribella apertamente al regime imposto dalla madre, ingaggiando con lei una vera e propria battaglia che sconfina nel reato e finanche nel tentato omicidio. In ciò sta lo scandalo che questo romanzo destò, nell'aver presentato una figura di madre crudele e ingiusta, lontana dall'immaginario tradizionale, un mostro perverso che trasforma Jean, il figlio più odiato e tuttavia a lei più simile, in un adolescente amorale e cinico che si affaccia al mondo brandendo metaforicamente una vipera in pugno, pronta a mordere chiunque osi ostacolare i suoi piani. Paule, nell'ossessione punitiva che sconfina nella patologia psichiatrica, ha nutrito un aspide in seno. Ed è lo stesso Jean a rendersene conto nelle pagine finali del romanzo.
«Ogni fede mi sembra un inganno, ogni autorità una disgrazia, ogni sentimento un calcolo. Dubiterò, allontanerò, rinnegherò le amicizie più sincere, la buona disposizione, gli affetti che mi verranno offerti. L'uomo vive solo. Amare è una debolezza, odiare significa imporsi. Io vivo, dunque attacco, distruggo.»
Di figure di genitori autoritari è piena la letteratura; mi viene in mente Padre padrone. Eppure, nel romanzo di Ledda lo scontro generazionale è tra due visioni del mondo, ciascuna dotata di una propria verità e dignità: il mondo arcaico e pastorale del padre che si contrappone agli ideali progressisti del figlio. Per quanto discutibile, l'educazione che il pastore impone al figlio è, almeno nelle intenzioni, orientata al suo benessere e a garantirgli un posto sicuro nel mondo, protetto dalle braccia immutabili della tradizione. Ne La vipera in pugno, invece, manca proprio l'idea del bene: è un'educazione crudele e ingiusta che sfida le leggi umane e divine, nonché i principi della logica. Per questo motivo ho parlato di un romanzo di formazione al contrario.
Il libro di Bazin è stato ristampato nel 2025 da Feltrinelli in un'elegante veste grafica nella nuova collana "I grammatici", destinata a «pubblicare opere che, nel vasto ambito della letteratura, siano capaci di illuminare un aspetto fondamentale ancora nascosto del nostro presente oppure, all'opposto, l'origine lontana di ciò che è sotto gli occhi di tutti». La recente e meritoria ristampa diventa così un'occasione per riscoprire un'opera mai davvero dimenticata, che tuttavia da troppo tempo mancava sugli scaffali delle librerie italiane.

14 febbraio 2026

Un tassista, un fotoreporter, una verità da rivelare

Ci sono eventi, anche della storia recente, che sarebbero ignoti ai più se un film o uno sceneggiato non li avessero ricordati. Ciò è tanto più vero quando si tratta di vicende che riguardano paesi lontani. Se sono venuto a conoscenza del "massacro di Gwuangju", lo devo proprio a un film, A taxi driver (2017), diretto da Jang Hoon. A dirla tutta, fino a qualche giorno fa nemmeno sapevo che la Corea del Sud avesse attraversato una lunga fase di autoritarismo e instabilità politica e che la conquista della democrazia fosse un fatto relativamente recente. Durante la dittatura di Chun Doo-hwan il Paese conobbe uno straordinario sviluppo economico, simile a quello del Giappone di qualche anno prima, ma al tempo stesso una forte compressione dei diritti civili e politici, con l'applicazione della legge marziale, lo scioglimento delle organizzazioni studentesche e il controllo della stampa. In questo clima d'emergenza, nel maggio del 1980 scoppiò una rivolta contro il governo nella città di Gwangju, repressa nel sangue dall'esercito. Il numero dei morti è tuttora imprecisato, ma c'è chi parla di migliaia di vittime, soprattutto giovani studenti e lavoratori che manifestavano per il ripristino dei diritti civili.
A taxi driver, da non confondere con il più celebre e quasi omonimo lungometraggio con De Niro, ha vinto diversi premi e ha destato grande scalpore e commozione in Corea. Kim, il protagonista, è un tassista di Seul, vedovo, con una figlia a carico e sempre in bolletta. A bordo della sua automobile con oltre 600.000 chilometri, gira tutto il giorno per la capitale pur di racimolare qualche won in più. Un giorno, mentre sta pranzando in un punto di ristoro per tassisti, viene a conoscenza che un collega si è messo d'accordo per accompagnare un cittadino tedesco nella lontana città di Gwangju, per la bella cifra di centomila won. Kim non può lasciarsi sfuggire un'occasione del genere e così si reca al luogo dell'appuntamento prima del collega, soffiandogli il cliente. Ignora però che il tedesco non è un comune uomo d'affari, ma un giornalista spedito a Gwangju per filmare gli scontri e consegnare al mondo una testimonianza di quanto stava accadendo nella città ormai isolata.
A taxi driver racconta la genesi di una coscienza politica e la graduale maturazione di un pensiero critico. All'inizio del film Kim è un uomo tutto sommato banale e indifferente alle vicende politiche coreane: interessato più che altro a portare a casa la pagnotta, non vede di buon occhio gli studenti che manifestano, bloccando il traffico di Seul e intralciando i suoi modesti affari. Quando però l'orrore del regime si appalesa con il massacro di Gwangju, il tassista comprende di non poter più chiudere gli occhi e di doversi necessariamente schierare dalla parte dei difensori delle libertà civili, anche a costo di mettere a rischio la propria vita. Questa acquisizione di consapevolezza è particolarmente toccante, perché Kim, da padre vedovo qual è, avrebbe ben potuto anteporre i propri interessi personali alle sorti della sua nazione. Il viaggio assieme al reporter tedesco, iniziato con un piccolo inganno e tanti fraintendimenti, finisce invece per diventare la più grande prova di coraggio che il tassista è chiamato ad affrontare. Un viaggio che cambierà per sempre la vita di Kim e il suo sguardo sul mondo.
Jang Hoon ha girato una pellicola che parte come una commedia brillante e si conclude con toni cupi e drammatici. Si passa dalle risate delle prime scene alla sparatoria nelle strade e al sangue del massacro. Tuttavia, il passaggio non è brusco, c'è un'evoluzione graduale che va di pari passo con la presa di coscienza del protagonista. In questo senso, a parte qualche ingenuità (la poco credibile scena dell'inseguimento), il film scorre lungo i binari del realismo. Peraltro, giova precisarlo, si tratta di un adattamento di una storia vera, quella di Jürgen Hinzpeter, l'unico giornalista che documentò gli eventi di Gwangju, rendendoli noti al mondo.
In conclusione, è un bel film di impegno civile che restituisce a noi occidentali il crudo racconto di una tragedia poco nota al di fuori della Corea. Bravissimi gli attori, su tutti Song Kang-ho che ha prestato il suo volto espressivo alla memorabile figura del tassista Kim. Un plauso va anche agli attori che interpretano i personaggi minori, perché sono riusciti a trasmettere allo spettatore l'immagine di un popolo fiero e altruista che ha saputo ritrovare il meglio di sé all'interno di una tragedia collettiva.
La locandina italiana

31 gennaio 2026

"Splendor", il cinema come dichiarazione d'amore

È bene partire subito con una precisazione: Splendor (1989) non è il miglior film di Ettore Scola, né il migliore con protagonisti Marcello Mastroianni e Massimo Troisi, in quanto il coevo Che ora è, a mio avviso, gli è superiore. Splendor è una pellicola riuscita a metà che probabilmente soffre il confronto con Nuovo Cinema Paradiso, grande successo di critica e pubblico dell'anno precedente, con un soggetto simile.
Jordan, interpretato da Mastroianni, è il titolare dello storico cinema Splendor di Arpino, in provincia di Frosinone. Il legame tra Jordan e la settima arte è indissolubile e risale alla sua infanzia, in pieno ventennio fascista, quando assieme al padre girava per i paesi del Meridione a bordo di uno scassato furgoncino per proporre spettacoli di cinema itinerante, con proiezioni approssimative su un telo bianco perennemente scosso dal vento. Lo Splendor, fondato dal padre di Jordan, ha attraversato indenne un bel pezzo di storia d'Italia. I fasti del dopoguerra e degli anni del boom economico sono però irripetibili e così, soprattutto a causa della concorrenza della televisione e di altre forme di intrattenimento, alla fine degli anni Ottanta è sull'orlo della chiusura, con l'immobile già venduto a un imprenditore del posto. Costretto ad abbandonare il luogo che ha amato più di ogni altro, Jordan durante il triste trasloco rievoca nella memoria i principali eventi degli ultimi quarant'anni, confermando ancora una volta come il suo destino e quello della sala siano inestricabilmente legati. Ed è così che facciamo la conoscenza degli altri due protagonisti del film: il proiezionista Luigi (Massimo Troisi) e la maschera Chantal (Marina Vlady).
Il lungometraggio di Scola presenta evidenti punti di forza, ma con altrettanta evidenza sconta alcune debolezze. Iniziando da queste ultime, non si può non menzionare l'uso disinvolto, se non eccessivo, della tecnica del flashback. Il ritmo della narrazione viene continuamente interrotto per mostrare eventi del passato, a volte vere e proprie digressioni che dilatano il racconto e non sempre aggiungono elementi decisivi o imprescindibili. In secondo luogo, vi è un ampio utilizzo di spezzoni tratti da altri film (Metropolis, L'albero degli zoccoli, Amarcord, per citarne alcuni) che vengono proiettati allo Splendor. Anche questa scelta rallenta il ritmo della narrazione, sebbene rappresenti un sentito omaggio di Scola ai capolavori che l'hanno segnato. Delude poi il finale: un lieto fine banale e poco coerente rispetto a quanto accaduto fino a quel momento. Queste note critiche non devono tuttavia far passare in secondo piano i punti di forza. In primis, va rimarcata l'ottima interpretazione di Mastroianni e Troisi. Il primo con grande mestiere dà spessore al personaggio di Jordan, sebbene non sia la più celebre delle sue interpretazioni. Il secondo veste i panni del proiezionista con tenerezza e malinconia profonda. Ci sono poi almeno due scene memorabili: la partita a carte con i notabili del paese e Troisi che tenta di procacciare dei clienti con risultati esilaranti.
Splendor è una sentita e sincera dichiarazione d'amore verso il cinema, sia come forma d'arte che come scelta di vita. Eppure, a parte l'incongruo finale, il clima della pellicola è tutt'altro che festoso. Scola ha infatti utilizzato il genere della commedia per lanciare un atto d'accusa contro gli eccessi della modernità. Nel 1989 il "nemico" era la televisione, ma l'impoverimento culturale era solo agli inizi e, visti col senno di poi, quegli anni oggi ci appaiono come l'età dell'oro. A dare il colpo di grazia ai cinema (e aggiungo, alle edicole, ai negozi di dischi e alle librerie) ci hanno infatti pensato internet, i social network e le piattaforme di streaming. Per questo motivo una pellicola come Splendor, pur con i suoi difetti, è in grado di lanciare un messaggio ancora attuale, anzi più attuale oggi che non nel 1989.
La locandina del film di Ettore Scola

18 gennaio 2026

"Il gigante sepolto" di Kazuo Ishiguro: oltre i confini del fantasy

È forse vero che il fantasy sia nato e morto con Tolkien. Per avvedersene è sufficiente leggere Lo hobbit o Il signore degli anelli e confrontarli con uno qualsiasi dei loro epigoni; il paragone sarà impari. Ciò vale anche quando a commisurarsi con il genere sia un premio Nobel come Ishiguro, che nel 2015 pubblicò Il gigante sepolto, libro che per tematiche e ambientazione può essere avvicinato al genere fantasy.
La vicenda è ambientata in un'Inghilterra dilaniata dall'odio tra Sassoni e Britanni, un odio profondo e inestinguibile che provoca lutti e devastazioni. In un misero villaggio vivono due coniugi, Axl e Beatrice, quasi emarginati dalla propria comunità, ai cui bisogni comunque contribuiscono con il duro lavoro. Axl e Beatrice hanno un figlio, sebbene non ricordino né il suo nome né che fine abbia fatto. La loro memoria, come quella di tutti gli abitanti di quelle lande selvagge, è stata infatti annebbiata da un oscuro e sconosciuto maleficio. Nessuno ha memoria del proprio passato, che pure ogni tanto ricompare sotto forma di vaghi ricordi, brumosi e inafferrabili come la nebbia che ha cagionato l'incantesimo. Guidati da uno di questi ricordi, i coniugi decidono di lasciare casa e intraprendere un periglioso viaggio alla ricerca del figlio disperso. Durante il tragitto vivranno ogni sorta di esperienza e avventura, fino al sorprendente finale che riordina tutti i fili della complicata matassa.
Ishiguro in questo romanzo ha operato una commistione tra elementi tipici del fantasy e altri legati alla storia locale. Tra i primi va menzionata la presenza di orchi, elfi, draghi e altre figure misteriose ed esoteriche, nonché i richiami alla leggenda di Re Artù. Appartengono invece alla storia i rimandi al Cristianesimo, la rivalità tra Sassoni e Britanni, la descrizione delle condizioni di vita del popolo minuto e delle diffuse superstizioni. Il gigante sepolto è dunque ambientato in una sorta di Medioevo immaginario: una cornice realistica entro la quale si sviluppano situazioni di matrice fantastica. Il cuore del libro è ovviamente nel viaggio intrapreso dai due coniugi; il viaggio, come noto, assieme alle battaglie, è il tema portante di ogni fantasy che si rispetti. A differenza dei classici del genere, però, Il gigante sepolto presenta un elemento originale: i protagonisti non sono giovani e forti, non assomigliano alla classica figura dell'eroe, bensì sono due anziani malandati e zoppicanti, già duramente provati dalla sventura.
Certo Il gigante sepolto è qualcosa di più di un romanzo dalle tinte fantasy: è soprattutto una riflessione su temi profondi come l'amore coniugale e filiale, la vecchiaia, la vendetta e il perdono, nonché sulla capacità tutta umana di saper riparare i torti per il tramite della misericordia. Pur non essendo d'ispirazione religiosa, si può affermare che per certi versi sia un libro profondamente cristiano. Queste tematiche forti non sono affrontate da Ishiguro in forma diretta, ma trasfigurate, per così dire, grazie all'utilizzo del mito e di elementi fantastici. É dunque un libro che spinge alla riflessione su temi antichissimi e universali che appartengono all'umanità sin dai suoi albori. È un romanzo sulla memoria e sulla colpa, in cui con un coup de théâtre la nebbia che provoca la smemoratezza diventa quasi un bene, perché fa dimenticare tutti i torti. Ecco dunque che il lieto fine con la sconfitta del "mostro", pur rientrando nel più classico dei cliché del fantasy, in realtà nasconde una radice di male. In ciò, senza voler svelare troppo, sta il messaggio che Ishiguro ha voluto lanciare.
Eppure, nonostante la profondità del significato, il ritmo della narrazione è spesso rallentato, oppure si invischia in dialoghi verbosi e finanche stucchevoli, soprattutto, spiace dirlo, quando a parlare sono i due protagonisti. A mio modesto avviso, è un libro riuscito a metà.

3 gennaio 2026

"Anniversario dell'esame di maturità" di Franz Werfel: la colpa giovanile

Tra i tanti cantori della finis Austriae, Franz Werfel (1890-1945) non è uno dei più noti. Eppure in tutti i suoi romanzi si sente il canto del cigno di una civiltà in rovina, un tempo gloriosa e infine travolta sotto la marcia inesorabile della Storia. Degno rappresentante di questa società defunta è il protagonista del romanzo Anniversario dell'esame di maturità, il giudice istruttore Sebastian. Figlio del presidente della Corte Suprema, egli è tutto sommato un uomo mediocre che deve la propria carriera all'ingombrante figura del padre.
Una sera Sebastian viene invitato a una cena di ex compagni di scuola, venticinque anni dopo l'esame di maturità. Tra tutti gli ex scolari dell'Imperial Regio Ginnasio "San Nicola" manca però Franz Adler, il più talentuoso, l'intellettuale che a soli sedici anni aveva composto un dramma dedicato agli ultimi giorni dell'imperatore Federico II, l'unico tra i compagni che possedesse il sommo dono della poesia.
«Io compresi per la prima volta la potenza emotiva di ogni umana opera d'arte. Adler con la sua fantasia creava uomini, ne guidava i destini, e non si limitava a scribacchiare brano a brano le sue creazioni, ma le conduceva a termine secondo un piano prestabilito. […] Nella sua testa rossa, troppo grande, io scopersi il divenire di una bellezza superiore. Una bellezza spirituale, carismatica, si diffondeva sopra di lui, mentre leggeva.»
Adler possedeva un'intelligenza sopraffina, un pensiero originale che rifuggiva dalle strade consuete del sapere accademico, per intrufolarsi in vicoli secondari, percorsi laterali e obliqui che producevano idee non convenzionali ma geniali. Sebastian negli ultimi lustri aveva quasi dimenticato il vecchio compagno, ma di colpo il passato torna prepotentemente a fargli visita, nelle vesti di un uomo accusato dell'omicidio di una prostituta che il giudice istruttore deve sottoporre a interrogatorio. Quell'uomo si chiama Franz Adler, come il vecchio compagno di classe. Ma è davvero lui? Scosso da quell'incontro presago, il giudice, nel corso di una tormentosa notte, si lascia andare a una lunga confessione in forma di memoriale, la confessione di una grande ingiustizia di cui Adler è stato vittima ai tempi del ginnasio. Il memoriale del giudice diventa così il sofferto racconto di una terribile colpa giovanile.
«La mia risata era germogliata come una semente. Ora sbocciava in molte gole. Quel riso improvviso era riuscito a distruggere l'autorità di Adler. […] Aveva annientato come per incanto il rispetto che si tributava a un'intellettualità superiore, e aveva posto termine alla benevolenza che perfino i ragazzi concedono a un corpo sgraziato.»
Werfel ha affrontato in questo romanzo un tema terribile e drammatico: il tragico destino degli eletti, la travagliata esistenza di chi, baciato dal talento e caro agli dèi, viene fatto vittima dei soprusi e delle angherie degli umani, dettate dall'invidia. E ciò è ancora più evidente tra gli adolescenti, quando la crudeltà verso i coetanei più dotati può raggiungere forme impensabili di cinismo e sopraffazione. Franz è indubbiamente il migliore della sua classe, dotato di una sensibilità fuori dal comune. Per questo viene bersagliato dai compagni, perché persino essere un grande spirito può diventare causa di dannazione. Il male, sembra dirci Werfel, si annida nell'animo umano a ogni età e l'invidia può essere la scintilla che lo fa deflagrare. La soluzione è solo nell'amore, ma Sebastian arriva a comprenderlo troppo tardi, quando ormai la colpa giovanile si è incancrenita e il passato non può più essere messo in ordine. "Di fronte alla grande superiorità di un altro non c'è mezzo di salvezza al di fuori dell'amore", scriveva Goethe, citazione che viene ripresa e ragionata nel romanzo di Werfel. 
Anniversario dell'esame di maturità è, a mio avviso, un grandissimo libro. Squisitamente novecentesco, è un romanzo di formazione sui generis, in quanto il raggiungimento della maturità non passa attraverso le esperienze giovanili, bensì tramite un'acquisizione di consapevolezza postuma, giunta praticamente fuori tempo massimo. Werfel sembra voler legare il destino dei suoi personaggi a quella società in rovina che li ha visti adolescenti; egli ci ammonisce che quel mondo doveva morire affinché Sebastian, divenuto giudice, potesse finalmente espiare la sua colpa. Ecco che il mito dell'Austria felix declina anche moralmente nel tramonto della finis Austriae, che copre col manto dell'oblio ogni colpa e vergogna.

Edizione Guanda del 1988