28 luglio 2018

"Il comunista" di Guido Morselli: un uomo in crisi

     Parlare de Il comunista o di uno qualsiasi dei romanzi dello scrittore emiliano, significa inevitabilmente riproporre il “caso Morselli”, ovvero il destino del narratore di talento ignorato in vita, rifiutato dalle case editrici, riscoperto colpevolmente dopo il suicidio, dovuto, si dice, agli immeritati rifiuti. Leggere i suoi libri consente di comprendere le ragioni di tale ostracismo, che non dipese – e come avrebbe potuto essere? – da demeriti letterari o assenza di talento, quanto piuttosto dalla pervicace volontà di porsi ai margini della letteratura che andava per la maggiore. Si pensi, per limitarmi a ciò che ho letto, all’ultimo uomo sulla faccia della Terra protagonista di Dissipatio H.G., oppure alla meticolosa riscrittura della Grande Guerra in Contro-passato prossimo; si tratta con ogni evidenza di opere extra ordinem, di difficile classificazione e finanche ostiche.
     Fatte queste premesse, resta da capire perché il medesimo trattamento sia stato riservato a Il comunista (1965), che pure aveva un solido aggancio con la realtà dell’epoca. Erano gli anni dell’ascesa del PCI, che si vantava di essere il più grande partito comunista dell’Occidente, su cui si appuntavano gli sguardi preoccupati della CIA e degli alleati americani. La ragione di tale insuccesso è contenuta in una famosa lettera che Italo Calvino indirizzò a Morselli dopo aver rifiutato, in veste di consulente dell’editore Einaudi, il libro in questione. Pur non negando i meriti dell’opera, Calvino criticò la stessa scelta del romanzo politico, affermando che «dal romanzo politico non mi aspetto nulla, né in un campo d’interessi né nell’altro; credo cioè che si può fare opera di letteratura creativa con tutto, politica compresa, ma bisogna trovare forme di discorso più duttili, più vere, meno organicamente false di quello che è il romanzo oggi». Ma soprattutto Calvino contestò la veridicità dell’opera di Morselli, sancendo senza appello che «ogni accento di verità si perde quando ci si trova all’interno del partito comunista; lo lasci dire a me che quel mondo lo conosco, credo proprio di poter dire, a tutti i livelli. Né le parole, né gli atteggiamenti, né le posizioni psicologiche sono vere. Ed è un mondo che troppa gente conosce per poterlo “inventare”».
     A distanza di cinquant’anni, scomparsa la cornice ideologica della stroncatura, è doveroso leggere il romanzo secondo una diversa prospettiva. Il comunista del titolo è Walter Ferranini, militante reggiano catapultato come deputato a Roma per aver ottenuto qualche migliaio di preferenze. L’impatto con la vita romana è per lui brutale, perché viene a scontrarsi con due mostri, il Parlamento e il Partito. Il primo è il luogo delle chiacchiere, che quasi mai costituiscono il preludio alle soluzioni nell’interesse del Paese. Mentre nella città natale Ferranini era riuscito ad operare concretamente per il bene della classe operaia, in Parlamento riesce ad esprimere solo stitici interventi, e per di più si ritrova confinato in una delle commissioni meno utili. Se possibile, il Partito si dimostra essere un’entità ancora più oscura e soffocante, il Leviatano di hobbesiana memoria. Ferranini si rende conto ben presto di essere estraneo alle dinamiche di Partito, destinato a scontrarvisi senza possibilità di successo. Il PCI è descritto come una mastodontica struttura, attenta più alle disquisizioni astratte che ai problemi concreti della classe operaia; anzi, un partito intrinsecamente borghese, che dalla borghesia che vorrebbe combattere ha mutuato vizi ed ossessioni, non ultima la bigotta condanna delle relazioni extraconiugali. In tale contesto, Ferranini è un uomo troppo onesto e autocritico per sopravvivere: goccia a goccia gli eventi della vita romana scavano un solco profondo nella sua psiche, aprendo una devastante crisi di coscienza. Il deputato cerca di ammansire le voci di dentro, facendole soccombere al dovere dell’obbedienza, ma l’esito è drammatico. La vera colpa di Ferranini è quella di voler capire: accettare e servire dovrebbero essere gli imperativi, mentre lui vorrebbe comprendere ed agire nel segno del cambiamento. All’apparir del vero, dovrà però riconoscere che il Partito è un monolite contro cui è vano scontrarsi.
     Quale insegnamento possiamo trarre oggi da Il comunista? Nulla o quasi è rimasto dell’epoca raccontata dal romanzo: non esiste più l’URSS, né il PCI, c’è chi parla persino del superamento del concetto di classe sociale. Credo allora che la lettura del libro, se si riescono a decontestualizzare le vicende, possa lasciarci un prezioso avvertimento, ovvero che ogni chiesa schiavizza i suoi adepti. Un uomo veramente libero non deve servire alcuna chiesa o partito, se vuol preservare la propria inimitabile individualità. Sappiamo che Morselli ha pagato con l’ostracismo questa pervicace ostinazione a fuggire i legami della società; eppure il tempo, unico galantuomo, gli ha dato infine ragione.

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