Nessuno meglio di Ken Loach è in grado di descrivere il disagio e la voglia di riscatto delle periferie inglesi, dove un'umanità fragile e precaria sconta sulla propria pelle tutte le contraddizioni del capitalismo. Il regista di Nuneaton da sempre si concentra sui disoccupati, gli immigrati, le ragazze madri, le persone con patologie psichiatriche, con un occhio di riguardo verso gli adolescenti. E forse è proprio nel descrivere i dolori più profondi della gioventù che raggiunge i punti più alti della sua produzione. Si pensi in primis a Kes, il suo secondo lungometraggio risalente al 1969.
Sweet Sixteen lo vidi al cinema, perché ricordo che all'epoca, era il 2002, se ne parlò molto. Rivedendolo di recente mi sono reso conto che non è affatto invecchiato, anzi il suo messaggio è drammaticamente attuale, perché mai come oggi i giovani hanno affrontato un così radicale smarrimento, dovuto principalmente all'inarrestabile crisi di identità che sta attraversando la famiglia nei paesi occidentali.
In gran parte del mondo anglosassone il sedicesimo compleanno è noto come "sweet sixteen", il "dolce sedicesimo", vero e proprio rituale di passaggio dalla fine dell'infanzia alla prima età adulta. Per Liam, il protagonista del film, questo traguardo si avvicina sotto tristi presagi. La mamma, tossicodipendente e legata a un violento spacciatore di nome Stan, è in carcere, quantunque prossima a uscirne; la sorella, ragazza madre, è andata a vivere altrove grazie all'aiuto degli assistenti sociali. Liam vive nella periferia di una città scozzese, assieme a Stan e al nonno, a sua volta un personaggio gretto, volgare e anaffettivo. Quando il giovane si rifiuta di portare in carcere della sostanza stupefacente da cedere durante un colloquio, viene cacciato di casa dal nonno e dal compagno della madre ed è costretto a trasferirsi dalla sorella. Liam, nonostante una vita già disastrata, ha un sogno: allontanare la madre dal compagno, riunire la famiglia e trasferirsi tutti quanti in una casa nuova, lontano dal quartiere degradato in cui è cresciuto. Non conoscendo però strade diverse rispetto all'illegalità, per realizzare il suo sogno si troverà invischiato a sua volta nel giro dello spaccio.
Paul Laverty, il fido sceneggiatore di molti film di Loach, in un'intervista ha riferito che Sweet Sixteen è il racconto di un giovane che cerca di dare una direzione alla propria vita. Tuttavia non può farlo attraverso il calcio, la musica e i fumetti, come i suoi coetanei più fortunati. Egli deve caricarsi sulle gracili spalle il compito di capofamiglia e, in una malsana inversione di ruoli, fare da padre alla propria madre. La narrazione è cruda, obiettiva, distaccata; l'occhio del regista lascia parlare i fatti, senza esprimere giudizi che risulterebbero oltremodo fuori luogo e improvvidi. Non tutto però è perduto: nel desiderio di Liam di essere amato come figlio emerge il valore di un'umanità che cerca prepotentemente di farsi strada.
La fotografia è d'impatto e mostra una Scozia diversa da quella da cartolina. Greenock, dove è ambientato il lungometraggio, è una cittadina costiera come tante altre, che tuttavia nasconde una periferia brutta, sporca, dove un'umanità immiserita e annoiata annega il proprio male di vivere nell'alcool e nella droga. In questa devastazione morale, prima ancora che materiale, il prezzo più caro è pagato dagli adolescenti come Liam, Flipper e Chantelle, privi di una reale prospettiva di cambiamento. Pur dovendosi adeguare al contesto, possiedono tuttavia una forza ribelle che cercano di veicolare verso obiettivi semplici. Il sogno di Liam, in fondo, è solo quello di avere una famiglia normale.
Come nella maggior parte dei suoi lavori, Loach ha utilizzato anche attori non professionisti, come il bravissimo Martin Compston nel ruolo del protagonista, al suo esordio sul grande schermo. Questa scelta conferisce ovviamente maggiore realismo alla pellicola, che è poi l'obiettivo che da sempre persegue il cineasta inglese. Ogni suo film, questo in particolare, è un pugno nello stomaco, nudo e crudo come la quotidianità di chi vive ai margini della società dell'apparenza, del benessere e del consumismo. Loach vuole lanciare un'accusa, non sta a lui trovare soluzioni; per questo rifugge dal consolante lieto fine, come forse lo spettatore si aspetterebbe. Il finale, al contrario, seppur aperto, è tragico e cupo: il semplice sogno del ragazzo è spezzato sul nascere. Tuttavia, forse una speranza c'è e risiede proprio nella sua giovinezza. Liam ha sedici anni e per quanto il suo compleanno sia stato tutt'altro che "sweet", ha tutto il tempo per sfuggire a un destino che sembra segnato.





















