8 febbraio 2016

"Le rovine in attesa": la recensione di Federica Privitera su "Critica Letteraria"

Una recensione de Le rovine in attesa, a cura di Federica Privitera, è apparsa stamane sulla rivista CriticaLetteraria.org. La riporto di seguito, ringraziando l’autrice per l’analisi.

QUANDO LE ROVINE SONO I RUDERI DEL NOSTRO ANIMO
A cura di Federica Privitera
Si dice che la lettura abbia quel magico potere di far viaggiare i lettori su mezzi di locomozione speciali, in cavalcate fantasiose verso luoghi e tempi lontani. Le rovine in attesa offre la possibilità di un viaggio, così come qualunque altro libro di narrativa, eppure offre il vantaggio dell’indeterminatezza. Sebbene sia chiaro, infatti, che la realtà storica sia lontana da quella contemporanea, il testo non possiede le coordinate temporali per collocare la storia (e anche un po’ se stessi) in un momento specifico. Ciò che si respira è un’atmosfera lontana, impolverata e rarefatta che affascina ma al tempo stesso estrania.
Non ci si riesce immediatamente a immedesimare (anche se non è obbligatorio che questo venga fatto durante la lettura) nelle vicende di Erminio Narri, un giurista che lavora in una biblioteca di teologia che lo opprime, lui che adora i codici, le leggi e si nutre di ogni statuto. Angosciato dalla prospettiva di passare la vita chiuso in quel luogo odioso e desideroso di una gloria che possa aiutare ad affermarlo nel panorama degli studiosi di diritto, sembra ottenere un riscatto quando riceve la lettera di un anziano nobiluomo meridionale, Don Alberico Priviano, che lo invita a discutere con lui di un affare urgente e segreto. Allettato dalla proposta, non esita un momento a licenziarsi, fare i bagagli e partire alla volta del decadente palazzo per abbracciare un futuro ridivenuto intrigante. Don Alberico, la giovane moglie Viola, l’amministratore Campi, il maggiordomo Armando e il misterioso Frate Ruggero, Fra Cristoforo dei giorni nostri, accompagneranno Erminio in un percorso di studio non più solo giuridico ma propriamente interiore.
La storia, che non rivela eccessi narrativi coinvolgenti o riflessivi, sorprende per il linguaggio con cui viene narrata: un italiano arcaizzante (a tratti in maniera artificiosa) che contribuisce con forza ad alimentare quell’atmosfera indefinita che già la collocazione temporale aveva contribuito a creare. Una coerenza linguistica che, sebbene a volte risulti difficile da digerire durante la lettura, si coniuga perfettamente con alcune delle massime enunciate nel libro. In un’altalena tra il passato e il futuro, il mondo perduto che viene raccontato possiede una patina di nostalgia, frutto delle riflessioni dei personaggi:
«La libertà è la scelta di un’esistenza votata alla ricerca di una schiavitù in cui vogliamo cadere, perché solo in essa ci sentiamo veramente appagati. […] Cosa sono queste presunte libertà se non formidabili schiavitù, a cui per convenzione o per convinzione ci si assoggetta?»  
Condivisibile o meno in un contesto storico come quello attuale, la sentenza pronunciata dal coprotagonista oramai disilluso sul futuro, si dimostra ancora una volta coerente con l’impianto dato a tutta la storia. Proprio la trattazione dell’oscuro progetto avvincerà i protagonisti in un comune destino, che li porterà ad accettare definitivamente il peso della propria inettitudine morale e materiale. I due, apparentemente così diversi, si scopriranno vicini, entrambi pervasi nel profondo dell’animo da una solitudine alla quale hanno cercato di dare maldestramente sollievo con l’ansia del successo e una vana aspirazione di rivincita.
Ecco che le rovine in attesa del titolo si svelano a poco a poco: non hanno nulla a che vedere con i resti archeologici a cui tutti siamo abituati ma sono doppiamente gli individui che aspettano invano un cambiamento nella società e che si crogiolano nella loro solitudine rifiutando il contatto con il mondo esterno, e rovine sono anche i desideri vani dell’uomo, dal denaro all’affermazione e la gloria. Erminio e Don Alberico perderanno tutto proprio ricercando spasmodicamente “altro” senza trovare una serenità profonda. Pur nell’inconsistenza della trama e della definizione dei personaggi, due immagini rimangono indelebili dalla lettura de Le rovine in attesa. Una splendida descrizione dei bar ottocenteschi, grazie alla quale un quadro impressionista sembra affiorare tra le parole, con i suoi fumi e le sue pulsioni artistiche dirompenti; un èkphrasis in perfetto stile omerico, poi, campeggia tra le pagine e a partire dalla cornice di uno specchio si racconta una storia accattivante e distensiva, parentesi affabulatoria in un lento incedere della trama, breve momento di serenità che spinge alla riflessione.
Un libro che, come un ponte rotto fra le sponde del passato e del presente, propone tra le righe (e con una forza che sarebbe dovuta essere maggiore) un’invettiva contro la seduzione e i desideri di gloria.


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