24 febbraio 2019

"Maggie Cassidy" di Jack Kerouac: tornare indietro non si può!

«La mia opera forma un unico grosso libro come quella di Proust […]. A causa delle obiezioni dei miei primi editori non ho potuto servirmi degli stessi nomi di persona in ogni libro. […] Tutti i miei romanzi, compreso questo, non sono che capitoli dell’intera opera che io chiamo “La leggenda di Duluoz”. Voglio, quando sarò vecchio, riunire tutti i miei libri, reinserirvi il mio Pantheon di nomi uniformi, lasciare il lungo scaffale pieno di volumi, e morire felice.»

Così scriveva Jack Kerouac nel malinconico Big Sur, lasciando a noi posteri una sorta di testamento, una dichiarazione d’intenti circa il significato più profondo del suo percorso umano e letterario. Tutti i suoi romanzi hanno una marcata impronta autobiografica: dal celebre Sulla strada al commovente Visioni di Gerard, che rievoca la breve esistenza terrena del fratellino, morto in tenera età. L’insieme dei libri del grande scrittore americano non è altro che il resoconto di un’immensa commedia umana filtrata attraverso gli occhi di Ti Jean (“il piccolo Jean” in franco-canadese), ovvero se stesso. Maggie Cassidy (1953) è un importante capitolo di questo grande racconto americano, perché descrive il delicato passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Jack Duluoz, alter ego dello scrittore, è un ragazzo di origini franco-canadesi che vive nella cittadina di Lowell negli anni che precedono la catastrofe del secondo conflitto mondiale. La sua vita è scandita dalle semplici incombenze di qualsiasi ragazzo: la scuola (più marinata che frequentata), le feste, lo sport, le uscite con gli amici, le cene in famiglia. Jack è diviso tra due ragazze, Pauline e la procace Maggie; la prima rappresenta l’infatuazione adolescenziale, la seconda il turbamento della prorompente sensualità. Si tratta dunque di un romanzo di formazione, che affronta da un angolo visuale privilegiato, perché autobiografico, la sofferta scoperta della passione e della gelosia.
Il dolore esistenziale e l’inesausta ricerca di sé, temi che segneranno gran parte della produzione dello scrittore americano, sono qui solo accennati. La penna traccia scenari consolatori, tratteggia echi di un periodo felice e spensierato dell’esistenza; predominano i toni soffusi e la stessa Lowell è perennemente ricoperta da un manto di neve che attutisce le sensazioni e addormenta il male di vivere. La città natale, nei ricordi di Duluoz/Kerouac, è un microcosmo perfetto, un accogliente nido da rimpiangere nell’età adulta; in questo senso Maggie Cassidy non è solo il racconto dei primi moti del cuore, ma è anche un magistrale ritratto dell’America di provincia.
Non ci sono personaggi negativi: tutti, familiari, amici e conoscenti, sono ricordati con nostalgico affetto. Nostalgia, dunque, non scevra di un sottile rimpianto, che emerge nelle ultime pagine del romanzo. Non a caso, tutto cambia quando Jack Duluoz lascia Lowell per trasferirsi a New York; la metropoli lo fagocita, lo trasforma, lo rende forse meno ingenuo ma più disincantato. Il viaggio, tema tanto caro a Kerouac, non ha la salvifica forza liberatoria di Sulla strada, ma è la perdita dell’innocenza, la fine dell’infanzia, forse l’unica età davvero felice. 
Per quanto riguarda il linguaggio, valgono più o meno le stesse considerazioni fatte per I sotterranei, completato nello stesso anno: Kerouac adotta la famosa prosodia bop, la tecnica di scrittura che cerca di riproporre sulla carta l’ininterrotto flusso dei pensieri, lo stream of consciousness di joyciana memoria, al ritmo della musica jazz. Se però ne I sotterranei questa scelta stilistica raggiunge vette più impervie, in Maggie Cassidy la sperimentazione è contenuta. E anche se a volte rinuncia alla punteggiatura, regalandoci memorabili pagine con un ritmo martellante, Kerouac rispetta la struttura narrativa tradizionale. Se amate lo scrittore americano, questo è un libro da avere, da collocare sul vostro scaffale tra La città e la metropoli e Sulla strada.
Copertina di un'edizione Oscar Mondadori del 1988

13 febbraio 2019

Il Museo del Novecento di Palazzo Merulana: uno spazio restituito alla collettività

Fino a poco tempo fa nella centralissima Via Merulana a Roma si apriva una ferita. Il vecchio Palazzo dell’Ufficio di Igiene, chiuso da oltre vent'anni e pericolante, offriva uno spettacolo desolante a quanti passeggiavano per una delle strade più belle della Capitale. Il Comune di Roma, proprietario dell’edificio, nel 2013 ha avviato un project financing per il recupero dell’area; è nato così Palazzo Merulana, oggi sede di un interessante museo di pittura e scultura del Novecento italiano. Lo spazio espositivo, di circa 1.800 mq, è articolato su quattro piani e attualmente ospita un centinaio di opere. Al piano terra, o Sala delle sculture, è possibile prendere un caffè tra le opere di Antonietta Raphaël, Lucio Fontana, Pericle Fazzini e altri. Il percorso museale vero e proprio si snoda al secondo (il meraviglioso Salone) e al terzo piano (la Galleria), mentre al quarto livello (l’Attico) c’è un’ampia sala conferenze. L’ultimo livello è la Terrazza, che purtroppo non ho potuto visitare perché chiusa a causa delle avverse condizioni meteorologiche. Gli spazi sono ariosi, ben curati, e consentono di godere la visita in tutta calma. In due parole, un “luogo pacificante”, come l’ha correttamente definito una visitatrice su Tripadvisor.
Le opere esposte sono di proprietà dei coniugi Elena e Claudio Cerasi; alla Fondazione a loro intitolata si deve il merito di aver aperto al grande pubblico questa straordinaria collezione privata. Come riportato nel sito del Museo, «la consapevolezza di un dialogo costantemente operante tra gli artisti dell’epoca ha spinto i coniugi Cerasi ad ampliare quel forte nucleo iniziale», ovvero quello della Scuola Romana, «affiancandogli una serie di opere relative alle diverse riflessioni di altri contesti italiani del medesimo periodo che, pur sempre riflettendo il loro gusto personale, ha creato un tessuto omogeneo all'interno del quale emergono capolavori anche di altre scuole o tendenze».
Il biglietto d’ingresso ha un costo contenuto (5 euro) rispetto alla qualità dell’esposizione. Come ho detto, si tratta di un centinaio di opere del Novecento italiano; praticamente tutte le correnti sono degnamente rappresentate: il realismo magico (Donghi), il futurismo (Sironi), la metafisica (de Chirico), il simbolismo (Savinio), la pop art (Festa), la Scuola Romana (Scipione). Oltre agli artisti già citati, la collezione comprende anche lavori di Balla, Casorati, Pirandello, Cambellotti, Severini, Schifano e altri. Il risultato è un caleidoscopio di dipinti e sculture che ripercorrono una stagione feconda e originale dell’arte italiana.
Di seguito, alcune fra le opere esposte.
Alberto Ziveri - Autoritratto con manichino - 1927
 Antonio Donghi - Gita in barca - 1934
Felice Casorati - Lo studio - 1934
 Gino Severini - Maternità - 1927
 Giorgio de Chirico - Le cabine misteriose - 1934
 Mario Mafai - Natura morta - 1941
 Mario Schifano - Dagli archivi del Futurismo n. 6 - 1965
 Mario Sironi - Paesaggio urbano - 1920
Tano Festa - Frammento michelangiolesco - 1966