9 maggio 2026

"Above", quel dolore che ancora brucia

Non è detto che un'ipotetica squadra formata dagli undici calciatori più forti del campionato sia destinata a vincere lo scudetto. Il calcio è governato da strane alchimie e la prova dei fatti spesso contraddice quanto ipotizzato sulla carta. Potrebbe ben accadere che i migliori undici calciatori del mondo non riescano a esprimere tutto il loro potenziale, ove inseriti nella stessa squadra. Questo è vero nel calcio, come nella musica. La storia del rock è costellata di "supergruppi", ovvero quelli composti da musicisti già celebri per aver militato in altre band di successo. Formazioni dalle alterne fortune che non sempre hanno brillato, nonostante le grandi individualità.
Anche la scena grunge di Seattle ebbe la sua superband: si chiamavano Mad Season, autori di un unico LP pubblicato nel 1995, Above. Come noto, per cui mi limiterò soltanto a brevissimi cenni, l'idea nacque in una clinica per la disintossicazione dalla tossicodipendenza. L'obiettivo dei musicisti era quello di dare vita a un progetto che riflettesse il desiderio di rinascita già portato avanti nei rispettivi programmi di recupero. I quattro erano Layne Staley (Alice in Chains) alla voce, Mike McCready (Pearl Jam) alle chitarre, John Baker Saunders (The Walkabouts) al basso e Barrett Martin (Skin Yard e Screaming Trees) alla batteria. Il disco si avvalse inoltre della collaborazione di Mark Lanegan, anch'egli degli Screaming Trees.
C'è chi ha scritto che Above, per uno strano paradosso, rappresenterebbe la quintessenza del grunge. Un paradosso perché il "Seattle sound" richiama alla mente qualcosa di selvaggio e duro, laddove questo disco vive anche di momenti di quiete. La celebre River of deceit, ma anche per buona parte l'iniziale Wake up, sono lì a dimostrarlo. E allora si può parlare di grunge non solo per il retroterra artistico dei membri della band, ma soprattutto per il carattere introspettivo, doloroso e struggente dei testi di Staley. Si ascolti Long gone day.
«So much blood, I'm starting to drown. […]
Am I the only one who remembers that summer?
Oh-oh, I remember
every day, each time the place was saved,
the music that we made,
the wind has carried all of that away.»
Above è un disco che si regge su un perfetto equilibrio, come la puntina di un giradischi in posizione di floating. Pezzi duri si alternano a momenti di quiete, l'impronta hard-rock si stempera in influenze psichedeliche e persino blues (Artificial red). Il cupo giro di basso di Wake up apre l'album: un soffuso tappeto di chitarre e al minuto 1:13 irrompe la dolorante voce di Staley, in una performance di grande intensità. È un brano ipnotico che si sviluppa in crescendo, un viaggio di oltre sette minuti da intraprendere a occhi chiusi, lasciandosi guidare solo dall'ispirato canto. X-ray mind è invece un pezzo solido e quadrato, in cui si affilano gli strumenti in vista delle due canzoni successive, River of deceit e I'm above. La prima è il singolo di maggior successo estratto dall'album, una ballata semi-acustica il cui testo risente dell'influenza de Il profeta di Gibran. I'm above è invece un pezzo marcatamente grunge, mentre nella successiva Artificial red il suono di Seattle viene contaminato con il blues. La citata Long gone day è un'altra perla del disco, lo struggente ricordo di un'estate fuggita via, come molti dei protagonisti di quell'età verde. Niente elettricità: dominano le chitarre acustiche e fa capolino persino un sassofono. Non è grunge, forse nemmeno rock, eppure è uno dei vertici della produzione del supergruppo. La strumentale e furiosa November Hotel e la lenta All alone chiudono il disco, con parole che sono sigilli di cemento sopra una pietra tombale.
«All alone, we're all alone.»
I Mad Season sono durati un'unica, breve stagione. Forse il loro destino era già scritto nel nome. Ma se il progetto è stato effimero, ciò non è certo un demerito; i quattro semplicemente hanno detto tutto quello che sentivano di dover dire e, così facendo, si sono consegnati alla storia. Il grunge è stato l'espressione di una rivolta giovanile "introspettiva"; a distanza di trent'anni si prova tenerezza nei confronti di questi giovani che hanno sacrificato se stessi sull'altare della musica, senza la pretesa di cambiare il mondo. Quel dolore ancora brucia, come provano i testi dell'unico album dei Mad Season, già compreso e celebrato alla sua uscita, ma che col passare del tempo ha acquistato un altro e più profondo significato. Con l'addio di Staley, Baker Saunders e Lanegan, la vicenda umana e artistica di questo supergruppo brilla come testimonianza di un'epoca irripetibile.
La copertina, opera dello stesso Staley