28 marzo 2026

"Mi hanno assassinato" di Gertrude Mary Wilson: un giallo tinto d'occulto

Non amo i gialli, non mi appassionano perché, in linea di massima, non ho mai avuto la curiosità di sapere da chi e perché taluno è stato ammazzato. Ci sono però delle eccezioni, come spesso accade quando qualcosa non ci piace. Dürrenmatt rientra nella categoria, d'altronde stiamo parlando di un giallista anomalo e soprattutto di un genio, per quanto questa parola sia ai giorni nostri decisamente abusata. Un'altra eccezione è rappresentata dai volumetti della collana I Bassotti di Polillo Editore, collana che presenta al pubblico italiano una serie di romanzi della cosiddetta "età dell'oro del giallo" di area anglosassone, ossia quelli scritti a cavallo tra le due guerre mondiali. Mi hanno assassinato, di Gertrude Mary Wilson, fa parte di questa collana, sebbene sia stato pubblicato in un'epoca successiva, ovvero nel 1957. Inedito in Italia fino al 2025, ci consente di conoscere una scrittrice di cui sulla rete ci sono pochissime tracce.
Gertrude Bryant, poi coniugata con il fumettista Roy Wilson da cui prese il cognome, nacque nel 1899 a Norwich, nella contea di Norfolk. Lavorò come insegnante, fino a quando, spronata dal marito, iniziò a collaborare con riviste letterarie e illustrate, dando inizio a una prolifica carriera come autrice di fumetti. Parallelamente all'attività di sceneggiatrice di nuvole parlanti, la Wilson pubblicò oltre venti romanzi di genere poliziesco con incursioni nel soprannaturale, dando vita specialmente a due personaggi che spesso compaiono nelle stesse storie: l'ispettore Lovick e la scrittrice Miss Purdy. La Wilson, rimasta vedova, morì nel 1986.
Miss Purdy è la protagonista di questo romanzo dal titolo forse poco accattivante ma certamente suggestivo. Alla ricerca di un luogo tranquillo dove poter scrivere il suo nuovo libro e desiderosa di allontanarsi dal caos di Londra, la cinquantacinquenne scrittrice decide di avvalersi della consulenza di un agente immobiliare, il quale le propone una deliziosa casetta sulle rive di un fiume nelle amene campagne del Norfolk. Waterside Cottage, questo il nome della dimora, è isolata quanto basta per potersi concentrare senza essere disturbati. Eppure, è abitata da un'inquietante presenza, il fantasma di Lilian Kemp, una ragazza che qualche mese prima era annegata nel tratto di fiume su cui si affaccia Waterside Cottage. L'inchiesta è stata sbrigativa e il caso è stato chiuso come un banale incidente, sebbene nessuno abbia compreso perché la giovane si sia avventurata da sola su una barchetta in una gelida notte di gennaio. Miss Purdy, pur non essendo una medium, viene contattata dal fantasma di Lilian, la quale guida le mani della scrittrice che, senza volerlo, batte sulla propria macchina da scrivere tre inquietanti parole: "mi hanno assassinato". Inizia così una discreta indagine fondata solo su presunzioni e percezioni, fino a quando un altro annegamento non fa precipitare gli eventi.
Il romanzo della Wilson è sicuramente originale, in quanto innesta elementi soprannaturali su un impianto tradizionale. Ciò non basta evidentemente per parlare di una storia di fantasmi, cosa che non era certamente nelle intenzioni dell'autrice. L'introduzione di elementi occulti che contribuiscono a risolvere il caso caratterizza un romanzo che altrimenti scorrerebbe senza sussulti e su binari piuttosto ordinari. Anche la scoperta che l'assassino è il più insospettabile tra i sospettati non desta particolare sorpresa, rientrando nei cliché del giallo classico. Neppure la presenza del soprannaturale è un'assoluta novità, sebbene la Wilson abbia avuto quantomeno il buon gusto di dosare gli elementi ultraterreni senza scivolare nel grottesco. Pur mantenendosi una certa dose di scetticismo, condivisa persino dai protagonisti, la rivelazione della vera natura dello spirito di Lilian nel finale riesce a regalare qualche brivido ai lettori.
Superfluo dire che non ci troviamo di fronte a un classico, né tantomeno un libro imprescindibile. Nello stesso catalogo della Polillo ci sono sicuramente titoli più validi. Ad ogni modo, il romanzo della Wilson presenta una buona caratterizzazione dei personaggi e contiene vivide descrizioni di un delizioso angolo di campagna inglese sconvolto da un duplice delitto. Una lettura piacevole se non si hanno alte pretese.

28 febbraio 2026

"Vipera in pugno" di Hervé Bazin: contro ogni pedagogia

In passato era usanza di alcune ricche famiglie francesi quella di abitare in falsi manieri di gusto medievaleggiante. Questi finti castelli erano il simbolo di una nobiltà decaduta o, più spesso, di una ricchezza conquistata grazie al commercio e agli affari. In una di queste dimore, la Belle Angerie, vivono i protagonisti dell'incendiario romanzo di Hervé Bazin (1911-1996), che alla sua uscita nel 1948 destò grande scalpore, ma al tempo stesso raccolse i favori del pubblico e della critica.
Vipera in pugno è un romanzo di formazione al contrario, il racconto di un'educazione contrapposta ai canoni della pedagogia moderna. A impartire questa educazione autoritaria e rigidamente reazionaria è Paule Pluvignec, la tiranna della Belle Angerie, moglie del padrone di casa, il pavido e accidioso Jacques Rezeau. Vittime predestinate sono i tre figli della coppia: Ferdinand, detto il Moscio, Jean, detto Teppa, e Marcel, soprannominato Scricciolo. Paule impone dentro casa un vero e proprio regime totalitario che le vale i soprannomi di Bastarda e Pazza. Gli ingredienti di questa educazione farebbero inorridire ogni pedagogista: sveglia alle cinque, rigorosa programmazione degli orari e delle attività, studio sotto la sferza di un rigido precettore, messa quotidiana e preghiere più volte al dì, pubblica confessione dei peccati ogni sera, punizioni corporali, umiliazioni fisiche e morali, assoluta mortificazione di ogni piacere della gola e della carne. In parole povere, un'educazione fatta di soli obblighi e divieti, che nega qualsiasi capacità di autodeterminazione del bambino. Sebbene la vicenda sia ambientata negli anni del primo dopoguerra, la Belle Angerie sembra ferma a un'epoca antecedente all'Età dei Lumi.
Con questo romanzo, in parte autobiografico, Bazin ha denunciato gli esiti più estremi di un cattolicesimo intransigente che si fa radicalismo moraleggiante. Il cattolicesimo "pre Concilio Vaticano II" non è tuttavia l'unico bersaglio dei suoi strali. Vipera in pugno è prima di tutto un impietoso e ironico atto d'accusa contro un'aristocrazia morente (quella dei Rezeau) che per sopravvivere doveva scendere a patti con l'odiata classe dei borghesi arricchiti (rappresentata dai Pluvignec).
«Il mondo è in subbuglio, non si fida più devotamente della Croix, sbeffeggia l'Indice, vuole giustizia, non bigotteria; diritti e non elemosina; si affolla su treni suburbani che lentamente spopolano queste campagne servili, sbaglia l'ortografia dei nomi dei grandi, pensa male perché non pensa come voi, eppure è vivo, e noi siamo moribondi.»
Bazin ha scritto un vero e proprio elogio della ribellione adolescenziale, paragonabile per intensità a Il giovane Holden. Jean, protagonista e io narrante, è l'unico dei tre fratelli che si ribella apertamente al regime imposto dalla madre, ingaggiando con lei una vera e propria battaglia che sconfina nel reato e finanche nel tentato omicidio. In ciò sta lo scandalo che questo romanzo destò, nell'aver presentato una figura di madre crudele e ingiusta, lontana dall'immaginario tradizionale, un mostro perverso che trasforma Jean, il figlio più odiato e tuttavia a lei più simile, in un adolescente amorale e cinico che si affaccia al mondo brandendo metaforicamente una vipera in pugno, pronta a mordere chiunque osi ostacolare i suoi piani. Paule, nell'ossessione punitiva che sconfina nella patologia psichiatrica, ha nutrito un aspide in seno. Ed è lo stesso Jean a rendersene conto nelle pagine finali del romanzo.
«Ogni fede mi sembra un inganno, ogni autorità una disgrazia, ogni sentimento un calcolo. Dubiterò, allontanerò, rinnegherò le amicizie più sincere, la buona disposizione, gli affetti che mi verranno offerti. L'uomo vive solo. Amare è una debolezza, odiare significa imporsi. Io vivo, dunque attacco, distruggo.»
Di figure di genitori autoritari è piena la letteratura; mi viene in mente Padre padrone. Eppure, nel romanzo di Ledda lo scontro generazionale è tra due visioni del mondo, ciascuna dotata di una propria verità e dignità: il mondo arcaico e pastorale del padre che si contrappone agli ideali progressisti del figlio. Per quanto discutibile, l'educazione che il pastore impone al figlio è, almeno nelle intenzioni, orientata al suo benessere e a garantirgli un posto sicuro nel mondo, protetto dalle braccia immutabili della tradizione. Ne La vipera in pugno, invece, manca proprio l'idea del bene: è un'educazione crudele e ingiusta che sfida le leggi umane e divine, nonché i principi della logica. Per questo motivo ho parlato di un romanzo di formazione al contrario.
Il libro di Bazin è stato ristampato nel 2025 da Feltrinelli in un'elegante veste grafica nella nuova collana "I grammatici", destinata a «pubblicare opere che, nel vasto ambito della letteratura, siano capaci di illuminare un aspetto fondamentale ancora nascosto del nostro presente oppure, all'opposto, l'origine lontana di ciò che è sotto gli occhi di tutti». La recente e meritoria ristampa diventa così un'occasione per riscoprire un'opera mai davvero dimenticata, che tuttavia da troppo tempo mancava sugli scaffali delle librerie italiane.

14 febbraio 2026

Un tassista, un fotoreporter, una verità da rivelare

Ci sono eventi, anche della storia recente, che sarebbero ignoti ai più se un film o uno sceneggiato non li avessero ricordati. Ciò è tanto più vero quando si tratta di vicende che riguardano paesi lontani. Se sono venuto a conoscenza del "massacro di Gwuangju", lo devo proprio a un film, A taxi driver (2017), diretto da Jang Hoon. A dirla tutta, fino a qualche giorno fa nemmeno sapevo che la Corea del Sud avesse attraversato una lunga fase di autoritarismo e instabilità politica e che la conquista della democrazia fosse un fatto relativamente recente. Durante la dittatura di Chun Doo-hwan il Paese conobbe uno straordinario sviluppo economico, simile a quello del Giappone di qualche anno prima, ma al tempo stesso una forte compressione dei diritti civili e politici, con l'applicazione della legge marziale, lo scioglimento delle organizzazioni studentesche e il controllo della stampa. In questo clima d'emergenza, nel maggio del 1980 scoppiò una rivolta contro il governo nella città di Gwangju, repressa nel sangue dall'esercito. Il numero dei morti è tuttora imprecisato, ma c'è chi parla di migliaia di vittime, soprattutto giovani studenti e lavoratori che manifestavano per il ripristino dei diritti civili.
A taxi driver, da non confondere con il più celebre e quasi omonimo lungometraggio con De Niro, ha vinto diversi premi e ha destato grande scalpore e commozione in Corea. Kim, il protagonista, è un tassista di Seul, vedovo, con una figlia a carico e sempre in bolletta. A bordo della sua automobile con oltre 600.000 chilometri, gira tutto il giorno per la capitale pur di racimolare qualche won in più. Un giorno, mentre sta pranzando in un punto di ristoro per tassisti, viene a conoscenza che un collega si è messo d'accordo per accompagnare un cittadino tedesco nella lontana città di Gwangju, per la bella cifra di centomila won. Kim non può lasciarsi sfuggire un'occasione del genere e così si reca al luogo dell'appuntamento prima del collega, soffiandogli il cliente. Ignora però che il tedesco non è un comune uomo d'affari, ma un giornalista spedito a Gwangju per filmare gli scontri e consegnare al mondo una testimonianza di quanto stava accadendo nella città ormai isolata.
A taxi driver racconta la genesi di una coscienza politica e la graduale maturazione di un pensiero critico. All'inizio del film Kim è un uomo tutto sommato banale e indifferente alle vicende politiche coreane: interessato più che altro a portare a casa la pagnotta, non vede di buon occhio gli studenti che manifestano, bloccando il traffico di Seul e intralciando i suoi modesti affari. Quando però l'orrore del regime si appalesa con il massacro di Gwangju, il tassista comprende di non poter più chiudere gli occhi e di doversi necessariamente schierare dalla parte dei difensori delle libertà civili, anche a costo di mettere a rischio la propria vita. Questa acquisizione di consapevolezza è particolarmente toccante, perché Kim, da padre vedovo qual è, avrebbe ben potuto anteporre i propri interessi personali alle sorti della sua nazione. Il viaggio assieme al reporter tedesco, iniziato con un piccolo inganno e tanti fraintendimenti, finisce invece per diventare la più grande prova di coraggio che il tassista è chiamato ad affrontare. Un viaggio che cambierà per sempre la vita di Kim e il suo sguardo sul mondo.
Jang Hoon ha girato una pellicola che parte come una commedia brillante e si conclude con toni cupi e drammatici. Si passa dalle risate delle prime scene alla sparatoria nelle strade e al sangue del massacro. Tuttavia, il passaggio non è brusco, c'è un'evoluzione graduale che va di pari passo con la presa di coscienza del protagonista. In questo senso, a parte qualche ingenuità (la poco credibile scena dell'inseguimento), il film scorre lungo i binari del realismo. Peraltro, giova precisarlo, si tratta di un adattamento di una storia vera, quella di Jürgen Hinzpeter, l'unico giornalista che documentò gli eventi di Gwangju, rendendoli noti al mondo.
In conclusione, è un bel film di impegno civile che restituisce a noi occidentali il crudo racconto di una tragedia poco nota al di fuori della Corea. Bravissimi gli attori, su tutti Song Kang-ho che ha prestato il suo volto espressivo alla memorabile figura del tassista Kim. Un plauso va anche agli attori che interpretano i personaggi minori, perché sono riusciti a trasmettere allo spettatore l'immagine di un popolo fiero e altruista che ha saputo ritrovare il meglio di sé all'interno di una tragedia collettiva.
La locandina italiana

31 gennaio 2026

"Splendor", il cinema come dichiarazione d'amore

È bene partire subito con una precisazione: Splendor (1989) non è il miglior film di Ettore Scola, né il migliore con protagonisti Marcello Mastroianni e Massimo Troisi, in quanto il coevo Che ora è, a mio avviso, gli è superiore. Splendor è una pellicola riuscita a metà che probabilmente soffre il confronto con Nuovo Cinema Paradiso, grande successo di critica e pubblico dell'anno precedente, con un soggetto simile.
Jordan, interpretato da Mastroianni, è il titolare dello storico cinema Splendor di Arpino, in provincia di Frosinone. Il legame tra Jordan e la settima arte è indissolubile e risale alla sua infanzia, in pieno ventennio fascista, quando assieme al padre girava per i paesi del Meridione a bordo di uno scassato furgoncino per proporre spettacoli di cinema itinerante, con proiezioni approssimative su un telo bianco perennemente scosso dal vento. Lo Splendor, fondato dal padre di Jordan, ha attraversato indenne un bel pezzo di storia d'Italia. I fasti del dopoguerra e degli anni del boom economico sono però irripetibili e così, soprattutto a causa della concorrenza della televisione e di altre forme di intrattenimento, alla fine degli anni Ottanta è sull'orlo della chiusura, con l'immobile già venduto a un imprenditore del posto. Costretto ad abbandonare il luogo che ha amato più di ogni altro, Jordan durante il triste trasloco rievoca nella memoria i principali eventi degli ultimi quarant'anni, confermando ancora una volta come il suo destino e quello della sala siano inestricabilmente legati. Ed è così che facciamo la conoscenza degli altri due protagonisti del film: il proiezionista Luigi (Massimo Troisi) e la maschera Chantal (Marina Vlady).
Il lungometraggio di Scola presenta evidenti punti di forza, ma con altrettanta evidenza sconta alcune debolezze. Iniziando da queste ultime, non si può non menzionare l'uso disinvolto, se non eccessivo, della tecnica del flashback. Il ritmo della narrazione viene continuamente interrotto per mostrare eventi del passato, a volte vere e proprie digressioni che dilatano il racconto e non sempre aggiungono elementi decisivi o imprescindibili. In secondo luogo, vi è un ampio utilizzo di spezzoni tratti da altri film (Metropolis, L'albero degli zoccoli, Amarcord, per citarne alcuni) che vengono proiettati allo Splendor. Anche questa scelta rallenta il ritmo della narrazione, sebbene rappresenti un sentito omaggio di Scola ai capolavori che l'hanno segnato. Delude poi il finale: un lieto fine banale e poco coerente rispetto a quanto accaduto fino a quel momento. Queste note critiche non devono tuttavia far passare in secondo piano i punti di forza. In primis, va rimarcata l'ottima interpretazione di Mastroianni e Troisi. Il primo con grande mestiere dà spessore al personaggio di Jordan, sebbene non sia la più celebre delle sue interpretazioni. Il secondo veste i panni del proiezionista con tenerezza e malinconia profonda. Ci sono poi almeno due scene memorabili: la partita a carte con i notabili del paese e Troisi che tenta di procacciare dei clienti con risultati esilaranti.
Splendor è una sentita e sincera dichiarazione d'amore verso il cinema, sia come forma d'arte che come scelta di vita. Eppure, a parte l'incongruo finale, il clima della pellicola è tutt'altro che festoso. Scola ha infatti utilizzato il genere della commedia per lanciare un atto d'accusa contro gli eccessi della modernità. Nel 1989 il "nemico" era la televisione, ma l'impoverimento culturale era solo agli inizi e, visti col senno di poi, quegli anni oggi ci appaiono come l'età dell'oro. A dare il colpo di grazia ai cinema (e aggiungo, alle edicole, ai negozi di dischi e alle librerie) ci hanno infatti pensato internet, i social network e le piattaforme di streaming. Per questo motivo una pellicola come Splendor, pur con i suoi difetti, è in grado di lanciare un messaggio ancora attuale, anzi più attuale oggi che non nel 1989.
La locandina del film di Ettore Scola

18 gennaio 2026

"Il gigante sepolto" di Kazuo Ishiguro: oltre i confini del fantasy

È forse vero che il fantasy sia nato e morto con Tolkien. Per avvedersene è sufficiente leggere Lo hobbit o Il signore degli anelli e confrontarli con uno qualsiasi dei loro epigoni; il paragone sarà impari. Ciò vale anche quando a commisurarsi con il genere sia un premio Nobel come Ishiguro, che nel 2015 pubblicò Il gigante sepolto, libro che per tematiche e ambientazione può essere avvicinato al genere fantasy.
La vicenda è ambientata in un'Inghilterra dilaniata dall'odio tra Sassoni e Britanni, un odio profondo e inestinguibile che provoca lutti e devastazioni. In un misero villaggio vivono due coniugi, Axl e Beatrice, quasi emarginati dalla propria comunità, ai cui bisogni comunque contribuiscono con il duro lavoro. Axl e Beatrice hanno un figlio, sebbene non ricordino né il suo nome né che fine abbia fatto. La loro memoria, come quella di tutti gli abitanti di quelle lande selvagge, è stata infatti annebbiata da un oscuro e sconosciuto maleficio. Nessuno ha memoria del proprio passato, che pure ogni tanto ricompare sotto forma di vaghi ricordi, brumosi e inafferrabili come la nebbia che ha cagionato l'incantesimo. Guidati da uno di questi ricordi, i coniugi decidono di lasciare casa e intraprendere un periglioso viaggio alla ricerca del figlio disperso. Durante il tragitto vivranno ogni sorta di esperienza e avventura, fino al sorprendente finale che riordina tutti i fili della complicata matassa.
Ishiguro in questo romanzo ha operato una commistione tra elementi tipici del fantasy e altri legati alla storia locale. Tra i primi va menzionata la presenza di orchi, elfi, draghi e altre figure misteriose ed esoteriche, nonché i richiami alla leggenda di Re Artù. Appartengono invece alla storia i rimandi al Cristianesimo, la rivalità tra Sassoni e Britanni, la descrizione delle condizioni di vita del popolo minuto e delle diffuse superstizioni. Il gigante sepolto è dunque ambientato in una sorta di Medioevo immaginario: una cornice realistica entro la quale si sviluppano situazioni di matrice fantastica. Il cuore del libro è ovviamente nel viaggio intrapreso dai due coniugi; il viaggio, come noto, assieme alle battaglie, è il tema portante di ogni fantasy che si rispetti. A differenza dei classici del genere, però, Il gigante sepolto presenta un elemento originale: i protagonisti non sono giovani e forti, non assomigliano alla classica figura dell'eroe, bensì sono due anziani malandati e zoppicanti, già duramente provati dalla sventura.
Certo Il gigante sepolto è qualcosa di più di un romanzo dalle tinte fantasy: è soprattutto una riflessione su temi profondi come l'amore coniugale e filiale, la vecchiaia, la vendetta e il perdono, nonché sulla capacità tutta umana di saper riparare i torti per il tramite della misericordia. Pur non essendo d'ispirazione religiosa, si può affermare che per certi versi sia un libro profondamente cristiano. Queste tematiche forti non sono affrontate da Ishiguro in forma diretta, ma trasfigurate, per così dire, grazie all'utilizzo del mito e di elementi fantastici. É dunque un libro che spinge alla riflessione su temi antichissimi e universali che appartengono all'umanità sin dai suoi albori. È un romanzo sulla memoria e sulla colpa, in cui con un coup de théâtre la nebbia che provoca la smemoratezza diventa quasi un bene, perché fa dimenticare tutti i torti. Ecco dunque che il lieto fine con la sconfitta del "mostro", pur rientrando nel più classico dei cliché del fantasy, in realtà nasconde una radice di male. In ciò, senza voler svelare troppo, sta il messaggio che Ishiguro ha voluto lanciare.
Eppure, nonostante la profondità del significato, il ritmo della narrazione è spesso rallentato, oppure si invischia in dialoghi verbosi e finanche stucchevoli, soprattutto, spiace dirlo, quando a parlare sono i due protagonisti. A mio modesto avviso, è un libro riuscito a metà.

3 gennaio 2026

"Anniversario dell'esame di maturità" di Franz Werfel: la colpa giovanile

Tra i tanti cantori della finis Austriae, Franz Werfel (1890-1945) non è uno dei più noti. Eppure in tutti i suoi romanzi si sente il canto del cigno di una civiltà in rovina, un tempo gloriosa e infine travolta sotto la marcia inesorabile della Storia. Degno rappresentante di questa società defunta è il protagonista del romanzo Anniversario dell'esame di maturità, il giudice istruttore Sebastian. Figlio del presidente della Corte Suprema, egli è tutto sommato un uomo mediocre che deve la propria carriera all'ingombrante figura del padre.
Una sera Sebastian viene invitato a una cena di ex compagni di scuola, venticinque anni dopo l'esame di maturità. Tra tutti gli ex scolari dell'Imperial Regio Ginnasio "San Nicola" manca però Franz Adler, il più talentuoso, l'intellettuale che a soli sedici anni aveva composto un dramma dedicato agli ultimi giorni dell'imperatore Federico II, l'unico tra i compagni che possedesse il sommo dono della poesia.
«Io compresi per la prima volta la potenza emotiva di ogni umana opera d'arte. Adler con la sua fantasia creava uomini, ne guidava i destini, e non si limitava a scribacchiare brano a brano le sue creazioni, ma le conduceva a termine secondo un piano prestabilito. […] Nella sua testa rossa, troppo grande, io scopersi il divenire di una bellezza superiore. Una bellezza spirituale, carismatica, si diffondeva sopra di lui, mentre leggeva.»
Adler possedeva un'intelligenza sopraffina, un pensiero originale che rifuggiva dalle strade consuete del sapere accademico, per intrufolarsi in vicoli secondari, percorsi laterali e obliqui che producevano idee non convenzionali ma geniali. Sebastian negli ultimi lustri aveva quasi dimenticato il vecchio compagno, ma di colpo il passato torna prepotentemente a fargli visita, nelle vesti di un uomo accusato dell'omicidio di una prostituta che il giudice istruttore deve sottoporre a interrogatorio. Quell'uomo si chiama Franz Adler, come il vecchio compagno di classe. Ma è davvero lui? Scosso da quell'incontro presago, il giudice, nel corso di una tormentosa notte, si lascia andare a una lunga confessione in forma di memoriale, la confessione di una grande ingiustizia di cui Adler è stato vittima ai tempi del ginnasio. Il memoriale del giudice diventa così il sofferto racconto di una terribile colpa giovanile.
«La mia risata era germogliata come una semente. Ora sbocciava in molte gole. Quel riso improvviso era riuscito a distruggere l'autorità di Adler. […] Aveva annientato come per incanto il rispetto che si tributava a un'intellettualità superiore, e aveva posto termine alla benevolenza che perfino i ragazzi concedono a un corpo sgraziato.»
Werfel ha affrontato in questo romanzo un tema terribile e drammatico: il tragico destino degli eletti, la travagliata esistenza di chi, baciato dal talento e caro agli dèi, viene fatto vittima dei soprusi e delle angherie degli umani, dettate dall'invidia. E ciò è ancora più evidente tra gli adolescenti, quando la crudeltà verso i coetanei più dotati può raggiungere forme impensabili di cinismo e sopraffazione. Franz è indubbiamente il migliore della sua classe, dotato di una sensibilità fuori dal comune. Per questo viene bersagliato dai compagni, perché persino essere un grande spirito può diventare causa di dannazione. Il male, sembra dirci Werfel, si annida nell'animo umano a ogni età e l'invidia può essere la scintilla che lo fa deflagrare. La soluzione è solo nell'amore, ma Sebastian arriva a comprenderlo troppo tardi, quando ormai la colpa giovanile si è incancrenita e il passato non può più essere messo in ordine. "Di fronte alla grande superiorità di un altro non c'è mezzo di salvezza al di fuori dell'amore", scriveva Goethe, citazione che viene ripresa e ragionata nel romanzo di Werfel. 
Anniversario dell'esame di maturità è, a mio avviso, un grandissimo libro. Squisitamente novecentesco, è un romanzo di formazione sui generis, in quanto il raggiungimento della maturità non passa attraverso le esperienze giovanili, bensì tramite un'acquisizione di consapevolezza postuma, giunta praticamente fuori tempo massimo. Werfel sembra voler legare il destino dei suoi personaggi a quella società in rovina che li ha visti adolescenti; egli ci ammonisce che quel mondo doveva morire affinché Sebastian, divenuto giudice, potesse finalmente espiare la sua colpa. Ecco che il mito dell'Austria felix declina anche moralmente nel tramonto della finis Austriae, che copre col manto dell'oblio ogni colpa e vergogna.

Edizione Guanda del 1988