2 luglio 2018

"Sometime soon": la svolta americana dei Wild Flowers

     Sometime soon ha segnato una netta cesura rispetto alla precedente produzione degli inglesi Wild Flowers. A tal proposito, basti ascoltare su YouTube due o tre canzoni degli album precedenti, The joy of it all (1984) e Dust (1987). Brani come Melt like ice o lo stesso Dust hanno un deciso sapore new wave, destinato a scomparire nel successivo disco. All’alba del 1988 i Wild Flowers avevano dunque all’attivo due LP di scarso riscontro commerciale, ed avevano già subito un importante cambio di formazione. Il chitarrista Dave Newton aveva infatti lasciato la band dopo il primo album, sostituito da Dave Atherton.
     Sebbene non avesse raccolto i riconoscimenti sperati, il gruppo era riuscito a strappare un contratto con la gloriosa Slash Records, etichetta americana indipendente nota per la pubblicazione di dischi punk. Così nel 1988 il quartetto originario di Wolverhampton era partito alla volta degli Stati Uniti per registrare il terzo album. Abolite le tastiere usate nei precedenti lavori, la formazione era composta da Neal Ian Cook (voce e chitarra), Dave Atherton (chitarra), Mark Alexander (basso) e Dave Coley-Fisher (batteria).
     Già il primo ascolto rende giustizia a quelli della Slash, che non si può dire non avessero fiuto. Sometime soon è un disco scritto e suonato bene, che non conosce cali di ispirazione, salvo forse un paio di tracce della seconda facciata. Un aspetto però emerge subito, soprattutto se si fa il confronto con la precedente produzione: siamo di fronte ad un deciso cambiamento di stile, una vera e propria inversione a U. Il terzo LP dei Wild Flowers è frutto di una “risciacquatura dei panni in Arno”, per dirla alla Manzoni, dove l’Arno è l’America, o meglio il rock americano. Spariti gli accenti post-punk e new wave, la band mette la propria tecnica al servizio di un solido rock chitarristico, che richiama alla mente la musica statunitense di quegli anni, più che la coeva produzione inglese. Americana fin nel midollo è già la suggestiva copertina, che ritrae due uomini che scarpinano su una strada polverosa che si perde all’orizzonte, mentre un ironico cartellone pubblicitario li invita a “prendere il treno la prossima volta”.
     Già i primi solchi, quelli della robusta Take me for a ride, tracciano il percorso di un rock solido, senza incertezze, anche se volutamente radiofonico. Le buone impressioni vengono confermate dalla decisa Broken chains, forse la migliore del lotto, e da Apple Creek, che conclude un inizio di tutto rispetto. I toni si ammorbidiscono con la successiva The welcome son, mentre That ain’t true funziona davvero bene grazie ad un ritornello che rimane in testa. Il gruppo si dimostra affiatato, ma la marcia in più è sicuramente nella voce intensamente evocativa, a tratti persino drammatica, di Neal Ian Cook. Egualmente sulla breccia Head of nothing, che apre la seconda facciata, solida rock song pensata per funzionare bene dal vivo. Come è naturale che sia, la qualità cala nell’ultima parte del disco: Set me alight e Don’t know where I’m going sanno di già sentito, mentre Last train to nowhere chiude il disco col suo incedere malinconico.
     Chiaramente si tratta di un disco minore, che non aggiunge né toglie alcunché alla storia della musica. Tuttavia, dato che all’epoca venne distribuito in Italia dalla Ricordi, non dovrebbe essere impossibile trovarlo a prezzi modici in qualche negozio di dischi usati. Io ho pagato il vinile 5 euro, ma su internet è in vendita anche in versione cd a prezzi ancora più bassi. Può valere la pena e di sicuro non ve ne pentirete.
La copertina del disco e la band nella busta interna del vinile

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