19 ottobre 2015

"Fiorirà l'aspidistra" di George Orwell: una guerra personale contro il dio denaro

     “Siamo figli delle stelle, pronipoti di Sua Maestà il Denaro”, cantava qualche lustro fa Franco Battiato. Se Gordon Comstock, il protagonista del romanzo di Orwell, avesse conosciuto i versi di questa canzone, probabilmente li avrebbe eletti a proprio inno.
     Gordon è un trentenne londinese, rampollo di una famiglia della media borghesia caduta in disgrazia. I pochi parenti superstiti, e soprattutto la sorella Julia, sognano per lui un buon posto di lavoro, convinti che potrà ridare lustro all’annacquato casato. Ma Gordon, più di ogni altra cosa, odia la vita piccolo-borghese che gli viene prospettata, disprezza le abitudini dei benpensanti, abiura la misera esistenza dell’uomo medio. Per lui, ciò che conta non è fare bene nella vita, perché questo inevitabilmente comporta la schiavitù, l’asservirsi alle regole di un sistema che detesta. Non vuole “fare bene”, ma sopravvivere nella sottile terra di nessuno tra l’apparente benessere e la nera miseria, cercando di avere successo nella poesia, sua grande passione e sincera aspirazione.
     Tutto il suo odio si concentra su due simboli: il denaro e le aspidistre. Il primo è un bieco tiranno, elevato dagli uomini a vera è propria divinità; per i moderni, “è ciò che dio soleva essere” per gli antichi. Gordon ha un atteggiamento ambiguo verso il denaro, che chiama Dio Quattrino. Da un lato, vorrebbe affrancarsene, per essere libero come un anacoreta; dall’altro, però, ne ha un maledetto bisogno per le semplici necessità quotidiane. Dovrà perciò constatare che anche una vita al limite della indigenza ha un costo, e non può prescindere dal possesso di una somma, sia pur irrisoria, di denaro. L’altro nemico giurato è l’aspidistra, una pianta dalle foglie a forma di scudo, che decora le case della piccola borghesia inglese. Nell’aspidistra il protagonista identifica la summa del mondo che odia, il concentrato di tutte le perversioni umane. Perché, in fin dei conti, l’uomo medio altro non sogna che “sistemarsi, far bene, vendersi l’anima per una villetta o un’aspidistra”. Tutte le case londinesi hanno una di queste piante, così diffuse per la longevità e la straordinaria capacità di adattarsi ad ogni clima, di sopravvivere all’incuria umana, di crescere dove neppure il più esile filo d’erba riuscirebbe ad andare avanti. L’aspidistra, nella sua semplicità di pianta comune, è la quintessenza delle aspirazioni e del fallimento della classe media: il desiderio di una vita agiata che si scontra con l’amara constatazione della realtà, fatta di biechi agenti di commercio, operai pagati meno di una sterlina la settimana, modiste zitelle, procaci bariste di sordidi pubs, mariti annoiati che si trastullano con prostitute. Più che il simbolo del benessere borghese, l’aspidistra è il simulacro di un’esistenza solo apparentemente agiata, il fallace segno di chi crede di “avercela fatta” e la espone alle finestre come una bandiera.
     Il credo di Gordon, professato con somma intransigenza, è tanto semplice quanto impossibile da realizzare: “unica religione è tenersi lontani dal sudicio denaro”. Eppure, per quanto fermo nei suoi propositi, Gordon non riuscirà a portare fino in fondo la sua ribellione, sarà costretto a soccombere alla malia del denaro (e delle aspidistre). E si troverà così a dover scegliere, a malincuore, tra una vita rispettabile e l’ostinata guerra ai quattrini, che conduce inevitabilmente al carcere, alla fogna, al cimitero.
     In questo straordinario romanzo, Orwell ha compiuto una precisa scelta ideologica. La graduale soccombenza del protagonista, che da scapestrato diventa un borghese modello, con tanto di cravatta ed aspidistra, non è altro che la vittoria del profitto sul puro ideale, la sconfitta dell’individualismo anarchico a tutto vantaggio di una visione utilitaristica dell’essere umano, semplice pedina di una scacchiera che non può dominare. Eppure, forse proprio per questa precisa scelta politica, il romanzo appare non solo realistico, ma addirittura vero, di una illuminante concretezza.
     I personaggi si muovono in una Londra paurosa e tetra, abitata da esseri che hanno una consistenza poco più reale di quella di un fantasma; “in una città come Londra, ogni vita che si vive deve essere intollerabile e senza significato”, arriva a dire il giovane Comstock. Eppure, anche in questa cloaca dolorante e purulenta ci sono degli spiriti eletti, il cui contributo sarà essenziale per il rinsavimento di Gordon. Il primo è Ravelston, direttore della rivista Anticristo, cui Gordon occasionalmente collabora con delle poesie. Di famiglia agiata, Ravelston è una sorta di mecenate, che cerca di mettere in pratica i principi del socialismo: la sua casa è un andirivieni di artisti falliti, che aiuta con laute sovvenzioni. Poi c’è Rosemary, la devota fidanzata di Gordon, una delle più intense figure di donna che la letteratura del Novecento ci ha regalato. È una ragazza del popolo, dotata di solido buonsenso e di un temperamento mite ma non remissivo. Accetta le stranezze del fidanzato, anche se non riesce a capire fino in fondo la sua ossessione per il denaro; eppure, sarà proprio il suo amore devoto ed incondizionato a ricondurlo sui solidi binari di un’esistenza borghese.
     Sono tante e profonde le suggestioni di quest’opera, che con cocciuta superficialità viene definita “minore”. In verità, in essa c’è tanto della vita e del pensiero di Orwell, che alla lotta contro la tirannide – sia questa politica o finanziaria – dedicò la miglior parte della sua produzione letteraria.

La copertina di una vecchia edizione Mondadori

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