6 aprile 2017

"La politica estera dell'Italia fascista. 1925-1928" di Giampiero Carocci: un saggio da riscoprire

     Quando si parla di politica estera fascista, la mente corre alla guerra di Etiopia, alla costruzione dell’Impero coloniale, alle invasioni di Grecia ed Albania e alle drammatiche vicende del secondo conflitto mondiale. Si tende a credere che nel corso degli anni Venti il regime fosse disinteressato alla politica estera, chiuso nell’autarchia e intenzionato esclusivamente a consolidare il potere e il consenso. Se questo è in parte vero, il saggio di Carocci (I ed. 1969) svela una storia sconosciuta ai più, delineando le direttrici della dinamica politica estera fascista negli anni 1925-1928.
     Ad avviso di Carocci, la politica estera nei primi anni del regime segnò una svolta rispetto al passato, innanzitutto perché non si concretizzò in azioni militari, pur presentando un carattere aggressivo, imperialista almeno nelle intenzioni. Secondo il grande storico fiorentino, l’imperialismo fu uno degli strumenti con cui il fascismo cercò di risolvere il problema della povertà. Decisiva fu l’influenza del ceto medio declassato, tartassato dalla guerra, dall’inflazione, dalla crisi e dalla stagnazione economica. La classe media puntava a nuove posizioni da conquistare, anche sui mercati stranieri; proprio sulle sue richieste si innestò la politica estera fascista, volta ad ottenere un ruolo mondiale di potenza e prestigio per dare un’immagine vincente del regime e dirottare i problemi di politica interna. Mussolini utilizzò ampiamente il mito nazionalista delle masse pauperizzate, sostenendo le cosiddette “colonie di popolamento”, modello per la verità già abbandonato dalle altre potenze.
     Gli anni 1925-1928, in cui l’Italia non fu impegnata in guerre di conquista, definirono le coordinate delle future azioni militari, grazie ad un imponente lavoro diplomatico.
     Uno dei capitoli più interessanti del saggio è dedicato alle due figure chiave della politica estera del periodo: il ministro Contarini e il suo successore Grandi. Il primo lasciò l’incarico nel maggio del 1925, dopo una serie di contrasti con Mussolini. Contarini viene perciò definito il prosecutore ideale delle istanze dello Stato liberale, specialmente per la sua politica slavofila, in modo da bilanciare la protezione che la Francia esercitava sui Paesi balcanici della Piccola Intesa. Dopo le sue dimissioni, salì al dicastero Grandi, a cui Mussolini assegnò il compito di fascistizzare gli Esteri. Grandi era più ambizioso del cauto predecessore: voleva ottenere il “senso del mondo”, favorendo la presenza dell’Italia in tutti i contesti mondiali di crisi.
     La strategia della politica estera italiana dal 1925 al 1928 si indirizzò essenzialmente verso l’Europa danubiano-balcanica, precorrendo ciò che avrebbe realizzato in scala più vasta ed aggressiva  la Germania nazista. L’azione mussoliniana fu tesa a creare nell’Est Europa delle “riserve di caccia”, al fine di assumere una posizione di primato a detrimento delle altre potenze, in un’area già destabilizzata e orfana dell’Impero asburgico.
     Il primo obiettivo fu l’Albania, in aderenza alla politica di accerchiamento della Iugoslavia propugnata dal regime. L’Albania era l’unico paese europeo rimasto in una condizione di semifeudalità; la penetrazione italiana poté così assumere i caratteri dell’imperialismo economico, grazie all’appoggio del Governo italiano ai bey, i proprietari latifondisti delle terre di pianura, che mantenevano i contadini nella condizione di servi della gleba. Il Governo italiano, interessato a mandare i propri coloni nel Paese delle aquile quale preambolo di una progettata invasione, riuscì ad impedire ogni possibile riforma, assicurandosi l’appoggio delle classi ricche e reazionarie.
     Un discorso simile vale per l’Ungheria, pensata come una testa di ponte verso la Croazia, un alleato utile per esercitare una pressione costante nei confronti della Iugoslavia. L’Italia garantì all’Ungheria l’appoggio ai tentativi di revisionismo degli accordi postbellici, provocando la reazione durissima del ministro degli esteri inglese, Lord Chamberlain, che accusò Mussolini di voler rompere l’ordine costituito col Trattato di Locarno. Ancora più stretti i rapporti con la Romania. Mussolini intendeva legare a sé il generale e primo ministro Averescu, considerato di simpatie fasciste, in modo da istituire un regime analogo anche in Romania. Secondo Carocci si trattò del primo tentativo di legarsi ad uno stato estero, intervenendovi attivamente nella politica interna e favorendone le forze di destra.
     Carocci dedica molte pagine ai rapporti con un altro nemico storico, la Francia. Mussolini evitò sempre di rompere con il Paese transalpino, nonostante le numerose ragioni di attrito, quali la vittoria mutilata, l’ausilio fornito agli esuli antifascisti, l’espansione nell’area danubiana e il controllo dell’Africa settentrionale. Egualmente interessante il capitolo che tratta delle relazioni con l’Unione Sovietica, altra potenza con cui era necessario fare i conti.
     Il saggio di Carocci non è di facile reperibilità, eppure è un’opera interessante e di agevole lettura, destinata a coloro i quali desiderano conoscere gli antecedenti remoti del secondo conflitto mondiale, nonché la politica estera fascista al di fuori delle imprese coloniali.

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