28 novembre 2016

I Litfiba alla ricerca dell'isola che c'è: Eutòpia

     Sebbene molti recensori abbiano evidenziato un netto distacco rispetto al precedente Grande nazione, a mio avviso i Litfiba hanno invece proceduto lungo la strada della continuità. Grande nazione segnava il ritorno dello storico duo Pelù-Renzulli dopo tredici anni, ma soprattutto si caratterizzava per una buona dose di watt, dopo la parentesi pop di Infinito, album all’epoca sottovalutato ma non privo di spunti. Eutòpia è un disco quadrato, di solido rock, grazie ad una pimpante sezione ritmica (Luca Martelli, già coi Rossofuoco, e Ciccio Li Causi, ex Negrita) e al costante fraseggio tra chitarre e tastiere (suonate anche dal mitico Antonio Aiazzi).
     Nel rispetto della tradizione, i Litfiba sfornano dieci canzoni tiratissime, quasi tutte di protesta/impegno civile, anche se a volte le armi sembrano un po’ spuntate. Colpa non tanto dei testi, che pure in certi momenti fanno rimpiangere la felice vena polemica ed ironica del passato, quanto piuttosto del fatto che il nemico è cambiato, è diventato più subdolo, feroce e sanguinario. Oggi il nemico indossa le vesti del terrorista, del finanziere senza scrupoli o del feroce tiranno, contro cui gli alfieri del rock possono poco o nulla. Eppure, i Litfiba sanno che anche in quest’epoca c’è maledettamente bisogno di un canto di protesta, che cercano caparbiamente di portare avanti.
     Eutòpia è però soprattutto un inno di speranza, una risposta al conformismo di massa e al vuoto democratico odierno. Come chiarito da Piero e Ghigo nel corso di una conferenza stampa, è la somma di tutte le democrazie, il buon luogo dove si lotta contro l’appiattimento delle idee, la prepotenza e l’infelicità. I due hanno tenuto a precisare che Eutòpia non è (solo) un’utopia, ovvero un non luogo, ma il luogo concreto delle idee o, se si vuole, il mondo ideale, l’isola che c’è oltre il conformismo del pensiero. A corredo di queste dichiarazioni di intenti, la grafica e le foto interne del libretto richiamano atmosfere steampunk, con i due compari che si aggirano tra sommergibili e locomotive a vapore del Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano.
     Si parte con la potente Dio del tuono, canzone di impatto che serve soprattutto a sciogliere il ghiaccio. Segue L’impossibile, primo singolo radiofonico. La canzone è un’invettiva contro i potenti della Terra, in cui Piero immagina di essere un novello Davide che si scaglia contro il gigante. Volutamente orecchiabile, si stampa nella mente e si candida a diventare un inno di questi nuovi Litfiba 2.0. Maria coraggio, dedicata a Lea Garofalo, che ebbe il coraggio di ribellarsi alla ndrangheta e per questo fu uccisa, è uno dei pezzi migliori, con testo e parti vocali convincenti. I Litfiba tornano ad alzare la voce contro tutte le mafie, come nel 1993 con il riuscitissimo Terremoto; il brano trasuda impegno civile, con un ritmo martellante che rafforza il messaggio. Trascurabili Santi di periferia e Gorilla go; quest’ultima, in particolare, richiama certe cose non proprio entusiasmanti del Pelù solista (Bomba boomerang), ma è impreziosita da un bel lavoro di Ghigo alla chitarra, con il suo inconfondibile wah-wah. Si ritorna su livelli alti con la successiva In nome di dio, di stringente attualità perché parla delle guerre di religione, dell’idiozia di chi non esita ad uccidere in nome del proprio idolo e dell’ipocrisia dell’Occidente, che con le bombe impone il culto del Dio Denaro.
     Ripete gli stilemi delle più classiche ballate litfibiane la settima traccia, la meravigliosa Straniero. Ascoltarla è come salire sopra una macchina del tempo, tra echi di Tex e Spirito, con il mellotron suonato da Aiazzi a reggere le fila. Sono anni che Piero sostiene la causa dei migranti e dell’abolizione delle frontiere; indipendentemente da come la si pensi in proposito, non si può certo dire che i Litfiba vogliano cavalcare l’onda, o che manchino di coerenza. Il testo ispiratissimo e l’atmosfera sognante ne fanno l’apice del disco.
     Il trittico finale vive di alti (Oltre ed Eutòpia) e bassi (Intossicato). La prima è quella che più mi ha ricordato le situazioni eighties di Litfiba 3, con un arrangiamento decisamente migliore. La title track è probabilmente destinata a diventare un classico del repertorio, grazie ad un ritornello che si presta molto bene ai live: «Se Eutòpia è un sogno io voglio continuare a sognare / Se Eutòpia è uno sbaglio io voglio continuare a sbagliare / Se Eutòpia è lotta io voglio continuare a lottare».
     Il rischio che una band longeva come i Litfiba corre, proponendo un ennesimo album di inediti, non è tanto quello di licenziare un disco brutto (perché il mestiere c’è e si sente), né quello di ripetersi, quanto piuttosto quello di non aggiungere nulla di nuovo rispetto ad una discografia già compiuta. Non so se con i lavori precedenti i Litfiba abbiano detto tutto quello che avevano da comunicare, né se di Eutòpia ce ne fosse davvero bisogno. Fatto sta che il disco suona potente e piacevole, rendendo di più nei brani che occhieggiano al passato (Oltre, Straniero, Maria coraggio) rispetto a quelli ascrivibili al sound del nuovo millennio (Gorilla go, Dio del tuono). Credo funzionerà bene dal vivo, nella speranza che venga riproposto il magico fraseggio tra le chitarre di Ghigo e le tastiere di Aiazzi, che riesce ancora ad emozionare. Lunga vita al bandido Litfiba!
Una foto tratta dal libretto interno del disco

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