2 dicembre 2014

Per un Meridionalismo intelligente

     Bisognerebbe rileggere Carlo Alianello (1901-1981), specie in questi tempi in cui il Meridionalismo, un tempo elitaria corrente di pensiero, viene ripreso a tutti i livelli, spesso con superficialità e senza piena cognizione di causa. E bisognerebbe riprendere in mano i suoi libri non solo per l’indiscussa qualità letteraria, ma perché ci raccontano quello che il Meridione è stato e continua ad essere, tratteggiando con precisione le peculiarità sempiterne di questo popolo.
     Alianello aveva un grande talento narrativo, che per consapevole scelta politica decise di mettere al servizio dei vinti, di quelle genti “conquistate” (per dirla proprio con le sue parole) nel 1860. Il trittico di opere dedicato alla vicenda risorgimentale è composto da una raccolta di racconti, Soldati del re (1952), e da due romanzi corali, L’alfiere (1942) e L’eredità della Priora (1963), da cui furono tratti fortunati sceneggiati televisivi.
     Ne L’alfiere vengono rievocati i convulsi giorni che precedettero la caduta del Regno delle Due Sicilie. Pino Lancia, il protagonista, è un soldato leale, che combatte in Sicilia ed a Gaeta, passando per Napoli. Il racconto, che inizia con l’arrivo dei garibaldini e si conclude con la resa della Cittadella assediata, ricostruisce in maniera precisa e vivida gli eventi principali di una guerra civile fatta di tradimenti e di viltà, più che di atti di eroismo. E il merito dell’autore sta proprio nel dare un volto ed umanissimi sentimenti agli sconfitti, ricondotti alla primigenia dignità di uomini e donne. Eppure, nella sua ansia di raccontare il vero e non tacere nulla, Alianello non si rinchiude nella visione idilliaca di un Sud tradito, di una sorta di Eden violentato da un invasore selvaggio. L’autore è spietato nell’affermare che le responsabilità della conquista vanno ricercate, in primo luogo, nel modo d’essere dei meridionali. Dice in proposito un suo personaggio, il padre dell’alfiere Lancia:
«Brutta cosa, figlio mio, nascere napoletani. Perché siamo vecchi, figlio. Questo è un popolo vecchio: e perciò scettico, indulgente, pronto a transigere. Le grandi cose, le grandi virtù, gli ideali gli si sono logorati tra le mani in tanti secoli e han perduto quel lustro, quel brillio, quella certezza che attrae e fa smuovere la gente giovane. […] Questo popolo va in sfacelo per eccesso d’intelligenza. Tu gli dici patria, e lui vede il gendarme borioso, il magistrato venale, il funzionario traffichino, il generale traditore o vile e il Re beffato e truffato. Tutte facce dello stesso Pulcinella, tutta gente come lui, della sua pasta, che rispettare non può, ma a cui finge d’obbedire, per evitare guai. E ad un’idea astratta non ci crede: ad una patria, che non sia fatta d’uomini, non ci può nemmeno pensare. […] E lo Stato agli occhi suoi così si manifesta: un gran rubare, un gran mangiare, un immenso imbroglio, un traffico gigantesco di vergogne che va dal Garigliano alla punta del Faro.»
     L’eredità della Priora è invece un’opera sul brigantaggio, che ci presenta il punto di vista degli irregolari, dei legittimisti datisi alla macchia. La brutalità del nascente Regno d’Italia è mostrata in tutti i suoi aspetti, senza nulla nascondere: ci sono le fucilazioni di massa, le condanne per un semplice sospetto, i corpi seviziati e lasciati in strada come monito, le tasse che stritolano i braccianti. L’unificazione ha tradito i suoi stessi ideali, trasformandosi in uno sfruttamento ancora più feroce ed ingiusto, nella nascita di una colonia. E così uno dei personaggi del libro, acceso liberale, arriva amaramente ad affermare:
«Il fatto è che sotto i Borboni noi vi credevamo davvero fratelli. E per questa fratellanza abbiamo rischiato la forca, l’ergastolo, le galere. Non vi sapevamo ancora e non potevamo supporre, neanche io lo pensavo, che una monarchia ne valesse un’altra… Poesia, poesia. ‘A verità, l’Italia unita l’hanno voluta i letterati. Libertà, eguaglianza, fraternità. Guardatevi attorno e ditemi dove stanno. Voi siete venuti qua come dentro l’Africa selvaggia senza sapere niente e ancora v’ostinate a non voler sapere niente. E avete stabilito che siamo inferiori a voi soltanto perché siamo differenti. […] Avreste dovuto venire qua a portarci lavoro, istruzione, progresso… Non siete quelli che ci hanno redenti dalla barbarie borbonica? Almeno aveste portato la giustizia! E invece ve la siete sbrigata con quattro gendarmi e quattro avventurieri. […] Ma, se si potesse tornare indietro e ricominciare da capo… patti chiari, amicizia lunga…  Altrimenti non entrereste più con tanta facilità nel Regno di Napoli.»
     Eppure, ancora una volta, Alianello non si cela dietro un dito, non intende nascondere le colpe dei vinti. La società meridionale, già prima dell’Unità, era arretrata, stritolata da una borghesia miope e priva di slanci, da una burocrazia inefficace e corrotta, con larghi strati della popolazione che boccheggiavano appena al di sopra del limite della sopravvivenza. Mali oscuri, mali antichi, mai del tutto superati.
     Si potrebbe iniziare proprio da questi testi per costruire finalmente un Meridionalismo intelligente, slegato da prese di posizione aprioristiche di stampo “leghista”, capace di leggere oltre i dati statistici, in grado di affrontare un discorso più complesso ed avvincente.

[ Questo mio articolo è apparso anche sulla rivista on-line La Mandragola ]
 
Carlo Alianello (foto tratta da Wikipedia)

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