21 dicembre 2025

"Francesco II di Borbone. L'ultimo re di Napoli" di Pier Giusto Jaeger: la dignità dei vinti

Si dice che la storia la scrivano i vincitori. Tuttavia, spesso è l'odissea dei vinti a far battere di più il cuore dei lettori. Si pensi agli ultimi giorni del Regno delle Due Sicilie, agli assedi di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto. Un manipolo di fedelissimi che difesero un lembo di territorio e, con esso, un sistema secolare di valori, princìpi e ideali che facevano capo a una dinastia ormai al tramonto. Com'è possibile non provare un moto istintivo di simpatia verso quegli uomini? E com'è possibile non provare viva compassione per il loro re? Un ragazzo neppure venticinquenne che subì l'onta del tradimento dei propri generali, l'indifferenza (se non l'ostilità) delle potenze straniere e l'aggressione da parte di uno Stato che si diceva amico e fratello.
Francesco II di Borbone. L'ultimo re di Napoli è un saggio scritto da Pier Giusto Jaeger (1936-2008) e pubblicato per la prima volta da Mondadori nel 1982. A distanza di tanti anni resta un'opera validissima per conoscere meglio il sovrano, per almeno due buone ragioni. Innanzitutto si tratta di uno dei primi lavori che hanno inteso rivalutare, nell'ottica dell'obiettività storiografica, una figura che per oltre un secolo era stata ingiustamente derisa e vilipesa sulla base di illazioni e stereotipi. In secondo luogo, il saggio è di molto precedente alla corrente revisionista e "neoborbonica" che si è affermata negli ultimi tempi, la quale, pur avendo il merito di far luce su vicende raccontate finora unilateralmente, d'altro canto viene criticata per un atteggiamento di partigianeria che non sempre si accompagna a un'analisi lucida e obiettiva. Jaeger, triestino di nascita, avvocato di professione e storico per passione, era sicuramente al di fuori delle contrapposte correnti di pensiero, interessato più che altro a restituire un'immagine di Francesco II il più possibile imparziale e senza intenti polemici. Non c'è dubbio che si evinca una certa simpatia per lo sfortunato re, ma il racconto scorre lungo i binari della neutralità ideologica e del rigore scientifico.
Il saggio di Jaeger non è una biografia in senso stretto. Salta infatti a piè pari l'infanzia, l'adolescenza e la prima giovinezza del re, per concentrarsi specialmente sugli ultimi mesi del suo dominio, ossia i giorni drammatici e gloriosi dell'assedio di Gaeta. Un atto dovuto e di onestà intellettuale, perché questo libro è stato uno dei primi a rivalutare una figura che i detrattori della sua epoca avevano semplicisticamente, aggiungo proditoriamente, descritta come debole e inetta. Non a caso gli epiteti giocosi, d'ironia popolaresca e tutto sommato innocui, come "Franceschiello" o "Re lasagna", sono stati utilizzati per decenni in malafede per sminuire questo sfortunato sovrano. Jaeger, si badi bene, non nasconde le debolezze di Francesco II, complice del suo destino infausto a causa di errori militari e politici marchiani che hanno contribuito alla caduta della dinastia. Nel saggio questi errori vengono tutti impietosamente evidenziati, al pari dei tradimenti di gran parte dell'élite militare e cortigiana del Regno. Al tempo stesso, però, lo storico triestino ha avuto il merito di distaccare il re dall'immagine da operetta che per lungo tempo gli è stata appiccicata addosso. Ne viene fuori il ritratto, più rispondente al vero, di un uomo giusto, retto, coraggioso, disinteressato ai beni materiali, devoto solo al proprio onore e all'incrollabile fiducia nella Provvidenza.
«Re Francesco collocava il suo onore al di sopra di ogni bene terreno, aveva gusti e bisogni semplicissimi e non teneva in alcun conto gli aspetti mondani della vita.»
Le pagine più intense del saggio sono quelle che descrivono l'assedio di Gaeta, fino all'epilogo del febbraio 1861, quando la coppia reale lasciò definitivamente la fortezza e si imbarcò sull'avviso francese Mouette. La vicenda militare viene narrata nei dettagli, con descrizioni accurate degli armamenti, degli ordini di battaglia, dei bombardamenti, delle condizioni di vita negli opposti schieramenti, nonché con ampie parti dedicate al racconto delle vicende diplomatiche, parallele a quelle militari. La storia dell'assedio è raccontata attraverso le parole dei protagonisti: lettere, dispacci, ordini del giorno, telegrammi. Ed è proprio sugli spalti di Gaeta che la figura di Francesco II venne definitivamente riabilitata. Il re infatti si espose a tutti i disagi e i rischi dell'assedio, alloggiando negli ultimi mesi in una casamatta e rinunciando a molti dei privilegi del suo ruolo.
«Se queste speranze sono sogni, v'ha almeno un punto che non ammette discussioni, ed è che combattendo pel mio diritto, soccombendo con coraggio e cadendo con onore io sarò degno del nome che porto e lascerò un esempio ai Principi futuri. E s'egli è vero che non v'abbia più speranza per la mia resistenza, mi resta ancora da provare al mondo che io son forse superiore alla mia fortuna.»
Accanto a lui la romantica figura della moglie, la regina Maria Sofia di Baviera, ricordata come l'eroina di Gaeta. Le ultime pagine del saggio si concentrano sui lunghi anni dell'esilio. La coppia reale trovò rifugio dapprima nella soffocante Roma papalina, così diversa dall'amata Napoli, poi a Parigi e infine in altri luoghi, fino alla prematura scomparsa di Francesco, avvenuta ad Arco di Trento nel 1894. Maria Sofia visse altri trent'anni e a lei sono dedicate le ultime, struggenti parole del volume.
Il libro di Jaeger può essere letto anche da chi non è interessato alla storia risorgimentale e agli ultimi palpiti del Regno delle Due Sicilie. È infatti, prima di tutto, la cronaca di una vicenda umana drammatica e irripetibile, quella di un giovane re oppresso da gravose responsabilità, che pure nell'ora più buia del tradimento, dell'aggressione e dell'esilio ha saputo rispondere agli schiaffi della sorte con ferma dignità, la dignità dei vinti.
«Io sono stato vittima della mia inesperienza, dell'astuzia, dell'ingiustizia e dell'audacia di una potenza ambiziosa; ho perduto i miei Stati, ma non la fiducia nella protezione di Dio e nella giustizia degli uomini. Il mio diritto è ora il mio solo patrimonio, ed è mestieri che per difenderlo io mi faccia seppellire, se fa d'uopo, sotto le fumanti rovine di Gaeta.»
(Lettera di Francesco II all'Imperatore Napoleone III di Francia)

Edizione in abbinamento con il quotidiano il Giornale

10 dicembre 2025

L'ultimo graffio dei Litfiba

La recente ristampa di Insidia a cura della Saifam è al contempo un atto di giustizia e un'operazione nostalgia. Atto di giustizia perché il secondo e penultimo album con Cabo alla voce non era mai stato ristampato dal 2001, sebbene sia considerato il migliore della trilogia senza Piero Pelù. Un'operazione nostalgia per quanti all'epoca erano adolescenti e ricordano il disco con affetto, perché, si sa, col tempo si apprezza di più ciò che appartiene ai giorni spensierati della giovinezza. Come ricorderà chi ha quarant'anni o più, la separazione tra Ghigo e Piero nel 1999 fu uno shock per i fan, da cui derivò una lacerazione tra chi appoggiò il nuovo corso e chi invece considerò i Litfiba morti e sepolti. Se la nuova incarnazione della band non decollò mai veramente, forse ciò dipese dalla scelta di mantenere il nome, rivelatasi un'arma a doppio taglio. Per quanto Gianluigi Cavallo fosse un ottimo musicista e un carismatico vocalist, i "nuovi" Litfiba non avrebbero potuto reggere il confronto con la propria storia ventennale, il fantasma di Piero e capolavori come Desaparecido e 17 Re.
Il primo album della nuova ditta Cabo & Ghigo si intitolava Elettromacumba ed era un lavoro ancora acerbo, con qualche buona intuizione ma non esaltante. Con Insidia il nuovo corso visse il suo momento più alto, dando alle stampe un disco intenso, vario, espressione di un rock forse non originalissimo, ma diretto e schietto, senza compromessi. Rispetto al precedente lavoro cambiò il batterista: Ugo Nativi fu sostituito da Gianmarco Colzi. Gianluigi Cavallo alla voce, Ghigo Renzulli alle chitarre e Gianluca Venier al basso completavano la formazione. Sebbene sia presente qualche innesto elettronico (Ruggine), è un disco prettamente elettrico con venature hard-rock e dark. D'altronde, si vocifera che alla base della separazione tra Ghigo e Piero ci sarebbero stati diverbi artistici, volendo il primo seguire la strada maestra del rock, laddove il secondo avrebbe preferito cimentarsi in sonorità più morbide sulla scia di Infinito.
Insidia è un disco valido dal primo all'ultimo solco, in cui anche i brani meno riusciti come Senza rete riescono a raggiungere la sufficienza. I primi cinque pezzi sono un crescendo di buone sensazioni. L'iniziale Mr. Hyde è una dichiarazione d'intenti che mette in chiaro dove si andrà a parare, ossia verso un rock solido che abbandona le trame pop di Infinito per recuperare le sonorità di Mondi sommersi (Dottor M. è il punto di riferimento più prossimo). La successiva, la title-track, viaggia su tappeti elettronici grazie alle tastiere del compianto Mauro Sabbione. Si ritorna alla ballata rock con La stanza dell'oro, non a caso scelta come singolo di lancio. Valida anche la successiva Nell'attimo, in cui sono evidenti gli echi di Spirito, a conferma della volontà di Ghigo di dare riconoscibilità e coerenza al progetto. La migliore del mazzo è, a mio avviso, Invisibile, una canzone che rivela l'intesa perfetta tra la voce di Cabo e la chitarra di Renzulli, che si diffonde in due begli assoli, impreziositi dall'inconfondibile wah wah. Si tratta del punto più alto dell'album, nonché, azzardo, una delle migliori canzoni dei Litfiba anni 1990/2000. La seconda parte del disco è meno incisiva, ma contiene comunque pezzi come Il branco (che anticipa le sonorità che caratterizzeranno il ritorno di Piero) e la conclusione soft di Oceano. In mezzo c'è Luce che trema, pezzo di quadrato hard-rock e duro atto d'accusa contro la pena di morte, nonché uno dei migliori testi di Cabo.
Con Insidia Ghigo & Cabo hanno esaurito la fase più feconda della loro collaborazione; non a caso, il successivo Essere o sembrare non ne è all'altezza. E se è vero che i testi sono meno incisivi di quelli di Pelù, va dato atto che in Insidia la voce di Cabo ha acquisito maggiore personalità, distaccandosi nettamente dal cantato "di maniera" di Elettromacumba.
Tornando a quanto scritto all'inizio della recensione, questa ristampa è dedicata specialmente a quanti nei primi anni Duemila hanno seguito le traversie dei Litfiba, dallo scioglimento alla ricomparsa con la nuova formazione. E così, inevitabilmente, a distanza di oltre vent'anni è possibile dare un giudizio più sereno di quegli eventi. Un giudizio necessariamente meno critico, se è vero che tutto ciò che è venuto dopo in ambito musicale ci consente di guardare a Insidia con affetto e benevolenza. Anche i successivi album con Pelù, Grande nazione del 2012 ed Eutòpia del 2016, sono inferiori, a giudizio di molti. E allora questa ristampa è graziosa benevolenza nei confronti di chi la reclamava come un ricordo postumo della giovinezza perduta. Ci fa comprendere che eravamo felici e non ce ne rendevamo conto.
La copertina della ristampa 2025