27 giugno 2026

Nanni Loy e la Resistenza come "affare del Sud"

Le quattro giornate di Napoli (1962, regia di Nanni Loy) è un perfetto esempio di film corale, un racconto a più voci in cui non c'è un vero protagonista. Oppure, in antitesi, si potrebbe affermare che protagonista e unico personaggio è il popolo napoletano, con i suoi mille volti: quelli dei bassi e dei quartieri alti, degli scugnizzi e dei professori, dei giovani, dei vecchi, dei poveri e dei benestanti. Non a caso nei titoli di testa non sono riportati i nomi degli attori, ma solo un sentito ringraziamento a quanti «in omaggio al popolo napoletano – vero interprete delle Quattro giornate – hanno aderito a partecipare in anonimo al film». Nel cast scelto da Nanni Loy figuravano infatti persone comuni accanto a celebri attori professionisti. Tra questi ultimi bisogna certamente menzionare Gian Maria Volonté, straordinario nei panni di un capitano del Regio Esercito, Aldo Giuffré, Regina Bianchi e persino Enzo Cannavale in un inusuale ruolo drammatico.
La pellicola è il racconto dell'insurrezione della città partenopea contro l'invasore tedesco che l'aveva occupata dopo l'armistizio dell'otto settembre 1943 e lo sbandamento dei reparti del Regio Esercito che la presidiavano. Nonostante la superiorità militare, le truppe della Wehrmacht vennero cacciate grazie a un'eroica lotta di popolo che combinò azioni di guerriglia e di resistenza non armata. Ovviamente non tutti i napoletani imbracciarono le armi, ma la maggioranza rifiutò comunque di collaborare con gli occupanti; di fatto, quando gli Alleati vi giunsero, la città si era già liberata da sola. Le quattro giornate valsero a Napoli la Medaglia d'oro al valor militare e spesso sono considerate la prima scintilla della Resistenza.
La sceneggiatura segue i fatti del settembre 1943, descritti in modo molto fedele. Tra gli eventi menzionati nella pellicola appartengono alla storia, tra gli altri, la fucilazione di un ignoto marinaio a cui il popolo fu costretto ad assistere, i rastrellamenti nelle case e il concentramento dei prigionieri nello Stadio del Vomero, le battaglie nelle strade, lo sgombero dei palazzi in prossimità del lungomare, la morte del dodicenne Gennaro Capuozzo. Accanto a questi fatti reali, sono stati introdotti personaggi ed eventi di fantasia, sia pur verosimili; sto parlando di tutte quelle storie minime di contorno che servono ad arricchire la trama (la mamma che consola il figlio morto, il soldato che torna a casa dalla guerra, il direttore del carcere minorile). Nonostante ciò, la principale critica che viene mossa alla pellicola è quella di avere un taglio troppo documentaristico. Se ciò fosse vero, ci sarebbe comunque da chiedersi se si tratti realmente di un limite, oppure di una precisa scelta narrativa degli sceneggiatori, come tale da rispettare. In realtà, la professionalità degli attori consumati e la spontaneità di quelli non professionisti evita, a mio avviso, l'effetto-documentario; non ci sono scene didascaliche e anche quelle dei combattimenti mantengono il pathos che è lecito aspettarsi da un film.
Le scene destinate a rimanere impresse nella memoria sono molte; mi sembra d'obbligo elencarne tre. La prima è la straziante scena del riconoscimento del figlio morto da parte dei genitori. In un silenzio carico di dolore e impressione, il padre si carica sulle spalle il corpo del ragazzo ucciso dai tedeschi per riportarlo a casa, attraversando due ali di astanti ammutoliti dalla rabbia, dallo sconforto e dalla dignità dei due poveri genitori. Da ricordare poi una sottotrama, che costituisce una sorta di film nel film. Sto parlando dei detenuti del carcere minorile che, guidati dal giovane camorrista Aiello, evadono per unirsi ai partigiani sotto gli occhi del direttore, il quale li implora di ritornare al sicuro nelle celle. Il rapporto tra Aiello e il direttore (il bravissimo Georges Wilson) avrebbe forse meritato un film a parte, per quanto è potente e intenso. Prima nemici, in quanto rappresentanti di due dimensioni in eterno conflitto, finiscono poi per combattere insieme e sarà proprio Aiello a portare in ospedale il direttore, ferito dal piombo tedesco. Infine, non è possibile non menzionare il finale con la morte di Gennarino: il regista è stato abile a non cadere nel facile sentimentalismo, girando una scena asciutta che mostra il vero volto della lotta degli scugnizzi, a cui non è possibile attribuire una definita coscienza politica.
Le quattro giornate di Napoli è un lungometraggio del 1962 che ha lasciato una traccia profonda nella memoria collettiva, scardinando il falso mito che la Resistenza sia stata soltanto "un affare del Nord". Se l'obiettivo era quello di ricordare il sacrificio di un popolo, ritengo che Nanni Loy l'abbia pienamente raggiunto. A distanza di sessant'anni è ancora un film vivo e palpitante, come la città che ne è protagonista. E se pure non mancano bozzetti caricaturali e qualche stereotipo, ciò non toglie valore al senso complessivo della pellicola.
Gian Maria Volonté in una scena del film

13 giugno 2026

"La fine della strada" di Joseph O'Connor: due solitudini

Come già aveva fatto con l'esordio di Cowboys and Indians e in maniera più potente con il successivo Il rappresentante, anche in questo romanzo O'Connor ha affrontato le tematiche dell'abbandono, dell'incomunicabilità e del dolore esistenziale. E probabilmente l'ha fatto nel modo più maturo, profondo e vero; non a caso il libro, alla sua uscita nel 2000, venne salutato come il migliore tra quelli scritti fino ad allora dall'autore irlandese.
La fine della strada è l'emozionante racconto dell'incontro tra due solitudini. Ellen ha quarantasette anni, eppure le resta poco da vivere a causa di una diagnosi implacabile; è irlandese di nascita ma è stata adottata negli Stati Uniti, dove tuttora vive assieme al marito fedifrago e ai due figli problematici. Martin è invece un poliziotto in disgrazia di Dublino, un tempo tra i più brillanti della squadra speciale; la morte di un figlio e il naufragio del matrimonio l'hanno ridotto all'ombra di se stesso. È il caso a farli incontrare, lo stesso caso per cui si scoprono più simili di quanto avrebbero mai potuto credere. Entrambi, infatti, vogliono raggiungere la penisola di Inishowen, nella contea del Donegal: lì è sepolto il figlio di Martin, lì vive la madre naturale di Ellen, che la donna vorrebbe conoscere prima di morire.
Inizia così un emozionante viaggio da Dublino al Donegal, attraverso le strade gelate di un'Irlanda su cui si è abbattuta un'eccezionale ondata di freddo. Il contesto storico e temporale è ben definito: la vicenda si svolge tra il 23 dicembre 1994 e il primo gennaio 1995. In Irlanda si respira timidamente un'aria nuova, in virtù del cessate il fuoco che sembra aver sopito gli animi devastati da decenni di guerriglia e terrorismo. O'Connor ricostruisce perfettamente il clima di quei giorni travagliati, raffigurando il volto di un paese diviso tra le spensierate celebrazioni del Natale e le ferite ancora aperte dei Troubles. Ellen e Martin durante il viaggio incontrano posti di blocco della Garda, murales che incitano all'IRA o all'UVF, echi di vecchie stragi e controversie irrisolte. La questione irlandese, pur toccando entrambi i protagonisti, è tuttavia solo la cornice che racchiude una questione strettamente privata, per usare quasi alla lettera un titolo di Fenoglio.
O'Connor, sebbene non ancora quarantenne, dimostrò di essere un autore di razza e una delle voci più interessanti della letteratura europea del nuovo Millennio. Bisogna peraltro tenere conto della mole del volume, quasi cinquecento pagine che scorrono grazie alla sapiente alternanza tra lunghi dialoghi – in cui l'autore prova di essere un acuto conoscitore del parlato quotidiano – e le parti descrittive che restituiscono il sapore di un'Irlanda dolceamara. Emergono le mille contraddizioni di una terra che sa essere madre e matrigna, di un popolo al tempo stesso tollerante e intransigente, santo e bestemmiatore, ironico e tremendamente serio.
Dal punto di vista più squisitamente lirico, La fine della strada è un inno al potere salvifico dell'amore, nella sua accezione più ampia che non comprende solo il legame tra un uomo e una donna o tra genitori e figli. Emerge la consapevolezza che solo questo sentimento può dare un significato all'aridità del quotidiano. A ben vedere, tuttavia, non si tratta di un messaggio riduttivo o banalmente consolante; sia Martin che Ellen sono infatti destinati al fallimento. Nondimeno, l'esperienza vissuta insieme, pur non avendo effetti taumaturgici, restituisce il significato a due vite che oramai erano segnate. Conta soltanto l'aver amato o l'essere stati amati, anche per una sola settimana nel corso di un'intera vita; un incontro come quello tra Ellen e Martin, sia pur breve, può offrire un riscatto, suturare molte ferite, lenire la solitudine estrema che prova chiunque abbia la ventura di affacciarsi al mondo.
La fine della strada è sicuramente un ottimo romanzo, sebbene alcune ingenuità narrative impediscano di definirlo un grande libro. Mi riferisco in particolare a due eventi poco credibili che accadono verso il finale; si tratta, a mio avviso, di parti che avrebbero potuto essere anche omesse o modificate senza incidere sul senso complessivo della storia. Ad ogni buon conto, con le ultime pagine O'Connor si riscatta, tornando a quel tono drammatico e profondamente umano che è il punto di forza di questo libro.