28 marzo 2017

"La macchina di carne" di Gabriele Lorizio: la malattia della coscienza

     Il famoso regista Lucio Fulci, interpellato a proposito dei suoi controversi film, amava definirsi un “terrorista dei generi”, per l’abilità di uscire dal tipo e disorientare lo spettatore. La calzante definizione mi è ritornata in mente leggendo il romanzo d’esordio di Gabriele Lorizio, che si avvale di archetipi tipici del giallo, del noir, del romanzo introspettivo e del racconto metafisico, sebbene non possa essere ricondotto in un genere circoscritto. Le pagine sono attraversate da una vena surreale che, pur deviando spesso verso l’ironia, dà al lettore un’inquietante sensazione di straniamento. Si potrebbe dire che ne La macchina di carne è adottato un meccanismo ciclico: da circostanze del quotidiano emergono eventi insoliti, che a loro volta vengono ricondotti nel più sicuro recinto della “normalità”, in cui, però, sono contenuti a forza.
     Entro una cornice di stretta contemporaneità si muovono personaggi che portano addosso tutte le ferite della nostra società, col suo portato di precarietà, disaffezione, incapacità di comunicare. La Roma che racconta l’autore – ma potrebbe essere una qualsiasi spersonalizzante città contemporanea – è un microcosmo dai tratti surreali, in cui convivono punkabbestia che ascoltano i Pink Floyd, «strambi tipi occhialuti che dichiarano uno scacco matto al loro contendente immaginario», disillusi poliziotti già eroi civici e persino donne che ringiovaniscono al passaggio del tempo. In questo piccolo mondo, l’unica presenza vitale non può che essere India, facente parte della schiera degli «esseri inanimati che trascorrono la vita ad essere ammirati», ovvero i manichini. India sembra strappata a forza da un dipinto di Savinio, catapultata nella realtà dagli strati più reconditi dell’inconscio, a cui dovrebbe essere relegata.
     Il primo ad essere avvinto dalla sua indefinita malia è Tempo, trentenne invischiato in una vita monotona e senza slanci. Bistrattato dal capo di giorno e tormentato dalla madre la sera, non enumera eventi degni di nota nella sua giornata tipo. Tempo è di fatto un inetto, categoria della letteratura novecentesca che si attaglia perfettamente al personaggio; la sua inettitudine si traduce nella totale passività di fronte agli eventi ed alle persone, un penoso lasciarsi vivere in cui persino il portiere dello stabile diventa una figura autoritaria, pericolosa, giudicatrice. Il riscatto porta il curioso nome di India, lo «stupendo manichino di donna, con i capelli viola fino alle spalle […], un corpo di plastica tra il marrone chiaro e l’arancio, con la testa lievemente girata sul lato sinistro, le labbra rosse e gli occhi viola scuro, grandi come quelli di un’eroina di un manga giapponese». La fugace visione commuove Tempo, che scopre l’intimo legame che lo avvince alla figura (solo apparentemente) inanimata: entrambi sono schiavi, sottoposti a severi ed implacabili padroni. «Erano simili loro due, entrambi ai margini del palcoscenico delle luci e delle insegne, entrambi spogli, entrambi distanti». Matura così in lui la scelta che cambierà definitivamente la sua esistenza: rapire India e portarla con sé. Il gesto balzano solo apparentemente possiede il valore di una liberazione dai lacci del conformismo, perché India diventa una padrona esigente, a cui Tempo sacrificherà interamente se stesso. Il romanzo è il canto dell’illusorietà della libertà umana; Tempo si libera dai vincoli della società per cadere in una schiavitù ancora peggiore, quella dell’ossessione e delle proiezioni della sua mente. Senza svelare troppo della trama, si può affermare che il rapimento del manichino segna il primo punto di svolta, la primigenia bomba che deflagra il genere. Da questo momento inizia una lunga scia di sangue, quella “macchina di carne” su cui si profilano gli altri incredibili protagonisti della storia: il depresso Danilo, il curioso Anchise, l’inquieta Irene e l’ammaliante Ines. La scelta del nome “India” per indicare l’ossessione amplifica ancora di più il senso di straniamento, dato che nell’immaginario collettivo l’India è associata ad un processo di liberazione fisica e spirituale. Non a caso qualche anno fa il compianto Claudio Rocchi cantava “Vado in India”, fuggendo dalle costrizioni della società occidentale dei consumi. Ma forse la scelta è solo apparentemente provocatoria, dato che anche l’India del romanzo contribuisce alla piena realizzazione dell’essere Tempo, sia pure in un senso perverso ed imprevedibile.
     Il romanzo poi affronta un vero e proprio topos della letteratura, dal Romanticismo fino alla fantascienza del secondo Dopoguerra: la fascinazione del manichino, dell’automa, della figura antropomorfa. Magistrale in tal senso il racconto L’uomo della sabbia di Hoffmann, vero e proprio punto di riferimento del genere. Esiste tuttavia una profonda differenza tra il racconto dell’autore tedesco e il romanzo di Lorizio: mentre nel primo la follia del protagonista è provocata dal disvelamento e dalla mancata accettazione della verità, ne La macchina di carne la verità non si rivela, al punto che il piano della coscienza e quello dell’incoscienza non possono separarsi. India è forse animata da una forza maledetta? È dotata di vita propria, oppure è lo specchio della malvagità di chi la possiede? Riesce ad esternare un vizio dell’animo che altrimenti resterebbe confinato nei recessi della psiche di Tempo? Sono domande che non possono avere una risposta. Il punto nevralgico del romanzo sta nel rappresentare una figura antropomorfa che non è dotata di sentimenti umani, non ha un’esistenza ulteriore a parte quella puramente meccanica; eppure possiede la capacità, ancora più inquietante, di liberare pulsioni che dovrebbero rimanere sopite. India è dunque uno stupendo ossimoro, «un’anima di carne», la malattia che «ha un volto perfetto e un corpo da sogno», come cantava Miro Sassolini nei primi Diaframma. Ancora una volta Lorizio duplica la prospettiva: Tempo libera India dall’involucro che la teneva prigioniera, India libera le forze creative (artistiche) e distruttive (omicide) che dimorano in Tempo; Tempo libera India dalla schiavitù dell’essere esposta al pubblico giudizio, India consente a Tempo di essere esposto al pubblico compiacimento.
     Ci sarebbe ancora da parlare di tante cose, degli altri personaggi che costellano il romanzo, di una ricerca privata che si intreccia con un’indagine pubblica, ma non vorrei rivelare troppo. Tra citazioni dei CCCP ed echi alla Pinketts, la scrittura procede a ritmo serrato, nervosa, dai tratti postmoderni. Lorizio sa scrivere; preme sottolineare questo aspetto, in un mercato editoriale sempre più abulico, attento solamente all’intreccio, a tutto detrimento della buona scrittura. Ma forse il punto di forza del romanzo va ricercato nel meccanismo narrativo. L’autore si diverte a lanciare sulle pagine una serie di vicende e personaggi apparentemente distanti, che solo nel finale si incastreranno a perfezione, quale pezzi di un puzzle di complessa risoluzione.
     Eppure, quando tutto sembra comporsi, l’autore, da buon terrorista dei generi, lancia la bomba finale: la suadente voce del manichino (o sarebbe meglio dire, demone?) India, destinata ad echeggiare a lungo nella mente del lettore.

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