17 gennaio 2016

In memoria del pittore cilentano Michele Del Verme

     Il 31 gennaio prossimo ricorreranno i quindici anni dalla scomparsa del maestro Michele Del Verme, singolare figura di artista cilentano. In particolare, egli apparteneva a quella schiera di artisti che non esprimono soltanto il mondo che hanno dentro, ma che piuttosto traggono ispirazione dalla realtà che li circonda, dalla società e dalla civiltà di cui sono testimoni e partecipi. Il mondo che rappresentava nei quadri e nei libri era quello del Cilento rurale, o meglio di quella terra antica legata ai cicli delle stagioni, che andava incontro ai grandi eventi storici ed ai mutamenti del cosiddetto “Secolo breve”, il Novecento.
     Nato nell’ottobre del 1908 nel villaggio di Melito, frazione di Prignano Cilento, mantenne sempre un forte legame con il paese natale, dove trascorse gran parte della propria esistenza e dove morì il 31 gennaio del 2001. La Grande Guerra lo rese orfano di padre; a Napoli, all’Istituto d’Arte e Mestieri, imparò i rudimenti della pittura e delle altre arti, sebbene la sua formazione sia stata prevalentemente autodidatta. La sua pittura, pertanto, non può essere ricondotta entro i canoni di una scuola o di una corrente, mantenendo la propria eccentricità. D’altronde, il Cilento è stata sempre una terra “periferica”, ai margini rispetto alle grandi correnti artistiche e di pensiero; l’arte cilentana non poteva che soffrire di questa marginalità, che tuttavia le ha consentito di svilupparsi in quasi totale autonomia.
     Fino alla fine dei suoi giorni, il maestro accolse visitatori e curiosi nella casa-museo dove aveva allestito una mostra di pittura permanente, con l’esposizione delle più significative tra le innumerevoli tele. Dopo la morte, il Comune di Prignano ha deciso di intitolargli l’istituto scolastico.
     Fonte d’ispirazione della sua pittura fu l’amato Cilento, e si potrebbe dire che due sono le macrocategorie entro le quali è possibile racchiudere le sue opere. In primo luogo, vi sono le vivide scene della vita contadina, riportate sulla tela con estremo realismo. Nulla nascondeva l’artista della durezza dei campi, niente veniva edulcorato. Ecco così i quadri che seguono il ciclo sempiterno delle stagioni: la raccolta delle olive, l’aratura, la vendemmia, la raccolta dei fichi e la trebbiatura. I suoi realistici bozzetti di vita campestre consacrano il forte legame con la terra natale, dura eppure amata, sì che il pittore diventa la viva voce di quella classe contadina ridotta per secoli al silenzio. Ha scritto in proposito il professor La Greca che nei quadri dell’artista prignanese «emotivi sono i ricordi che si sciolgono in forme semplici che spesso indulgono alla ricchezza di particolari, usata solo per puntualizzare l’essenzialità del messaggio».
     Il secondo gruppo di opere è quello dei paesaggi e degli scorci: archi, portali, marine, palazzetti nobiliari, isolati castelli (come quello di Rocca Cilento, più volte raffigurato), chiese o monasteri, ma anche case private. Non mancano poi tele ispirate ai grandi eventi storici, come lo sbarco americano a Paestum durante la Seconda Guerra mondiale.
     Tanti i riconoscimenti ottenuti negli anni; tra questi, da ricordare è soprattutto la “Segnalazione bianca” per l’opera Balcone aperto al chiaro di luna al Premio Prora di Verona (1971), la cui giuria era composta da grandi nomi della cultura italiana, come Luciano Bianciardi, Pierluigi Nervi, Enzo Biagi, Dino Buzzati, Eugenio Montale, Mario Soldati ed Indro Montanelli.
     Altro campo di studi è stata certamente la storia locale; tante le pubblicazioni da lui curate sul tema. In un’epoca in cui non esisteva internet, l’unico modo per affrontare le complesse e costose ricerche storiografiche era la consultazione degli immensi e polverosi archivi, da quelli ecclesiastici e parrocchiali passando per quelli delle Università e degli altri enti di ricerca. Attingendo a piene mani da questo patrimonio, nulla inventando e sempre citando le fonti, Del Verme pubblicò diversi libri. A lui, in particolare, si deve la ricostruzione della storia del suo paese natale, cui dedicò due saggi: Storia e origine di Prignano Cilento e dei suoi casali Melito e Poglisi e il successivo Prignano Cilento. I casali di Poglisi, Melito e San Giuliano. Questi ed altri libri, come quelli sull’araldica o sulla storia delle poste, dimostrano l’ecletticità dei suoi interessi, nella continua ricerca di una sapienza sia popolare che colta.
     Personalmente, ricordo un incontro che ebbi con lui, nella sua casa-museo; ero un adolescente o poco più e in me era nata la giovanile passione per l’araldica, che poi non ho più coltivato. Ricordo la benevolenza con cui mi accolse, la pazienza con cui mi parlò delle sue ricerche, la passione che sprigionavano i suoi occhi lucidi, l’autorevolezza della lunga barba candida di artista. Quel giorno mi mostrò i quadri e i disegni fatti a mano degli stemmi delle casate, regalandomi anche un paio di sue pubblicazioni.
     In un tempo come il nostro di sfrenata globalizzazione, in cui tutti tendono superficialmente a dimenticare le proprie origini, ci sarebbe ancora bisogno di persone come Michele Del Verme, che da autodidatta è riuscito a far conoscere il suo nome oltre gli angusti confini del paese natio, pur raccontando usi e costumi della nostra terra.
 
[ Questo mio articolo è apparso anche sulla rivista on-line La Mandragola ]
 
 


 
In senso orario:  1) Il maestro Michele del Verme;  2) Balcone aperto al chiaro di luna (segnalazione Premio Prora 1971);  3) Autoritratto dell'artista circondato da animali.

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