23 marzo 2014

"The God given right": il Vangelo secondo Lee Fardon

     Quando avevo quindici anni o poco più, agli albori della mia passione musicale, non era raro che acquistassi un disco soltanto per la sua copertina. Raramente ho sbagliato. In alcuni casi ho trovato dei veri e propri capolavori (il primo, omonimo e monumentale disco degli Affinity, ad esempio), in altri è stato un totale fallimento.
     Così, quando ho adocchiato, sui polverosi banchi di un mercatino dell’usato, The god given right, lp di uno sconosciuto (almeno per me) Lee Fardon, ho deciso di acquistarlo senza tanti indugi. Forse il disco che ho pagato di meno, un euro solamente; certamente, un album di valore decisamente superiore a molti di quelli per cui ho sborsato dieci o venti volte tanto. Sulla copertina di questo lp (Aura records) c’è un ragazzo sopra un letto sfatto, con il materasso ben in vista, che guarda verso l’osservatore con aria annoiata. In alto a sinistra uno straccio, o forse una coperta, o forse addirittura una bandiera del Regno Unito stropicciata. Insomma, tutto il contrario della classica estetica da rockstar. Più che altro un’immagine intimista, che ben avrebbe potuto costituire la copertina di un disco di Nick Drake.
     L’anno era il 1982 e il nostro Lee, nato negli anni ’50 dalle parti di Londra, si accingeva a pubblicare il suo secondo album, dopo Stories of an adventure (1981). All’incisione di The god given right (più o meno, “il diritto dato da Dio”) partecipano musicisti quadrati e puliti nell’esecuzione: Jim Hall alla chitarra, Colin Fardon al basso, Chris Brown alla batteria e l’ottimo Jan Schelhaas alle tastiere. Le tracce sono dieci e, come spesso succede, il lato A è il migliore. Già dai solchi iniziali, quelli di Show me (like this again), si capisce che il nostro ha talento da vendere. Nella prima facciata c’è una sequenza davvero notevole di pezzi, su cui spicca la terza traccia, Together in heat. Sul lato B spiccano, invece, Like an automatic, con quel ritornello cantilenante che ti entra nella testa, e lo struggente finale di I remember you.
     Ma di quale tipo di musica si tratta? Non ha torto chi l’ha definito un emulo di Springsteen, ma è una definizione sommaria e parziale. Lee Fardon ha un proprio stile, che fonde egregiamente il gusto della ballata “springsteeniana” con suoni che discendono direttamente dalla new-wave. Lee è un cantante dalla voce profonda, simile a quella di Ian Curtis; sa dosare egregiamente le tastiere, che, anziché avere quel gommoso sapore anni ’80, sono ben inserite nel contesto, con accenni di Hammond anni ’60.
     Si tratta certamente di un disco non perfetto, con qualche episodio meno felice, ma che risulta piacevole dall’inizio alla fine. A giudicare dalle notizie pescate sulla rete, sembrerebbe proprio che questo album abbia avuto una certa diffusione in Italia. Non dovrebbe essere raro, allora, trovarlo sulle bancarelle o in qualche fiera del vinile. Compratelo, non ve ne pentirete. Lo sfortunato Lee Fardon merita un po’ della nostra fiducia.    

Lee Fardon mi ha anche concesso un'intervista. Per leggerla, CLICCA QUI!

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