8 febbraio 2017

“L’ETÀ BREVE” di CORRADO ALVARO: LA SCOPERTA DEL MALE DEL MONDO

     L’esperienza del collegio gesuita di Frascati, da cui il giovane Corrado Alvaro fu espulso perché scoperto a leggere “libri proibiti”, è alla base di questo intenso romanzo del 1946, il primo della trilogia delle “Memorie del mondo sommerso”.
     Spunti autobiografici possono essere rintracciati anche nelle vivide descrizioni dell’immaginario paese calabrese di Corace. Qui vive Rinaldo Diacono, primogenito di una modesta famiglia di piccoli possidenti. Sebbene nella casa «facesse ancora impressione la dicitura di secondo piatto», il padre Filippo coltiva sogni di grandezza, al limite della megalomania, e vuole utilizzare il figlio per imporli. Filippo Diacono è tutt’altro che stupido; anzi, è un uomo dotato di intelligenza e carisma, forse anche più dei maggiorenti del paese. La sua smodata ambizione, però, è un instancabile tarlo, che lo spinge a scelte avventate, fino ad attirarsi l’odio di tutti e mandare la famiglia sull’orlo della rovina. Illuso dai sogni che gli si affollano in testa, crede di vedere nel primogenito Filippo tutti i prodromi della genialità, tanto da prenderlo sul serio quando questi, ancora bambino, dichiara che da grande farà il poeta: «erano miseri possidenti di un ettaro di terra, e perciò non lo sgridarono, non  lo derisero; lo consideravano visitato da un male divino, una divina idiozia o epilessia». Si sviluppa così in Filippo un’idea, rivoluzionaria per sua stessa ammissione: mandare il figlio a studiare in un collegio vicino Roma, per farlo diventare un “dottore” temuto e rispettato, a cui tutti dovranno rivolgersi con il “voi”. La scelta è fonte di sconcerto ed invidia, al punto che Nicola Oscuro, appartenente ad una delle famiglie più in vista di Corace, esprime una sinistra profezia: «tu mi stai portando la rivoluzione in paese, già molti pensano di fare gli studenti, e vedrai i pastori e i calzolai che manderanno i loro figli per farli addottorare; gente che non ha mai veduto altro che le pecore, cosa vuoi che capiscano di Giulio Cesare o di algebra».
     La realtà del collegio si dimostra soffocante. La perversione delle regole dell’istituto, che avvincono ragazzi ed educatori in una innaturale e pericolosa promiscuità, svela agli occhi di Rinaldo il male del mondo. Proprio nel collegio nascono nella sua mente «pensieri di cose che si sciupano e si corrompono», perché «qui egli aveva per la prima volta l’impressione delle cose che decadono, del tempo che divora, degli elementi nemici; ora cominciava ad avere nozione della lotta contro il tempo, e quindi della lotta contro la corruzione e la fine, e quindi contro il brutto, il deforme, il guasto, e quindi contro tutto quello che si sciupa».
     L’istituto, a parte la luminosa figura di Padre Orbain, è popolato da personaggi infidi, come l’ambiguo Luisella o il padre Rettore, ossessionato dal “fiore dell’innocenza” dei ragazzini ancora impuberi. Rinaldo è emarginato per via della provenienza da una famiglia modesta; viene così a contatto per la prima volta con il disprezzo che i ricchi nutrono nei confronti dei poveri. Ma soprattutto, gli inflessibili sacerdoti inculcano nelle menti degli allievi una concezione profondamente misogina, che vede la donna come un vaso dei peccati, sirena ingannatrice che contiene la summa di ogni perversione. Rinaldo, invece, anche grazie ai libri di poesia che legge di nascosto, comprende che la realtà è ben più complessa di quella che gli viene raccontata. Nei libri apprende «che tutto parla della donna, al contrario di quello che si sente dire intorno».
     In breve, il desiderio di conoscere la verità, unito ad un’indefinita attrazione verso l’altro sesso amplificata dalla dimensione castrante del collegio, portano Rinaldo a trasgredire le rigide regole imposte; inizia così una platonica relazione epistolare con una ragazza, da lui chiamata Amanda. Scoperto, viene espulso senza possibilità di appello. L’istituzione mostra tutta la sua ipocrisia: spietata coi poveri ed indulgente verso i ricchi, mette alla porta Rinaldo per un peccato dell’immaginazione, mentre tollera abusi ben più gravi e reali che si consumano tra le sue mura.
     Con il ritorno del giovane a Corace si apre la seconda parte del romanzo. Filippo Diacono, incapace di ammettere la sconfitta del figlio persino a se stesso, si rifugia nella menzogna, arrivando a dar credito alle sue stesse bugie. Dopo aver vestito il figlio come un “dottorino”, con tanto di tuba e occhiali, inizia a portarlo in giro per il paese a mo’ di trofeo, per suscitare in egual misura invidia ed ammirazione: «il cemento era suo figlio, di cui, a furia di raccontare pretesi successi, egli si era fatta una garanzia di avvenire, un segno di nuova nobiltà». L’ambizione gli si ritorce contro, ma Filippo non se ne avvede fino all’inevitabile catastrofe finale. Guidato dalla stupida illusione di aver «portato la rivoluzione in paese», egli tenta di sovvertire la legge imperativa che non consente ai poveri di ergersi al livello dei ricchi. Corace, così come il collegio gesuita, è la roccaforte delle regole immutabili, architrave di un sistema ancestrale retto dal Re e dal Papa, governato da preti, ricchi e notabili, di cui i cafoni costituiscono la parte più misera e bistrattata. D’altronde, è ancora una volta Nicola Oscuro a spiegare perché i poveri non debbano avvicinarsi all’educazione, sancendo che «prima, sapere era privilegio di pochi, ora sanno tutti; poi si mettono a pensare, ad avere delle idee, i libri guastano la testa, la penna è la rovina dell’uomo». L’errore di Filippo Diacono non è stato quello di aver fatto studiare il figlio, che anzi è un atto apprezzabile e di grande intelligenza. Il suo sbaglio è stato l’aver inteso lo studio non come un fine, ma quale mezzo di scalata sociale, strumento per attirare su di sé l’invidia e il rispetto dei compaesani. Per questa ragione viene infine punito.
     L’età breve è naturalmente un romanzo di formazione, la narrazione compunta del passaggio dall’infanzia alla maturità, dall’epoca dei giochi innocenti a quella del peccato e delle responsabilità. E alla fine anche Rinaldo dovrà accettare la tragedia del divenire, proprio lui che credeva che «sarebbe rimasto piccolo», perché «tutto è eterno nell’infanzia, anche i vecchi, anche la morte».
Edizione Fabbri su licenza Garzanti del 1980

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