29 maggio 2018

"Beautiful ammunition": il testamento anticipato di Adrian Borland

     Affermare che gli album solisti di Adrian Borland siano una mera appendice dei cinque lavori a marchio The Sound sarebbe un giudizio superficiale, oltre che ingiusto. Superficiale perché il Borland solista non ha nulla a che vedere con la cupa new wave dei Sound; ingiusto perché significherebbe oscurare l’originalità di un percorso portato avanti con ostinazione e coerenza, nonostante lo scioglimento del gruppo di cui era leader. Non si può negare che, con la fine dei Sound, Borland abbia perduto compagni di viaggio in grado di offrire una sezione ritmica invidiabile (Dudley & Bailey) e sognanti divagazioni alle tastiere (Mayers). Ne ha però guadagnato la massima libertà creativa, la possibilità di esplorare strade prima impensabili. Come ho detto, gli ultimi residui di dark wave vengono spazzati via, in favore di canzoni semplici e ariose, dal taglio classico, spesso rette dalla sola chitarra acustica, che occhieggiano ad un pop-rock raffinato, comunque mai banale.
     Beautiful ammunition (1994) è il terzo album a firma Adrian Borland, dopo Alexandria (1989) e il più conosciuto Brittle heaven (1992). Pubblicato dall’etichetta Resolve, Beautiful ammunition si avvale della collaborazione di un numero ristretto di musicisti. Dominano le tastiere e le chitarre, suonate dallo stesso Borland. È un disco piacevole, impreziosito dalla voce profonda del cantante che, pur non spandendosi in particolari virtuosismi, trasmette la solita drammatica emotività. Dimenticate il punk e la new wave! Si tratta di sedici canzoni pulite negli arrangiamenti e curate nei testi, prevalentemente acustiche. L’ascolto del disco consolida almeno due convinzioni. La prima è che Borland aveva tanto mestiere nel songwriting; è vero che l’album manca di pezzi davvero memorabili, ma molti autori venderebbero un rene pur di saper scrivere perle come Break my fall, Open door o la semplice ma efficace Simple little love. In secondo luogo, Borland conferma di saper parlare d’amore in un modo né scontato né lacrimevole. Si ascolti in proposito l’iniziale Re-United States of Love, oppure l’orecchiabile Ordinary angel; sono canzoni pop, è vero, ma portano la firma di un autore dotato di una sensibilità fuori dal comune, capace di emozionare l’ascoltatore. Anche nei toni cupi Borland regala perle di umana bellezza, come nella struggente Lonely late nighter.
     Beautiful ammunition, a distanza di quasi venticinque anni, resta un disco bello ed intenso, nonché una sorta di testamento anticipato. Cinque anni dopo la sua pubblicazione, Adrian Borland si suicidò sotto un treno, la maledetta mattina del 26 aprile 1999. Il suo oscuro male di vivere trapela qui e lì anche nelle canzoni di questo album, in cui lancia sommesse richieste di aiuto, come in White room («You’ll see how I crack / so don’t fade away») o nella splendida Break my fall («I see the ground / the place where I / know I am bound, / so break my fall»). Eppure non è la disperazione che emerge dai brani, quanto piuttosto la timida speranza di poterne uscire fuori. E quanto fa male, allora, ascoltare i versi di Stranger in the soul, lucidi e profetici. Borland afferma che c’è un solo modo di liberarsi dallo straniero che sente nell’anima, ma che sarebbe preferibile conviverci. E invece, appena cinque anni dopo aver vergato queste parole, pur di non essere schiacciato dal peso dello “straniero dell’anima” che sentiva dentro, decise di liberarsene per sempre.

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