28 febbraio 2026

"Vipera in pugno" di Hervé Bazin: contro ogni pedagogia

In passato era usanza di alcune ricche famiglie francesi quella di abitare in falsi manieri di gusto medievaleggiante. Questi finti castelli erano il simbolo di una nobiltà decaduta o, più spesso, di una ricchezza conquistata grazie al commercio e agli affari. In una di queste dimore, la Belle Angerie, vivono i protagonisti dell'incendiario romanzo di Hervé Bazin (1911-1996), che alla sua uscita nel 1948 destò grande scalpore, ma al tempo stesso raccolse i favori del pubblico e della critica.
Vipera in pugno è un romanzo di formazione al contrario, il racconto di un'educazione contrapposta ai canoni della pedagogia moderna. A impartire questa educazione autoritaria e rigidamente reazionaria è Paule Pluvignec, la tiranna della Belle Angerie, moglie del padrone di casa, il pavido e accidioso Jacques Rezeau. Vittime predestinate sono i tre figli della coppia: Ferdinand, detto il Moscio, Jean, detto Teppa, e Marcel, soprannominato Scricciolo. Paule impone dentro casa un vero e proprio regime totalitario che le vale i soprannomi di Bastarda e Pazza. Gli ingredienti di questa educazione farebbero inorridire ogni pedagogista: sveglia alle cinque, rigorosa programmazione degli orari e delle attività, studio sotto la sferza di un rigido precettore, messa quotidiana e preghiere più volte al dì, pubblica confessione dei peccati ogni sera, punizioni corporali, umiliazioni fisiche e morali, assoluta mortificazione di ogni piacere della gola e della carne. In parole povere, un'educazione fatta di soli obblighi e divieti, che nega qualsiasi capacità di autodeterminazione del bambino. Sebbene la vicenda sia ambientata negli anni del primo dopoguerra, la Belle Angerie sembra ferma a un'epoca antecedente all'Età dei Lumi.
Con questo romanzo, in parte autobiografico, Bazin ha denunciato gli esiti più estremi di un cattolicesimo intransigente che si fa radicalismo moraleggiante. Il cattolicesimo "pre Concilio Vaticano II" non è tuttavia l'unico bersaglio dei suoi strali. Vipera in pugno è prima di tutto un impietoso e ironico atto d'accusa contro un'aristocrazia morente (quella dei Rezeau) che per sopravvivere doveva scendere a patti con l'odiata classe dei borghesi arricchiti (rappresentata dai Pluvignec).
«Il mondo è in subbuglio, non si fida più devotamente della Croix, sbeffeggia l'Indice, vuole giustizia, non bigotteria; diritti e non elemosina; si affolla su treni suburbani che lentamente spopolano queste campagne servili, sbaglia l'ortografia dei nomi dei grandi, pensa male perché non pensa come voi, eppure è vivo, e noi siamo moribondi.»
Bazin ha scritto un vero e proprio elogio della ribellione adolescenziale, paragonabile per intensità a Il giovane Holden. Jean, protagonista e io narrante, è l'unico dei tre fratelli che si ribella apertamente al regime imposto dalla madre, ingaggiando con lei una vera e propria battaglia che sconfina nel reato e finanche nel tentato omicidio. In ciò sta lo scandalo che questo romanzo destò, nell'aver presentato una figura di madre crudele e ingiusta, lontana dall'immaginario tradizionale, un mostro perverso che trasforma Jean, il figlio più odiato e tuttavia a lei più simile, in un adolescente amorale e cinico che si affaccia al mondo brandendo metaforicamente una vipera in pugno, pronta a mordere chiunque osi ostacolare i suoi piani. Paule, nell'ossessione punitiva che sconfina nella patologia psichiatrica, ha nutrito un aspide in seno. Ed è lo stesso Jean a rendersene conto nelle pagine finali del romanzo.
«Ogni fede mi sembra un inganno, ogni autorità una disgrazia, ogni sentimento un calcolo. Dubiterò, allontanerò, rinnegherò le amicizie più sincere, la buona disposizione, gli affetti che mi verranno offerti. L'uomo vive solo. Amare è una debolezza, odiare significa imporsi. Io vivo, dunque attacco, distruggo.»
Di figure di genitori autoritari è piena la letteratura; mi viene in mente Padre padrone. Eppure, nel romanzo di Ledda lo scontro generazionale è tra due visioni del mondo, ciascuna dotata di una propria verità e dignità: il mondo arcaico e pastorale del padre che si contrappone agli ideali progressisti del figlio. Per quanto discutibile, l'educazione che il pastore impone al figlio è, almeno nelle intenzioni, orientata al suo benessere e a garantirgli un posto sicuro nel mondo, protetto dalle braccia immutabili della tradizione. Ne La vipera in pugno, invece, manca proprio l'idea del bene: è un'educazione crudele e ingiusta che sfida le leggi umane e divine, nonché i principi della logica. Per questo motivo ho parlato di un romanzo di formazione al contrario.
Il libro di Bazin è stato ristampato nel 2025 da Feltrinelli in un'elegante veste grafica nella nuova collana "I grammatici", destinata a «pubblicare opere che, nel vasto ambito della letteratura, siano capaci di illuminare un aspetto fondamentale ancora nascosto del nostro presente oppure, all'opposto, l'origine lontana di ciò che è sotto gli occhi di tutti». La recente e meritoria ristampa diventa così un'occasione per riscoprire un'opera mai davvero dimenticata, che tuttavia da troppo tempo mancava sugli scaffali delle librerie italiane.

14 febbraio 2026

Un tassista, un fotoreporter, una verità da rivelare

Ci sono eventi, anche della storia recente, che sarebbero ignoti ai più se un film o uno sceneggiato non li avessero ricordati. Ciò è tanto più vero quando si tratta di vicende che riguardano paesi lontani. Se sono venuto a conoscenza del "massacro di Gwuangju", lo devo proprio a un film, A taxi driver (2017), diretto da Jang Hoon. A dirla tutta, fino a qualche giorno fa nemmeno sapevo che la Corea del Sud avesse attraversato una lunga fase di autoritarismo e instabilità politica e che la conquista della democrazia fosse un fatto relativamente recente. Durante la dittatura di Chun Doo-hwan il Paese conobbe uno straordinario sviluppo economico, simile a quello del Giappone di qualche anno prima, ma al tempo stesso una forte compressione dei diritti civili e politici, con l'applicazione della legge marziale, lo scioglimento delle organizzazioni studentesche e il controllo della stampa. In questo clima d'emergenza, nel maggio del 1980 scoppiò una rivolta contro il governo nella città di Gwangju, repressa nel sangue dall'esercito. Il numero dei morti è tuttora imprecisato, ma c'è chi parla di migliaia di vittime, soprattutto giovani studenti e lavoratori che manifestavano per il ripristino dei diritti civili.
A taxi driver, da non confondere con il più celebre e quasi omonimo lungometraggio con De Niro, ha vinto diversi premi e ha destato grande scalpore e commozione in Corea. Kim, il protagonista, è un tassista di Seul, vedovo, con una figlia a carico e sempre in bolletta. A bordo della sua automobile con oltre 600.000 chilometri, gira tutto il giorno per la capitale pur di racimolare qualche won in più. Un giorno, mentre sta pranzando in un punto di ristoro per tassisti, viene a conoscenza che un collega si è messo d'accordo per accompagnare un cittadino tedesco nella lontana città di Gwangju, per la bella cifra di centomila won. Kim non può lasciarsi sfuggire un'occasione del genere e così si reca al luogo dell'appuntamento prima del collega, soffiandogli il cliente. Ignora però che il tedesco non è un comune uomo d'affari, ma un giornalista spedito a Gwangju per filmare gli scontri e consegnare al mondo una testimonianza di quanto stava accadendo nella città ormai isolata.
A taxi driver racconta la genesi di una coscienza politica e la graduale maturazione di un pensiero critico. All'inizio del film Kim è un uomo tutto sommato banale e indifferente alle vicende politiche coreane: interessato più che altro a portare a casa la pagnotta, non vede di buon occhio gli studenti che manifestano, bloccando il traffico di Seul e intralciando i suoi modesti affari. Quando però l'orrore del regime si appalesa con il massacro di Gwangju, il tassista comprende di non poter più chiudere gli occhi e di doversi necessariamente schierare dalla parte dei difensori delle libertà civili, anche a costo di mettere a rischio la propria vita. Questa acquisizione di consapevolezza è particolarmente toccante, perché Kim, da padre vedovo qual è, avrebbe ben potuto anteporre i propri interessi personali alle sorti della sua nazione. Il viaggio assieme al reporter tedesco, iniziato con un piccolo inganno e tanti fraintendimenti, finisce invece per diventare la più grande prova di coraggio che il tassista è chiamato ad affrontare. Un viaggio che cambierà per sempre la vita di Kim e il suo sguardo sul mondo.
Jang Hoon ha girato una pellicola che parte come una commedia brillante e si conclude con toni cupi e drammatici. Si passa dalle risate delle prime scene alla sparatoria nelle strade e al sangue del massacro. Tuttavia, il passaggio non è brusco, c'è un'evoluzione graduale che va di pari passo con la presa di coscienza del protagonista. In questo senso, a parte qualche ingenuità (la poco credibile scena dell'inseguimento), il film scorre lungo i binari del realismo. Peraltro, giova precisarlo, si tratta di un adattamento di una storia vera, quella di Jürgen Hinzpeter, l'unico giornalista che documentò gli eventi di Gwangju, rendendoli noti al mondo.
In conclusione, è un bel film di impegno civile che restituisce a noi occidentali il crudo racconto di una tragedia poco nota al di fuori della Corea. Bravissimi gli attori, su tutti Song Kang-ho che ha prestato il suo volto espressivo alla memorabile figura del tassista Kim. Un plauso va anche agli attori che interpretano i personaggi minori, perché sono riusciti a trasmettere allo spettatore l'immagine di un popolo fiero e altruista che ha saputo ritrovare il meglio di sé all'interno di una tragedia collettiva.
La locandina italiana