26 aprile 2026

"L'amara scienza" di Luigi Compagnone: l'arte della sopravvivenza

Questo romanzo del 1965, da alcuni considerato il capolavoro di Luigi Compagnone (1915-1998), è l'equivalente letterario di una pellicola neorealista, sebbene sia ambientato in pieno boom economico e dunque in un periodo successivo. Si può tuttavia ugualmente parlare di neorealismo, perché è il racconto crudo e senza orpelli, quasi scientifico, della miseria materiale e umana di quanti erano esclusi dal sogno del benessere.
Augusto Alinei, capitano di lungo corso in pensione, è anziano e malato: sono finiti i tempi in cui gettava sul tavolo della cucina i mazzetti di banconote da mille lire ("la tovaglia più bella del mondo"). È moroso e rischia lo sfratto dall'appartamento che abita da tanti anni, presso Via dei Tribunali. Assieme a lui vivono i tre figli: il maggiore Isidro, mentalmente minorato a causa della meningite, l'intellettuale Egidio, un idealista incapace di azioni concrete, e l'ultimogenita Lucia, la più avveduta e saggia. Su questi tre giovani poggiano le ultime speranze di Don Augusto: i figli devono trovare entro ventiquattro ore una somma di denaro sufficiente a coprire le pigioni insolute, altrimenti sarà sfratto. L'amara scienza è il dettagliato racconto delle peregrinazioni, tra il tragico e il grottesco, dei tre germani attraverso le strade e i vicoli di Napoli, alla ricerca del denaro.
La vicenda si dipana in un'unica, lunga giornata, dalle prime luci dell'alba fino a notte fonda. Il resoconto si sposta dall'uno all'altro dei quattro protagonisti, grazie all'espediente del narratore terzo e onnisciente. In questo senso, si può parlare quasi di una costruzione cinematografica, come se ci fosse un regista che sposta la macchina da presa per raccontare vicende che si svolgono in simultanea, ma in quattro luoghi diversi della città: nell'angusto appartamento in zona Tribunali, ove languisce il capofamiglia, nonché nelle strade di Napoli, ove si muovono con diseguale impegno i tre figli. Anche il registro varia: si passa dalle elucubrazioni sociali e intellettuali di Egidio, al linguaggio popolaresco di Isidro, fino a giungere ai toni carichi di pathos di Lucia e del suo ex fidanzato Pasquale.
Il romanzo tocca tanti temi profondi, sia umani che sociali. In primis, il dramma della miseria e dell'ineguale distribuzione della ricchezza, nonché quello dell'emergenza abitativa. In secondo luogo, è una crudele disamina dell'ipocrisia e del tradimento che spesso inquinano i rapporti umani. Tuttavia, in questo quadro desolante emergono i valori della famiglia e del sapersi arrangiare; è questa "l'amara scienza" che occorre imparare per sopravvivere.
«Forse perché anch'egli si batte per il pezzo di pane, e per un tetto di casa; non per vivere, si batte, ma per sopravvivere; non per un ideale eroico, ma per la conservazione della vita come scopo a se stante. È questa la sua amara scienza.»
Compagnone, con questo libro, diede l'immagine di una Napoli in rapida evoluzione, una città in trasformazione che voleva scrollarsi di dosso le macerie del secondo conflitto mondiale per entrare nel "salotto buono" della nuova società italiana del boom. Una "Napoli megalopoli" che si affacciava alla luminosa finestra dell'avvenire, senza tuttavia dimenticare la propria storia e identità. Non a caso, i protagonisti del romanzo si muovono sia nei vicoli del centro storico che nelle strade tracciate o rimodellate dopo la guerra, ove incombono i nuovissimi grattacieli del Rione Carità. Lo scrittore partenopeo ha voluto evidenziare le intime contraddizioni di questo processo di modernizzazione: la sua Napoli è al tempo stesso sazia e affamata, razionale e superstiziosa, borghese e popolare, cinica e generosa, madre e matrigna. Emblema di questo contrasto tra l'antico e il moderno sono le processioni che affollano le vie, cortei che invocano San Gennaro affinché conceda il tanto atteso miracolo del suo sangue. I tre giovani Alinei si imbattono innumerevoli volte in questi cortei, oscillando tra lo scetticismo di Egidio e la popolaresca fiducia di Isidro nella benevolenza del Santo.
Oggi Napoli, come tutte le città del mondo, è cambiata a causa dell'uniformazione imposta dalla globalizzazione. Tuttavia, più di altri luoghi, è riuscita a mantenersi fedele alla propria identità profonda. Forse proprio per questo motivo, L'amara scienza è un romanzo che, pur essendo perfettamente calato nell'epoca in cui fu scritto, è tutt'oggi interessante, perché sa cogliere il nucleo sempiterno e immutabile del popolo napoletano.
Prima edizione Vallecchi del 1965

10 aprile 2026

"Meglio la vita ad allevare porci": una poesia di Franco Costabile

Tanti anni fa, quando avevo più curiosità e tempo libero, mi capitava spesso di sfogliare una storia della letteratura italiana del Novecento della casa editrice Lucarini, tre volumi che citavano anche autori meno noti, accanto alle figure più importanti. Uno spazio, piccolo come sempre accade, era dedicato ad alcuni poeti meridionali, oggi vieppiù dimenticati. E non sto ovviamente parlando dei "grandi", come Gatto, Sinisgalli e Scotellaro, ma di poeti valentissimi, eppure poco conosciuti, che hanno lasciato una traccia flebile ma significativa nella nostra letteratura. Tra questi, mi colpì specialmente la tragica vicenda umana di Franco Costabile, calabrese di Sambiase, nato nel 1924 e morto suicida a Roma nel 1965. Nella Capitale strinse alcuni importanti legami d'amicizia, come quelli con Raffaello Brignetti e Giuseppe Ungaretti; quest'ultimo, in occasione della morte dello sfortunato poeta calabrese, scrisse alcuni versi poi trascritti sulla tomba. In particolare, Costabile era amico del pittore Enotrio Pugliese, noto semplicemente come Enotrio.
Avevo quasi dimenticato questa vicenda e persino il nome del poeta, fino a quando, un paio di mesi fa, ho acquistato un'opera di Enotrio Pugliese, una tempera su carta che raffigura un treno merci fermo in prossimità di un casello. L'ho acquistata perché mi piaceva il soggetto e solo dopo mi sono informato in merito all'autore. Quando ho letto che Costabile donò i suoi ultimi versi proprio al pittore Enotrio, ho finalmente rammentato il poeta calabrese. Riannodando i fili del passato, ho cercato sulla rete qualche poesia di Costabile. Una in particolare mi ha colpito, la stessa che mi aveva impressionato tanti anni fa e che avevo dimenticato, o che forse giaceva in qualche andito polveroso della memoria. Si intitola Calabria infame, ma basta sostituire la parola "Calabria" con "Meridione" per avere un testo dal valore universale.
«Un giorno
anche tu lascerai
queste case,
dirai addio,
Calabria infame.»
Il poeta si rivolge a un interlocutore immaginario con una facile profezia: un giorno anche tu andrai via e lascerai questa terra infame che porta addosso il peso di una cattiva reputazione. È un destino ineluttabile quello del meridionale, così almeno sostiene Costabile, il destino dell'emigrante. Nessuna famiglia può dirsi indenne da questa iattura, tutti hanno un figlio, un nipote, un fratello o un caro amico che è partito alla ricerca di fortuna. Il poeta scrive nell'immediatezza del secondo dopoguerra, quando le campagne del Mezzogiorno andarono incontro a un ulteriore, rapido spopolamento. Eppure, non c'è pietà in questi primi versi e neppure nostalgico rimpianto; c'è anzi risentimento nei confronti di una terra aspra e ingrata che non ha saputo conquistarsi una fama positiva (per l'appunto, "infame"). Nemmeno emerge carezzevole affettuosità nei confronti del paese natio o delle case, ridotte a luoghi di partenza, come un'anonima stazione ferroviaria.
«Solo
ma leale,
servizievole,
ti cercherai
un'amicizia,
vorrai sentirti
un po' civile,
uguale a ogni altro uomo.»
In questo secondo gruppo di versi assistiamo all'arrivo dell'emigrante nella terra promessa, facilmente identificabile con l'industrioso Nord. Qui l'emigrante sperimenta per la prima volta la solitudine, così diversa dalle chiassose compagnie dei luoghi d'origine. Castigato ogni istinto e repressa ogni antica abitudine, egli tenta invano di ingraziarsi quelli che non sono suoi simili, ma i nuovi padroni. Leale e servizievole, reprimendo ogni moto di ribellione e sussulto di dignità, l'emigrante proverà a integrarsi nella nuova realtà, tentando di farsi amiche quelle persone così diverse da lui.
Il punto più drammatico della poesia è nei versi seguenti, in quel «vorrai sentirti / un po' civile, / uguale a ogni altro uomo». La vittima fa propri i pregiudizi del carnefice, anziché indignarsi si convince che, in fin dei conti, la preclusione verso i meridionali sia comprensibile, se non addirittura giustificata. Egli allora prova a negare le proprie origini, a nascondere la propria provenienza pur di sentirsi uguale agli altri, agli uomini "civili".
«Ma quante volte
sentirai risuonarti
bassitalia,
quante volte
vorrai tu restare solo
e ripeterti
meglio la vita
ad allevare porci.»
Il picco di tragicità viene toccato nei versi finali. L'emigrante, nonostante tutti i goffi tentativi di apparire diverso e migliore, viene smascherato. Quelli che aveva preso a modello, gli uomini civili, non gli perdonano la sua provenienza geografica, stampata sulla pelle come un marchio d'infamia, come uno stigma d'inferiorità e di sospetto. Per loro sarà sempre un "terrone", un "meridionale", "uno della bassa". E allora egli rifuggirà la compagnia degli uomini a cui aveva cercato di assomigliare; rimasto solo, questa volta per scelta, ricorderà con nostalgia la terra d'origine, dove persino allevando maiali sarebbe stato più libero e felice. Si pentirà di aver preso quel treno, lo stesso treno, così mi piace immaginare, tante volte immortalato nei paesaggi di Enotrio Pugliese.