Come già aveva fatto con l'esordio di Cowboys and Indians e in maniera più potente con il successivo Il rappresentante, anche in questo romanzo O'Connor ha affrontato le tematiche dell'abbandono, dell'incomunicabilità e del dolore esistenziale. E probabilmente l'ha fatto nel modo più maturo, profondo e vero; non a caso il libro, alla sua uscita nel 2000, venne salutato come il migliore tra quelli scritti fino ad allora dall'autore irlandese.
La fine della strada è l'emozionante racconto dell'incontro tra due solitudini. Ellen ha quarantasette anni, eppure le resta poco da vivere a causa di una diagnosi implacabile; è irlandese di nascita ma è stata adottata negli Stati Uniti, dove tuttora vive assieme al marito fedifrago e ai due figli problematici. Martin è invece un poliziotto in disgrazia di Dublino, un tempo tra i più brillanti della squadra speciale; la morte di un figlio e il naufragio del matrimonio l'hanno ridotto all'ombra di se stesso. È il caso a farli incontrare, lo stesso caso per cui si scoprono più simili di quanto avrebbero mai potuto credere. Entrambi, infatti, vogliono raggiungere la penisola di Inishowen, nella contea del Donegal: lì è sepolto il figlio di Martin, lì vive la madre naturale di Ellen, che la donna vorrebbe conoscere prima di morire.
Inizia così un emozionante viaggio da Dublino al Donegal, attraverso le strade gelate di un'Irlanda su cui si è abbattuta un'eccezionale ondata di freddo. Il contesto storico e temporale è ben definito: la vicenda si svolge tra il 23 dicembre 1994 e il primo gennaio 1995. In Irlanda si respira timidamente un'aria nuova, in virtù del cessate il fuoco che sembra aver sopito gli animi devastati da decenni di guerriglia e terrorismo. O'Connor ricostruisce perfettamente il clima di quei giorni travagliati, raffigurando il volto di un paese diviso tra le spensierate celebrazioni del Natale e le ferite ancora aperte dei Troubles. Ellen e Martin durante il viaggio incontrano posti di blocco della Garda, murales che incitano all'IRA o all'UVF, echi di vecchie stragi e controversie irrisolte. La questione irlandese, pur toccando entrambi i protagonisti, è tuttavia solo la cornice che racchiude una questione strettamente privata, per usare quasi alla lettera un titolo di Fenoglio.
O'Connor, sebbene non ancora quarantenne, dimostrò di essere un autore di razza e una delle voci più interessanti della letteratura europea del nuovo Millennio. Bisogna peraltro tenere conto della mole del volume, quasi cinquecento pagine che scorrono grazie alla sapiente alternanza tra lunghi dialoghi – in cui l'autore prova di essere un acuto conoscitore del parlato quotidiano – e le parti descrittive che restituiscono il sapore di un'Irlanda dolceamara. Emergono le mille contraddizioni di una terra che sa essere madre e matrigna, di un popolo al tempo stesso tollerante e intransigente, santo e bestemmiatore, ironico e tremendamente serio.
Dal punto di vista più squisitamente lirico, La fine della strada è un inno al potere salvifico dell'amore, nella sua accezione più ampia che non comprende solo il legame tra un uomo e una donna o tra genitori e figli. Emerge la consapevolezza che solo questo sentimento può dare un significato all'aridità del quotidiano. A ben vedere, tuttavia, non si tratta di un messaggio riduttivo o banalmente consolante; sia Martin che Ellen sono infatti destinati al fallimento. Nondimeno, l'esperienza vissuta insieme, pur non avendo effetti taumaturgici, restituisce il significato a due vite che oramai erano segnate. Conta soltanto l'aver amato o l'essere stati amati, anche per una sola settimana nel corso di un'intera vita; un incontro come quello tra Ellen e Martin, sia pur breve, può offrire un riscatto, suturare molte ferite, lenire la solitudine estrema che prova chiunque abbia la ventura di affacciarsi al mondo.
La fine della strada è sicuramente un ottimo romanzo, sebbene alcune ingenuità narrative impediscano di definirlo un grande libro. Mi riferisco in particolare a due eventi poco credibili che accadono verso il finale; si tratta, a mio avviso, di parti che avrebbero potuto essere anche omesse o modificate senza incidere sul senso complessivo della storia. Ad ogni buon conto, con le ultime pagine O'Connor si riscatta, tornando a quel tono drammatico e profondamente umano che è il punto di forza di questo libro.
